Racconti

Part 9

Chapter 93,692 wordsPublic domain

Udirono bussare alla porta, e mentre la madre andava fantasticando chi potesse venire a quell'ora, Marta, quasi avvertita da una voce interiore, era balzata in piedi, avea gettato il lavoro, e aperto rapidamente il chiavistello si era precipitata nelle braccia di Federico con un grido ineffabile di sorpresa e di gioja. Federico non s'aspettava quell'impeto d'un vero affetto, egli che non n'avea conosciuta la forza; e pur tenendosi fra le braccia la giovane tutta in lagrime, se ne stava come trasecolato senza trovar nè una carezza, nè una parola.

— Voi qui, Federico? Voi a Trieste? — chiese la vecchia. — Non vi s'aspettava sì presto: ma tanto meglio! — E movevagli incontro verso la porta dove egli era restato perplesso ed immobile.

— Tanto meglio! — mormorò egli a cui l'amore non avea potuto sospendere la memoria della triste sua condizione: ma per non dir tutto così d'un tratto, trasse la Marta presso la scranna e ve l'adagiò, volgendosi nello stesso tempo alla madre, e stringendole la mano con dolorosa espressione.

— Come state, Federico? — diss'ella.

— Eh! così così: la salute non va male.

— Sia ringraziato Dio! Almeno questa! Ora starà meglio anche la mia povera figliuola.

— È stata ammalata? — domandò Federico, guardandola sbadatamente: — mi pare in fatti più sparuta del solito. La febbre, neh?

— La febbre? no grazie al Cielo; ma potete ben credere, sei lunghi mesi senza ricevere vostre nuove! Scusate Federico, potevate ben scrivermi una riga, o mandarci a dire qualche cosa.

— Che cosa potevo mandarti a dire?...

— Che cosa? — domandò Marta fissandolo tra lo sdegno e la meraviglia. — Non avevi tu niente da dirmi?...

Federico non intese il senso di queste parole, e rispose materialmente: — affeddeddio non avevo niente di buono da scrivervi: tutte le disgrazie mi sono piombate addosso: io son rovinato. Ecco tutto, se lo volete sapere. — A queste parole le due donne provarono una fitta nel cuore, ma per due diverse punture. La vecchia presentì perduti i suoi poveri cencinquanta fiorini, la giovane si confermò nel suo presentimento che non era più amata. Ella chinò il capo, come se queste parole l'avessero pienamente avverato.

— E la vostra bottega — chiese la madre della fanciulla — a chi l'avete voi confidata?

— A nessuno: l'ho chiusa.

— Chiusa!

— Nè più nè meno: e Dio sa quando potrò riaprirla. Ci han posto i suggelli. Io sono un uomo rovinato.

— Ah! disgraziato, che dite voi? — gridò la vecchia spaventata balzando in piedi e lanciandosi contro di lui. — E i miei denari, che cosa avete fatto dei miei denari?...

— In fumo, come gli altri — rispose Federico, facendo scorrere un soffio sulla palma aperta della sua mano.

La vecchia rimase interdetta per la rabbia che soffocò la parola nelle sue fauci.

— Che cosa volete che faccia io? — insistè lo stordito. — Se tutto ha congiurato contro di me! Anch'io sono stato tradito, si vede che non ho fortuna....

— Se non hai fortuna — interruppe la vecchia — dovevi avere prudenza, dovevi avere onestà. Ma io mi farò sentire, sciagurato: ho lì la tua carta, mi faranno giustizia.

Federico si strinse nelle spalle come volesse dire: — Che cosa possono farmi? Non si trae sangue da una rapa, — ma ritenne queste parole che stavano lì lì per uscirgli di bocca.

— Ma ditemi — l'altra insistette — ditemi tutto: tutti i vostri bei mobili, quella pazza spesa che avete fatto....

— Spesa? No veramente, perchè non sono pagati, e il mercante li vuole indietro....

— E voi dateglieli. —

Federico rispose anche qui con un goffo sorriso che voleva dire: — non è più tempo: gabbato anche lui; — ma non proferì la parola.

— Vendiamoli — disse la vecchia; — se uno deve perdere, sia piuttosto il mercante che è ricco....

