Racconti e bozzetti

Part 14

Chapter 143,873 wordsPublic domain

Lettore carissimo, se per avventura tu visiti le segherìe del Wiel, e il cortese ed intelligentissimo direttore dell'opificio t'invita a una breve sosta nella casa del proprietario situata a pochi passi di là, non te lo far dire due volte: accetta l'invito, ed entrato che tu sia nel salotto terreno di quella semplice, ma elegante dimora, affacciati alla finestra e guarda dinanzi a te. A' piedi ti corre la Piave e si perde via via nell'ampia vallata; al tuo fianco è l'edificio di seghe coi suoi diversi scompartimenti, col suo moto vario, continuo, operoso, e tutto intorno scorgi monti o vestiti di verde, o aridi e ignudi, o per la lontananza vaporosi e sfumati, o coperti la cima di nevi. Quel piccolo borgo alla tua sinistra, proprio sulle sponde del fiume, è Codissago, abitato tutto da conduttori e costruttori di zattere. Son veri anfibî, e a ogni tratto li vedi lanciarsi nell'acqua e immergervisi fino alla cintura, sia per imprigionare una tavola che si è divisa dalle compagne, sia per ravviare la zattera impacciata in qualche sinuosità della riva: poi ripigliano il loro posto affidando al sole, se c'è, la cura di rasciugare i loro panni grondanti. Alcuni di essi appartengono a opificî che si trovano più in su nel Cadore; e dopo poche ore di sonno devono nel colmo della notte abbandonare la loro casetta di Codissago e dirigersi verso Perarolo lungo il cammino deserto, ove non altro che lo scrosciar del torrente risponde al suono uniforme dei loro passi. In mezzo a questa esistenza che non conosce riposo si fanno modeste fortune, e fra gli abitanti di Codissago vi sono famiglie agiate, che non abbandonano però il mestiere paterno e la zattera tradizionale.

Volgendo ora lo sguardo dal lato opposto, scorgi sul pendìo d'un monte il campanile e la chiesa di Longarone, e più in alto e sospese quasi sulla tua testa come nidi di rondini le villette di Pirago, d'Igna, di Crosta, che a chi le mira dal basso paiono volersi precipitar giù e prendere un bagno nella Piave. Ma se questa voglia del bagno non se la possono cavare, fanno la cura della doccia e si lavano il capo abbondantemente nelle irrefrenate pioggie d'autunno. Sul dorso del monte si distinguono i solchi profondi scavati dall'acqua, a cui non bastano più gli sfogatoi consueti, e vi fu un anno, nel quale un piccolo diluvio afflisse que' luoghi e poco mancò che uno scoscendimento della roccia non travolgesse nel fiume quei gruppi di case. Certo che in novembre una gita colà non deve aver soverchie attrattive; ma nel maggio un vero soffio primaverile anima tutta la valle, e ti seducono come una cara promessa gli alberi fruttiferi in fiore, e i tralci ricchi di pampini, tanto più belli a vedersi inquantochè siamo nel punto estremo, in cui alligni la vite da questa parte d'Italia.

Chi, dalla Punta, ascende l'erta che mette a Castello, non può resistere alla gran tentazione che ha rovinato Orfeo e la moglie di Lot, quella cioè di guardare dietro a sè e godere ancora una volta del magnifico panorama. E quanto più in alto egli sale, tanto più il quadro gli si presenta compiuto, sinchè un gran martellar sulla pietra che gli ferisce le orecchie richiama ad altri oggetti la sua attenzione. Siamo a Castello, il paese degli scalpellini. La pietra dura che si trova in grembo a quei monti ne alimenta l'industria, e viene anche esportata per la costruzione di vasche per fontane e di pilastri solidissimi, uno de' quali regge imperterrito un ponte sulla Piave, proprio in faccia alla casa del Wiel. Gli abitanti di Castello sortirono una speciale attitudine all'architettura, e le case del villaggio furono edificate di loro mano, e non mancano di regolarità e di buon gusto. Certo essi non possono avere attinto che dallo spettacolo della natura il senso artistico che li governa. Parrebbe a prima vista che delle arti diverse l'architettura fosse quella che meno dovesse ispirarsi agli aspetti stranamente mutevoli del mondo esterno, ella che tende a costringere l'ideale nel letto di Procuste d'una linea castigata e severa; ma v'è nella natura un così ammirando conserto di amabile varietà e di rigida simmetria, che il compasso può trovarvi le sue proporzioni nella guisa medesima che il pennello vi trova i colori. Chi ne dubitasse, non ha che a considerare la relazione che passa fra i grandi stili architettonici e la natura de' paesi ov'ebbero origine. Non era soltanto l'allegria spensierata e voluttuosa dell'Olimpo greco che faceva sorgere i tempî, modelli di grazia e di venustà; il capitello corintìo fu, dicono, suggerito da un vaso di fiori, e furono certo i pergolati odorosi, ove le fanciulle menavano in giro le danze, che insegnarono a curvare in arco la pietra, e diedero il tipo ai lunghi colonnati fuggenti. E così non era soltanto lo spiritualismo cristiano che creava le chiese gotiche misteriosamente solenni: nella guglia eminente che fendeva le nuvole era un ricordo dei nordici abeti; nella oscurità del sacro recinto era una reminiscenza delle patrie selve, contese ai raggi del sole.

