Racconti e bozzetti

Part 16

Chapter 163,581 wordsPublic domain

A poche miglia da Lozzo trovi una specie di chiusa detta dei Treponti. La strada si biforca: il braccio destro entra nel Comelico, il sinistro va verso Auronzo. Dalla destra viene impetuosissima la Piave e in quel sito accoglie le acque d'un altro torrente, che scende dal lato opposto, l'Ansei. Il nome dato a quel luogo è dovuto appunto a tre ponti di pietra, o, a meglio dire, a un ponte che si tripartisce e con due delle arcate traversa le fiumane ancora divise, con la terza le valica dopo il loro connubio. Tutto intorno sorgono monti alti e scoscesi, fitti d'abeti sulla sponda dell'Ansei, aridi e nudi su quella della Piave, quantunque chi penetri nel cuore del Comelico veda nuovamente imboscarsi il terreno. In questa gola si combattè nel 14 agosto 1866 l'ultima scaramuccia fra Italiani ed Austriaci. Venivano questi da Auronzo sotto il comando del generale Mensdorff Pouilly, ed erano in numero di 4000, impazienti di forzare il passaggio, ignari ancora dell'armistizio concluso due giorni innanzi. Avevano a fronte pochissimi volontari cadorini, male vestiti e male armati, che, sebbene colti alla sprovveduta, opposero una pertinace resistenza, spargendosi qua e là dietro gli abeti lungo il dorso del monte che bagna le falde nell'Ansei, e mantenendo un fuoco micidiale da bersaglieri contro le masse nemiche. Vi furono da ambo i lati morti e feriti, vittime inutili d'una lotta che non aveva più scopo. Un oste del luogo, vecchio coi capelli bianchi, certo più che sessantenne, che quel giorno aveva anch'egli brandita la sua carabina e preso parte alla pugna, me ne disse le vicende con ardor giovanile, e l'inatteso approssimarsi degli Austriaci, e lo sgomento delle donne, e il piglio risoluto dei _nostri_, e il primo sangue versato, e il giungere al campo austriaco d'una staffetta portante la novella dell'armistizio. Come mi piaceva sentire in bocca al valoroso vegliardo quella frase — _i nostri!_ — Com'era bello quel suo infiammarsi nel racconto del breve conflitto! Certo nell'animo di lui non era sceso ancora lo scoramento, onde quasi menano vanto tanti Italiani. La luna di miele della libertà dovrebbe durare secoli: a noi sembrò più dicevole di chiuderla nella cerchia coniugale d'un mese e di atteggiarci poscia a mariti noiati.

In Cadore il patriottismo è sano e vigoroso, convinto che dopo aver toccato una mèta

Ch'era follia sperar

sarebbe delitto il mettere a repentaglio gli acquistati beni con le discordie intestine e con le violenti diatribe, convinto che non v'è gloria passata che basti a far perdonare la colpa di porre a cimento le sorti della propria contrada. Perciò in quella terra veramente eroica, in mezzo a quegli uomini veramente d'azione, non mi accadde di sentir vituperato il Governo come solevasi dell'austriaco, nè di veder fatti segno al pubblico sprezzo tutti coloro che sorsero a qualche rinomanza in Italia. I difetti delle nostre amministrazioni e de' nostri uomini si conoscono in Cadore non meno che altrove; ma i lamenti che se ne muovono non prendono quel tuono d'acrimonia che distingue in molte parti della Penisola le opposizioni, nè indossano quel manto d'intolleranza che nega il patriottismo a chiunque si faccia lecito di non osteggiare l'Autorità. E ciò che più conforta chi giunge dalle città atrabiliari e dalle campagne indifferenti della pianura, si è la pienezza della fede nei patrî destini, si è il sentirsi affollati d'interrogazioni sulle vicende politiche e sull'avvenire economico del paese; non già da ricchi possidenti del luogo, ma da poveri coloni, che una cinquantina di miglia più in giù non saprebbero se non assordarci di piagnistei sulla malattia delle uve e la gravezza delle imposte.

