Racconti

Part 14

Chapter 143,810 wordsPublic domain

Il nastro paonazzo de’ _Salvatori_, l’amaranto dei _Fratelli universali_, l’avana de’ _Pionieri del progresso_, il glauco degli _Araldi della civiltà_ gli fregiarono l’occhiello composti e confusi per lui in una rosetta elegante ostentata nella gloria del sole. Ed egli passeggiando su e giù per il battello la sbirciava colla paga alterezza di chi, nonostante la tristizia dei tempi, si sente al tempo stesso salvatore, fratello, pioniere ed araldo!

Io rimpiangevo di non essere sceso a Friedrichshafen col mio simpatico Inglese. Ci sono dei giorni nei quali lo star zitti rincresce; io morivo di voglia di chiacchierare con qualcheduno; con chi? Col capitano del battello? Aveva da fare; barattammo qualche parola, poi rientrò nel suo stambugio; additandomi un giovanotto suo parente, dottore in filosofia, che s’era ammogliato di fresco, e dopo avor fatto con la sposa il viaggio di nozze _(Heirath-Reise)_ se ne ritornava con lei a Stoccarda.

Erano seduti l’uno accanto all’altro; il marito aveva una faccia rossa, grassa, concupiscente, la moglie floscia, pallida. Se avessi a cercare anche per loro una rassomiglianza nella storia della pittura, paragonerei lui a uno dei fumatori di Adriano Brawer, lei a una delle Madonne clorotiche del Sassoferrato. Lui gesticolava ed istruiva a voce alta la compagna intorno all’autorità del senso interiore, alla obiettività e alla personalità dell’infinito, lei a occhi bassi pareva compresa della picciolezza propria innanzi a tanto sapere, e ricamava, non senza compunzione, una papalina, da coprire la testa al marito finohè non gliela circondasse un’aureola di gloria.

Vicino a loro un vecchio scienziato; teneva una scatola da sigari tutta piena d’insetti diligentemente infilzati in altrettanti spilli; l’apriva e chiudeva ogni tantino. M’accostai a lui, ed egli mettendomi vicino al naso or una, or un’altra di quelle bestiole, mentre mi guardava di sopra gli occhiali, disse:

— Eleater rugosus, Platinus cærulæus — Platinus cærulæus, Eleater rugosus.

Non potei levargli altro di bocca; non so nemmeno di che paese fosse; chiamava gl’insetti col nome latino e aveva il collo del soprabito unto; e queste sono consuetudini comuni a tutti gli scienziati del mondo.

Parte di questa gente scese ad Immerstad, parte ad Hagnau; l’Inglese e la figlia a Moersburg, patria del Mesmer. Il viaggio sarebbe loro parso incompiuto, se non avessero calcato la terra che vide nascere il gran profeta del magnetismo animale.

Sarei rimasto solo se non fossero salite sul battello due persone: una donna ed un giovine, che mi dettero subito nell’occhio, l’una per la stupenda bellezza del corpo e la espressione della fisonomia, l’altro per la semplice eleganza delle vesti e la nobile disinvoltura del portamento. _Lui_, se mettesse il conto, potrebbe descriversi, _Lei_ no. Nei ritratti di donna ci vuole una finezza alla quale difficilmente si arriva; poeti e romanzieri, delineando con la penna figure di donna, cadono per lo più nel massimo difetto dello fotografia: esagerano i tratti rilevanti, alterano i delicati e guastano i più attraenti aspetti femminili.

Quanti anni aveva? Chi lo sa? Che ha da fare con l’estetica il calendario? Quando una donna adempie scrupolosamente il primo de’ suoi doveri, — essere bella, — chi sarà così audace da investigare quante volte agli albori autunnali abbia fissato gli occhi nel pianeta di Venere, quante abbia destato l’invidia delle Oreadi che l’han vista, d’estate, tuffarsi nella marina? Una battaglia terribile si combatte quaggiù tra la più stupenda delle cose umane, — il volto di una bella donna, — e la più crudele delle potenze misteriose: — il tempo; quando il tempo è vinto dalla bellezza, io non interrogo, ammiro.

Aveva un vestito nero, leggiero, scollato; le spalle coperte da una finissima trina di Malines nera anch’essa, sotto ai cui confusi arabeschi appariva la pelle rosea, luminosa. Le pieghe del vestito, il garbo ond’era ripreso sui fianchi, la semplicità con la quale era tutto quanto foggiato, attestavano lo studio amorevole e quel felice istinto de’ piaceri squisiti che si chiama gusto.

