Part 1
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ENRICO CASTELNUOVO
RACCONTI E BOZZETTI.
UN SIGNORE POSSIBILE. ABNEGAZIONE. — RIMEMBRANZE DEL CADORE. IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE — UN RAGGIO DI SOLE. IL COLPO DI STATO DI CLARINA. IL COGNATO DELLA COGNATA.
FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER. 1872.
Proprietà letteraria.
UNA RIGA DI PREFAZIONE.
Questi racconti, lettori carissimi, non pretendono punto di essere una novità. Il primo è comparso molti anni addietro in un modesto _Almanacco_, che, fra alcuni giovani veneziani, stampavamo ai tempi del dominio austriaco; il penultimo ebbe gli onori dell'_Antologia_; gli altri tutti videro la luce nella _Strenna Veneziana_, pubblicazione annua, alla quale prendevano parte anche scrittori di merito, ma che, come accade di tutte le Strenne, non poteva aspirare ad un'assai larga diffusione. Si sa che nelle Strenne il contenente uccide il contenuto, i cartoni soffocano lo stampato. Scendo a tanti particolari per iscusare questo tentativo di risurrezione. Infatti, una seconda edizione de' miei lavori non si spiegherebbe se non fosse chiarito che una prima edizione propriamente detta non vi è mai stata.
Del resto, io non mi dissimulo che queste cosuccie possono aspirare tutt'al più a esser giudicate mediocri. Ma siffatta considerazione non mi scoraggia.
Nei primi bollori della giovinezza, quando si spera di arrivare al sublime, si disdegna superbamente il mediocre, e si ripete quella sentenza che dev'esser stata proferita a vent'anni: non essere, in arte, permessa la mediocrità. Ognuno principia la vita con questo convincimento, ognuno, senza voler confessarlo, ne mitiga la rigidezza col maturarsi del senno.
A una sentenza assoluta che mi sembra fallace non ne contrapporrò un'altra assoluta del pari, e non porrò quindi la riabilitazione della mediocrità nell'arte come una tèsi generale. Credo invece ch'essa possa valere per buona parte della letteratura e pel romanzo in ispecie; credo che le opere eccellenti, come sarebbero, per esempio, _I promessi sposi_ e _Davide Copperfield_, non debbano escludere mille altri libri di gran lunga inferiori, intesi alla pittura del vero, benchè inabili a riprodurlo con eguale efficacia. Quanto più si sparge l'abitudine del leggere, tanto più cresce l'opportunità del romanzo, che, per l'indole sua, è meglio atto a penetrare in tutte le classi sociali. Ebbene; il romanzo che riesce a provocare un onesto sorriso, a spremer dal ciglio una lagrima pietosa, a rinvigorire nell'anima un sentimento gentile, a svegliare nell'uomo accasciato dall'assiduo lavoro le virtù sopite della fantasia, quando pure non tocchi l'eccellenza dell'arte, può presentarsi senza baldanza, ma senza rossore, e prendere il suo posto nella folla delle opere letterarie. È un posto umile; però è un posto che giova vedere occupato, come piace che nei teatri, oltre alle poltrone ed ai palchetti, sieno occupate anche l'altre sedie.
Se questo volume adempierà almeno qualcheduna delle condizioni che ho pocanzi accennate, io non mi gonfierò certo di superbia come il tacchino che credeva d'esser pavone, ma neppure mi pentirò di averlo dato alle stampe.
_Venezia, 14 luglio 1872._
L'AUTORE.
UN SIGNORE POSSIBILE.
I.
Nel paese di *** venne a morire, non ha guari, un possidente ricchissimo, il quale agli ozî beati dell'opulenza prepose l'attività della vita campestre e, facendosi ammaestratore ed amico de' suoi coloni, seppe volgere le dovizie al più nobile degli scopi, a quello cioè di migliorare le condizioni materiali e morali de' propri simili. Erede d'un pingue censo, egli stimò acconcio di porre sua stanza in mezzo alle terre che gli appartenevano, e quantunque le fossero in sito molto remoto, nè vi si vedesse nemmen da lunge il fumo della capitale, credette però che l'animo e l'ingegno per esercitarsi pienamente abbiano d'uopo soprattutto d'operosità e che per coloro, i quali sanno riempiere la stoffa del tempo, il silenzio d'una villa non valga meno del trambusto d'una città. Era nobile di _petite noblesse_, come direbbero i Francesi, perchè suo padre, di famiglia gentilizia, aveva osato insudiciare il blasone sposando un'onesta borghese: contuttociò era così invalso l'uso presso i suoi aderenti e presso gli estrani di chiamarlo il conte Alberto, che noi nel farne la biografia lo nomineremo così, sebbene egli non celasse punto la sua origine mezzo popolana.