Oserò io dirlo? A quest'ultimo lembo della Penisola che, in ogni moto di popolo, fu o un covo d'insorti, o un rifugio di profughi, a questa regione alpina, ove dai 1848 al 1866 si congiurò in ogni casa, giovò forse non esser gonfiata dagli articoli del giornalismo e dalle arringhe dei _meetings_. Che pur troppo sinora in Italia pubblicisti e tribuni fecero più male che bene alla patria. Come que' membri dei consigli di disciplina della Guardia Nazionale che vestirono la divisa di giudici, perchè non volevano aver le noie di militi, così una gran parte di essi assunsero l'ufficio di dispensatori di luce per ismettere l'uniforme di cittadini, per sottrarsene ai doveri, per giustificare coi fremiti furibondi i tepidi e patologici affetti.

E adesso, chiudendo la parentesi, rimettiamoci in via, e dai Treponti dirigiamoci al punto estremo del nostro pellegrinaggio, ad Auronzo. Dopo Treponti si perde la compagnia della Piave, che, come abbiam visto, vien giù dal Comelico, e la strada solitaria costeggia sempre l'Ansei, passando in mezzo a un bosco di abeti. Uscendo dal fitto degli alberi, ti si apre al guardo un altipiano di ricca e bella verdura, cinto, ma non oppresso da monti, in mezzo al quale spiccano le candide muraglie della chiesetta d'Auronzo e i tetti bassi ed affumicati delle capanne di legno. Pieve arieggia uno de' soliti borghi della pianura, Tai è composta di poche case, Calalzo non è che un gruppo di meschini tugurî; ma Auronzo, paesotto piuttosto grosso e diviso in due parti (_villa piccola_ e _villa grande_), ha un suo aspetto particolare con quelle abitazioni quasi tutte di legno, con que' vicoli che salgono con leggiero declivio sul pendio d'un monte, con quei mulini che vi romoreggiano mossi dalla corrente, con quell'abbondanza di acqua che vi zampilla in fontane, vi scorre in ruscelli, vi mugge in torrenti. Nella mia qualità di cittadino delle lagune, al veder tanta ricchezza di fonti, intorno alle quali le fanciulle d'Auronzo, ignude le braccia, piegata la persona, s'affaccendano a fare il bucato, pensai all'interminabile questione dell'acquedotto veneziano, lunga come quella d'Oriente, complicata come quella dello Schleswig-Holstein, e invocai sulla mia patria una vena della linfa cadorina per far tacere una volta il cicaleccio e spegnere gl'incendi del nostro giornalismo.

Chi lo direbbe? Anche Auronzo «la divisa dal mondo ultima _Auronzo_» ha una questione municipale. Qua e là vidi scritto col gesso — _Abaso il segetario_, — e deplorai vivamente che nessun giornale del luogo potesse con sagge e temperate polemiche, come si costuma fra noi, illuminare l'opinione pubblica, e che gli abitanti d'Auronzo non avessero alcun _organo indipendente_, su cui far valere le loro ragioni. È davvero una cosa umiliante, tanti secoli dopo Panfilo Castaldi e il Guttemberg, di non possedere un torchio e una scatola di caratteri di stampa, coi quali annunziare a tutti i popoli della terra che i propri concittadini son ladri e balordi, egoisti quando rifiutano i pubblici uffici, impudenti quando gli accettano.

Frattanto alcuni degli abitanti d'Auronzo cercano consolarsi della grave mancanza, formando un nucleo di società, che per sì piccola villa è veramente prezioso. Si radunano in dieci o dodici in una specie di gabinetto di lettura, ove ricevono i giornali di Venezia e di Firenze, e così, giuocando e ciarlando, ingannano le lunghissime sere d'inverno, e non si coricano che a mezzanotte, cosa da fare stupire chi consideri che in alcuni mesi dell'anno il sole non rischiara quella valle per più di tre ore al giorno, e una lastra di ghiaccio copre costantemente le vie.

Una questione ben più grave della municipale tiene sospesi gli animi in Auronzo, ed è quella della divisione dei boschi. In tutto il Cadore la maggior parte della proprietà boschiva è in mano ai Comuni, ma tra i Comuni più ricchi v'è quello d'Auronzo, ove, per singolare contrasto, la popolazione è poverissima, e s'è avvezzata ormai a vivere di sussidî. Ivi noi vediamo una miniatura del _pauper_ inglese, dell'uomo cioè che, nella piena vigorìa dell'età, rinunzia alle compiacenze del lavoro per chiedere burbanzoso i sussidî del suo Comune, come si chiede una imposta. Perciò alcuni opinano che sarebbe saggio consiglio di venire a un riparto dei boschi, i quali, dicendosi comunali, sono, a rigore, proprietà dei singoli abitanti. Ma un provvedimento sì radicale incontra gagliardi oppositori, mentre sembra a molti che questa specie di legge agraria rovinerebbe il paese, affidando la conservazione dei boschi a gente cupida di farne danaro, e improvvida quindi dell'avvenire, e dimentica, o per accidia, o per ignoranza, di quelle cure che un tal genere di proprietà richiede. I boschi sarebbero distrutti, e con essi la principale, l'unica fonte di ricchezza del luogo, e i coloni tornerebbero al vecchio mestiere di poveri, senza poter affidarsi all'antica liberalità del Comune, ormai esausto di mezzi. Vorrebbesi quindi da molti che la proprietà rimanesse indivisa qual'è nelle mani del Municipio; ma che questo, anzichè volgerne i profitti a mantenere un accattonaggio legale, sapesse convergerli a far sorgere fonti di lavoro agli abitanti, a promuovere, per esempio, l'industria mineraria, ristretta ora alle vicine cave di zinco. Di tale questione, che si dibatte in Cadore con una vivacità che sente dell'acrimonia, io mi son fatto semplice espositore: confesso però che mi sembrerebbe incauto non poco un riparto di beni fra una popolazione che non diede caparra alcuna di alacrità, ma fu avvezza sinora ad aspettare la manna dal cielo.

Ed ora, giunto al termine della mia rapida corsa, dedicherò brevi pagine, se il lettore me lo assente, ad alcune considerazioni generali, le quali suppliranno alle immense lacune descrittive della mia monografia. Nella medesima guisa, quando al teatro, per una ragione o per l'altra, il capocomico non può far rappresentare l'ultimo atto d'una commedia, manda uno dei suoi subalterni ad annunziare al colto pubblico e all'inclita guarnigione che vi supplirà con una farsa non compresa nel programma. Per solito il pubblico fischia; io ti prego, o lettore, di non fare altrettanto, se in luogo di condurti in Comelico, o al bosco di Somadida, o al pensile lago di Mesurina, dove si mangiano di ottime trote, ti ammannisco una piccola dissertazione economica. Tu non ignori che ormai l'economia politica è diventata uno di quei pascoli comunali, ove una volta ciascuno menava gli armenti senza pagar nulla a chicchessia. Come cent'anni fa si scriveva un sonettino od un madrigale, così adesso si scrive una Memoria sul pauperismo, sul risparmio e sul sistema cooperativo. Lasciami pagar questo tributo al mio secolo.

IV.

Un'erudizione a buon mercato. — La proprietà e l'amore dei litigî in Cadore. — I boschi. — L'oligarchia dei negozianti di legname. — Loro spirito stazionario. — La _tariffa_ dei legnami. — I _punti neri_ del commercio cadorino. — Progetti per arrestarne la decadenza. — La pastorizia. — Necessità di diffonderla. — Una dissertazione economica a proposito di un _beefsteak_. — Le attitudini dei Cadorini. — Perorazione finale.

Comincio con facilissima erudizione. Il Cadore, come tutti sanno, è situato nel Settentrione delle provincie venete, e forma parte del Bellunese. Posto sulla pendice delle Alpi Rezie, è una delle cittadelle naturali d'Italia. Dopo varie vicende, fece nel 1420 atto spontaneo di dedizione alla Repubblica di San Marco, dalla quale ebbe in cambio ampli privilegî ed una larghissima autonomia, che avvezzando il popolo al governo della cosa pubblica ne acuì maggiormente la pronta e sottile intelligenza. Può dirsi anzi che Venezia non esercitasse sopra il Cadore che un semplice protettorato. Il paese si reggeva con leggi proprie: la sua _Magnifica Comunità_, eletta per centurie a suffragio di popolo, radunavasi in Parlamento ogni mese e costituiva il potere legislativo, mentre il potere esecutivo era affidato a quattro _Consoli_ e ad un _Vicario_, nominati dallo stesso _Consiglio_. Rappresentava la Repubblica un _Capitano_ residente nel Castello di Pieve, il quale assisteva bensì alle adunanze del _Consiglio_, ma senza diritto di voto. Quest'ordine di cose durò fino al 1797. Indi i Cadorini seguirono le alterne fortune di Venezia, alla quale li stringe inalterabile affetto e dal cui risorgimento economico molto s'aspettano. Il numero degli abitanti è ora di circa 40,000, ripartiti in cinquanta villaggi, gente robusta di membra e di spirito, calda di nobili sensi, immaginosa, faconda, ospitale; vero fenomeno per chi conosce il gretto contado della pianura veneta. È raro il Cadorino che non sappia leggere, e, cosa mirabile, il Comune di Pieve manteneva scuole pubbliche fino dal 1300! Ed è pur difficile trovar quivi chi non possieda un campicello e una casa, tanto vi è divisa la proprietà. Ne derivano vantaggi e danni: citerò fra questi lo scarso progresso dell'agricoltura e la smania de' litigî, che pare congenita nel piccolo possesso e che qui s'alimenta dalla sottigliezza dialettica della popolazione, la quale cita il Codice a memoria e ne discute gli articoli; tantochè se il Racine fosse stato in Cadore, si direbbe ch'egli vi avesse trovato i tipi dei suoi _Plaideurs_. A tante cause non bastano i pochi avvocati, e un discreto numero di legulei va ronzando intorno ai bisticciantisi, e soffia nel fuoco, e prolunga le questioni fuor di misura.

La produzione agraria del Cadore supplisce appena al consumo di due o tre mesi, onde non è concesso agli abitanti di vivere dei frutti del possesso, e devono impiegarsi nei boschi o negli edificî di seghe.

I boschi fanno la vera ricchezza del Cadore e occupano una superficie di pertiche censuarie 718,089:44.[4] Sono per la massima parte proprietà dei Comuni o delle Chiese: alcuni sono di privati: uno solo, quello di Somadida, appartiene all'Erario, per dono fattone dalla Comunità cadorina alla Repubblica veneta nel 1463. I Comuni, di triennio in triennio, aprono le aste per vendere i loro prodotti boschivi, e negli anni addietro i negozianti che vi concorsero, vi fecero immensi profitti, onde in mezzo al possesso frastagliato, alle consuetudini democratiche del Cadore, si costituì un'oligarchia di famiglie opulenti. Sennonchè le dovizie assai rapidamente accumulate hanno seco gravi inconvenienti, quello fra gli altri grandissimo di assopire le ardite iniziative, di non tener desto lo spirito ai bisogni e alle mutazioni dei tempi. Questo è un rimprovero che, salvo alcune eccezioni, può farsi ai ricchi negozianti del Cadore. Essi non hanno inteso la legge di progresso che governa tutte le cose, e videro in ogni innovazione un'insidia alla loro supremazìa. Citerò un fatto. Per insinuazione di alcuni di loro venne, durante il dominio austriaco, sospesa per qualche tempo la linea telegrafica di Tai, la quale, rendendo di pubblica ragione giorno per giorno il listino della Borsa di Vienna, li disturbava in certi loro affari di cambio. Le così dette _tariffe_ dei legnami sono uno specchio fedele della stazionarietà cinese di questa gente. Quali erano cinquant'anni fa, tali sono adesso. La loro unità di valore è la lira austriaca, la loro unità di misura è il _bollo_ e l'_oncia_, la loro lingua è il dialetto veneziano, tantochè vi vedi scritto _Refudi_ invece di _Rifiuti_, _Roversi_ in luogo di _Rovesci_. Le cifre sono immutabili; ma siccome anche i legnami vanno soggetti alla legge dell'offerta e della domanda, così le variazioni di prezzi si convertono in aumenti o ribassi dalla tariffa. I legnami scelti che vanno per la Puglia subiscono un aumento, che oltrepassò qualche anno fa il 22 per cento, ed oggi è dal 15 al 20: la massa però va soggetta a un ribasso, che talvolta supera il 26 ed il 30. Comunque sia, un forestiero che consulti la tariffa, principia col non intendere l'idioma, in cui essa è scritta, e, quando se l'è fatta spiegare, termina col saperne quanto prima, perchè gli manca il dato regolatore dell'aumento e del ribasso. Così una _tariffa_ di legnami, assurda nel suo titolo, perchè tariffa significa immobilità, assurda nella sua lingua, nelle sue misure e nella sua moneta, che non sono nè la lingua, nè le misure, nè la moneta italiana, esige almeno altrettanti commenti, quanti ne voglia uno de' canti più astrusi della _Divina Commedia_.

È naturale che con tanta grettezza e con tanti intralci un commercio non possa a lungo prosperare, ed infatti il commercio cadorino è seriamente minacciato. Su molti degli antichi mercati il legname del Cadore trova la concorrenza formidabile di quello della Stiria, della Carintia, del Tirolo, della Norvegia, e persino dell'America, e non è che la robustezza della sua fibra, e un po' anche la tradizione, che gli consentano di mantener con decoro la lotta. Qui pure la strada ferrata ha prodotto una rivoluzione. I legnami della Carintia e del Tirolo, appena recisi, vengono messi nella strada ferrata, e non subiscono quindi nè la perforazione ai due capi, che produce una perdita per ogni pezzo, nè i ritardi d'un viaggio fluviale, nè i danni della troppo lunga immersione; a quelli della Norvegia e dell'America giova il modico prezzo, a tutti il sistema più semplice di contrattazione.

Credo sarebbe vana speranza quella di rimettere nell'antico suo fiore il commercio dei legnami cadorini. Nel Levante, nelle Isole Jonie ed altrove, esso godeva di una specie di monopolio, perchè le tradizioni onnipotenti della Repubblica di San Marco ne incatenavano il commercio alle antiche vie, e perchè i mezzi imperfetti di comunicazione rendevano o difficile, o impossibile la concorrenza straniera. Ma è opera gettata l'affannarsi sulle tracce dei monopolî perduti. Ormai non si può impedire che Trieste, la quale, favorita per tanti anni dal Governo austriaco, e, diciamolo pure, anche dalla maggiore operosità de' suoi abitanti, sorse vigorosa a fronte della nostra Venezia, continui ad approfittare della strada (_Südbahn_ e sue diramazioni) che la congiunge alla Carintia e alla Stiria, ed a spargere co' suoi vapori i legnami lungo le coste adriatiche e mediterranee; nè si può arrestare la concorrenza dell'America, che, sbarazzandosi con la scure il cammino verso l'Oceano Pacifico, slancia in Europa le reliquie delle foreste che le facevano impaccio, e vince col basso prezzo gli ostacoli delle distanze e dei noli. Il commercio dei legnami in Cadore ha tre _punti neri_; il prezzo superiore a quello delle altre provenienze, la lentezza del trasporto, la perforazione delle tavole. La prima difficoltà è forse la meno ardua a superarsi, perchè i Comuni possono ribassare il prezzo dei loro prodotti boschivi, e i negozianti devono contentarsi di men lauti profitti in un tempo, nel quale ogni traffico vede assottigliati i proprî utili, ed è legge inesorabile lavorar molto per guadagnar poco. Più malagevole sarà l'accelerare il trasporto e il lasciare intatte le tavole, perchè ad ottener ciò converrebbe poter valersi della strada ferrata. Ora un tronco di strada ferrata che da Conegliano per Vittorio si spingesse direttamente attraverso il Cadore e andasse ad unirsi col ramo della Pusteria, divisato dall'Austria per arrivar poscia alla linea del Brennero, sarebbe certo cosa immensamente proficua, ma non conviene dimenticare gli ostacoli e il dispendio d'una tale impresa, che dovrebbe far superare ai convogli pendenze assai forti. Nondimeno varrebbe certamente la pena che gli uomini dell'arte studiassero il problema, e vedessero se i vantaggi di questa linea ferroviaria non ne compenserebbero in larga misura la spesa. Un altro disegno, assai degno di menzione, è quello di fondare in Venezia un grandioso edificio di seghe a vapore. Con un deposito sempre compiutamente assortito, con un lavoro non interrotto, esso ovvierebbe al gravissimo inconveniente del ritardo che soffrono ora le commissioni date in Cadore pegl'intralci naturali della fluitazione, aumentati talora o dai ghiacci, o dall'improvviso ingrossamento delle acque; tantochè, mentre chi si provvede in Stiria, in Carintia, in Tirolo, sa, per così dire, il giorno preciso, nel quale riceverà la sua merce, chi l'aspetta da Perarolo o da Longarone deve acconciarsi a imprevedibili indugî. Non fa mestieri di spender molte parole per dimostrare che un opificio di questo genere produrrebbe una rivoluzione nel commercio del Cadore. L'esattezza e la celerità del lavoro, il risparmio della mano d'opera dovuto all'azione dei grandi motori meccanici, basterebbero di per sè soli a dar la prevalenza al nuovo opificio in confronto di quelli ch'esistono lungo la Piave: vi si aggiungerebbero però altri vantaggi di non minore importanza. Sparirebbe la perforazione, perchè il legname, anche arrivando ugualmente per via fluviale, sarebbe affidato alla corrente in tronchi anzichè in tavole, e i singoli pezzi potrebbero quindi venir commessi insieme in modo diverso: si conserverebbe la bianchezza apprezzata su molti mercati, e, per ultimo, sarebbe evitato il deperimento che la tavola subisce per la fluitazione sino a Venezia. Ma, d'altro canto, non v'ha dubbio che interessi particolari verrebbero offesi, e il capitale fisso investito negli edificî di seghe soffrirebbe un subitaneo deprezzamento. Quanto ai lavoranti, essi potrebbero o trasferirsi in Venezia, ove il nuovo opificio offrirebbe loro più larghe mercedi, o attendere ai depositi di legname, che rimarrebbero in Cadore. Comunque sia, ammettendo pure la possibilità d'una crisi passeggiera, non sarebbe da combattersi a questo titolo un'utile iniziativa; solo converrebbe provvedere a quei modi che rendessero meno penosa la transizione.

A tal uopo nulla sarebbe più opportuno che il vivificare le altre fonti di ricchezza del Cadore. Chi percorre questa regione alpina, ammira, negl'intervalli lasciati dai boschi, la bella e ricca verdura stendentesi talvolta sino alle estreme giogaie dei monti elevati, e non sa intendere come non abbia ad esservi in fiore la pastorizia, e come il paese non sia la cascina del Veneto. La Scozia e la Svizzera s'affacciano spontanee al pensiero del viaggiatore; la Scozia e la Svizzera, che hanno col Cadore tanta analogia di paese e sono entrambe sì rinomate pei loro pascoli e per la bontà delle carni, del latte, dei burri e dei formaggi che producono. Il Cadore non può, certo, aspirare a gareggiar con esse da questo lato, perchè sarebbe follìa che esso atterrasse i boschi per coltivare a prato i terreni; ma forse gli converrebbe sfruttar meglio i pascoli esistenti, importando nuovo bestiame, e soprattutto fornendosi delle razze migliori che gli mancano affatto. La pastorizia, la quale rappresenta uno dei primi passi della giovane umanità, è tornata in singolare onore presso i popoli più innanzi nell'incivilimento, dappoichè gli scienziati hanno scoperto che le nazioni sono tanto più potenti, quanto maggiore è la quantità di _beefsteaks_ che consumano. E siccome è impossibile esigere che il cittadino mangi _beefsteak_ solo per patriottismo, conviene che gli si ammanniscano carni abbastanza saporite da mettere d'accordo il suo palato con la sua coscienza. Queste ed altre considerazioni io faceva meco medesimo al cospetto del _beefsteak_ che vidi portarmi alla locanda di Tai e che, fisiologicamente, sarà stato un buon riparatore di forze, ma, gastronomicamente, non era un buon cibo; ciò che prova che l'allevamento del bestiame è ancora indietro in Cadore.