Vennero ambedue a sedersi vicino a me; parlarono e seppi così ch’erano italiani. Non avendo nessuna voglia d’occuparmi de’ fatti loro, me ne andai all’estremità opposta del battello. Il fanale rosso fu acceso a poppa e rimasi nell’oscurità; credendosi soli cominciarono a parlare più forte; un vento leggiero che cacciava la nebbia dalla superficie del lago, portava sino a me le loro parole.

_Lei_. — Sicchè.... viaggia senza un fine determinato?

_Lui_. Per ammazzare il tempo.

_Lei_. Sarà.... ma....

_Lui_. Non mi crede?

_Lei_. Sì.... bensì è una cosa curiosa che lei, viaggiando senza saper dove va, faccia la mia stessa precisa strada, si fermi alle stesse locande alle quali mi fermo io, che so dove vado e perchè ci vado.

_Lui_. Ma! è un caso, un bel caso, ma un caso.

_Lei_. Badi; al caso io ci credo poco.

_Lui_. Che posso dirle? Lei sa dove va e ha preso la strada che doveva prendere, stabilì prima di partire a quali locande si sarebbe fermata. Io vado a zonzo in questo paese, in quell’altro, scendo sempre alla prima locanda....

_Lei_. Non è vero.

_Lui_. .... alla prima che trovo.

_Lei_. Va bene: ma senta....

_Lui_. Mi faccia il piacere, metta da parte il _lei_; ho avuto l’onore di ballar seco una mazurka in casa di Rustem-Bey e le ho lasciato il giorno dopo il mio biglietto di visita; siamo stati insieme nel Comitato per gli Asili infantili.... si può quasi dire che siamo in intimità.

_Lei_. Odio il voi, non do del voi che ai servitori.

_Lui_. Allora....

_Lei_. Senta, le propongo una impresa eroica.

_Lui_. Dica, marchesa, dica.

_Lei_. Il caso la perseguita, a quel che pare, con una pertinacia insolente; lo gastighi, lo deluda, lo vinca.

_Lui_. Cioè?

_Lei_. Cioè.... io vado a Baden; il caso, se lo lascia fare, ci conduce anche lei.... lo canzoni: pigli la strada di Monaco.

_Lui_. Marchesa, mentre ella scherza sul fato, il fato le insegna a rispettarlo. Guardi, io non sapevo che lei fosse diretta a Baden; le ho detto che viaggiavo senza scopo, ma fra tante irresolutezze, ad una cosa sola ero risoluto: a passare da Baden. Sa che ho studiato medicina; non ho mai voluto esercitare e sono per conseguenza il mio unico cliente. Per guarire da certi piccoli malanni mi sono ordinato per quest’anno le acque di Baden. È un’ordinazione del medico, marchesa, ci va della sua coscienza.

_Lei_. Ah! ah! glielo diceva io che il caso si sarebbe stancato alla fine? Ho detto per chiasso; mi fermo a Carlsruhe da un vecchio amico del mio povero marito, un antico segretario della legazione d’Austria in Toscana.

_Lui_. Stamani a Friedrichshafen, quando caricavano i suoi bauli sul battello, io vi ho visto mettere un cartellino su cui era scritto: _per Baden_; le bugie hanno le gambe corte.

_Lei_. Cortissime, e lei ne ha detto una affermando di non sapere dove io fossi diretta.

_Lui_. È vero!... Una bugia per uno; — dimentichi e perdoni, marchesa, come io dimentico e perdono.

_Lei (dopo una breve pausa)_. Lasciamo andare gli scherzi; siamo intesi dunque.

_Lui_. Eccome; lei va a Baden per.... non ho capito bene perchè ci vada; io ci vado perchè il mio medico, l’uomo che mi conosce meglio e che gode più d’ogni altro la mia fiducia, mi ha ordinato le acque.

_Lei_. L’avevo pregato di lasciare da parte gli scherzi non senza una ragione. Parliamoci chiaro. Questa conversazione fatta nel mio salottino mi spaventerebbe o mi farebbe ridere; qui sul lago di Costanza, in battello, ci si può permettere un discorso franco, anche con uno spensierato come lei. Io vado a Baden; troverò là molte nemiche intime.... desidero che la sua compagnia così assidua non dia motivi a chiacchiere sul conto mio. Quelle signore, dacchè son rimasta vedova, si son sempre compiaciute nell’imaginarsi ch’io abbia così, di nascosto, qualche capriccetto; io che bado pochissimo a quel che dice il mondo, m’arrabbio ogni volta mi sento lanciare un’accusa simile. Segreti, capricci no: potrei voler bene a un uomo, ma lo direi.