Fu certo un dì memorando per gli abitanti di *** quello, in cui il giovane signore prese possesso delle sue terre. I servi gallonati, accorsi in frotta a rendergli omaggio, videro un uomo sul primo fiore degli anni, di modi schietti, di vestire semplice, al quale parea pesassero quelle dimostrazioni d'ossequio, e premesse invece assaissimo d'investigare le condizioni della tenuta, lo stato e l'educazione dei villici. Ahimè! le vecchie livree use alla famigliare insolenza d'un patrizio mezzo rimbambito che non solea dimorar nella villa se non due mesi di autunno, nè d'altro occupavasi che dei cavalli e dei cani, mostravano gradire assai poco le sottili ricerche del nuovo padrone e quel suo fare amichevole sì, ma pur decoroso e tanto diverso dai modi del conte defunto. V'è alcuni signori che trattano il popolo con quel tuono carezzevole, con cui si trattano i cagnolini, salvo sempre a pigliarli a calci quando se ne presenti il destro, ed è pur doloroso che siffatta costumanza incontri favore presso quelli che dovrebbero esserne offesi: tanto può la consuetudine dell'obbedienza e della servilità!
Lo stato della tenuta non porse invero argomento di consolazione al conte Alberto. Essa era divisa in molti affitti, ma a prezzo sì tenue che la rendita totale era minore assai di quello che avrebbe potuto e dovuto essere; e d'altro lato i fittaiuoli, avendo a pagare pochissimo, non si davano alcun pensiero d'introdurre miglioramenti di sorta nella cultura. L'ignoranza delle cose agrarie era estrema: non s'era estirpato nemmeno uno degli errori, dei pregiudizî d'un tempo; aggiungasi a ciò la mancanza assoluta di capitali, il sistema degli affitti brevissimi, onde i coltivatori non si affezionavano al suolo, il difetto d'ingrassi, di strumenti rurali, di tutto. Ne' contadini miseria somma, superstizioni d'ogni maniera, indolenza confitta nell'ossa in guisa da doversi quasi adoperar la forza per mandarli al lavoro. Nessun istinto di previdenza, nessuno spirito di associazione, nulla, alla lettera.
Novanta su cento, a cui fosse caduta in sorte quella eredità, avrebbero lasciato le cose nello _statu quo_, contentandosi di riscuotere le rendite sempre laute abbastanza da consentire una vita opulenta. Ma il conte Alberto era uomo di tempra diversa. Egli aveva radicato nell'animo due convinzioni, che hanno il merito d'esser giuste e la disgrazia d'essere impopolari: l'una che i ricchi non debbano starsi con le mani alla cintola; l'altra che da una fortuna, per quanto pingue ella sia, s'abbia a trarre il miglior frutto possibile e che il beneficio vero e durevole recato alla società non venga già dallo sperpero, ma bensì dall'acconcio uso delle proprie ricchezze. Invero non era impresa da pigliarsi a gabbo quella di trovare il bandolo d'una sì scarmigliata matassa. Il sistema degli affitti può parere ed essere il migliore, come quello che crea in seno alle vaste proprietà signorili un'industria decorosa ed indipendente, e spinge gli animi all'emulazione e all'attività. Ma quando lo spirito d'iniziativa sia morto del tutto, quando i fittaiuoli non abbiano nè danaro nè cognizioni, ci par necessario, a rimetter le cose sulla buona via che un padrone di volontà risoluta e d'ingegno illuminato prenda egli stesso ad amministrare le cose sue, e con l'autorità di chi va dritto e sicuro allo scopo, introduca le riforme opportune e susciti le potenze latenti del suolo e l'energia sopita degli uomini. E appunto a quest'ardua intrapresa s'accinse il nostro protagonista.