— Ma non capite, che sono sotto sequestro? che il padron di casa li ritiene per conto dell'affitto che non ho potuto pagare?... Ve l'ho pur detto, mi pare. —

Un nuovo eccesso di collera tolse la voce alla povera vecchia, che vide impossibile anche il disonesto partito che proponeva. Ella tremava tutta come colta da subitanea paralisi, e non sapeva persuadersi di tanta disgrazia. — Povere noi! — proruppe finalmente cacciandosi le mani nei grigi capelli — in sei mesi hai sciupati i risparmi di quindici anni. Scellerato! ti domando il mio sangue, la dote della mia povera figlia.... Sai tu che ognuno di quei fiorini mi è costato una settimana di sudore e di stenti?

— Oh, sapete ch'io non so che dirvi! — rispose l'altro alterato. — Pigliatevela colla sorte, pigliatevela!...

— Ma io....

— Fate pure i vostri passi, già ve l'ho detto!... Vi saluto, e me ne lavo le mani.

— Magari non ci foste mai venuto qua dentro! E tu? che fai lì come una marmotta? — soggiunse rivolta alla figlia.

Marta durante questo dialogo era rimasta taciturna, come se si trattasse di cosa pertinente a tutt'altri che a lei. Non era la questione de' fiorini che l'agitasse, era l'uso che colui ne poteva aver fatto. Le donne che amano hanno un sesto senso che da' più lievi indizi le fa indovinare le cose lontane, le cose segrete, e quelle che non sono seguite per anco. Onde per tutto quel tempo avea tenuta china la testa, senza guardarli, senza sentirli, come se interrogasse il suo spirito su qualche più importante rivelazione. Quando le parole a lei rivolte dalla madre la scossero, levò la fronte come si svegliasse da un leggero assopimento, e la guardò trasognata. Poi, vedendo Federico che s'accostava all'uscio, calcandosi il cappello sugli occhi, si slanciò verso di lui colla elasticità d'una tigre, e afferrandolo per un braccio: — Dove andate, Federico? — gli domandò con un tuono di voce pieno di vivacità e di fermezza.

— Non vedete? Esco di qua per non accapigliarmi con quella donna che non intende ragione....

— Senti, veh! Federico, rispetta mia madre, sai, perch'ella ha ragione da vendere, e non sei degno di alzare gli occhi dinanzi a lei!

— Gli è per questo ch'io me ne vado....

— Per questo? venite qua, Federico, rispondetemi con sincerità. —

— Non v'ho io detto abbastanza?...

— Voi non m'avete detto nulla, o almeno io non ho inteso nulla di quanto diceste. Uditemi, e giurate di dire il vero....

Federico non sapeva che fare, e rimaneva lì balordo e irresoluto. Marta con voce ferma, come quella di un giudice che vuol leggere nel cuore del malfattore, gli disse: — Sono sei mesi che tu sei lontano da me: non ho ricevuto nè nuova, nè ambasciata. Avrei potuto informarmene; ho un'amica costì la quale, s'io l'avessi fatta pregare, avrebbe contato i tuoi passi senza che tu lo sapessi, e m'avrebbe tenuta in giorno di tutto. Ma io.... io ho preferito fidarmene; onde io non so che cosa tu abbia fatto nè con chi sei vissuto finora. Ora rispondimi chiaro: mi ami tu come prima?

— Potete voi dubitarne? — domandò Federico.

— Mi ami tu come prima?

— Sì, mia cara Marta, credetemelo....

— Guardami bene negli occhi. Hai tu parlato con altre donne in quel paese?

— Scusatemi: anche voi avrete parlato con altri uomini, io credo.

— Non andarmi di sbieco, ti prego. Hai tu sprecato i denari di mia madre con altre donne?...

— Chi v'ha detto?... chi v'ha contato queste falsità!...

— Nessuno m'ha detto niente. Mi conosci così poco? Mi credi tu capace di manifestare ad un altro un simile dubbio? Da te voglio saperlo: rispondimi! — e così dicendo lo fissava con due occhi da inquisitore, lucidi, freddi, che parevano scendergli nel profondo dell'anima.