_Lui_. E lo sposerebbe...?

_Lei_. Secondo.

_Lui_. È tanto sincera quanto è bella.

_Lei_. Lasci stare i complimenti.

_Lui_. Se il complimento è una menzogna cortese, questo un complimento non è. Che è bella lo sentirebbe anche se non lo sapesse, perchè una donna sente d’esser bella prima che glielo dicano. Che è sincera poi.... Sfido io! non c’è che lei capace di dire a un uomo: posso avere un amante, e non provare il desiderio di mutarlo in marito.

_Lei_. Primo punto, non ho parlato di amanti... Ma via, sì, non voglio fare ipocrisie; il significato era cotesto; oramai è andata. Sono vedova e la mia schiettezza non fa danno a nessuno. Sicuro: potrei avere un amante e non sentire il desiderio di farmene un marito. Che vuole? Ho letto, non mi ricordo più in che libro, ma di certo in un libro francese, perchè italiani non ne leggo mai....

_Lui_. Mai?

_Lei_. Mai; mi annoiano; dopo che s’è fatto l’Italia non vogliono che si dica; ma siccome i libri italiani seguitano ad annoiarmi anche dopo che s’è fatto l’Italia, io seguito a leggere i libri francesi. Le amiche mie tengono i romanzi di Montépin consunti, accanto al letto, e i libri indigeni sul tavolino di salotto. Io abborro da queste finzioni meschine.... E poi non è vero che i libri francesi divertono di più?

_Lui_. Non lo so; a me divertono le conversazioni come quella che era cominciata e mi annoiano le discussioni letterarie come quella a cui vorrebbe condurmi. Dunque ha letto?...

_Lei_. Ah sì!... ho letto in un libro francese che ci sono due specie di cantanti: quelli che hanno la voce e non sanno servirsene, e quelli che saprebbero servirsene ma non l’hanno; lo stesso si potrebbe dire della più gran parte dei mariti; quelli che sono adorati dalle mogli, non se ne curano; quelli che fanno una grazia speciale ogni volta che escono di casa, credono d’essere amati più della luce degli occhi e opprimono a furia di tenerezze; sicchè bisogna star male con gli uni e con gli altri.

_Lui_. E le eccezioni? Gli uomini che vogliono amare riamati e....?

_Lei_. Restano celibi; hanno troppo cuore e per conseguenza troppe paure; formano la legione degli amanti onesti e devoti. Tutto ben considerato non mi rimariterò. Circa all’avere un amante, — non mi lodi tanto della mia sincerità, — son sincera... non voglio amare nessuno.

_Lui_. Eppure sono tanto vanesio da credere che muterà proponimento.

_Lei_. Oh! _(pausa)_.

_Lui_. Tant’è; oramai mi pare inutile....

_Lei_. Un momento. Anche nei romanzi francesi che leggo, salto a piè pari tutte le riflessioni dell’autore: roba inutile, le riflessioni le faccio da me; segua il mio esempio e salti la sua dichiarazione; la faccio da me. Appena ha saputo ch’ero partita da Firenze m’è venuto dietro, sebbene fosse ad Innsbruck da due settimane; ha ballato con me da Rustem Bey una mazurka, che le ha mostrati fra una battuta e l’altra tutti i miei pregi morali; è stato con me nel Comitato degli asili dove non ho mai aperto bocca, e dal mio silenzio ha arguito non soltanto il mio ingegno, ma anche la mia modestia.... A Firenze m’ha sempre cercato, per disgrazia non m’ha trovato mai.... Sta bene?

_Lui_. Nulla di tutto questo.... parlo sul serio, Emilia....

_Lei_. Può seguitare a chiamarmi marchesa, non me ne ho per male.

_Lui_. Oh! non rida! Guardi un po’ intorno a sè. Se i raggi della luna non penetrassero traverso la nebbia che copre il lago, avrebbe ragione di credere che un raggio d’affetto non possa mai illuminare il cuore d’uno scapato.... Io le voglio bene.

_Lei_. Quasi quanto a Rustem Bey e un po’ più che agli Asili infantili.

_Lui_. Non rida. Da quando? Che le importa? Ora che fissa nella luna cotesti occhi fatati, le preme forse di sapere da quanti secoli gira lassù? Come è nato quest’affetto? Ora che respira le brezze del lago, si cura forse di conoscere quale fenomeno fisico ne abbia scavato il bacino?

_Lei_. Sa che parla bene? Un po’ troppo elegante per una orazione improvvisa forse....

_Lui_. O bene o male poco importa; ma ripeto che parlo sul serio.

_(Pausa)_.

_Lei_. Me l’avevano detto che era un uomo singolare: mi vuol bene e non mi conosce.

_Lui_. Le voglio bene non per quello che so, ma per quello che credo d’indovinare. La conosco poco e l’amo giù molto.

_Lei_. E forse m’ama molto perchè mi conosce poco.

_Lui_. Ma c’è proprio bisogno per voler bene a una donna d’esser stati a scuola con lei? Io agli amori che cominciano da bambini non ci credo. Mi ricordo benissimo di tutte le compagne della mia adolescenza, e mi pare impossibile di sentire oggi la commozione più lieve per una di quelle donne che mi figuro bambine con le labbra piene di conserva e trafelate per aver giocato troppo al volano. L’amore ha bisogno di veli dietro ai quali la percezione o l’istinto indovini ciò che non appare; sotto l’aspetto di una donna bella come lei, l’amore nella sua malinconica curiosità cerca e scopre tutti i requisiti dell’intelletto e del cuore.

_Lei_. È uno spensierato o un poeta?

_Lui_. Perchè non tutte due le cose nello stesso tempo?

Il battello si fermò.

— Costanza! — gridò una voce dalla riva del lago.

_Lei_. Oh! eccoci. Mi pensi ai bauli. Dicono che Costanza è una bella città.

_Lui_. Tocca a lei, marchesa, a farmici domiciliare.

Per le vie deserte di Costanza, per i palazzi e le chiese dove più solenni durano le memorie di Lotario I, di Enrico III, di Federico Barbarossa e di Giovanni Huss, io cercai invano per più giorni i due simpatici viaggiatori.

Una sera finalmente li vidi seduti sulle rive del lago; parlavano poco e di rado; ella coi suoi belli occhi umidi seguiva le striscie luminose che le stelle cadenti tracciavano sull’azzurro del cielo; egli fantasticava distratto dietro alle nuvolette che uscivano da una sigaretta di Latakia.

Parlavano poco e si dicevano tante cose!

Ogni tanto cessavano da quella contemplazione, misteriosa voluttà dello spirito, si guardavano e sorridevano. E Victor Ugo opina che due sorrisi quando s’accostano spesso si confondono finalmente in un bacio.

— Wollen sie gefälligst Ihren werthen Namen auf das Fremdenbuch schreiben?[1] — disse il cameriere del _Zühringer Hof_ a Friburgo, presentando il libro de’ viaggiatori.

E _Lui_ seduto, mentre Emilia in piedi seguiva col guardo lo scorrere della penna, vi scrisse:

— Il conte Carlo F.... e sua moglie.

_Monsummano. 1869._

LA MARCHESA.

I.

Il ballo era finito allo otto della mattina; le carrozze sfilavano lente innanzi al palazzo del principe Dolgoruki, russo ricchissimo, che spendeva a Firenze le verghe d’argento tratte dalle miniere della Siberia e aveva raccolto in quella notte nelle proprie sale quanti nella città erano noti per nobiltà di lignaggio, o per larghezza di censo; ogni tanto compariva sulla soglia dell’atrio un servitore in livrea, una signora s’alzava per andarsene, e si vedeva un brulichìo, un mover di mani, un curvarsi di schiene; saluti e sorrisi a bizzeffe.

Perchè nell’atrio tutto ornato con piramidi di camelie si adunavano, aspettando la carrozza, le signore alle quali era piaciuto godere sino alla fine il più gaio dei balli carnevaleschi; e là sedute, continuavano le chiacchiere incominciate la sera innanzi. Gli uomini recitavano al solito la filastrocca dei complimenti e le donne al solito gli stavano a sentire con interno indicibile compiacimento; si parlava d’un po’ di tutto; qua uno raccontava in segreto a dieci o dodici persone gli scandalucci della festa: là un altro teneva allegro un crocchio canzonando questo e quello. Guardinga, silenziosa con l’occhio e l’orecchio attento si raccoglieva intorno ai gruppi delle signore la falange innocente degli _accompagnatori_; gente che forma un solo desiderio dorante il giorno e si prepara un solo godimento durante la sera: quello di dare il braccio a una signora purchessia quando va al ballo, al teatro; condurla quand’esce sino alla carrozza, e chiudendo lo sportello augurarle la felice notte. Ciambellani delle corti d’amore, introducono gli altri nelle sale del re, e aspettano fuori dell’uscio che sia finita l’udienza.

Più ammirata, più festeggiata d’ogni altra, sedeva tra due grandi gruppi di camelie bianche la Marchesa Clara di Villareale; intorno a lei la conversazione era meno rapida, meno festosa che altrove. La Marchesa appariva così portentosamente bella, che gli uomini la guardavano e basta; per discorrere bisognava distrarsi ed eglino se ne stavano a contemplarla in silenzio.

Vi sono al mondo donne le quali non piacciono a nessuno; è difficile trovarne che piacciano a tutti. Perchè gli uomini le guardano con occhio diverso; quegli desidera la maestà delle forme, il torso vegeto, le braccia robuste; ammira le statue di Giunone e vagheggia i ritratti della Fornarina; questi cerca invece nelle donne la grazia della fisonomia, la dolcezza del sorriso, e darebbe non so che cosa per far la conoscenza della Mimi Pinson di Alfredo De Musset. Lasciamo da parte l’estetica e studiamo i fatti quotidiani della vita; come va che spesso noi preferiamo ai lineamenti purissimi di una _Venere_ in carne e in ossa gli angoli bizzarri di un visetto scontorto? Come va che restiamo impassibili innanzi a una donna bella nel compiuto svolgimento delle forme femminili dai grandi occhi umidi, dalla pelle bianca, dai capelli folti, morbidi, lunghi e ci sentiamo attratti verso una donnina magrina, diafana, con gli occhi semichiusi, coi capelli corti, aridi, scarruffati?

Eppure ciò è così vero, che alla donna non importa tanto di _essere_ realmente bella, quanto di _parere_ bella a qualcheduno; e se domani una di quelle leggi che nessuno fa e tutti rispettano, in nome della moda e in onta alla Grecia classica mettesse al bando i volti di un purissimo ovale, voi vedreste le donne affaticarsi a togliere dai propri lineamenti ogni lontana rassomiglianza con la Afrodite di Cnido _per terras inclyta_ o con la _Diana_ del Museo di Versailles. Credete voi che la bellissima signora Tale dei Tali la quale, metto caso, non è stata al ballo di iersera lodata nè curata da alcuno, possa consolarsi stamani leggendo ciò che della bellezza sta scritto nel _Convito_ di Senofonte o nelle _Grazie_ del Wieland? Neanche per sogno. Quell’altra invece godrà che, guardandosi nello specchio e persuadendosi di non essere bella, potrà con una scrollatina di spalle dire a sè stessa: “Che importa? mi basta di piacere a lui!„ _Piacere a lui_: ambizioni e speranze, cure e desideri sono tutti chiusi per la donna in questo tre modeste parole.

La Marchesa di Villareale era una delle poche donne innanzi alle quali tutti gli uomini fanno un atto di meraviglia e un peccato di gola. Aveva ventotto anni; rare volte sopra un volto femminile s’aprì più rigoglioso e vago ad un tempo il fiore della gioventù; bionda, alta, snella, nel suo viso pallido, marmoreo, spirava non so quale fierezza selvaggia temperata in parte dalla dolcezza quasi infantile dei suoi grandi occhi celesti; la vita sottilissima, larghe le spalle, il tronco voluttuosamente flessuoso. La natura che di rado illumina la fronte delle donne bellissime col raggio dell’intelletto aveva fatta per la Marchesa un’eccezione; bastava guardarla per ammirarne la bellezza, parlarle per intendere ch’era una donna d’ingegno, vederla volgere li occhi per crederla buona.

Quella notte pareva anche più bella del solito, con un vestito di stoffa bianca guernito di marabù, il quale, sebbene ampio e ricchissimo, la cingeva stretta ai fianchi e ne disegnava le forme con elegante armonia; Worth, il più gran sarto da donna fra quanti fiorirono a Parigi, l’Atene de’ sarti, aveva con quel vestito superato sè stesso. Al collo la Marchesa portava una collana, lavoro di arte squisito uscito dalle officine del Castellani e raffigurante una corona di quercia, di cui ogni ghianda era una grossa perla; sulla testa un diadema simile alla collana; accomodato con tanto gusto, da evitare il gran difetto dei diademi, che danno alle signore una tal quale rassomiglianza con le regine di palco scenico; i capelli fermati sulla parte posteriore della testa le scendevano a ricci, gradatamente sulle spalle. Quando tutte le altre mostravano nella cera giallognola, nelle occhiaie profonde, nel corpo accasciato la traccia della veglia e delle fatiche, ella invece era fresca come se si levasse allora.

Quando comparve sulla soglia il servitore di casa Villareale, la Marchesa si alzò; tre o quattro uomini si fecero innanzi per darle il braccio; ella fingendo non accorgersi di quelle offerte cortesi, si volse ad Alberto Valmarana che stava immobile a guardarla, e:

— Andiamo, via, si scota: che cos’ha stasera? Mi dia il suo braccio.

E appoggiata al braccio di lui traversò l’atrio, strinse la mano alla Contessa Alberici che era stata in conservatorio con lei, salutò col più amabile dei sorrisi amici e conoscenti ed uscì.

Alberto l’accompagnò sino alla carrozza; e chinandosi per raccogliere un lembo della veste di lei rimasto fuori dello sportello, sussurrò queste parole:

— Stasera alle nove dunque?...

La Marchesa abbassò lievemente la testa; la carrozza partì. Alberto rientrando nel palazzo trovò dietro a sè il Marchese di Villareale, marito di Clara.

— Torni dentro? — domandò questi ad Alberto.

— Cinque minuti; voglio stringere la mano alla Contessa Alberici che non ho ancora salutata.

— E poi?

— E poi.... vado a letto.

— Potresti venire a far colazione da noi.

— No, grazie.

— Ci vediamo dunque al teatro?...

— Può darsi.

Il Marchese se ne andò, Alberto s’incamminò verso la Contessa Alberici. Ella appena lo vide accostarsele gli stese la mano.

— Andiamo, via, meglio tardi che mai.

— Scusi, ma....

E la contessa a bassa voce perchè gli altri non la udissero:

— Che cosa vuoi dire esser felici! si diventa egoisti; non si pensa più che alla propria contentezza! — E... lei è felice molto, non è vero? Eh non dica di no: le si legge in viso. Vada, vada, non la voglio trattenere.

Alberto s’allontanò senza rispondere. La Contessa aveva bensì detto il vero: gli si leggeva nel volto la gioia; nondimeno ella gli tenne dietro con uno sguardo pieno di mestizia e di compassione.

II.

Se Alberto Valmarana avesse avuto venti anni, egli uscendo dal palazzo Dolgornki, imbrancatosi con gli amici, sarebbe andato probabilmente a far colazione con loro, avrebbe bevuto alla salute della sua bella e, senza nominarla, adoperato per guisa da fare a tutti intendere facilmente chi fosse.

Alberto s’avvicinava ai trenta e voleva godere le estreme gioie della gioventù, goderle col desiderio prima, colla memoria poi, e se ne andava a casa solo mentre sonavano le nove della mattina, pensando all’appuntamento che Clara gli aveva dato per le nove della sera; ci pensava come se quello fosse stato il loro primo convegno segreto.... e non era.

Io che so di raccontare una storia vera, m’impensierisco se imagino che qualcheduno già dica fra sè:

— Oh Dio! questo Alberto! come si sente subito che è il personaggio di un romanzo.

Lo so. Lei, uomo sodo, che piglia il mondo come viene, che s’è avvezzato oramai a sorridere delle passioni umane, lei dirà che Alberto non aveva tutti i suoi giorni.

Lei, signora mia, che strascicando faticosamente amori infiacchiti perdè non pure il ricordo, ma il desiderio delle commozioni prime, lei dirà che Alberto la fa ridere.

Pazienza! Alberto era così ed io non posso mutare l’indole sua per far piacere a lor signori; se lo avessi educato io me lo sarei tirato su un egoista, giovandomi dei consigli preziosi di lei, uomo sodo, e dei suoi, anche più preziosi, signora mia; ma lasciato a sè stesso egli, povero ragazzo, crebbe pieno d’ubbìe; aveva tra l’altre quella d’amare, vivendo in mezzo a gente che a mala pena ha vigori sufficienti per fare all’amore.

Quando Alberto entrò in casa, il cameriere gli si fece incontro.

— C’è il signor Mario.

— Dove?

— In salotto.