II.
V'è nei favori della rinomanza una solenne ingiustizia che non potrà torsi giammai, perch'ella deriva dalla natura stessa delle cose. La fama non guarda alle difficoltà superate, ma agli effetti ottenuti. Uno scaltro diplomatico, che nato nelle corti s'esercitò di buon'ora alla flessibilità delle schiene e agli artifizî della parola, corrà senza dubbio quei lauri, a cui sospirerebbe invano un onesto cittadino sorto fra mille difficoltà a qualche fortuna coi sudori della fronte e le forze del fecondo intelletto. È il lamento di Figaro che querelavasi d'aver dovuto, per vivere, spiegare più ingegno di quanto n'era occorso per governare la Spagna due secoli; è il lamento di tutti coloro che, partendo dai gradini più bassi della scala, si vedono precessi da quelli che pigliarono le mosse dai gradini più alti. Ma l'uomo altero d'un nobile orgoglio, l'uomo sicuro della propria coscienza dice: — _Non importa._ — La gloria non dev'essere lo scopo dell'esistenza, ma sì fare il bene senza desiderio di guiderdone, senza timore di avversità.
Noi non affermeremo che il giovane signore siasi tenuto precisamente questo discorso, il quale potrebbe parere un po' troppo solenne per la occasione; ma gli è certo ch'egli mettevasi, senza speranza di celebrità, ad un'opera molto più complicata di tante altre che fruttano plausi ed allori.
Non gli fu difficile sciogliere verso un tenue compenso gli affitti tuttora in corso, e aumentando i salari de' contadini rialzarne lo spirito abbattuto e accenderli di nuova lena. Ma nel mentre questo primo rimescolarsi destava la curiosità del paese e ognuno pronosticava a suo talento sul nuovo venuto, alcuni atti del conte Alberto suscitarono un clamore siffatto che ogni uomo meno intrepido se ne sarebbe impaurito. Prima di tutto, conscio che l'abbondanza del capitale è condizione _sine qua non_ d'una buona cultura, e che perciò conviene proporzionare la vastità delle terre al danaro, di cui si può disporre, egli vendette un buon terzo della sua tenuta, nè gli oracoli del villaggio sapevano capirne il perchè. Come, apponevasi, egli vuol restarsi fra noi, vuol fare l'agricoltore e comincia collo spacciare i suoi fondi? Che logica è questa? Poi commise l'eresia di non permettere che, secondo il vecchio costume, alcuni animali malati si recassero alla porta della chiesa per ottenervi miracolosamente la guarigione: oltraggio manifesto alla libertà di coscienza. Infine osò abolir le livree e ristringere grandemente il numero dei corsieri di lusso, mutandone una diecina con umili cavalli da lavoro. Il profeta Geremia non si dolse con più patetiche note sulla caduta Sionne di quello che si rammaricasse il sacrestano del villaggio sullo spento decoro della tenuta di ***. Le generazioni si erano succedute nell'antica possessione; ma nessuno aveva osato alienare una parte dell'avito retaggio, nessuno per gretta spilorceria aveva spogliato i servi de' loro abiti a galloni, nessuno aveva venduto i cavalli ed i cocchi.
Sparpagliate per le circostanti colline erano altre cinque o sei ville. Appartenevano tutte a famiglie nobili, gonfie dei loro titoli e dei pregiudizî di casta, le quali, vivente il conte Bernardo predecessore d'Alberto, convenivano nel castello qualche sera d'autunno a giocarvi il _tre sette_ o a discutere gravemente sul loro albero genealogico. La dubbia nobiltà del padrone odierno, le audaci dottrine ch'ei non peritavasi di sfoggiare, non consentivano certo a quegli aristocratici puro sangue di varcarne le soglie. Uno soltanto, un vecchio marchese, vi venne spinto dalla curiosità e fu accollo con gentilezza veramente squisita; ma nell'uscire, accompagnato da uno degli antichi domestici che più non aveva l'abito turchino coi bottoni d'oro, non potè astenersi dal susurrare: — Dov'è il decoro, dov'è la dignità, quando i servi si lasciano andar vestiti come tutti gli altri? — Ma! — sospirò il servo quasi commiserandosi; chè pur troppo gli uomini s'attaccano alla livrea. — E il padrone è molto spilorcio? — proseguì inanimito il marchese. — Eh! lo dicono, — rispose l'altro; — ma a me in coscienza non pare; pel salario, pel vivere si sta meglio di prima. — Diavolo! — soggiunse il marchese stupito, e uscì borbottando.