Federico non potè sostenere quello sguardo. Benchè avvezzo a mentire (e non era l'ultimo de' suoi difetti), sentì corrersi un brivido per le vene, abbassò il capo e mormorò un _no_ che avrebbe bastato a chiarirlo colpevole anche innanzi ad un'altra meno accorta e meno prevenuta di Marta. Essa comprese tutto, lasciò la mano di lui che teneva stretta tra le sue, rimase muta, come se quel monosillabo proferito a quel modo l'avesse tolta d'ogni speranza.

— No? No? — riprese dopo un momento di pausa. — Giuralo, giuralo dinanzi a quella immagine che accolse le nostre promesse solenni sei mesi fa....

— Lo giuro — rispose Federico, che s'era rimesso, e chiamato a ripetere quella sacra formula, così abusata nel mondo, non dubitò di pronunciarla con quella fermezza che non avea trovata poc'anzi per rispondere un semplice no.

Marta lo fissò nuovamente, e rimase sopraffatta da quella faccia tosta. Ella era superstiziosa, e non poteva manco immaginare che uno potesse giurare il falso in quel modo senza che la terra s'aprisse sotto a' suoi piedi per ingoiarlo. Ella certo, quanto a lei, avrebbe commesso qualunque delitto piuttosto che spergiurare. Onde la sua perspicacia cedette a' suoi pregiudizi, ed aprì nuovamente l'animo alla speranza. — Basta così — soggiuns'ella — se tu m'ami ancora, se non hai parlato d'amore con altra donna, io non cambierò sentimento verso di te.

— Come? — prese qui a dire la vecchia: — egli ha mangiato il nostro.

— Zitta, madre mia. Le disgrazie non guardano in faccia ad alcuno. Il cuore val più di tutto l'oro del mondo. Non ti perder d'animo, Federico; se hai avuto delle disgrazie, a tutto c'è rimedio. Il Signore ci provvedrà. Siedi qui con noi, contaci tutto. — Così dicendo, lo fe' sedere tra sè e la madre, facendo mille carezze a quest'ultima, perchè temperasse la sua collera e il suo rancore. Federico che forse avrebbe desiderato svignarsela, e lavarsi, come avea detto, le mani, non ebbe il coraggio di resistere a quell'improvvisa riconciliazione, e infilzò un centinaio di disgrazie una più bella dell'altra, tanto che le due donne non solamente gli prestarono fede, ma lo compiansero e sentirono un dolore vero pegli improvvisati contrattempi del mariuolo. Si terminò coll'intavolare qualche progetto che riparasse a' disordini. Federico dichiarò d'essere disposto a rimanere a Trieste, a porsi come giovine presso un dei primi parrucchieri della città, e vivendo alla meglio, metter da parte il salario che ne trarrebbe per riscattare se stesso, i suoi mobili, e porsi nuovamente in istato di aprir bottega da sè. Stabilite fra loro queste cose, ei prese congedo da quelle due donne, un po' riconciliato con se medesimo, e veramente disposto a mettere ad esecuzione quel nuovo disegno.

La madre, all'istanza di Marta, si mise all'indomani colle mani e co' piedi; interpose la mediazione del suo padrone presso uno de' barbieri che erano più in voga a que' giorni, e ottenne che Federico si acconciasse con lui in qualità di primo giovane con discreto salario. La povera Marta respirò, ma per poco. Federico non era degno di lei.

VI.

Fisiologia.

Federico, io diceva, non era degno di tanto affetto: non era degno di Marta. Frivolo, incerto in ogni azione, schiavo dell'ultimo impulso che riceveva dall'ambiente in cui si trovava, non poteva corrispondere a quell'amore, perchè non poteva sentirlo nè immaginarselo. Egli era una di quelle macchine umane che abbondano in ogni luogo, che non hanno volontà propria, buone senza entusiasmo, triste senza scusa, perplesse tra il sì e il no, come il pendolo tra le pile voltaiche, capaci di far tutto mediocremente, e nulla di perfetto, o che si accosti alla perfezione. Prendono la vita alla leggiera, o la vendono al minuto, senza curar l'indomani. Questi caratteri hanno una grande facilità ad assumere tutti gli aspetti, a fingere tutti i sentimenti, appunto perchè sprovveduti del proprio; e quindi per alcun tratto ingannano gl'inesperti, e possono passare per uomini di squisito sentire, di forte ingegno, d'indole generosa. In amore sono per lo più preferiti, perchè non dimenticano alcuna di quelle piccole cure di cui si nutre la vanità femminile. Guai però se viene il momento che un cuore profondamente appassionato dimandi da loro un ricambio d'affetto, uno di quei sacrifici che sono lo scandaglio dell'anima! Allora codesti uomini restano lì sbalorditi, e svelano dinanzi gli occhi della delusa amante la propria nullità e la propria indifferenza, senza sentirne rimorso. Tal era il nostro povero Federico, e meglio per lui se fosse stato conosciuto fin da principio per quello ch'egli era!

Marta invece era uno di que' caratteri fermi che abbracciata un'idea, e presa una risoluzione, la tengono dinanzi siccome bussola, e a quella riferiscono ogni azione della vita, ogni sentimento dell'anima. Siffatti caratteri, più rari a trovarsi, possono, a chi ne sfiora solo la superficie, sembrar insipidi o freddi; perchè pieni di quell'idea che li occupa, vivono come stranieri a tutto ciò che a quella non s'appartiene: simili agli amatori entusiastici della botanica, dell'archeologia o di qualche altra specialità, i quali darebbero il mondo per quella pianta rara, per quel pezzo di lapide, per un bulbo di dalia azzurra, se mai l'industria de' giardinieri giungerà ad ottenerla. Di questa pasta si formano i genii ed i pazzi, i martiri della virtù e della verità, e i grandi scellerati, che avendo proposto a se medesimi un fine a cui non possono pervenire per la diretta via, vogliono ad ogni costo raggiungerlo per l'obliqua, dovessero lasciarvi la pelle, o insanguinarsi le mani.

Uno sbaglio di vocazione, un primo errore che non si potè prevedere nè riparare, un sopruso patito, una giustizia negata bastano sovente a determinare al male più che al bene un uomo o una donna di tal indole; e fatto il primo passo, posta o gittata la maschera, non v'è più mezzo a ritrarsene; una serie di casi fortuiti, e per se stessi agevoli a vincere, pigliano l'aspetto di una sinistra fatalità che c'incalza alle spalle e ci spinge nel precipizio. A questo male, se l'educazione non sa prevenirlo, non v'ha rimedio più tardi: l'errore non è più nel dominio della libera volontà; ha invaso l'intelletto, ha pervertito il cuore, è divenuto una vera pazzia, che l'ospitale non cura, e la carcere non reprime. Si rise di quelli che si sono posti a raccogliere e ad educare di preferenza i più mariuoli tra i figli del povero che ingombravano il trivio: ma quei filantropi avevano ragione. Le cure più grandi e più assidue si devono consacrare a costoro, sì perchè non vada perduto quel tesoro di forza morale onde sono dotate le indoli più riottose, sì perchè, trascurate sul bel principio, per difetto di un conveniente esercizio non si volgano al peggio, sprecando l'esuberante vigore fuor del diritto cammino. Se ognuno avesse fin da' primi anni libera la scelta della professione o dell'arte, se i primi impeti dell'affetto non fossero delusi o traditi, ci sarebbe più copia d'uomini fermi ed intieri, e non vi sarebbe luogo a chiedere: _di chi è la colpa?_ al frequente ricorrere dei delitti e dei dolori che ci funestano. Una di queste nature era Marta.

Ognun vede che quei due cuori, venuti un tempo a contatto l'un dell'altro, avrebbero corsa la sorte dei due vasi della favola, l'uno di ferro, l'altro di creta, che sbattuti fortemente insieme diedero tosto a conoscere la materia differente ond'erano fatti. Quello di creta rimase infranto.

VII.

Da Scilla a Cariddi.

Sul principio le cose si presentavano nel più prospero aspetto. Federico, collocato presso uno de' più accreditati barbieri, pratico dell'arte sua, e piacevole delle maniere, della persona, giunse a cattivarsi il favore di tutti, fu preferito a' suoi pari e ricompensato più largamente. Memore di dovere alle due donne questa picciola fortuna, e uscito appunto dalle angustie che lo stringevano, tra per gratitudine, tra per amore, passava presso di Marta le poche ore di libertà che gli erano date, e rispondeva colle più tenere dimostrazioni allo schietto e profondo amore della fanciulla. Qualche volta sulla sera, terminate le giornaliere occupazioni d'entrambi e rassettati alla meglio, si trovavano insieme, e in compagnia della madre, o soli, che già risguardavansi come sposi, s'incamminavano verso il Boschetto, o alcun altro dei passeggi suburbani, contenti l'un dell'altro, senza bisticciarsi, e terminavano all'osteria, nella quale Federico beveva per due, e Marta lo stava guardando, mal contenta di quell'abitudine e di quello spendio, ma ben lontana da lasciar trasparire il suo malumore. — Col tempo, — diceva ella a se stessa — col tempo egli lascerà questi vizi, e troverà nella sua casa, vicino a me, qualche cosa che lo farà più felice. — Qual è quella donna che ami veramente, e non s'abbandoni a siffatta illusione? Ella misura l'anima dell'amante col proprio modulo, e crede tanto più facili quei sacrifizi, quanto sarebbe disposta a farne di simili e di maggiori, senza difficoltà e senza venirne richiesta, pur che fossero accetti.

Era una di queste sere. I due promessi s'avviavano verso la barriera vecchia, intertenendosi quietamente dei loro progetti avvenire. Fabbricavano la loro casa, l'addobbavano con quel modesto lusso che convenisse alla loro condizione, e ci vivevano in dolce armonia, colla madre, e coi loro figli nascituri, a cui la Provvidenza si sarebbe incaricata di fornire il pan cotidiano, mercè le loro comuni fatiche. Marta che in questi piacevoli sogni poneva più fiducia, e se li dipingeva al pensiero con più verità, mostrava sul viso l'interna compiacenza ond'era compresa. I suoi occhi raggiavano, il suo pallido volto tingevasi allora di un lieve color di rosa, che la rendeva più bella che mai. Camminava al fianco di Federico appoggiata mollemente al braccio di lui, con quella gentil superbia d'una fanciulla che si mostra la prima volta al mondo sostenuta da quello che può dir suo, contenta d'esser veduta dagli altri, e nel medesimo tempo non di altro occupata che dell'uomo che le sta presso.

Io credo che poche situazioni concorrano più di questa a imprimere sui lineamenti di una giovane donna quella ineffabile armonia che è la bellezza dell'anima propagata al di fuori.

In questi momenti ella fu occhiata dal signor B., uno dei ricchi avventori di Federico, il quale per aver agio a contemplare la ragazza, si degnò, con una discretezza da grande, dirigere un saluto al suo parrucchiere e dargli non so qual commissione per l'indomani. Egli parlava a Federico, ma nel medesimo tempo fissò la fanciulla con tale un'occhiata che le fece abbassar le pupille tra imbarazzata e vergognosa dell'altrui inverecondia.

Il signor B. era un destro ed assiduo cacciatore di quella selvaggina umana, che va per le vie vestita in gonnella, e sembra men curante dell'altra di schermirsi dalle insidie e dai lacciuoli de' dilettanti. Vi sono uomini che vivono di siffatta caccia, e profondono in essa più denari e più tempo che gli antichi castellani non solevano in altre. Hanno i loro falchi, i loro veltri, che cercano la preda desiderata nelle tane e nei covi più secreti, e sanno snidarnela o in un modo o nell'altro, quand'anche fosse custodita dall'argo più vigilante e da' Cerberi più susurroni che esistano al mondo.

Il signor B. non si fidava però tanto a codesta genìa, che non tentasse qualche colpo felice da sè medesimo; anzi in questo ei metteva più interesse e più gusto, tanto più se l'animale fosse ritroso, e recalcitrasse alle lusinghe e alle promesse dell'amatore. Già m'intendete. È una razza privilegiata che non venne mai meno nel mondo; e se alcuno osasse diriger loro qualche rimostranza, hanno una risposta che val per tutte: — per qualche cosa si è ricchi! — Infatti essi credono far del bene all'umanità, gettando per un piacere frivolo e passeggiero i loro fiorini. È un lusso come tutti gli altri, è un contratto di compra e vendita, dei più nobili e più disinteressati che mai. E se alcuno avverte come il mercato è simoniaco, e' dicono che l'anima è un accessorio, una regalìa affatto incalcolabile nell'affare. Su di che, vi prego o lettori, qual dubbio vorreste muovere? Se avete qualche cosa a soggiungere, rivolgetevi al sullodato signor B. e fate voi.

La mattina susseguente Federico, all'ora assegnata, non mancò di trovarsi al convegno. Introdotto nella camera del suo ricco avventore, si pose col miglior garbo del mondo a raderlo, a pettinarlo e trasformarlo in Adone, intertenendolo intanto delle novelle più recenti che correvano per la città. Il signor B. le ascoltava per compiacenza, mostrando coll'aria del viso d'esserne già informato, e che sapeva la cosa meglio di Figaro. Pareva che volesse cantargli il falsetto: _Un viglietto? Eccolo qua!_

Quando gli parve tempo di poter arrischiare la domanda senza compromettersi, interpellò Federico sulla sua compagna della sera antecedente.

— È un'istriana? — disse con un tuono tra il negativo e l'affermativo.

— No, signore. È una forestiera.... che dimora a Trieste da qualche tempo.

— Vuoi darmela ad intendere, buffone che sei?...

— Dio mi guardi, signore. Le pare? Ella può informarsi....

— Oh! che importa a me di lei e di te, e di tutti i tuoi pari?

— Grazie.

— Però devo confessare che non sei di pessimo gusto. La sposi neh?

— Ma signore, sposarla, veramente.... a questi tempi i guadagni sono sì scarsi....

— Che non ti pago io forse? indiscreto!

— Oh! se tutti somigliassero a lei.... ma sono rari, rari i signori che distinguono il merito.... cioè.... non so spiegarmi come vorrei.

— Bel merito in fatti! — soggiunse il signore ironicamente. — Bel merito! Ma bisogna sposarla quella ragazza: io amo la gente di buona morale. M'intendi? bisogna sposarla.

— Eh! signore, — replicò Federico — io non desidero altro, e anche la fanciulla; anzi ci siamo promessi....

— E volevi infingerti? mariuolo che sei. Io ho buon naso, vedi, e non si può nascondermi nulla. Scommetto che siete un poco più che promessi.

— Oh per questo poi mi fa torto....

— Ti fo torto eh! innocentino.... fammi ridere.

— Non dico a me, veda, ma alla ragazza che è una vera perla nel suo genere, una schifiltosa che non si lascerebbe toccare un dito. Romana, e tanto basta.

— Già, già s'intende. Tutte così!... E di dove l'hai tirata fuori questa fenice?

— È la figlia d'una vecchia sessolotta che va spesso a giornata nel magazzino del signor N. N.

— In compagnia della figliuola?

— Sissignore; ma se io la sposo, non farà più quel mestiere.

— Già, se tu la sposi farà la dama.... Ti porterà una dote di cento mila fiorini.... E tu diventerai principe o cavaliere.... non è vero?

— Ella scherza, signore. Noi siamo povera gente, ma i nostri buoni padroni ci ajuteranno. E poi la ragazza non ha capricci, è buona massaja e non mi sarà di gran peso, se non vengono figli.

— Se fosse veramente tale come me la descrivi, io non mi scorderò di te nel giorno delle tue nozze. Ma vorrei conoscerla prima. Io ho buon naso, e saprò se merita la tua mano e i miei benefizii. —

Così il signor B. gittò i fondamenti della sua avventura. Federico, che conosceva l'uomo, capì bene le secrete intenzioni del suo protettore, ma dissimulò da uomo prudente, e lasciò correre la cosa senza darsi fastidio del come sarebbe andata a finire. Egli era uno di quelli che dicono: — vengano danari, e al resto ci pensi chi ci ha da pensare. —