Racconti e bozzetti

Part 17

Chapter 173,768 wordsPublic domain

Un progresso razionale, continuato, in questa industria non può certo operarsi dal più della popolazione cadorina che ha un possesso omeopatico, e gran parte dell'anno sta nei boschi, o per le _taglie_ o pei _segni_. oppure è occupata nelle seghe; ma bisogna che vi si accinga di proposito alcuno di que' ricchi che sono in istato di portarvi un sussidio di tempo, di capitali e di studi. Io sono di parere che chi si ponesse all'opera, oltre a recare un beneficio al paese, otterrebbe un largo compenso alle proprie fatiche, e mi figuro talvolta ciò che, col solo pungolo dell'interesse individuale, farebbe un gruppo d'Inglesi che dovesse soggiornare in questa contrada, e come presto esso vi diverrebbe maestro di fortunate iniziative, di diuturna solerzia e di virilità persino nelle manifestazioni dell'opulenza. Indi le cacce ardimentose, indi le stalle riccamente fornite, indi l'allegro movimento della cascina, i cui prodotti diverrebbero materia d'esportazione.

Certo un alto ufficio è assegnato agli uomini, che con dovizia di mezzi e d'affetto imprenderanno a risanare il Cadore dal malessere che lo affligge. Sia che essi tentino d'arrestar sulla sua china il periclitante commercio dei legnami, sia che vogliano introdurre in quella regione montuosa le abitudini della pastorizia, sia che s'occupino a ravvivare altre industrie, come la mineraria[5] e quella degl'intagli di legno, per la quale i Cadorini hanno rare disposizioni,[6] da per tutto incontreranno difficoltà, ma da per tutto anche elementi di buon successo e di compiacenza. Da un lato le opposizioni inevitabili degl'interessi offesi, la resistenza passiva d'un popolo schivo, forse, in sulle prime di essere disciplinato, e non sempre operoso del pari che intelligente; ma dall'altra parte, nel popolo medesimo quella svegliatezza d'ingegno che, a lungo andare, non può a meno di renderlo accessibile ai savî consigli, e quell'indole franca e leale che, quando accoglie un'idea, raccoglie senza reticenze e senza sottintesi. E le solide virtù e i semplici costumi di queste genti le renderebbero immensamente adatte a svolgere nel proprio grembo tutte quelle istituzioni onde s'onora la civiltà moderna, e che appunto non mettono salda radice ove non trovino il fondamento dell'onestà. Un Cadore seminato di piccole Banche alla foggia scozzese o tedesca, di Unioni di mutuo soccorso, di Casse di risparmio, di Società di consumo, è oggi un sogno e non più, ma potrebbe essere una realtà fra pochi anni, purchè alcuno accendesse la scintilla animatrice. Oh, fra tanti che in Cadore sortirono il grave carico dell'opulenza, dispensiera, a chi ben l'intenda, più di cure che d'agî, non ve n'ha un solo che senta quest'ambizione? Non ve n'ha un solo che, prescegliendo il soggiorno di queste Alpi agli ozî delle città, ponga qui sua dimora e spenda qui l'attività dell'ingegno e quella più efficace del cuore? Ho detto che, se per avventura un gruppo d'inglesi dovesse abitare questa contrada, opererebbe immensamente per la trasformazione del paese, ma certo l'Italia non manca di cittadini atti a pugnare ed a vincere nell'arringo della civiltà e del lavoro. Io auguro al Cadore un uomo come Alessandro Rossi di Schio, il quale, vigile sempre, e non iscorato mai nell'avversa fortuna e non imbaldanzito mai ne' trionfi, ottenne la più bella ricompensa, a cui possano aspirare gli spiriti generosi, quella di far suonare alto e rispettato il nome del suo borgo natale.

Che se il Cadore avrà qualcheduno che gli somigli, io spero, o lettore, che fra alcuni anni noi rinnoveremo sotto migliori auspicî questa gita attraverso i monti.[7]

_1868_.

IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE.

— Ma voi, signora Adelaide, perchè non vi siete mai maritata? —

Una bella giovane da' diciannove a' vent'anni, elegantemente vestita, faceva questa domanda, che alcuni diranno indiscreta, a una donna che pareva essere sulla cinquantina, e il cui volto serbava le tracce di un'antica avvenenza insieme con quelle di molte lotte e di molti dolori.

Era una limpida sera d'estate. Le due donne sedevano l'una dirimpetto all'altra nel vano della porta che da un salotto a pian terreno riusciva in giardino. Un lume a _Carcel_ posto sulla mensola spargeva intorno a sè un moderato chiarore, tanto da far risaltare gli addobbi signorili della stanza: nel mezzo un tavolino rotondo con alcuni giornali ed alcuni libri, tra cui due fascicoli della _Revue des deux mondes_; sul davanti a pochi passi dall'uscio stava il pianoforte aperto, con un quaderno di musica spiegato e con due candele spente sul leggìo. Di fuori nel giardino, un'aiuola di tuberose diffondeva le più acute fragranze, che si mescevano ai miti profumi della modesta gaggìa addossata alla muraglia. Un boschetto di carpini disegnava a grandi linee i pittoreschi contorni sull'azzurro del cielo stellato, e col lieve stormir delle fronde pareva rispondere amorosamente alla carezza dell'aria tepida ed odorata. L'ora ed il luogo erano propizî ai colloquî confidenziali.

Però, allorchè la leggiadra e florida Lina proferì le parole poste in principio, la signora Adelaide si scosse leggermente, e una nube improvvisa parve ottenebrarle la fronte. Nondimeno ella si ricompose prestissimo, e atteggiata a un mite sorriso

— Volete voi proprio saperlo? — disse, indirizzandosi alla giovane.

— Pur che a voi non incresca il narrarlo.

— No, ottima Lina, io sento che con voi, così buona meco e indulgente, io dovevo essere più schietta da un pezzo e nulla tacervi. Ora poi che siamo alla vigilia di separarci, sento che avete il diritto di leggere le più riposte pagine della mia vita. Discorriamone a dirittura, chè poche sere ancora ci restano ai fidati colloquî. Tra otto giorni la mia buona Lina sarà diventata la contessa degli Aldi, e si troverà chi sa quante miglia lontana dai suoi colli e dal suo giardino. —

Lina strinse la mano alla signora Adelaide, e le disse con un accento pieno di candore:

— Oh, come potrò adattarmi a vivere senza di voi?

— Vi ci adatterete, figliuola mia, chè posso chiamarvi con questo nome, vi ci adatterete. A molte cose l'animo s'avvezza quando è felice. E voi sarete tale, non ne ho dubbio alcuno. Ma non usciamo d'argomento. Voi desiderate conoscere la storia di questa vecchia zittella, ed eccomi qui a raccontarvela.

I.

— Diciannove anni fa, amica mia, la brutta e cascante Adelaide che conoscete (non mi fate di no col capo) era una giovane piena di vanità, di petulanza, di alterigia, e, per quello che assicuravano, di ricchezza. Cento bocche mi dicevano bella, e, ve lo confesso, io ero persuasa che dicessero la verità. Questi capelli che si vanno inargentando rapidamente, erano d'un castagno scuro, e così folti, così lunghi, ch'io consumavo un'ora il giorno a pettinarli. Le mie guance, potete ben crederlo, non avevano rughe, ed erano tinte d'un lieve incarnato che dava maggior risalto alla bianchezza della mia carnagione. La costante irrequietezza del mio spirito, che in quei tempi traboccava di vita, riflettevasi ne' miei occhi mobili sempre e ridenti. E poi, per non tediarvi con questo sfoggio di vanità retrospettiva, mi basterà soggiungervi ch'io stavo per compiere i ventiquattr'anni, e a ventiquattr'anni, per parer brutte, via, bisogna essere molto.

Poche ragazze ebbero una libertà così grande come la mia. Avevo perduta la madre prima di compiere i tre lustri, in quell'età, cioè, nella quale la mano che ci guidò nei primi passi, che sviò dal nostro sentiero le spine, sarebbe più necessaria che mai per proteggerci da nuove insidie e nuovi pericoli. Mio padre mi amava teneramente, ciecamente forse, ma assorto nei suoi affari non poteva dare a me che una piccolissima parte della giornata. Egli mi aveva fornito di tutti i maestri possibili. Italiano, francese, inglese, tedesco, ricamo, musica, ballo, disegno, storia naturale, persino matematica, non v'era cosa ch'io non dovessi imparare. Io me ne vendicai col non imparar nulla. Quanto a governanti, non ne volli sapere. N'ebbi due, una francese ed una inglese. Licenziai la prima con la scusa che parlava troppo, e la seconda con quella che non parlava punto; ma in sostanza perchè entrambe mi davano ombra, ed erano un freno alla mia autocrazia. A sedici anni io facevo in casa alto e basso ch'era una meraviglia. Ordinavo a mio talento che si attaccassero i cavalli e che mi si conducesse da qualche amica, o sul Corso a fare spese, davo le disposizioni pel pranzo, preparavo gl'inviti per le nostre festine del Carnovale, e guai se non m'obbedivano! La sarta e la crestaia pendevano da' miei cenni, e il babbo pagava le polizze. O che mio padre era forse un uomo debole? Tutt'altro. Aveva in certe cose una volontà tenacissima; ma erasi fatta tacitamente fra noi una specie di divisione di poteri, onde io non era più una vassalla, ma una viceregina.

Molto persone venivano in casa nostra, specialmente forestieri, raccomandati a mio padre, ch'era uno de' banchieri più rispettabili di Milano e che spesso li tratteneva a pranzo con noi. In quelle occasioni io sfoggiavo tutta la mia abilità musicale, che non era molta, e tutta la mia civetteria, che non era poca, o cinguettavo con singolare compiacenza in inglese o in francese mendicando la lode dei nostri ospiti, e poi gonfiandomene, come un tacchino che fa la rota. Tra lo scendere frequente in banco, e il conversare con negozianti, io andavo acquistando dimestichezza col linguaggio degli affari, e non ancora ventenne seguiva con una tal quale curiosità le oscillazioni dei valori pubblici nei listini di borsa della _Gazzetta_, allora _ufficiale_, di Milano. Avrei potuto divenire una donna alla foggia americana, se non fossi stata immensamente frivola, e non avessi avuto un disdegno teorico pel danaro.

Con centinaia di conoscenti che salivano e scendevano le nostre scale, noi non avevamo che un solo amico di famiglia, il notaio Anastasi. Era un uomo celibe, attempatello, basso, calvo, con gli occhiali d'ottone, piuttosto grosso e tarchiato, che discorreva soltanto dei suoi codici e delle sue procedure, e mi faceva venir sonno ogni volta ch'io lo vedevo. Io sentivo per esso una profonda antipatia, ma era un argomento da non toccarsi con mio padre, che invece ne andava pazzo. E veramente la mia avversione era cieca. Quando se ne levi la noia della sua compagnia, il signor Anastasi non mi aveva usato che gentilezze. Ogni anno al 3 di marzo, cioè al mio anniversario, io mi vedevo arrivare una scatola di dolci e un mazzo di camelie legato da un nastro di raso bianco con le mie iniziali ricamate a oro. Era un omaggio del signor Anastasi che mi si protestava sempre umilissimo servitore, e mi rammentava almeno due volte alla settimana ch'io dovevo contrarre uno splendido matrimonio, poichè aveva una dote di dugento mila lire. La venerazione della ricchezza, che è la malattia del secolo, erasi appiccicata anche al dabben uomo, il quale sapeva far cadere a ogni tratto il discorso sul nome de' suoi clienti più doviziosi e dimenticavasi d'esser miope, quando s'imbatteva per via nella carrozza del conte Berengari suo patrono ed amico. Eppure, vedete, allorchè penso come, a malgrado delle sue debolezze, il notaio Anastasi avesse un'integrità senza macchia, un animo disposto agli affetti, e una lucidissima intelligenza, allorchè penso ciò che gli debbo, io arrossisco d'averlo trattato per sì lungo tempo con una specie di ripulsione. Che torto abbiamo, Lina mia, ad esser troppo esigenti con coloro che ci avvicinano durante la nostra giovinezza! Noi non tardiamo ad accorgerci che i difettucci, verso cui fummo tanto severi, erano una cosa ben lieve a confronto dell'indifferenza, dell'egoismo che ne circondano con l'avanzarsi degli anni.

Io crescevo intanto non solo con le abitudini dell'autocrazìa, ma anche con quelle dell'opulenza. Tavola squisitamente imbandita, scuderia con superbi cavalli, rimesse con carrozze di lusso, domestici in livrea, e perfino un ragazzino, una specie di paggio, a mia intiera disposizione. Ogni autunno mio padre lasciava per un mese gli affari, e mi conduceva a una sua bellissima villa sul Lago Maggiore fra Intra e Pallanza. Quello era il mio paradiso, e non potrò mai dimenticare il terrazzo odoroso di cedri e d'aranci, da cui io fissavo lo sguardo a vicenda sul limpido specchio del lago, sulle incantevoli isolette Borromee e sui calvi cocuzzoli de' monti più alti e lontani. Oh le belle cavalcate lungo la costiera, oh le romantiche gite in barchetta, mentre la brezza vespertina increspava la superficie delle acque e gonfiava la vela! Come mi parevano brevi i trenta giorni trascorsi in mezzo a quell'incanto di cielo!

Sennonchè, ritornata in Milano, altre distrazioni mi attendevano. E così, alternando la vita fra le feste della città e le delizie della campagna, io stentavo a credere che vi fossero al mondo privazioni e miserie: ero liberale per indole, non per simpatia, e la mia mano s'apriva più che il mio cuore.

Non saprei dirvi in quale età intesi susurrarmi le prime parole di galanterìa, ma fu certo prestissimo. Non me ne maravigliai, non me ne commossi; abbastanza accorta da non cadere, abbastanza fredda da non amare. Mio padre, la cui famiglia principiava e compivasi in me, non aveva fretta di darmi marito: io che nella casa paterna ero più assoluta d'una czarina, non mi sentivo punto disposta a mutar domicilio. Ma il notaio Anastasi ripeteva sovente ch'era oramai necessario ch'io mi maritassi, e che se la mia famiglia non aveva eredi maschi, conveniva almeno ch'io dessi a mio padre la consolazione di una nidiata di nipotini. Io lasciavo dire, e ridevo.

Così andarono le cose precisamente fino a pochi mesi prima ch'io compissi i ventiquattr'anni, fino al tempo, cioè, dal quale avrei dovuto cominciare il mio racconto, se non mi fosse sembrato necessario farvi un tantino di prefazione.

Io che sono una vecchia zittella ho il diritto di dirlo: una ragazza di ventiquattr'anni è molto facilmente una creatura antipatica, ed è tale soprattutto quando è ricca e leggiadra. Non vi paia un paradosso. Io ho conosciuto molte donzelle in quell'età critica: ne conobbi anche parecchie di ammirabili, ma erano povere, nobilitate dal lavoro, santificate da un grande scopo nell'esistenza: o una vecchia madre da mantenere, o fratellini da educare, o un affetto da custodire. Però, in generale, a mio parere, ventiquattr'anni son troppi per una ragazza. Quando all'infanzia che ignora, all'adolescenza che sogna, succede l'età che a poco a poco vuol saper tutto e sa tutto, io credo sia giunta per la donna l'ora di diventare sposa e madre. È biasimevole, è turpe il costume di gettar la fanciulla in braccio a un marito appena che ella esca d'un chiostro; ma ciò che lo fa biasimevole e turpe, si è l'aver costretto uno spirito ardente entro quattro mura, in un'atmosfera viziata, in un mondo di pettegolezzi, d'invidie, di gelosie, ove le passioni sviate dal loro alveo naturale si pervertono e guastano miseramente. È certo che una fanciulla cresciuta lì dentro è disadatta a prendere in una nuova famiglia il posto che le si compete, se non fa prima un tirocinio nel mondo reale. Ma chi, come voi, fu educata nelle pareti domestiche, in mezzo allo spettacolo di affetti miti e soavi, chi, come voi, conobbe della vita quel tanto che a vereconda donzella si convenga conoscerne, non ha bisogno, credetelo, di passare attraverso una fase dell'esistenza, in cui si sollevano ad uno ad uno i veli che nascondono il vero. Ora, non dico l'innocenza dei prim'anni, chè sarebbe stoltezza il pretenderlo, ma i pudichi silenzi del labbro, ma la castità incorrotta dell'animo, ma la compostezza dei desiderî e dei modi abbandonano inesorabilmente la fanciulla a una certa età. Senz'avvedersene ella prende parte a discorsi che non le si addicono, senz'avvedersene ella lascia i crocchi dell'altre ragazze per frammischiarsi a quelli delle giovani spose, e nessuno più s'impone al suo cospetto riserbi, che hanno un grande valore anche quando l'ometterli non apprenderebbe nulla di nuovo.

Sebbene io possa dire con legittimo orgoglio di non aver mai violato il decoro della donna, non so ripensare ai miei ventiquattr'anni senza essere scontenta di me. Ma un grande cambiamento doveva in brevissimo tempo operarsi nell'animo mio.

Nell'autunno del 1849 un giovane piemontese, che aveva preso parte alla guerra dell'indipendenza, mi fu presentato nella nostra villa sul Lago Maggiore. Il suo nome era Gustavo: il cognome a voi non importa conoscerlo, a me giova tacerlo. Egli parve a me, ed era infatti, diverso da tutti gli altri giovani ch'io avevo visti fino allora. Nei ritrovi eleganti io m'ero imbattuta, nella parte più frivola della società, in uomini superbi d'un censo, o d'un titolo, o del nodo di una cravatta, o di un paio di baffi bene arricciati, o della grazia con cui sapevano comandare una contraddanza. Gustavo non era bellissimo della persona, ma la sua fisonomia era animata ed espressiva, le sue abitudini serie e studiose, il suo ingegno pronto e versatile, il suo modo di porgere pieno di efficacia e di leggiadrìa. Sfuggiva i convegni clamorosi, e i suoi trattenimenti favoriti erano le lunghe passeggiate solitarie, e la tranquilla e piacevole discussione sui più svariati argomenti. Mio padre strinse amicizia col padre di lui ch'era un possidente piuttosto agiato, e così la dimestichezza fra Gustavo e me fu agevolata da quella che regnava fra i nostri genitori. Quanti giri su e giù nel giardino, che belle mezz'ore trascorse insieme sul terrazzo fiorito, col cielo immenso sul capo, col lago placido ai piedi! In uno all'arte del porgere. Gustavo possedeva quella gentilissima dell'ascoltare, che invoglia alle confidenze, che vince gli sgomenti, che dona l'eloquenza al labbro più impacciato e più timido. Quand'io ero seco, non so se maggiormente mi compiacessi nel seguire i suoi discorsi o nel vedermi prestare orecchio benevolo, mentre parlavo. Una corrente di simpatia si formava tra noi: mi sentivo migliore di animo e d'ingegno, acquistavo la coscienza di un mondo diverso da quello ov'ero vissuta, di un ordine d'idee più elevato di quello, entro i cui angusti confini io m'ero mossa fino a quel punto. E mi dolevo meco medesima della mia educazione frivola e tutta apparenza, e pensavo quanto migliore avrei potuto essere di quei ch'io fossi se mi avessero allevata in modo diverso. A poco a poco vagheggiavo ciò che avea prima spregiato, schernivo ciò che prima era stato l'oggetto di tutti i miei sogni.

Gustavo era per me un uomo così superiore, ch'io, orgogliosa per natura, non sapevo nemmeno concepire la speranza ch'egli potesse abbassarsi fino a me. Quand'egli mi disse d'amarmi, credei morirne di contentezza. Non sono morta, e invece corsi da mio padre, e mi gettai come pazza nello sue braccia. Egli mi accolse sorridendo, e mi disse:

— So tutto.

— Come?

— Sì, certo. Gustavo fa le cose per bene. Credi tu ch'egli ti avrebbe fatta una dichiarazione senza prima parlare con me? —

Io era sì strana, che questa rivelazione mi diede più noia che compiacenza. Un amore che era passato per la trafila dell'autorità paterna mi sembrava meno romantico. Potete immaginarvi che siffatte ubbìe non mi durarono che pochi secondi, e mi abbandonai quindi alla gioia più pura che avessi provato in mia vita.

Fummo fidanzati, e il notaio Anastasi venne a stender la scritta nella nostra villa sul Lago, dove mio padre prolungò di un mese il suo soggiorno. Eravamo allora nell'ottobre del 1849: il matrimonio doveva succedere nel marzo del 1850, e precisamente il 3 di quel mese, il giorno cioè che io compivo i ventiquattr'anni e diventavo maggiore, secondo le leggi austriache allora vigenti nelle provincie lombarde. Portavo in dote al mio sposo la sostanza di 200 mila lire ereditate da mia madre. Taluno fece le meraviglie che mio padre non contribuisse dal suo lato ad arrotondare la somma: quanto a me, la cosa riusciva affatto indifferente. Gustavo aveva fretta di ammogliarsi, non solo perchè mi amava, ma perchè il tempo voleva così. Non istupite. È indicibile il numero dei matrimoni successi nei primi tempi che seguirono le peripezie del 1848-49. Il grande dolore di tutta la nazione per le catene ribadite, pei disinganni sofferti, pareva additare come unico porto la famiglia. Il momento d'una riscossa appariva a' più speranzosi come cosa remota: bisognava cercar l'oblio dei dolori pubblici nelle gioie tranquille delle pareti domestiche.

Lina, non occorre ch'io vi dica quante commozioni, quante dolcezze provi una fidanzata che ami davvero il futuro compagno della sua vita. Io m'ero prefissa uno scopo, quello di divenir per ogni lato degna di Gustavo. Non era soltanto l'amore, era anche l'ambizione; però, non me lo negherete, un'ambizione nobile e pura. Mi accinsi allo studio coll'ardore di chi deve farsi uno stato. Nelle lingue avevo cercato fino a quel momento la vernice che vuolsi dalla società: allora invece procurai d'intenderne l'indole, di conoscerne la letteratura, e ogni sera io comunicavo le mie impressioni a Gustavo, pendendo con trepida riverenza da' suoi giudicî. Egli rivedeva i miei quaderni, raddrizzava le mie idee, mi confidava le lotte che s'erano agitate nel suo pensiero, e l'assiduo alternarsi di focosi entusiasmi e di gelidi scoramenti, m'intratteneva delle sue rimembranze scolastiche, de' suoi trascorsi infantili; tutto con una grazia, di cui non ricordo l'uguale. Poi si discorreva dell'avvenire, e il fantasticare non aveva confino. Però il presente era per me il tipo ideale della felicità, e dopo che l'immaginazione stanca e trafelata aveva raccolte le ali, io concludevo che noi non dovevamo fare altro che rimanere così. In questo punto non eravamo d'accordo. Gustavo era ambizioso: egli mi diceva che un uomo devo spingersi innanzi, e che la stima di cui si gode e l'autorità che si possiede sono elementi essenzialissimi di felicità. Sopra un'altra cosa v'era dissidio fra noi. Si discorreva un giorno di ricchezza. Io chiesi: — Che cosa importa esser ricchi? — Baie! — mi rispose Gustavo; — tuttociò che porge modo, sia di soddisfare i proprî desiderî legittimi, sia di aiutare gli altri, è da tenersi in gran conto. Ricchezza vuol dir potenza, e la potenza, quand'è bene usata, è cosa da non apprezzarsi mai abbastanza. — Gustavo aveva ragione: pure m'infastidiva che i suoi discorsi fossero sempre così assennati, e ch'egli fosse così positivo. È vero ch'egli aveva ventott'anni e non era un bambino; ma un po' di giovanile spensieratezza sarebbe stata sì bella!

In me era accaduta una trasformazione singolare. Nella mia adolescenza io avevo divorato centinaia di romanzi, nè per ciò aveva mai manifestato un'estrema sensività. Appena fidanzata, mi ero messa sul sodo, mi ero accinta a letture serie, e da un punto all'altro, quando meno si sarebbe aspettato, sentii destarsi in me l'amor del fantastico. Non so rendermene ragione se non supponendo che la mia intelligenza sonnecchiasse, per risvegliarsi soltanto quando l'amore fece nascere in me la passione dello studio. Pare che lo spirito, entrato tardi in possesso delle sue facoltà, si diriga per quella via che è più consentanea a' suoi gusti senza badare alla voce ed al freno che vorrebbero condurlo. Un grande ingegno guidato da una grande volontà è uno spettacolo degno d'ammirazione; è Bucefalo che obbedisce alla mano di Alessandro, ma, bisogna confessarlo, è uno spettacolo raro. Molti riescono a star bene in sella, ma gli è che invece di cavalcare un destriero cavalcano un asino.