L'arciprete del luogo era nato per non aver alcuna opinione. Originario di quei dintorni e assunto da quindici anni alla suprema dignità ecclesiastica del paese, egli era giunto alla cinquantina non occupandosi d'altro che delle funzioni obbligatorie della chiesa, e dell'allevamento d'una schiera numerosissima di polli, i quali erravano in piena libertà pel verziere e lungo il vestibolo della casa parrocchiale, senza però che il loro aspetto innocente potesse temperare la dura condanna a cui erano sortiti. Aveva poco amore alle prediche e, ci dispiace dirlo, poca eloquenza, nè sappiamo quanta efficacia avessero i suoi sermoni sui devoti abitanti di ***. All'arrivo del conte Alberto nella villa, egli si recò a fargli omaggio, e sentendo che il nuovo signore proponevasi di soggiornare stabilmente colà, gli arrise la speranza di qualche lauto banchetto, a cui verrebbe senza dubbio invitato. I primi provvedimenti del conte che parvero sovversivi agli altri, a lui non fecero nè caldo nè freddo, e con la massima maraviglia udì affermarsi da uno dei signorotti più autorevoli del paese che il conte era un eresiarca, un emissario di Satana, e che bisognava osteggiarlo in tutte le guise. — E ciò tocca soprattutto a lei, — soggiunse il furibondo interlocutore: — a lei che non deve lasciar che le male piante prendan radice, a lei ch'è preposto alla cura dell'anime.... — Ma veramente Vossignoria forse esagera.... — Come, vuol insegnare a me, vuol dirmi ch'io non conosco gli uomini? Glielo ripeto.... un Arnaldo da Brescia, un Lutero.... — Ah! in questo caso poi, — disse Don Gaudenzio con un certo piglio che voleva essere risoluto; — in questo caso poi.... — Guerra l'ha da essere. — Ma senza dubbio, — rispose languidamente il prete, disegnando con la punta dell'ombrello un circolo sulla sabbia.... — E intanto ella non deve andare più in quella casa.... — Ma, capisce,... le convenienze.... — La non ci deve andare, ce ne va del decoro.... — Sì, sì, ha ragione.... intendo, — e il nuovo Don Abbondio si sbarazzò più che in fretta del fanatico personaggio tentennando il capo dolorosamente.
Le altre _notabilità_ del villaggio erano il farmacista, fine diplomatico; il maestro di scuola, individuo a cui la fame aveva tolto quasi il senso comune; il medico, uomo illuminato e in ottime relazioni col conte Alberto; il sacrestano, pieno d'idee retrive e di virulenza da energumeno; un certo signor Placido, organista di merito, ma paurosissimo; un cotale Melchiorre, larva di deputato comunale. Come si vede da questa rassegna, le massime liberali del conte potevano trovare ben pochi fautori.
III.