Sennonchè ai poveri abitanti di Castello non cadde certo in pensiero di essere iniziatori d'una rivoluzione nell'architettura, nè di edificare monumenti durevoli nel loro umile villaggio. Manca loro lo studio, manca il moto assiduo d'una civiltà che ne fecondi l'ingegno, e devono sudare per vivere alla giornata. Alla popolazione che s'addensa non forniscono più sufficiente lavoro le cave di pietra, e ogni anno, a dieci, a venti per volta, quegl'industri alpigiani abbandonano il loro paesello e trasmigrano per lo più verso la Transilvania, ove s'impiegano come manovali nelle strade ferrate che si stanno costruendo. Mi dicevano, che in non lungo tratto di tempo fossero partiti da Castello oltre a 700 abitanti.

E adesso, o lettore, ne partiremo noi pure, non già per recarci in Transilvania, ma per entrare in Cadore, di cui siam giunti alla porta. Ora soltanto s'alza la tenda: finora non abbiamo assistito che alla sinfonia, ma era la sinfonia del Guglielmo Tell.

II.

Si entra in Cadore. — Termine. — Gli abeti ed i larici, e studî psicologici relativi. — Rivalgo e la difesa del Cadore nel 1848. — Pietro Fortunato Calvi. — Perarolo. — La chiusa dei legnami. — Tai e il suo albergo. — L'oste di Tai e il giuoco delle palle. — Il cappello degl'impiegati regi in Italia. — Scorsa nell'interno del paese. — Il monte Antelao. — Un'ora di passeggiata sulla strada d'Ampezzo. — Pensieri malinconici.

Chi discorre de' paesi nordici senz'averli mai visitati non sa farsi altra idea che di nevi perpetue e di desolati scopeti, e ignora le grazie infinite, e le belle tinte, e i vaghi splendori di una natura settentrionale. La natura è una elegante damina che ha il suo guardaroba d'estate e il suo guardaroba d'inverno, e riesce seducente del pari circonfusa di pelli, o ravvolta di bianchi veli ondeggianti. Di là da Castello ella è in _deshabillé_ affatto: ha smesso il vecchio manto senza indossare il nuovo: la si direbbe quasi peritosa di vestir l'aspetto d'altri climi in una terra così profondamente italiana. E la via corre fra montagne alte, e dirupate, e sterili, ove appena tra sasso e sasso spunta qualche filo d'erba germinato per caso dagli atomi fecondi ivi deposti dal vento. La Piave gorgoglia a una certa profondità sotto il livello della strada, ma la senti senza poter vederla, celata com'è dalla configurazione del terreno. Qua e là un'apertura nella roccia t'indica che sei a una delle cave di pietra, e difatti il suono argentino dello scalpello ti ferisce l'udito e ti accusa la vicinanza di operai invisibili.

Non passa molto però che tu esci da quelle Forche Caudine, e la scena si allarga notabilmente. A Termine, che è il primo paese del Cadore per chi viene dalla parte di Longarone, il letto della Piave si amplia, e monti men desolati succedono alle squallide crode sospese sul capo del viaggiatore durante il breve tratto dopo Castello. Un ponte di legno attraversava una volta il fiume in quel punto, mettendo dalla parte opposta alla strada maestra: ora non ne rimangono che frammenti nei tratti ove l'acqua corre più profonda. Il resto si passa a guado, e mi ricordo d'aver visto delle villanelle che vi diguazzavano fino alle ginocchia con infantile voluttà. Dalla cima del monte scende un'abbondante cascata.

A mano a mano che tu procedi, la corrente ti move incontro più rapida e vedi passarti innanzi con la celerità della slitta le zattere uscite dall'uno o dall'altro degli opificî che si succedono lungo tutta la via.

Ed ecco lentamente le pendici di quelle alture si imboscano, e l'aria odorata di resina ti venta sul viso, e ti sorgono maestosi dinanzi allo sguardo l'abete ed il larice. Chi non conosce questi due bellissimi alberi, a cui toccò in sorte la forza e la grazia? Chi non conosce il colore delle loro foglie, e la simmetria mirabile di quei rami che vanno lentamente digradando sino al vertice e danno alla pianta l'aspetto della piramide? L'abete col suo verde cupo ha qualche cosa di più maestoso e fantastico: la pallida tinta del larice ti attrae e ti riposa più dolcemente la pupilla. Sono alberi aristocratici, e per dirti una mia bizzarra similitudine, a vederli l'uno vicino all'altro e' mi rendono immagine di svelte coppie di ballerini che s'avanzano a passo di _quadriglia_. L'abete è il _cavaliere_ in cerimonioso abito nero, il larice è la _dama_ che tiene sollevate le falde del bianco vestito per non averne impaccio alla danza. Non mescetevi ai loro convegni, o semplici e modeste piante della pianura e del colle: se vedeste com'essi guardano dall'alto del loro blasone perfino i tassi e le mughe, che pur sono della famiglia! Son proprio patrizi puro sangue: sin nel bisbiglio delle loro fronde v'è qualche cosa di compassato, sin nel dondolarsi delle loro cime v'è un tal quale riserbo aristocratico che non vuol saperne di troppa dimestichezza. Però badiamo bene: essi non appartengono ad una nobiltà frolla e degenere, ma hanno la tempra robusta delle stirpi privilegiate che si rinvigoriscono nei disagi e nelle fatiche. Durano imperterriti i rigidi inverni del Cadore, e in mezzo all'imperversare di quella natura selvaggia ed indomita ben puossi applicar loro il verso di Dante:

. . . . . . . . . non mutò aspetto, Nè mosse collo, nè piegò sua costa.

L'abete conserva intatto il suo color verde cupo, che fa vivo contrasto col bianco della neve raccolta sopra i rami a festoni; il larice rimane anch'egli ritto e impassibile, e solo perde una parte delle sue foglie che diventano rossicce. Superbi come sono, anelano però ad una cosa, a un raggio di sole; e come colui che tra la folla si mette in punta di piedi per godere d'uno spettacolo gradito, così l'albero cresciuto in plaga meno propizia o tenuto nell'ombra dal libero germoglio di più felici compagni si schiude faticosamente il varco in mezzo a tutti gli ostacoli, e, sia pur con l'ultima cima, riesce a confortarsi nel tepore e nella luce dell'astro desiderato.

O che villaggio è questo, mezzo arso e distrutto, ma che pur non porta i segni nè d'incendio, nè di devastazione recente? È Rivalgo; e questo nome richiama una folla di pensieri alla mente. Son corsi vent'anni, dacchè l'austriaca ferocia mise a ferro ed a fuoco quella povera villa, e i Cadorini non vollero più riedificarla, pensando che all'efferatezza straniera non potesse rizzarsi condegno monumento che lasciando intatta l'opera sua. Ebbene: intorno a quelle travi annerite, a quelle muraglie sconnesse, si agita una fantasmagoria varia e grandiosa, e il severo paese d'intorno ti si anima tutto, e la breve, ma splendida, epopea della difesa del Cadore ti si affaccia dinanzi come cosa viva e presente. E odi i canti patriottici del 1848, e le campane che suonano a stormo, e vedi i gagliardi alpigiani con la coccarda tricolore sul petto, armati di fucili irrugginiti o di falci correre alla difesa delle valli native, ed ogni gola di monti essere una nuova Termopili, ed ogni scontro un trionfo. E allorchè il nemico s'avanza, li vedi arrampicarsi sui greppi, appiattarsi dietro gli abeti ed i larici, e di là tempestar l'invasore, o sfracellandolo sotto i massi di pietra divelti alla roccia, o prendendolo di mira coi loro moschetti. L'acqua della Piave riconduce verso il Bellunese i cadaveri dei soldati austriaci, nefasto presagio a coloro che devono prenderne il luogo, e che nel lasciare il quartiere sogliono farsi raccomandare l'anima dal prete, disperati ormai del ritorno. È muto lungo le sponde il romor delle seghe, è muto nelle foreste l'alterno picchiar della scure; ma l'eco ripete di valle in valle gl'inni di guerra, e le urla selvagge dei Croati che d'ogni sconfitta si vendicano, portando la rovina ove passano. Così fu arso Rivalgo il 28 maggio 1848.... Ma chi è che ha disciplinato quella massa d'uomini, di donne, di fanciulli, chi è che ha ordinato quella eroica difesa? Tutta la popolazione combatte, è vero; ma i soldati non sono che quattrocento, ma il duce che li guida a Venas, alla Chiusa, a Rucorvo, alla Tovanella non è che uno solo, Pietro Fortunato Calvi. È giovane, è bello di virile bellezza, e il suo spirito indomito raddoppia in tutti coloro che lo circondano l'ardimento e la fede. E per quaranta giorni l'oste nemica si frange contro la cittadella inespugnabile delle valli cadorine, sinchè un passo mal guardato le consente d'irrompere entro quella terra di prodi, e di render vane le previdenze e gli sforzi dei difensori. Onde, nell'umile borgo di Lorenzago, Pietro Fortunato Calvi s'accomiata dai suoi, e ne scioglie la generosa falange per correre altrove a nuove battaglie. È il 4 giugno 1848. Sette anni ed un mese dopo quel giorno, il 4 luglio 1854, Pietro Fortunato Calvi lasciava la vita in Mantova per mano del boia. Egli scontava col capestro le sublimi impazienze dell'amor di patria, sdegnoso di proferire una parola che l'avrebbe salvato. Per ventidue lunghi mesi pregustò a sorso a sorso la morte nelle tetre carceri, ove l'avevano preceduto il Poma, il Tazzoli, lo Zambelli, il Canal, e tanti altri che suggellarono la loro fede col sangue; nè mai gli venne meno il coraggio, nè mai lo vinse il dubbio nell'avvenire d'Italia. I giudici restavano stupefatti di questa tempra d'uomo così dissimile dalla loro, e gli ufficiali della fortezza, nei quali la disciplina militare non avea spento il senso delle cose nobili e grandi, parlavano con riverenza del martire intemerato. Narra il prete Martini[2] che, quando Pietro s'avvicinò alla carrozza che doveva condurlo al supplizio, molti di loro gli si fecero intorno e lo abbracciarono teneramente. Tanto poteva in quegli animi l'invitta costanza del Calvi, il nome del quale è ormai raccomandato alla storia![3]

Ma della difesa memorabile del Cadore non rimane che la tradizione serbata gelosamente nei cuori di quegli alpigiani: nessuno si curò, e pare impossibile in una popolazione che ha senso e fantasia d'artista, di raccogliere gli sparsi frammenti della gloriosa epopea; nessuno si curò di evocar la leggenda, che in questo caso sarebbe più vera del diario d'un fedele cronista, perchè riprodurrebbe la vita e gli entusiasmi di un popolo. I monti del Cadore, le sue valli, i suoi torrenti, il suo cielo, che bel fondo ad un quadro, entro il quale si moverebbero le animose schiere dei volontarî, stretti intorno alla maschia figura del Calvi! Giova almeno sperare che, come la difesa dei Vosgi nel 1814 ebbe un'eco lontana negli stupendi racconti degli Erkmann-Chatrian, così i fasti del Cadore nel 1848 troveranno di qui a cinquant'anni chi gl'illustri con le scritture e ne divulghi la notizia a' meno versati nella patria storia. Però non potrebbe essere narratore efficace chi prima non avesse percorso da capo a fondo quei siti pittoreschi, chi non tingesse la sua penna nel colore locale. Onde, o lettore, continuiamo la nostra gita, e chi sa ch'essa non t'invogli a rifarla da te a miglior agio, per attingervi le ispirazioni del poeta e del romanziere.

La strada da Termine a Perarolo costeggia per la massima parte la Piave, ed è in continua salita. Se non che i viaggi di montagna han sempre dell'inaspettato, e quando credi di toccare il vertice d'un'alpe, t'avvedi d'essere alle falde di monti assai più elevati, e quando stimi di esser giunto al fondo d'una vallata, ti trovi sopra un altipiano donde scopri a' tuoi piedi nuove valli e nuove pianure. Così, ascesa l'erta che ti conduce a Perarolo, anzichè misurare con lo sguardo un immenso orizzonte, ti vedi stretto entro una cinta di monti. Ed è forse quest'angusta cornice che ti scolpisce nell'animo più vivo che mai il bel paese di Perarolo. Ponendoli sulla spianata dinanzi alla chiesa, moderna opera dell'architetto Negrin, vedi irrompere frettolosa la Piave e accogliere il tributo d'un largo torrente che si precipita dalla tua sinistra e porta il nome di Boite; indi piegar leggermente a levante e perdersi fra le montagne, seguendo la via che hai prima percorsa. Due ponti traversano i due torrenti antecedentemente al loro connubio; quello gettato sulla Piave riesce ad un gruppo di capanne di legno, nere, affumicate, con le scale e i ballatoi esterni alla foggia svizzera, che producono un effetto assai pittoresco, sospese come sono su quelle acque biancastre e mugghianti, e contrastano coi pochi, ma lindi fabbricati di Perarolo, ove si trovano alcune dimore di signorile eleganza, come quella del senatore Costantini. I monti d'intorno sono tutti vestiti di pini, d'abeti, di larici, di mughe, ed hanno una tinta cupa che dà maggior risalto a qualche striscia di neve che ne incorona le cime.

Dopo Perarolo si sale nuovamente e gli orizzonti s'allargano. Dalla strada che gira intorno al monte domini ancora per un buon tratto Perarolo, il Boite, Caralte, e sempre giù giù, serpeggiante fra balze e dirupi come un nastro che si svolge capriccioso, vedi la Piave. E appunto nella Piave scorgi la chiusa dei legnami detta _Cidolo_, sulla quale ti dirò due parole di spiegazione. Allorchè l'albero è reciso dal ceppo, esso viene assoggettato alla così detta operazione dei _segni_, la quale consiste nell'incidere sopra ogni tronco un'impronta particolare che serva a indicarne il proprietario. Indi, dai boschi, i singoli pezzi sono gettati nel fiume e affidati alla corrente. Si raccolgono entro il _Cidolo_ o la chiusa; e di là a certi tempi vengono rimessi in libertà e procedono nel loro viaggio. A mano a mano che passano davanti agli opificî di seghe, ciascuno riconosce dal segno i pezzi che gli spettano, o li prende, lasciando che gli altri tirino innanzi. È dogma del commercio cadorino di rispettare religiosamente i _segni_, nè accadde mai a memoria d'uomo che alcuno facesse suo un solo tronco d'albero che non gli appartenesse.

Ma ecco il campanile di Pieve e le rovine del vecchio castello, antica sede del Governo cadorino. Due castelli sono lo stemma del Cadore: l'uno è appunto questo di Pieve; l'altro sorgeva nell'ultimo lembo del territorio cadorino, ora in potestà dell'Austria.

Però quando credi d'esser vicinissimo a Pieve, la via se ne dilunga piegando a sinistra, e ti trovi invece nel piazzale di Tai, ove sboccano altre due strade, quella che viene da Pieve ed Auronzo, e quella di Cortina d'Ampezzo. Sebbene fra Tai e Pieve corra circa un mezzo chilometro, pure questi paesi sogliono confondersi insieme e sono realmente riguardati come una sola cosa. Fa il conto che Tai e Pieve formino la Buda-Pest del Cadore. Tai è la città commerciale. Pieve è la città politica. Tai è la città degli alberghi (veramente non ve n'ha che uno). Pieve è la città dei pubblici ufficî, quando se ne eccettui però l'ufficio telegrafico, che ha la sua ultima stazione a Tai. Come Longarone, ch'è alle porte del Cadore, v'introduce le derrate che riceve dalla pianura, così Tai, che si trova nel centro, è il fondaco naturale di tutti quei distretti, pei quali Longarone è situata troppo lontana. Convengono colà gli abitanti dei comuni dell'Ampezzano e di quelli d'Auronzo, e sul piazzale dinanzi all'osteria, all'insegna del Cadore, vedi arrestarsi sovente il biroccino del Tirolese, che con la piuma bianca al cappello viene a spendere le sue _Bank-Noten_ e ad aggiungere dell'altra carta alla carta, da cui è inondato il Regno d'Italia. Oh! l'osteria all'insegna del Cadore, co' suoi letti di ferro e le lenzuola di bucato, con le cortine diligentemente inamidate e bianchissime, col soffitto senza ragnateli e con le pareti senza la inevitabile vaschetta dell'acqua santa che ti perseguita nelle locande di villaggio, può esser davvero maestra di decenza a certi alberghi di città! Vi si conservano poi singolari abitudini patriarcali. Per esempio, un forestiere di riguardo, e capisci che a Tai io passavo per tale, può esser certo che durante il pranzo avrà la compagnia dell'oste, il quale è anche il negoziante del luogo, uomo dalla faccia rubiconda e serena, che ti esilara l'animo, e ha i caratteri dell'onestà e dell'agiatezza. Intanto una delle padrone ti serve a tavola, la saliera di lusso esce dallo scaffale della credenza, e ti si ammanniscono porzioni di carne da farti credere uno di quegli eroi d'Omero che sotto le mura di Troia si divoravano placidamente grossi quarti di vitello e di bove. Tra un boccone e l'altro discorri di politica, del ministero Menabrea, del corso forzoso e del prezzo della rendita; poi, se sei uomo d'affari, cerchi d'insinuarti destramente nell'animo del tuo interlocutore, che, come ti dissi, è persona facoltosa, e gli esalti le mille virtù della tua casa di commercio, e gli parli del petrolio, dello zucchero d'Olanda e di quello di Germania, e tenti di concludere qualche negozio. Ma l'oste, ch'è persona riflessiva, si mette in guardia e si riserba di esaminare, vedere, ponderare, ec. ec.; si lagna degli scarsi consumi, nega di aver moneta, e chiude il discorso con la frase consueta: — _Pochi affari, signor mio, pochi affari._ — In questo mezzo arriva la posta, recando, fra le altre cose, anche la _Gazzetta di Venezia_. L'oste naturalmente, da quell'uomo saggio e stagionato ch'egli è, ha una grande venerazione per questo periodico; nondimeno, per uno speciale atto d'ossequio, si dà premura d'offrirtelo prima ancor di spiegarlo, e t'invita a leggerlo all'aria aperta sopra uno dei sedili di paglia, che, il dopo pranzo, si mettono fuori della locanda. Ivi si riuniscono, all'imbrunire, alcuni fra' più notabili personaggi dei luoghi vicini e tengono conferenze politiche e sociali, mentre altri più giovani e vigorosi giocano la partita alle bocce, il _cricket_ degl'Italiani. I giuocatori non son tutti del paese; vi si mescolano due o tre impiegati d'altre provincie addetti agli ufficî di Pieve. L'impiegato, gracile vegetale del Regno d'Italia, non è difficile a ravvisarsi fra mille. Io l'ho riconosciuto a Tai da un distintivo infallibile, il cappello a cilindro unto alla base. L'osservatore filosofo sa che il cappello di quel genere è richiesto dalla dignità dello Stato, e che nel luccicare dell'unto sta scritto in lettere cubitali: — _Il mio stipendio non mi permette di comperarmi un cappello nuovo._ — Mentre le bocce rotolavano saltellando sullo stradale, que' poveri impiegati discorrevano fra loro di emolumenti, di traslocazioni e delle altre miserie di _monsù Travet_. L'oste assisteva in piedi al progresso della partita, con le gambe aperte come quelle d'un compasso che vuol descrivere un circolo, e con le mani unite dietro la schiena, tenendo in pugno un grosso bastone di legno che con la punta radeva il suolo: di tratto in tratto accorrevano a fargli festa le nipotine, che poi sguizzavano rapidissime entro un orto chiuso da un basso steccato e posto a fianco della locanda. In verità, a me pareva d'assistere alla bella scena dell'_Ermanno e Dorotea_ del Goethe, quando l'oste del _Leon d'oro_, insieme coi più ragguardevoli cittadini, s'intratteneva delle cose del giorno.