Racconti

Part 8

Chapter 83,836 wordsPublic domain

Non voglio dire con questo che fin da principio egli si proponesse d'usarne a mal fine, nè che l'amor suo per la giovane fosse tutto finzione. Non voglio calunniare alcuna condizione, per abbietta che sia, nè intendo che i barbieri debbano avere sul cuore il pelo che radono dalle gote. Il barbierino l'amava: Marta era una bella ragazza, di forme piuttosto quadre, pallida ma non sparuta, colla testa incoronata dalla più bella capellatura che Figaro avesse mai trafficata alla sua bottega. Essa lo amava, e amor chiama amore. Se il matrimonio si fosse conchiuso al momento, se i due sposi avessero potuto accasarsi e vivere insieme, la sarebbe stata una famiglia di più, nè più nè meno felice di tante altre. Ma il letto, la dote, la previdenza materna, gl'indugi imprevisti, la speranza di un terno al lotto o di un'altra eredità, l'eldorado che sognano gli innamorati per l'indomani, tutto ciò aveva fatto differire le nozze, e persuaso il giovane a fare il suo tirocinio in una città dove avesse un minor numero di rivali e di concorrenti. Intanto il diavolo ebbe tutta la comodità di mettere la sua coda fra i due fidanzati come furono un dieci miglia distanti l'uno dall'altro. Federico portò in una piccola città dell'Istria le idee di Trieste: volle fin da principio abbagliare colla ricchezza degli addobbi, e cattivarsi un buon numero d'avventori. Prese a pigione una vasta bottega che volle nominare _Stabilimento_, parola magica, ma per ordinario di poca stabilità. Fece venire da Trieste quattro capaci poltrone, due foderate di marrocchino, due di stoffa rabescata e superba, per le pratiche più distinte. Le pareti sfolgoravano di vasti specchi, a ciascun lato dei quali sporgevano doppieri di bronzo dorato. Dal soffitto pendea una lumiera a tre becchi, elegante di forme, e sospesa per modo che poteva girarsi e illuminare il più ritroso pelo che fosse sfuggito al rasoio. Tra gli specchi figuravano parecchie litografie colorate, per dar materia a parlare e a pensare a quelli che, secondo i suoi calcoli, avrebbero dovuto annoiarsi aspettando che si spedissero i primi venuti. Prese un paio di garzoni al suo servizio, li volle ben vestiti e ben disposti della persona, perchè nulla d'inelegante avesse a ferir l'occhio in un _tempio_ destinato alla moda e alla gentilezza. Non mancavano sugli stipi intarsiati nè i giornali di Parigi, nè gli indispensabili figurini che prescrivessero la foggia e quasi il color dei capelli. Non conosceva a dir vero l'arte di architettare un _frontino_, una parrucca che ingannasse l'occhio, e potesse dileguare il sospetto di prematura calvizie: ma s'avvisò di fare una scorreria nei dintorni per comperare a buon mercato dalle povere villane la spontanea ricchezza delle loro trecce, le quali con minor fatica accomodate e pulite, potevano riparare ai danni del tempo o della _toilette_ nelle attempate matrone di quella città. Una ricca suppellettile di rasoi, di pettini, di variopinte pomate, d'olii odoriferi e portentosi completavano questa officina che sarebbe stata meraviglia a Trieste; figuratevi poi che spicco dovesse fare in provincia!

Ma chiederete voi, dove trovò Federico il danaro per tutte codeste masserizie, per tutti codesti addobbi? Voi ricorderete che egli aveva ricevuto dalla sua futura suocera centocinquanta fiorini; ricorderete ch'egli era conosciuto a Trieste, dove si può indebitarsi per sei mesi con molta facilità, massime chi vuol piantare stabilimenti, e ha una dose sufficiente di ciarlataneria e di fiducia in se stesso. — In sei mesi — diceva egli — io avrò pagato i miei mobili, la mia pigione, i miei garzoni, e potrò restituire alla Marta i suoi danari.... e forse la sua promessa. — Io non so se dicesse quest'ultimo, ma lo pensava. Le sue speranze gli avevano piena la testa d'albagia. — Marta forse mi converrebbe oggidì, ma fra sei mesi, quando mi farò chiamare _monsieur_, quando sarò padrone di uno stabilimento, quando non potrò bastare al numero crescente dei miei avventori! Ci penseremo. A buon conto, il matrimonio non è celebrato, e se mi verrà fuori un miglior partito costì fra quei Vandali, io non sono già schiavo d'una parola _senza conseguenza_. — Così pensava Federico, fondato su quella fragile e incerta base che voi sapete; base che doveva in poco tempo mancargli sotto e lasciarlo cadere nel precipizio con tutte le sue folli speranze.

Le grandi città, specialmente se commerciali, aprendo un libero varco alla concorrenza, nè avendo il tempo per discernere l'oro dall'orpello, possono talora avverare questi calcoli, e favorire chi sa più destramente abbagliarle coll'apparenza. Ma la bisogna non va così nelle piccole. In queste la gente è meno occupata de' proprii fatti, e quindi bada più a quelli degli altri: l'occhio linceo del provinciale penetra i più secreti misteri delle famiglie, vede per entro alle muraglie, entro agli scrigni, come se fossero di cristallo, e se non c'è una realtà che giustifichi l'apparenza, il ciarlatano è sbertato in due settimane, e non c'è più chi lo salvi dalle beffe e dal danno. Nelle grandi città il segreto di guadagnare molto è quello di saper perdere a tempo: nelle piccole la più stretta economia è necessaria ad ammassare, quattrino per quattrino, un povero capitaluccio che basti appena per non soccombere ai casi emergenti. Per venire al concreto, Federico avrebbe potuto redimere se stesso a Trieste, dove la barba si rade ogni giorno, e i capelli dei giovani eleganti si scompigliano così spesso: ma nell'Istria la cosa è diversa. Quivi non c'è penuria di quelli che si radon da sè, e pochi son quelli che pagano il barbiere a moneta sonante; e le donne hanno gran cura dei loro capelli, e non li affiderebbero per tutto l'oro del mondo alle mani di un parrucchiere. Le sue trecce comperate a contanti non passarono mica, come ei si credeva, dalla nuca delle villane alla fronte delle matrone, ma rimasero ad ornare le vetrine del suo negozio, invecchiando senza profitto. In una parola, bastarono due mesi ad esaurire i capitali e le speranze di Federico. La sua bottega non potè mai divenire un fondaco di grandi guadagni: divenne un convegno di gente sfaccendata che trovava meglio il suo conto ad oziare costì le lunghe sere su quelle soffici poltrone, che ad acculattare le sedie di un caffè, dove l'urbana ospitalità del garzone non avrebbe tardato molto a porre a contribuzione la borsa. A farla breve, nella bottega di Federico si tagliavano più panni che non si radessero peli, si vendevano più scandali che parrucche, si spacciavano più avventure che pomate odorose. E il padrone? Ei lucrava talvolta il titolo di faceto, la lode di smaliziato, ma non ricattava le spese della sua splendida illuminazione.

In capo a due mesi i suoi poveri fondi furono al verde: provò a indebitarsi anche là, ma non trovò quel credito che s'aspettava: le scadenze cominciarono a parergli più prossime, più irreparabili, più ruinose; ai centocinquanta fiorini di Marta appena volgeva un pensiero: la giovine, la promessa, il matrimonio gli sembravano cose assurde. Voleva scriverle, ma che mai? Perchè versare in quel cuore, che lo amava sì caldamente, quel principio di disperazione che già lo rodeva? E poi.... E poi.... forza è dirlo. Egli aveva già mancato a que' giuramenti: un'altra donna s'era impadronita dell'amor suo, e avea contribuito per la sua parte a sciupargli quel po' di scorta. Se si fosse conservato fedele alle sue promesse, avrebbe forse trovata la forza di domandar consiglio alla vecchia che dovea fargli da madre, i cui consigli avrebbero forse, se non impedita, almeno resa meno fatale la sua rovina. Ma egli non poteva gittar tutta la colpa sulla fortuna; sentiva quanta parte glie ne toccasse e quando questi pensieri venivano a molestarlo, li affogava nel vino.

IV.

Delusione.

Abbiamo lasciato il nostro Figaro ad annegar nel vino il pensiero delle imminenti scadenze, e quel resto di amore e di gratitudine che ancor lo legava alla povera Marta. Lo sciagurato non era solo; un'altra donna gli sedeva accanto nella remota taverna, dove sciupava la sera gli scarsi guadagni della giornata. Non siate sì presti a giudicarne sinistramente. Era una giovane di 25 anni, fantesca, cuoca, cameriera, governante e padrona, come vi piace meglio, di un ricco possidente di quella terra: una donna onesta, come ella diceva ad ogni dieci parole, che amava il vantaggio del suo padrone come suo proprio, che lo aiutava a vestirsi la mattina, a spogliarsi la sera, perchè era vecchio e gottoso, gli ammanniva i bocconi più ghiotti, gli augurava cent'anni di vita.... nell'altro mondo, semprechè morendo si ricordasse di lei e dei lunghi e vari servigi che gli aveva reso con una delicatezza e un disinteresse impareggiabile e degno del più generoso compenso. Sono parole sue. A quell'ora (erano trascorse le dieci) dopo aver messo a letto il suo caro padrone, e spento il fuoco nella cucina, e uditolo russare nel suo letto tranquillamente, a un cenno di Federico era uscita di casa pian piano, e andata con lui a esilararsi un po' dopo le fatiche del giorno; e questo, già s'intende, senza che nessuno avesse a dir nulla sul fatto suo. Essa era libera; egli era libero (s'era ben guardato di dirle quanto innanzi fossero andate le sue relazioni con Marta); potevano un giorno divenire marito e moglie, solo che quel vecchio rantoloso del suo amato padrone s'imbarcasse un bel mattino per l'altro mondo. Intanto era giusto che si trovassero un poco assieme per conoscere reciprocamente il loro carattere, e non contrarre certi legami colla testa nel sacco, come si suol dire fra la gente giudiziosa. Questi erano i loro discorsi, quando dovevano respingere o preoccupare qualche indiscreta supposizione.

Tal è la facile morale delle sue pari; e qui ancora siamo costretti a ripetere: _Di chi la colpa?_

Sedevano ad un piccolo desco l'uno rimpetto l'altra, guardandosi tratto tratto in aria carezzevole, e scambiandosi fra loro alcuna di quelle frasi onde la gente volgare suole significarsi il reciproco attaccamento. Dico attaccamento e non amore. Federico e Giustina erano più attaccati l'uno all'altra che amanti. Egli vagheggiava in lei gli orecchini d'oro, la collana, i buoni scudi che aveva messo da parte, e più di tutto l'influenza che esercitava sul suo padrone, tra i più facoltosi della città.

Ma dopo aver sacrificato i più begli anni al servizio di un vecchio celibatario, sfidando da una parte le noie, le fatiche, le veglie, dall'altra le maldicenze e i giudicii temerari del mondo, avea bisogno di riposare il pensiero nell'idea di un marito che un giorno potesse riabilitarla ai proprii occhi e far tacere le male lingue. I debiti e un interesse pecuniario tenevano le veci d'amore in Federico: un interesse morale, men turpe dell'altro, aveva fatto gradire a Giustina le galanterie del barbiere. Chi avesse letto nei loro cuori questa miserabile pagina, avrebbe riso alle calde proteste d'amore, alle improvvisate espansioni dei due innamorati. Ma che vado io applicando al caso nostro questa ipotesi trista e divenuta già sì comune? Nel nostro c'erano due ragioni che scusavano una tale dubbiezza: i debiti da una parte, e il bisogno di migliorare la propria riputazione dall'altra. Checchè ne fosse, i due amanti erano ancora nella felice illusione, ignoravano il secondo fine che dettava quelle parole e quelle carezze, e forse anche non avevano confessato a se medesimi la propria frode. Aveano ancora più buona fede che non suol trovarsi in persone più alte in simili casi. Ma era giunto il momento della grande rivelazione.

— Giustina, — disse Federico alla sua compagna, dopo aver biascicato la parola per un buon tratto, e sperimentato nella sua mente almen dieci maniere per entrarle in materia — Giustina, voi mi andate assicurando che mi volete bene. Da due mesi che ci conosciamo me l'avete detto più di cento volte, ed io.... io ve l'ho sempre creduto sulla parola.

— Ebbene che cosa vorreste dire? Che non ho detto la verità? Voi piuttosto....

— Mi guardi il Cielo di farvi questo rimprovero. Anzi io sono tanto sicuro dell'amor vostro che questa sera sono risoluto di metterlo alla prova.

— Oh! questo poi!... interruppe la donna con quella dose di ritrosia che era conveniente alla sua posizione. Questo poi!...

— Un po' di pazienza; non date una sinistra interpretazione alle mie parole. Voi sapete quante spese ho dovuto incontrare per metter su il mio stabilimento con quel decoro e con quel lusso che sapete. Io speravo che gli affari avessero a prosperare fin dai primi momenti. Se ne sono vedute tante delle fortune! Ma tutti i paesi non sono uguali, e debbo confessarvi che finora il fatto non ha giustificato i miei calcoli. —

Giustina lo ascoltava con una cert'aria tra la perplessità e l'impazienza. Non sapeva ben vedere a che parasse questo bel ragionamento di Federico; ma la sua naturale accortezza le fece intravedere che l'esordio non doveva condurre nè ad un regalo nè ad altra cosa di buono per lei. Tuttavia dissimulò e lasciò che l'amico tirasse innanzi.

— Voi m'intendete — soggiunse Federico.

— Intendo, — rispose Giustina sbadatamente; come quella che non aveva inteso nulla, o non voleva intendere più in là.

— Dunque, ho contratto degli impegni. Per non mostrare, come si dice, il lato debole, bisogna che fra pochi giorni io sia in istato di pagare il semestre a quel satiro del padrone, e dare almeno un acconto a quello di Trieste, che mi ha venduto le mobiglie.

— Sicuro — soggiunse Giustina.

— Dunque, — conchiudeva sempre l'amico, — se io non trovo alcuno che mi dia la mano in questa circostanza, dovrò sfigurare.

— Eh certo!

— Mi consolo che voi stessa ne convenite, mia buona Giustina, e non dubito che....

Giustina restava immobile e alquanto imbarazzata a questa interpellazione fatta direttamente a lei.

— Già — seguiva Federico — presto o tardi noi dobbiamo fare una casa sola.... Se è vero che siate disposta a darmi la mano di sposa, i vostri interessi sono fino da questo momento una cosa comune....

— Eh! ma.... bisogna vedere....

— Che cosa?

— Perchè.... come volete ch'io possa?... Sapete pure che sono una povera serva....

— Se poi mi cambiate parola....

— Io no, ma alfine....

— Voi mi avete detto d'aver messo da parte qualche cosa, e che alfine non vi sposerei senza dote.

— Quando saremo al momento.... Dirò.... io non ho messo da parte nulla.... ma il padrone m'ha promesso che quando mi fossi maritata, quando avessi trovato un buon partito, un giovine solido, come egli dice, non mi avrebbe abbandonata.

— Ebbene il vostro padrone sa che noi ci vogliamo bene....

— Che dite voi? Meschina me se lo sapesse! M'avrebbe già scacciata dalla sua casa.

— Giustina, voi mi scambiate le carte in mano. Non sono quindici giorni che voi mi assicuraste di averne fatto parola al vecchio.

— Io? Ah sì! Adesso me ne ricordo.... ma così all'aria senza dire nè chi nè quando. Gli ho detto che ogni anno passa un anno, e ch'era tempo ch'io mi accasassi. Che v'era un tale....

— Ebbene?

— Ma non gli ho mica detto il nome, sapete! Povera a me! E ora tanto peggio: perchè egli vuole un uomo solido, che abbia qualche cosa. Vedete bene....

— Io veggo bene, — soggiunse Federico senza perdersi di coraggio — veggo bene che voi cercate pretesti per mancare al vostro impegno. Veggo bene Giustina che voi non mi amate punto.

— Io? anzi vi ho sempre voluto bene.

— A parole, ma ora che siamo venuti al fatto vi tirate un passo indietro, e fate quel conto di me che fareste di un estranio. Sia come non detto.

— Ma no, Federico, credetemi, s'io potessi....

— Potete benissimo, ma vi manca la volontà, vi manca l'amore. Conosco un'altra persona che nel caso vostro non avrebbe aspettata la domanda per darmi aiuto, e quasi quasi sento rimorso di averla trattata....

— Eh già! Voi parlate di quella di Trieste, della vostra prima fiamma. Andate da lei dunque; perchè mi venite a seccar me?

— Perchè io sono un pazzo a prestarvi fede; perchè sono stato ingannato dalle vostre belle parole. Niente, niente. Sia per non detto. Domani saprò che cosa devo fare....

— Ma sentite, Federico, fidatevi ancora. Ditemi almeno quanto vi occorrerebbe....

— Una miseria.... con duecento fiorini io potrei fare una buona figura e tirar innanzi altri sei mesi....

— Duecento fiorini! — gridò Giustina spaventata. — Duecento fiorini! Sapete che fanno seicento _svanziche_? Se mi vendo tutta coi miei abiti e col mio oro non tiro tanto.... Voi siete dunque rovinato?

— Rovinato per questa bagattella? Questa somma io conosco molti che la guadagnano in quindici giorni. Se io avessi ascoltata la Marta, e fossi restato colà in qualità di primo giovine, a quest'ora li avrei guadagnati in tante mancie.

— Ma se la cosa è in questo modo, non so che dire....

— Se voi ne parlaste al vostro padrone? Mi dite che vi ama tanto.... Si coglie un buon momento: una carezza di più, e il colpo è fatto.

— Sì, sì, altro che carezze! Duecento fiorini! Voi non lo conoscete il mio padrone. Sentite questa. Una sera faceva i pediluvj per guarire dal suo solito reuma. Colgo il momento, e gli propongo di comprarmi questi orecchini d'oro — non mica di regalarmeli, vedete, ma perchè la Margherita che me li ha venduti, aveva bisogno di denari, ed io non ne aveva. Mi pensai di domandare dieci fiorini a prestito al mio caro padrone. Volete credere? Al sentire nominare dieci fiorini, si dimenticò del bagno, e saltò in piedi con tanta furia che rovesciò la conca, e l'acqua allagò tutto il tappeto....

— E allora...?

— Allora io corsi fuori di camera e lo lasciai strillare a sua voglia per più d'un'ora. Eh! se lo conosceste!...

— Ma poi ha dovuto comprarveli....

— Credo!

— Dunque.... un'altra strillata e....

— Un'altra strillata, volete dire, e poi fuori di casa per sempre.... Duecento fiorini! se si trattasse di dieci o dodici....

— Dieci o dodici non bastano neanche a pagare il merciaio per quell'abito....

— Avete fatto un debito per quell'abito?...

— Sicuro! che serve? Volevo mostrarvi col fatto che vi amavo....

— Male, malissimo! Chi ve l'ha domandato? Tanto peggio per voi! Io non avevo bisogno dei vostri regali. Domani ve lo restituisco.

— Ah voi m'intendete così? Voi mi ringraziate in questa maniera?

— Se siete pazzo!...

— Sì, io sono un pazzo, e voi un'ingrata. Addio, addio per sempre. Non mi aspettavo che la nostra relazione avesse a terminare in questa maniera....

— Oh! questo poi non potevo immaginarmelo nemmeno io!

— Meglio tardi che mai! —

Dicendo queste parole Federico pagò il conto, condusse la donna sino alla porta della sua casa, e tornò all'osteria a smaltire il dispetto di tanta resistenza. Ma questo dispetto era tale da non potersi smaltire così facilmente. Fino dal primo momento che l'improvvido Federico avea pensato a' suoi debiti, e quasi nel tempo stesso avea disperato di poterli mai soddisfare per le vie ordinarie, tormentato da questa inquietudine cercava di riposarsi nel pensiero di Giustina, e nel soccorso che avrebbe potuto porgergli all'uopo co' suoi risparmi. E per tenue che fosse il filo a cui raccomandava la sua speranza, siccome era il solo che avesse, così gli venne ogni dì sembrando più solido e sicuro. Operava in lui la trista abitudine già contratta. Guai a coloro che si sono accostumati a trovar sempre pronta l'altrui beneficenza nelle angustie in cui cadono! Guai a coloro che sprovveduti di mezzi proprii, e disperando poter bastare a se stessi col lavoro e colla cotidiana fatica, sperano nelle impreviste fortune dell'oscuro domani! Essi sono continuamente lusingati dalle non probabili contingenze, e al mancare di queste, non sanno più dove rivolgersi, e disperano di se stessi e d'altrui. Il volgo degli accattoni, e tutta quella schiera di scioperati che si credono in diritto degli altrui benefizi, si sono venuti formando in tal modo, passando dalla speranza improvvida al disinganno, e da questo a quella abituale indolenza che non ha più rimedio.

Federico non sapeva più dove battere il capo. Avea fatti, a suo dire, tanti sacrifizi per raggiungere la sua mèta e per nutrire quella speranza, e trovarsi così ad un tratto deluso! Il pensiero di Marta e della sua spontanea generosità gli si presentava ora più cruccioso che mai. Averla dimenticata, aver mancato alle sue promesse, a' suoi giuramenti, aver simulato con una serva un amore che non sentiva, solo per trarla nella rete, e farsene una scala alla propria ambizione, e vedersi tolta ogni speranza di ricevere il premio della sua infedeltà, della sua doppiezza, della sua infamia! E fosse la verità che gli parlasse dal fondo dei vuotati bicchieri, fosse il rimorso che venisse, come giusta punizione, a pungerlo più fieramente, e il confronto della donna amata e tradita con quest'altra nè amante, nè amata, e non di meno preferita alla prima; o fosse finalmente che i sentimenti della morale mandassero ancora qualche tenue bagliore all'anima sua, codesto sciagurato non esitava in quel momento a chiamarsi coi nomi più umilianti. Egli era un tristo e sentiva di esserlo, sentiva che l'abusare delle esterne sembianze dell'amore per fine d'interesse era un ignobile mercato, era una vera infamia. Ma dopo aver pensato alcuni minuti a levarsi di dosso quella macchia, non trovando alcun espediente che fosse agevole ed efficace, bevette l'ultimo bicchiere di vino, e s'addormentò.

Dopo alcuni giorni lo stato delle sue cose, già subodorato anche prima dai più curiosi, non fu più un mistero per la città. Il proprietario della sua bottega che gli aveva creduto sulla parola, lo chiamò a sè, e dichiarò di voler essere pagato all'istante. Federico balbettò qualche scusa, promise per l'indomani, senza pensare che l'indomani verrebbe presto, e non gli porterebbe una signoria. Volle sofisticare sul conto, ripigliare la sua burbanza, ma non potè far altro che dare a conoscere più chiaramente al locatore ch'ei non lo avrebbe potuto pagare. Questi fece il giorno stesso i suoi passi alla pretura, e pochi dì appresso un usciere si recò co' suoi uomini di bel mezzogiorno alla bottega di Federico, e pose sotto sequestro i mobili e gli arnesi tutti di qualche valore per conto del proprietario.

Federico non aveva potuto inghiottire uno smacco sì grande, e vedendosi sulle bocche di tutti, e assediato da una torma di piccoli creditori che s'erano desti all'esempio e che non poteva pagare, chiuse il negozio e sparì dal paese.

Una bella sera, Marta e la madre se lo videro comparire dinanzi nella modesta loro cameretta a Trieste.

V.

Vecchia e Giovane.

Era quella medesima cameretta dove sei mesi prima, innanzi ad un'immagine della Madonna di Loreto, Federico e Marta s'erano giurati una fede eterna, chiamando il cielo in testimonio della promessa e vindice dell'infrazione. Ardevano innanzi al pio simulacro le due candele benedette, che sospese là sopra il letto, attestavano ancora quel rito, invalido al cospetto delle leggi, ma nel cuore delle due donne venerabile e sacro, siccome quelle che nulla sapevano di codice, poco di religione, e credevano il giuramento per sè più potente d'ogni altra legale formalità. Federico vi s'era prestato senza malizia, senza determinata volontà di mancare, ma non curante dell'avvenire e non animato da quel sentimento di fede che nelle due femmine teneva luogo di culto. Quella stanzuccia era ancora nel medesimo stato. Marta e sua madre sedevano lì sulle povere scranne agucchiando al fioco lume d'un lanternino. Soltanto la prima più pallida assai di quel giorno e solcata la fronte da una tenue ruga che annunciava la pertinacia d'un pensiero cruccioso, d'un amaro presentimento. La madre la guardava tratto tratto accuorata e crollava il capo dolorosamente.