Se fossimo agronomi, potremmo empire molte pagine a descrivere gl'infiniti miglioramenti introdotti dal conte Alberto nella tenuta. Ci basti dire che a poco a poco tutto il vecchio sistema di cultura venne invertito. Non piccola parte dei campi fu ridotta a pascolo, temperando con acconci lavori d'irrigazione i difetti naturali del suolo; e ne avvenne che per la scarsezza di praterie in que' dintorni parecchi possidenti si adattarono a pagare un compenso per far pascolare colà il loro bestiame, dimodochè, oltre alla rendita, le terre se ne avvantaggiavano per l'abbondanza degl'ingrassi. Si accrebbe la piantagione dei gelsi, s'iniziò la coltivazione del lino e della canape. Essendosi di gran lunga aumentata la quantità degli animali, la cascina prese un insolito incremento, e le donne sottratte al faticoso lavoro dei campi trovavano in quelle nuove occupazioni una fonte d'attività e di guadagno. E molte altre idee balenavano spesso alla mente del conte, ma se gli chiedevano quando volesse effettuarle, egli rispondeva: — Una cosa per volta. — Quantunque avesse un fattore ed abile e fidato assai, pure egli vigilava su tutto, provvedeva a tutto. Soleva alzarsi per tempissimo, e a cavallo o talora anche a piedi recavasi ne' punti principali della tenuta ad esaminarvi i lavori fatti il dì prima, o ad impartirvi gli ordini per la giornata. E durante quelle sue gite soffermavasi nelle abitazioni de' contadini, e attendeva pazientemente ai discorsi della villana che filava sulla soglia del casolare, e alla spensierata allegria dei bambini dispersi nell'orto, e ne faceva argomento di considerazioni e di studio. — Quanta serenità d'animo in quelle povere genti, ma pur anche quanta imprevidenza e che larga dose di pregiudizî! A chi spetta l'incarico d'illuminarle? Allo Stato, dicono molti. Ma lo Stato è poi sempre illuminato abbastanza da poterglisi conferire l'ufficio che illumini gli altri? E se pur è, ha egli tutti i mezzi per compiere efficacemente un'opera di tanto peso? Che potrà far lo Stato? Aprir delle scuole o per dir meglio perfezionare quelle che ci sono, esiger tutt'al più che i contadini vi mandino i loro figliuoli, ma poi? Poi basta. Lo Stato ha troppe faccende pel capo, e non può aver tutte quelle sollecitudini, tutte quelle accortezze, tutta quell'annegazione necessaria a chi voglia innalzare un edifizio su basi sicure. Quest'ufficio non potrà adempiersi in ogni sua parte che da chi, oltre ad intenderne l'utilità, vi abbia un interesse diretto: senza il pungolo dell'interesse vi saranno tentativi parziali, non s'inizierà mai un'opera di generale efficacia. Ora la educazione de' contadini a chi gioverebbe meglio che ai possidenti? Sono essi quindi che dovrebbero mettersi a capo d'un'impresa sì generosa, essi che guardando più in là del domani dovrebbero comprendere che intima attenenza vi sia tra la condizione dei coloni e il progresso dell'agricoltura. — Siffatte considerazioni raffermavano sempre più il conte Alberto ne' suoi nobili proponimenti: non lo arrestava la tema di essere frainteso, non la certezza dei molti ostacoli onde gli si sarebbe intralciato il cammino, non quella peritanza ch'è propria degli spiriti poco ambiziosi e gl'impaurisce coll'idea degli errori che potranno commettere. Certo tutto quello che farò, egli diceva in cuor suo, non sarà ottimamente fatto; ma che il bene abbia a superare il male, oh! di questo me ne assicura la mia fede nelle nuove idee, nella verità, nel progresso.
IV.
