Racconti e bozzetti

Part 18

Chapter 183,735 wordsPublic domain

Comunque sia, alla vigilia di diventar donna di famiglia, io ero diventata una ragazza romantica. Ne aveva le subite accensioni, e le languidezze improvvise, e la esagerata facilità delle impressioni, e la febbre di desiderî indefiniti, confusi, mal noti a sè stessi. Gustavo me ne faceva rimprovero, e avrebbe voluto ch'io tornassi gaia e festosa come per lo addietro. Soprattutto gli doleva la mia eccessiva misantropia. — Non potremo mica vivere come due amanti, — egli mi andava dicendo, — e la mia sposina dovrà fare gli onori della nuova casa come fece quelli della casa paterna. — Anche qui Gustavo aveva ragione, e a me spiaceva ch'egli avesse ragione. È una gran noia quella di non poter mai dar torto ai proprî interlocutori.

Il sole veduto col telescopio ha delle macchie, e Gustavo, esaminato da vicino, aveva a' miei stessi occhi qualche piccolo neo. Certo egli mi amava sinceramente, ma mi sapeva male che in mezzo a tanto amore egli serbasse intatto tutto il suo criterio: avrei voluto vedergli fare delle pazzie, ed egli non ne faceva nessuna. Era troppo poco. Un'altra lieve nuvoletta nel mio orizzonte era la scarsa simpatia ch'io nutriva pe' miei futuri suoceri. Ho avuto sempre un trasporto molto mediocre pei parenti, a proposito dei quali mi venne spesso un'idea singolare, lo pensai cioè che se ad Eva avessero ordinato di mangiare il pomo, anzichè proibirglielo, ella avrebbe perduto egualmente il Paradiso. Il pomo imposto le sarebbe stato altrettanto funesto del pomo proibito. Ebbene: i parenti erano per me il _pomo imposto_ dell'esistenza. Ne amai alcuno di vivissimo amore, non ostante che fossero parenti, non perchè erano. Questi qui, sebbene usassero meco cortesissimamente, mi sembravano gretti, volgari, servili coi ricchi, spregiatori de' poveri, e vicino ad essi il mio cuore chiudevasi come le foglie della sensitiva. Mio suocero in ispecie mi destava una invincibile ripulsione. Era un uomo che aveva toccata la settantina, ma mostrava appena i sessanta; alto, vegeto, rubicondo, e sempre ridente, ma d'un riso in cui non era nè candore, nè benevolenza. E, strano a dirsi, mi pareva ch'egli esercitasse tacitamente un grande impero sopra Gustavo.

Vi sarà facile immaginare però che ciò non alterava che lievissimamente la mia felicità.

Alla fine di ottobre ci separammo. Io tornavo in Milano a sollecitare il mio corredo di sposa, egli recavasi in Torino a prepararmi il quartiere. In quel tempo non era agevol cosa l'andar su e giù dal Piemonte alla Lombardia, ma Gustavo era riuscito a ottenere un passaporto e veniva regolarmente a stare con noi ogni domenica. Tutti gli altri giorni ci scrivevamo. La lontananza, quantunque piccola, le assenze, quantunque brevi, crescevano la mia passione, e ogni giorno io mi sentivo infiammata d'un amore più vivo per Gustavo. Egli poi nelle sue lettere era più espansivo che mai, e in ogni sua gita a Milano mi si mostrava più sollecito, più tenero, più affettuoso. Io era veramente fortunata e tutti si congratulavano meco della mia buona ventura. I più rimessi dicevano: — Non è un partito principesco, non è un gran signore, ma un giovane così amabile, di così bei modi, di tanta cultura, d'un così splendido avvenire! — Io ne insuperbivo e ne scrivevo a Gustavo, il quale, convien confessarlo, non insuperbivane punto.

In quei giorni di suprema felicità un'unica cosa mi dava martello, ed era il pensiero di mio padre. Egli rimaneva solo nel mondo, affidato a gente mercenaria che gli sarebbe stata intorno per dissanguarne la borsa, ma non per recargli efficaci conforti. Egli aveva un numero infinito di conoscenti, ma di amici veri non credo potesse contare che il notaio Anastasi, galantuomo a tutta prova, ma poco amena persona. Mio padre aveva un carattere bizzarro. Facile alle prime confidenze che procurano gli aderenti, era alieno quanto mai da quelle che fanno gli amici. La sua tenerezza egli l'aveva concentrata in me. Io non ero soltanto la sovrana della sua casa, ma anche quella del suo cuore.

Ed io scorgevo per non dubbî segni ch'egli sentiva profondamente la perdita che stava per fare. Poveretto! Me partita, chi sarebbe andato ogni mattina a interrompergli con celie infantili le monotone occupazioni del banco? Chi dopo pranzo, quand'egli stanco degli affari della giornata s'adagiava sul canapè, avrebbe sollevato il suo spirito destando sul pianoforte le armonie ch'egli aveva sì care? Chi la sera gli avrebbe tenuto compagnia nel suo palchetto alla Scala, ove, s'io non c'ero, egli soleva assopirsi? Chi si sarebbe frapposto tra lui e la verbosa eloquenza dell'Anastasi, il quale ogni giorno aveva un _caso pratico_ (come dicono i legali) da raccontare, un cliente ricco da magnificare, e un articolo del Codice da citare?

A mano a mano che s'avvicinava il tempo delle mie nozze, mio padre diveniva più tristo e pensoso, quantunque cercasse dissimularmi in ogni modo la sua preoccupazione. E quando io m'affaticavo a persuaderlo che Gustavo ed io saremmo stati spesso in Milano, egli sorrideva malinconicamente e mi baciava.

Nondimeno, per uno strano contrasto, egli pareva voler affrettare, anzichè indugiare, il mio matrimonio. E se molte cose da porre in assetto lo avessero conceduto, io sono di parere ch'egli avrebbe accorciato il termine prefisso. A pranzo stava in lungo ed insolito silenzio, ed alzatosi da tavola, anzichè invitarmi a sedere al pianoforte, mi pregava d'uscir seco per qualche passeggiata. Più che i siti solitarî cercava le vie affollate e chiassose, e quel frastuono di carrozze e quell'andirivieni di gente gli servivano di distrazione e rasserenavano il suo spirito. Se poi alcuni de' suoi conoscenti gli si facevano dappresso, egli riprendeva tutto il suo buon umore, e con una loquacità e un fare espansivo assai più dell'usato si metteva a discorrer loro delle mie nozze vicine, e gl'invitava a rammentarsi di lui quand'egli fosse rimasto solo, e ad andarlo a visitare nel suo nido deserto.

L'affezione figliale mi rendeva sospettosa, ma dall'altro canto una tendenza dell'animo, che è naturale ai felici, mi aiutava a cacciare via i sospetti. È così comodo il persuadersi che nulla verrà ad abbattere il bell'edifizio del vostro avvenire, che nessuna nuvola turberà l'azzurro del vostro cielo, che nessun inciampo si frapporrà al vostro cammino! Possibile, io mi dicevo, che mio padre abbia un dolore segreto! Possibile ch'io, che conosco tutte le vie del suo cuore, non riesca a strapparglielo! E poi egli mi rispondeva in modo da acquetare i miei dubbî. L'idea d'essere per separarsi da me non era essa sufficiente cagione al suo turbamento? E nel contrasto tra questa idea e quella che pur gli si doveva affacciare della mia felicità, non era una giustificazione bastevole alla frequente mutabilità del suo umore? V'era poi un altro sintomo rassicurante. Dopo alcune parole ch'io gli avevo rivolte, la sua malinconia s'era, al meno a' miei occhi, di molto attenuata: egli aveva ancora momenti tetri, ma si ricomponeva prestissimo, ed anzi una domenica Gustavo, ch'era a pranzo con noi, mi confessò che da lungo tempo egli non aveva veduto mio padre così sereno.

Chi diveniva serio e lugubre come un epitaffio era il notaio Anastasi. Io avevo seco una grande dimestichezza che trascendeva di leggieri sino all'impertinenza, e mi ricordo d'avergli detto un giorno: — Per carità, notaio, vi par egli d'esser così ameno, quando siete del vostro umore naturale, per aggiungervi anche un granellino di patetico? Sareste innamorato? — M'accorsi d'aver soverchiato la misura ed era per chiedergliene perdono e stendergli la mano, quando incontrai un suo sguardo, nel quale non v'era risentimento, ma compassione. La mia alterezza ne fu punta, le parole mi morirono tra le labbra, e, come avviene quasi sempre in chi ha torto, stetti imbronciata tutta la sera. Però il dì appresso tornammo amici, e la frequenza delle visite che l'Anastasi faceva a mio padre m'inspirava a poco a poco una reale affezione per lui. E io arrossivo di non aver avuto bastanti riguardi per quest'uomo, che non era stato estraneo ad alcun nostro evento domestico, malinconico o lieto, e che per la lunga consuetudine poteva oggimai dirsi di famiglia. Ve lo confesserò io? Vista sotto una nuova luce, la sua onesta fisonomia mi pareva meno volgare; udite con una prevenzione più benevola, le sue citazioni del Codice mi riuscivano meno uggiose: chi sa che alla lunga, per una singolare contraddizione del cuore umano, io non finissi col giudicarlo bello e romantico?

Così il giorno delle nozze s'avvicinava a gran passi, senza che alcun incidente venisse a turbare la lieta aspettazione dell'animo mio. Non ch'io avessi potuto estirpare ogni dubbio, non che io non mi angustiassi talora pei mutamenti operatisi nel carattere di mio padre altra volta così riservato, e tranquillo, ed eguale, ed ora facile a passare dalla più scapigliata allegria alla tristezza più profonda, dall'abbandono più espansivo alla irritabilità più nervosa; ma in fine le mie ombre non prendevano corpo, e nulla mi dava ragione di credere che fossero altra cosa che ombre.

Una settimana prima delle nozze Gustavo condusse in Milano i suoi genitori, che presero alloggio da noi. Egli ritornò a Torino, dove aveva in quei giorni una importante causa da discutere (obliai dirvi che Gustavo era avvocato, e, tra' giovani, uno de' più promettenti della capitale); e sarebbe tornato a Milano soltanto il mattino del 3 marzo, cioè poche ore prima del nostro sposalizio che doveva celebrarsi alle 6 della sera.

Le accoglienze di mio padre a' miei suoceri furono, più che cortesi, festevoli. Ma io m'accorsi ben presto che la sua ilarità non era tutta spontanea e che, quand'egli restava solo, la nube di tristezza, che per tanto tempo gli aveva oscurata la fronte, si addensava più fitta che mai, e le mie inquietudini riacquistarono l'antico vigore. Mio suocero invece era d'una serenità olimpica, e a vederlo in così buon essere si sarebbe detto ch'egli stava per andare a nozze. Cantava, rideva, e si abbandonava di tratto in tratto a lazzi di gusto molto equivoco che lo divertivano assai, ma che indispettivano me. E in mezzo a queste apparenze di bonarietà v'era negli atti suoi, nei gesti, negli sguardi qualche cosa di freddamente imperioso, di calcolatore, di maligno che mi metteva i brividi addosso. Sua moglie era un monumento parlante del suo dispotismo. Quantunque di tre lustri almeno più giovane di lui, ella pareva aver gli anni di Matusalemme; quantunque affermassero ch'ella era stata avvenente, era divenuta così smilza e macilenta da incuter paura. Si sarebbe detto che ella avesse perduto a brandelli le proprie carni, conservando soltanto la pelle e l'ossa. È naturale ch'io non avessi mai avuto agio di osservarla attentamente come in quei giorni, nei quali ella era mia ospite, e v'assicuro che le impressioni ch'io ne ricevevo erano un misto di pietà e di disistima. Io non sapevo intendere quella docilità pecorina che non si risentiva, nè degli scherni, nè dei modi acri e brutali, e che provava anzi una certa voluttà nel far palese la sua condizione umiliante. Certo Gustavo aveva della dignità della donna un'idea affatto diversa.... ma se non fosse così, ma s'egli avesse a rivelarmisi sotto la stessa luce del padre suo!... A questo solo pensiero tutti gl'istinti della ribellione si destavano in me.

Il giorno destinato al mio matrimonio era il sabato. Il giovedì mattina io m'ero alzata di pessimo umore: però l'aspetto sorridente di mio padre aveva contribuito molto a rasserenarmi; la sua giovialità mi sembrava più schietta, meno forzata del consueto. Ricevetti una lunga lettera da Gustavo che mi narrava i particolari del suo dibattimento, e mi esponeva la tela della difesa ch'egli aveva preparata pel giorno dopo, per _la vigilia cioè_, com'egli scriveva, _del più bel giorno della mia vita_. Io ero altera de' suoi trionfi: mi pareva di vederlo dominare col gesto l'assemblea, di sentirlo tuonare generosamente in patrocinio della infelice ch'egli doveva difendere innanzi ai giurati. Trattavasi d'una povera giovane che in un istante d'oblìo aveva tentato d'uccidere l'uomo, da cui era stata sedotta, resa madre, e poi vilmente tradita.

Stavamo desinando, quando il domestico consegnò un biglietto a mio padre. Lo vidi aprirlo con mano convulsa, leggerlo rapidamente e impallidire. Ma fu il pallore d'un attimo; in men che non si dice egli aveva ripreso la compostezza di prima. Però la cosa non doveva essere sfuggita nemmeno a mio suocero, poichè i suoi occhi manifestavano un'inquieta curiosità. Io giurai a me stessa di trovar la chiave di questo enigma. Dopo pranzo dovetti uscire con mia suocera, e per giustificare la mia preoccupazione accusai un improvviso dolore di capo. Avevo toccato un cattivo tasto, poichè la buona donna vi andava soggetta, e me ne discorse con grande diffusione, suggerendomi tutti i farmachi immaginabili, e dicendo almeno due volte al minuto: — Speriamo che passerà. — E in fatto, per non sentirne altro parlare, feci sì che passasse, e nel rientrare in casa mi dichiarai bella e guarita.

Il salotto era illuminato e v'era già qualcheduno. Altri molti si aspettavano. Mio padre stava addossato alla stufa in festevole colloquio con due persone. Era tranquillo; tutt'al più si sarebbe potuto dire ch'egli fosse un po' sofferente di salute. Mio suocero giocava al _domino_ con un suo compatriota ch'era venuto a visitarlo. Amici del babbo ed amiche mie, figli degli amici del babbo, e madri delle mie amiche capitarono in frotta a passar con noi la serata: mancava però la cravatta bianca, il vestito nero ed il faccione rotondo dell'Anastasi. A me toccò simulare allegria e disinvoltura; pregata andai al cembalo; poi dispensai il tè, ricevendo complimenti, congratulazioni, baci e strette di mano. Il meno ch'io poteva fare in ricambio era di sorridere.... sorridere con l'angoscia che mi dilaniava.

Quando piacque al cielo, gli ospiti se ne andarono e ciascuno si ricondusse alla propria stanza. Io aveva maturato il mio progetto: attendere pochi minuti, e volar poscia nella camera del babbo. La sua sorpresa, le mie lagrime, le mie carezze lo avrebbero indotto senza dubbio ad aprirmi l'animo suo.

Avvezza a percorrere la mia casa con passo sicuro, con fronte alta e serena, non so dirvi quel ch'io provassi nel traversarne gli anditi in punta di piedi a guisa del delinquente che ha violato l'altrui dimora. Uno strano senso di terrore mi dominava tutta, le fantasie più lugubri mi si affacciavano allo spirito, la mia immagine riflessa in uno specchio, la mia ombra fuggente sulla parete mi mettevano un tremito addosso, il fruscìo delle mie vesti mi suonava sinistramente all'orecchio: io ero diventata superstiziosa come la contadina che, transitando la sera pel suo campicello, pensa ai racconti dell'ava e vede intorno a sè spettri e fantasmi. Nell'aprire una porta mi si spense il lume; ciocchè accrebbe in sulle prime il mio sgomento, ma produsse tosto una salutare reazione. Vergognai della mia pusillanimità e proseguii a tentoni. L'uscio della camera di mio padre era sbarrato: vi regnava un perfetto silenzio. Entrai trattenendo il respiro.... mi provai a chiamare: la voce mi morì soffocata nella strozza.... pure mi feci forza e gridai replicatamente: — Babbo, babbo. — Nessuna risposta. Io mi sentivo venir meno, ma guidata da quel po' di virtù visiva che resta all'occhio anche nell'oscurità appena vi si sia avvezzato, mi approssimai al letto, palpandone le coltri. Non v'era nessuno e la intatta rimboccatura delle lenzuola rendeva evidente che non v'era neppure stato nessuno. La mia ragione smarrivasi: nondimeno ebbi ancora bastante lucidezza di spirito da pensare che mio padre poteva essere nel suo studio, e, raccolte le poche forze che mi restavano, ripresi al buio il mio affannoso pellegrinaggio. Per arrivare allo studio conveniva scendere una scaletta interna: la scesi, sempre nell'oscurità, e giunta sul pianerottolo mi persuasi ch'io non avevo errato nel mio giudizio. Udii un bisbiglio, e mi parve distinguer le voci di mio padre e del notaio Anastasi. Tranquillata dalle più lugubri apprensioni, io mi sentivo però il cuore batter sì forte, che per reggermi mi convenne appoggiarmi alla parete. Temetti che fosse chiuso a chiave anche l'uscio dell'antistudio, ma non era; e potei entrare, ed accovacciarmi dietro un paravento e porger l'orecchio a ciò che si diceva nella stanza attigua. Introdurmivi io pure, ammesso che la porta non ne fosse assicurata di dentro, sarebbe stata cosa inopportunissima: avrei prodotto uno scompiglio e perduto il destro di sapere il mistero che mi stava sì a cuore; il mistero, pel quale io non rifuggivo dall'indelicatezza di origliare ad un uscio.

Ebbi subito agio di convincermi che due soli erano gl'interlocutori, Anastasi e mio padre. In sulle prime il dialogo mi sfuggiva; ma poi, sia che dentro si alzasse la voce, sia che uno sforzo della volontà aguzzasse in me il senso dell'udito, riuscii ad afferrare una buona parte del colloquio, e, quantunque si trattasse d'affari, l'ho qui scolpita in mente come se uno stile l'avesse incisa nel marmo.

— Dunque, — diceva mio padre, — voi credete che col Miragli non sia sperabile di venir a un componimento.

— Pur troppo ne son sicuro, — rispose l'Anastasi; — egli mi dichiarò stasera che non accetterà altro che l'integrale rimborso in contanti.

— Trovar danari è impossibile.

— Impossibile, — riprese il notaio. — Inoltre, signor Giorgio, a un vecchio amico voi permetterete il dirvelo francamente, ciò che voi fareste pel Miragli andrebbe a danno degli altri vostri creditori. Quando voi abbiate liquidato tutta la vostra sostanza, vi resterà sempre un _deficit_ di 200 mila lire. Se per avventura voi trovaste oggi a prestito questa somma per rimborsare il Miragli, non avreste evitato ciò che disgraziatamente è inevitabile, ma sareste colpevole di una ingiusta preferenza, di cui non so se i tribunali potrebbero chiedervi conto, ma di cui vi chiederebbe conto per certo l'opinione pubblica e la vostra coscienza. —

Io credevo di sognare: però lo stupore e l'angoscia non facevano che accrescere l'intensità della mia attenzione.

Udii di nuovo la voce di mio padre che diceva: — Avete ragione. — Poi successe un silenzio o piuttosto un bisbiglio confuso, nel quale io non potevo distinguere parola. Indi mi giunsero di nuovo all'orecchio queste frasi proferite in tuono concitato, confuso: — Che orrore! Che orrore!... Il fallimento! Alla mia età.... Dopo tanti anni di oneste fatiche, dopo tanti anni di riputazione intemerata!... — Una sedia si mosse: credei che il colloquio fosse finito, e mi rannicchiai paurosa, ansante nel mio nascondiglio. Ma l'uscio non ancora si aperse, e intesi soltanto il passo di mio padre che andava su e giù per la stanza. — Sentite, Anastasi, — egli soggiunse con qualche solennità, — le cambiali scadono domani. Avete almeno ottenuto _da quell'uomo_ ch'egli non le protesti sino a lunedì dopo che mia figlia sarà partita col suo sposo? La legge glielo consente.

— Egli mi diede la sua parola d'onore, — rispose l'Anastasi.

— Adelaide esce di minorità sabato, o per meglio dire alla mezzanotte di venerdì, ch'ella nacque appunto in quell'ora. Sarà vostra cura di farla entrare in possesso della sostanza che le ha lasciato sua madre e che formerà la sua dote.... Oh! io avrei dovuto accrescere il suo patrimonio, e invece è un gran che se le rendo intatto ciò che mi lasciò per lei la mia povera Maria. —

Il nome della madre mia proferito in quel momento, il pensiero che in tanta rovina mi mancavano le supreme consolazioni del bacio materno, ruppero il freno alle lagrime ch'io aveva rattenute fino a quel punto. Io mi sentii le guance inondate di pianto: nondimeno una forza maggiore di me mi teneva incatenata al mio posto.

— Signor Giorgio, — rispose l'Anastasi dopo brevissima pausa, e con la voce perplessa ed incerta di chi si perita ad esprimere un proprio concetto, — signor Giorgio, non vi venne mai il pensiero di confidarvi a vostra figlia ed a vostro genero?..; Le dugento mila lire della signora Adelaide.... —

Mio padre diè fortemente col pugno sul tavolo, e proruppe con accento pieno d'ira e di fuoco, — Voi delirate, Anastasi. Turbare a mia figlia i giorni più cari della sua vita? Mettere a repentaglio la sua felicità? Espormi al caso ch'ella, offrendomi ogni suo avere, dovesse perdere il matrimonio che forma lo scopo de' suoi pensieri....

— Perdere il matrimonio! Voi credete il signor Gustavo tante venale.... Oh no! egli è giovane....

— Se tal non fosse lui, sarebbero i suoi. O che vi pare che suo padre sia un modello di abnegazione e di disinteresse? Via, Anastasi, non mi fate il poeta, voi lo sapete meglio di me che conto bisogni fare degli uomini, quando si tratti di siffatte questioni. Basti, e per sempre, di ciò... Almeno, quando Adelaide saprà l'accaduto, ella sarà lungi di qui, fra le braccia dell'uomo che adora, e le cure del nuovo stato e le impressioni di luoghi non mai veduti le renderanno meno penoso l'annuncio. Del resto io saprò attenuarle il vero per modo ch'ella supponga soltanto un momentaneo sconcerto. E prima ch'ella ritorni dal suo viaggio, lo spero, le mie faccende saranno sulla via di accomodarsi.... Per ora io non chiedo altro, se non che il cielo mi dia tanta forza da non tradirmi al cospetto della mia figliuola. Ella già presente qualche guaio: conviene che il mio contegno ed anche il vostro, Anastasi, siano tali da dissipare ogni dubbio. Non vi fu mai simulazione più santa di questa. —

Le voci ricaddero nuovamente in un indistinto ronzìo; poi intesi mio padre dire: — Andiamo.

— Sì, — rispose il notaio. — Domattina passerò da voi dalle sette alle nove. Più tardi ho qualche occupazione e non potrò muovermi dallo scrittoio. —

L'uscio dello studio si aperse. Precedeva mio padre tenendo il lume in mano. La sua faccia illuminata dai raggi della candela sembrava ancora più pallida: nondimeno egli mi parve meno turbato che non fosse nella mattina; il suo passo era lento, ma sicuro, il suo sguardo aveva qualche cosa di risoluto e virile che metteva riverenza ed ammirazione. O egli si era rassegnato da stoico, o egli lottava da eroe. Il notaio Anastasi lo seguiva a capo chino, e divorando in silenzio una lagrima che gli scendeva giù per la guancia. Quest'uomo, al quale io non avevo portato altra affezione che quella inspirata dalla lunga consuetudine, quest'uomo ch'io avevo creduto onesto sì, ma volgare e incapace d'intendere nulla al di là de' suoi codici, mi si mostrava sotto una luce affatto nuova. Oserei dirlo? Vi fu un punto, nel quale il mio animo si sentì attratto verso di lui più che verso mio padre. Mio padre aveva dubitato di Gustavo; egli lo aveva difeso.

Accovacciata nel mio cantuccio li vidi passare per l'antistudio ed uscire. Dovevo io scoprirmi? Dovevo gettarmi ai piedi di mio padre per dirgli ch'io non avrei mai permesso il suo disonore, finchè restava un centesimo nella mia borsa, una stilla di sangue nelle mie vene? Fui in forse un istante, ma mi ricredetti subitamente: io non potevo salvare mio padre che contro sua voglia; perchè, adunque, metterlo in guardia?