La scuola del villaggio era posta in mezzo ai campi fuori assolutamente dell'abitato, e per giungervi c'era da fiaccarsi il collo tre o quattro volte lungo i sentieri sassosi, o su ponticelli formati d'un tronco d'albero spartito in due che traversavano i ruscelli ed i fossi. Un casolare tenuto in piedi come Dio vuole, costituiva ad un tempo l'edifizio destinato all'_istruzione pubblica_ e la dimora del maestro e della sua numerosa famiglia. La stanza ove si raccoglievano i bimbi era a pian terreno, e qualche maiale osava talvolta aprire col muso la porta forse per approfittare della lezione. Ma i fanciulli non la intendevano così, e traevano partito dal comparire della sconcia bestia per alzare il vessillo della rivolta: chi si fingeva atterrito, chi montava sulla panca come se arringasse le moltitudini, chi raggomitolandosi nel miglior modo possibile spingeva l'audacia fino a gettar qualche nocciolo di pesca sulla cattedra del _professore_. Era come un guanto di sfida che il maestro raccoglieva coraggiosamente. Egli ponevasi in tasca con aria di mistero quello strumento d'infamia e brandendo uno scudiscio, che solea tenersi vicino, scendeva dal suo posto a passo di carica e menava colpi a dritto e a rovescio. Un osservatore giudizioso, vedendo quello spettacolo, si sarebbe convinto sempre più della superiorità degli eserciti disciplinati sulle moltitudini, abbenchè numerose ed ardite. Il maestro di scuola, solo contro una cinquantina di ragazzi, sapeva ottener la vittoria per la celerità dei movimenti, per la sicurezza degli scopi, per l'unità del comando. I fanciulli debellati uscivano precipitosi della stanza traendo urla da ossessi, il porco manifestava la sua disapprovazione con ispaventevoli grugniti, e il vincitore non riposava sugli allori, finchè non gli fosse svelato il furfante che osava lanciare un nocciolo di pesca sulla sua cattedra. La sconfitta mette a galla i vizî degli uomini e i delatori non mancavano mai. Severe punizioni erano inflitte al colpevole, che per ultimo doveva chieder perdono a mani giunte e protestare in nome di tutti i santi che _non l'avrebbe fatto più_. Nondimeno simili scene ripetevansi quasi ogni giorno e sottraevano allo _studio_ due lunghe ore. Molte famiglie ne pigliavano pretesto per non mandare i loro bimbi alla scuola: poi c'erano i freddi dell'inverno, poi gli ardenti calori della state, e così di seguito. Insomma, nel paese il saper leggere era poco men che un miracolo; s'immagini quindi lo scrivere. I numeri si conoscevano fino al 90 per merito del lotto, giuoco grandemente morale ed educativo. Non che siffatta benedizione vi fosse precisamente nel villaggio, ma i gonzi incaricavano il portalettere di giocare per loro conto nella città, e il libro dei sogni era gravemente discusso nella domenica e negli altri giorni festivi.
A malgrado d'una condizione di cose sì miserevole, quando il conte Alberto insistette presso alcuno degli _ottimati_ sulla necessità di qualche provvedimento, le sue proposte furono malissimo accolte. Si levò anzi un grido d'inquietudine, e per poco non si credette vederci l'intervento di Satana. Alberto non si smarrì dell'animo, e poichè il paese respingeva così sdegnosamente il suo consiglio, deliberò d'occuparsi soltanto de' suoi coloni. Era nel centro della tenuta una fattoria bella e spaziosa, ma costruita in guisa da riuscir piuttosto un edifizio di lusso che non un locale acconcio al suo ufficio. Il conte dispose due vaste sale all'uso di scuola, destinando l'una all'insegnamento del leggere, dello scrivere e del far di conto, e serbando l'altra per qualche lezione da darsi agli adulti su cose elementari attinenti all'agricoltura. Per istruire i bimbi ottenne, non senza difficoltà, l'aiuto del suo fattore, al quale sapeva male di diventar maestro di scuola: il resto dell'insegnamento pesava per intero sulle sue spalle, e non era peso sì lieve; altro è sapere, altro spiegar popolarmente ciò che si sa. Nondimeno, triste e singolare a dirsi, la parte più ardua dell'impresa era quella di trovar discepoli. Nulla al mondo uguaglia l'albagia dell'ignoranza. La fondazione di questa scuola fu accolla assai freddamente, e qualcuno se ne dolse come d'una offesa recata al decoro dei contadini. — Questi signori, si mormorava, vogliono farci sentire a ogni momento la loro superiorità. Per che motivo il conte apre una scuola? Per dirci a un dipresso: queste cose che voi ignorate, io le so, io sono un brav'uomo e voi siete somari. Io vi farò toccar con mano la vostra nullità al mio cospetto, e voi me ne ringrazierete per soprammercato.... — A malgrado di queste insinuazioni maligne, la costanza e l'energia del conte Alberto vinsero il punto. Tanto fece e disse per suscitar l'amor proprio de' suoi coloni; tanto si adoperò perfino presso le madri e i bimbi medesimi, che a lungo andare le lezioni sì nell'una come nell'altra scuola poterono rallegrarsi di un uditorio sufficientemente fiorito.
Un giorno che il concorso era più numeroso del solito, Alberto, radunati insieme gli adulti e preso un tuono confidenziale, tenne ad essi all'incirca questo discorso: