Part 7
Sia nel campo politico che nel sociale, diritto e torto non vanno mai scompagnati. Vi sono uomini rigidi e puritani che assumono l'ufficio di giudici, e sono sempre lì per sentenziare: codesto è il diritto. Ce ne sono altri di natura benevola, che continuano le allucinazioni di Don Chisciotte, e si affannano a raddrizzare i torti. Ce ne sono finalmente di quelli che a forza di veder confuse quelle due idee, e l'una pigliar lo aspetto dell'altra, sono divenuti scettici e indifferenti, e chiamati a decidere chi abbia ragione fra l'assassino e la vittima, fra il giudice e l'accusato, si stringono nelle spalle e rispondono: — chi lo sa? —
Voi mi domanderete, lettori, a quale di queste tre classi appartenga lo scrittore di queste righe. La domanda è imbarazzante e forse indiscreta: onde io penso di schermirmene come si suole, rispondendo nè all'una nè all'altra. Io riconosco e adoro il diritto nelle serene e inaccessibili sfere della ragion pura. In questo basso e limaccioso fondo non intendo spaccarla da puritano. _Homo sum: humani nihil a me alienum puto._ Pigliate il motto di Terenzio in questo volgare significato che non è il vero. Cito il poeta latino, come la più parte dei predicatori la Bibbia. Vo' dire che l'uso del mondo e degli uomini mi ha fatto piuttosto cauto a proferire il giudicio del diritto e del torto; cauto, dico, non indifferente nè scettico. Ciò del resto sarà chiarito nell'indole stessa del racconto che sottopongo alla vostra benigna considerazione.
Qualche curioso vorrà qui sapere se il fatto ch'io prendo a narrare sia vero o falso. È sempre la stessa storia. Il vero e il falso s'intrecciano anch'essi come il diritto e il torto. Leggete e guardate da voi. Io lo racconto come lo trovo in certe mie note raccolte nel tempo ch'io dimoravo a Trieste.
Avrei potuto, per quella facoltà che hanno tutti i romanzieri, trasportare in altro luogo i fatti e le persone; ma dal tempo che mi avvenne di raccogliere questi appunti, corse un intervallo abbastanza lungo perchè non sia necessario ricorrere a questo palliativo. Lasciamo dunque le cose e le persone al loro posto: e i miei lettori si dieno la pena di prendere un passaporto per quella città che va demeritando ogni giorno l'antico titolo di _fedelissima_, e viene accostandosi al resto d'Italia, non so bene se per forza di repulsione dall'Austria, o di attrazione per noi. Forse sarà anche qui l'uno o l'altro. Lasciamo il giudizio agli avvenimenti. Se non è il partito più coraggioso, è il più cauto.
Parlando di Trieste io lascio da parte la popolazione avventizia o cosmopolitica, che è la schiuma delle città commerciali. I miei eroi appartengono alla classe indigena, alla città vecchia, alla moltitudine anonima che vegeta come la gramigna sul nudo terreno.
Cominciamo dal basso, se non fosse altro per farla in barba all'antico adagio: _ab Jove principium_. Del resto barba Giove sta nell'alto e nel mezzo, cioè da per tutto. Abbiate indulgenza e carità per le povere creature che sto per mettervi innanzi.
I.
Il Magazzino.
Il magazzino è la più splendida parte delle cose di Trieste; è per così dire l'appartamento di prima necessità; gli altri piani sono men vasti, meno apprezzati, men cari, e s'intende il perchè. Il magazzino è come a dire il fondamento morale dell'edifizio; là si vagliano, si ammassano, si conservano le merci d'ogni clima e di ogni maniera che a tempo vendute, a tempo cambiate, faranno circolare nella città commerciale quello spirito di vita che la sostiene e l'anima. Questo in generale: l'attento osservatore però, solo che passi dinanzi a codesti fondachi, riconoscerà a colpo d'occhio quanto l'uno sia diverso dall'altro, e serbi per così dire il carattere della merce che contiene, dell'attività del padrone, della pulitezza degl'inservienti maggiori o minori. C'è fra questi ultimi una specie di gerarchia; il direttore del magazzino, o semplicemente magazziniere, è un uomo di grande importanza, riceve una grossa paga e risponde per lo più della giornaliera amministrazione. Dopo di lui vengono gli scrivani; poi il capo facchino co' suoi nerboruti compagni; in ultimo luogo le donne che sono di giorno in giorno chiamate secondo il bisogno a mondare la merce, a sceverare la prima qualità dalle meno perfette, a prestare in una parola quell'opera diligente e tediosa a cui sembrano più adatte degli uomini. Seggono in due o più file, chine sopra la merce che tengono in grembo, e dalla mattina alla sera ripetono l'atto medesimo qualche volta ciarlando tra loro, assai di rado cantando per non scemare la tenue mercede che riceveranno alla fine della giornata. Queste donne, dall'arnese che adoperano, si chiamano _sessolotte_ o _sessole_,[4] nome che le pareggia ad uno strumento affatto materiale e positivo, e mostra quanto poco conto si faccia della loro speciale abilità. Infatti tutte le altre arti, gli altri mestieri si apprendono per ammaestramento o almeno per esercizio: una tal quale attitudine è necessaria anche per cucinare, per pulire una scranna, per ordinare una stanza; quindi si può fare sì gran differenza fra cuoca e cuoca, fra serva e serva. Ma per l'opera della _sessolotta_ non si domanda che occhio e pazienza: è un'arte nella quale si può farsi eccellente in un'ora; quindi, s'intende, è l'infima condizione in cui devono necessariamente trovarsi siffatte femmine: si pigliano, si adoprano, si rimandano senza scelta, senza domandare nè nome, nè età, nè condizione, nè altro. Si vuole una macchina semovente, dotata d'occhi e di mani, e basta così. La professione di cui parliamo è dunque l'ultima fra le industrie che si confessano senza rossore e senza giri di frase: è l'operaia ridotta a' suoi minimi termini che dà tanta parte del suo tempo per tanti soldi, senza che si domandi se ha fatto meglio o peggio delle altre.
Non crediate però che il loro guadagno sia tanto misero, o la condizione sì universalmente abbietta, come potrebbero credere quelli che hanno visitato gli opifici della Francia, della Germania e dell'Inghilterra. A Trieste, grazie alla sua posizione, a' suoi privilegi, ad una certa liberalità degli indigeni, qualunque presti un'opera ha una mercede che basta a vivere: semprechè l'opera si colleghi a quella vasta macchina che domandiamo commercio. Queste povere donne traggono dunque un profitto che, se fosse durevole, e in certo modo assicurato per tutti i giorni dell'anno, potrebbe rendere la loro condizione invidiabile alle stesse modiste e alle sarte che sono così altiere dell'arte loro, e se ne fanno una specie di vanto. Una lira o due, che è l'ordinaria giornata che guadagnano, nelle mani di una donna economa e buona massaia, basta a provvederla sufficientemente perchè non accatti, e non ricorra ad altre fonti di sudicio lucro. Intesi dire che le femmine che si dànno a simile industria non sono tutte spregevoli; che c'è fra loro qualche madre di famiglia la quale con quella tenue mercede saggiamente usata potè nutrire più figlie, farle ammaestrare in altre arti e onestamente accasarle: prova che non c'è stato sì povero dove sia impossibile l'esercizio dei primi sociali doveri.
In uno di questi fondachi sedevano una ventina o più di queste operaie, occupate a mondare non so bene se gomma o caffè: sedevano come dissi, in due file, sopra sgabelli assai bassi, intente all'opera senza parlare, senza guardarsi, rivolte verso l'ingresso del magazzino per ricevere da quell'unica apertura quanto di luce bastasse al lavoro. Erano tutte di Trieste, tranne due sole, madre e figlia, le quali all'aria del volto, al bruno pallor delle carni si sarebbero dette di un altro clima. Erano infatti dell'Italia di là, non dirò di qual paese, ma la cadenza prolungata della parola le mostrava nate sul mare. La più attempata guardava spesso la figlia, sedutale allato, in aria di compassione e d'affettuoso rimprovero e punzecchiavala tratto tratto col gomito, quando alcuno dei sorveglianti le passava da presso, perchè la giovine dimenticava talvolta il lavoro, e restavasi sopra pensiero colle dita conserte in attitudine dolorosa. Una lagrima di cui la poverina non si accorgeva, le rigava di quando in quando la guancia pallida, e cadevale sulla merce che doveva sceverare dalla mondiglia. Scossa dalle parole o dal gesto della sua vigilante vicina riprendeva l'opera, si affrettava come volesse riparare all'indugio, o togliersi col moto accelerato ai crucciosi pensieri che l'occupavano. Ma questi riacquistavano tosto il primo dominio, onde la misera obbediva senza avvedersene a due forze diverse: tutta l'anima sua era volta ad altra parte, e le mani compiendo meccanicamente il lavoro a cui s'erano abituate, per difetto di attenzione rigettavano il grano, e tenevano in serbo le bucce. La madre che non la perdeva d'occhio, se ne avvedeva, ma dissimulava, e rimediava ella stessa al disordine, tanto che gli scrivani o il magazziniere non avessero ad escludere la figliuola nei dì seguenti.
Il sole intanto, tramontando sereno, tingeva il fondaco ed il viso delle operaie di quella rosea tinta del nostro vivace crepuscolo: poi la luce a poco a poco veniva meno: ai giovani del magazzino pareva mille anni di poter uscire di catena, e andare a zonzo per le contrade: stromenti e merci si riponevano per l'indomani, e le donne, ricevuta la loro paga, tutte quelle che non erano in caso di lasciarla ammassata per la domenica, sfilarono a due a due, a tre a tre dalla porta, e s'incamminarono ai loro tugurii verso la barriera vecchia, quartiere che le ricovera a più tenue prezzo che non potrebbero altrove.
II.
Madre e figlia.
— Marta, — diceva la più attempata delle due donne — Marta, tu vuoi che finalmente ti tolgano quest'ultimo pane che ci resta. Ho paura che il capo facchino si sia accorto della tua sbadataggine. Sai che a loro poco importa la persona: una o l'altra è lo stesso.
— Magari domani! così andrò a vivere con lui! — Queste parole uscirono rapidamente e come un singhiozzo dalla bocca della ragazza che avrebbe voluto richiamarle, sapendo bene quale ne sarebbe stata la conseguenza. La madre non rappiccò il discorso per tutta la via. Passarono lungo il Corso tutte e due taciturne, e cogli occhi abbassati, proseguirono il loro cammino sin presso la barriera, e ad un punto volsero a dritta, e salirono la contrada che mette al castello. A metà del pendìo, entrarono in uno di quei vicoli senza nome e si chiusero nella loro povera stanza.
Non vi farò una lunga descrizione di questa. Immaginate una topaia, mal difesa dal vento, colla porta sconnessa sui gangheri, uno di quegli asili della miseria, che la miseria sola conosce, e che gli uomini bennati non hanno mai veduto, se non nel più stretto incognito, e per fini da tacersi: noti al più a qualche dilettante di filantropia o all'agente del proprietario che vi bussa due o quattro volte all'anno per esigervi la pigione. Un odore tutto suo, che questi soli conoscono, ti nauseava appena entrato, ad onta che la finestra fosse stata aperta dalla mattina. Un pajo di seggiole, un rozzo tavolino, un lettuccio, povero ma pulito, erano tutte le masserizie; sopra il letto pendeva un'immagine della Madonna di Loreto, e accanto a quella due candele di cera già state accese, come mostrava il lucignolo, e là serbate si vedrà più tardi a qual uso.
Marta avrebbe voluto che la madre fosse la prima a rappiccare il discorso: sentiva la necessità di spiegare in un senso men tristo le parole che le erano sfuggite per via, ma non sapeva da qual parte entrare in proposito. La vecchia taceva, o perchè volesse rimproverarle alla figlia col suo silenzio, o perchè l'avessero tocca troppo aspramente. Dopo alcuni minuti di silenzio, la giovine le si gettò al collo piangendo, e le chiese perdono. Il perdono, come si può credere, le fu prima accordato che chiesto: la povera madre sapeva bene che il desiderio espresso in quelle parole non era desiderio di abbandonarla, sapeva bene che al punto di effettuarlo, il cuor di sua figlia vi avrebbe repugnato invincibilmente. _Andrò a stare con lui._ Son poche sillabe che udite in quel momento, proferite con quel gemito doloroso, bastarono a rilevare tutta una storia di amore, di rimorso, di rassegnazione!
Chi però non amasse di vagare ne' campi dell'induzione, sappia da questo momento che _lui_ era la persona più cara alla giovine, dopo la madre; sappia ch'egli non era uno di quei signorini che s'impadroniscono a buon mercato del corpo, dell'anima e dei pensieri d'una credula giovanetta, della quale dopo un mese sono annoiati. La persona che Marta indicava con quel pronome, era un giovine che le s'era profferto a marito; ma entrambi poveri e sprovveduti di uno stato, se aveano ceduto al primo impulso del cuore per amarsi e per dirselo, avevano dovuto arrendersi al consiglio della prudenza che dissuadeva tali nozze immature, finchè il giovine non avesse tra mani un mestiere che bastasse alla sussistenza d'entrambi. Marta non aveva al mondo che la sua tenera madre; Federico, così chiamavasi _lui_, non aveva più genitori: era nipote di un barbiere che non gli aveva lasciato in eredità che una mezza dozzina di rasoi, altrettanti asciugatoi rattoppati, due testiere da parrucca, e la scienza molto superficiale di radere i peli del mento senza intaccare la pelle. Sono gl'istrumenti materiali di un _Figaro_, ma senza l'altro corredo accessorio che è indispensabile ad un barbiere di qualità, si può ben pensare che il povero Federico non avrebbe potuto campare a Trieste. Le due donne gli fecero coi loro risparmi una modesta scorta, ed egli aveva cercato fortuna in una piccola terra lungo il littorale dell'Istria. Prima di partire egli aveva dovuto giurare alla giovine di sposarla appena egli potesse dirsi fondato nell'arte sua e solidamente collocato in qualche luogo. Le due candele erano state accese in quella occasione dinanzi alla Madonna, giacchè madre e figlia aveano creduto così render più solenne la promessa, e inviolabile il giuramento. Proferito questo, in quella cameretta medesima, Marta e Federico si riguardarono come congiunti da indissolubile nodo, come fidanzati dinanzi a Dio. Federico, fatto un fardello delle sue robe, si era accomiatato piangendo dalla fanciulla, la quale dovea rimaner colla madre finchè fosse giunto il giorno desiderato nel quale avessero potuto ricongiungersi tutti e tre.
Intanto ch'io vi spiego alla buona il senso di quel misterioso monosillabo _lui_, le due donne strettamente abbracciate in un dolce empito di amor filiale e materno, s'erano dette assai cose che non si potrebbero significare a parole. Quelle due donne, l'una vedova da gran tempo, l'altra priva del padre che non aveva potuto conoscere, aveano concentrato in questo solo affetto tutta la potenza del loro cuore. Le comuni disgrazie, le comuni angustie, il lavoro assiduo e monotono al quale doveano darsi, le aveva fatte per così dire necessarie l'una all'altra; e il nuovo amore che da qualche tempo si venìa radicando nell'anima della fanciulla, pareva alla madre, e forse anche alla figlia, una specie di usurpazione sull'antico indiviso affetto di entrambe. Quindi il rimorso di Marta per aver profferito quelle parole, e la rassegnata tristezza della povera madre. Ma, come dissi, in pochi istanti i due cuori s'erano ravvicinati, e s'amavano più di prima.
— Abbandonarvi per lui! — disse Marta — per lui che da quattro lunghi mesi non mi ha dato segno di vita! — e si tergeva una lagrima, che non avea saputo reprimere.
— Quante volte non te l'ho io detto che alla fine.... Già gli uomini sono fatti tutti ad un modo.
— E dire che Federico pareva tanto diverso dagli altri! Pareva davvero un buon figliuolo, gentile con voi più ancora che con me, si sarebbe detto non avesse volontà diversa dalla vostra. Ma la lontananza! Io non ho mai potuto approvarla questa idea. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Se fosse restato a Trieste, la città è grande, ci sarebbe stato pane anche per lui....
— Intanto Dio sa dove saranno andati i cento cinquanta fiorini ch'io aveva messi da parte per la tua dote?
— Povera madre, a forza di stenti e di lavori continui!... Ma questi almeno non saranno perduti: abbiamo la sua lettera che ce li garantisce abbastanza.
— La lettera! Un pezzo di carta! Se l'obbligazione non è più scritta nel suo cuore, io fo giusto conto di averli perduti.
— Oh madre mia! Questo poi non posso crederlo! Li avrebbe rubati a voi stessa! Credetemi non posso supporlo così scellerato.
— E già tu l'hai sempre nel cuore.... sempre sei lì per difenderlo! —
Marta taceva chinando la testa sul petto in attitudine dolorosa. La madre pentita alla sua volta d'averla tocca troppo sul vivo, modificò in tal guisa le sue parole:
— Via, non facciamo giudizi temerari. Aspettiamo ancora questi pochi giorni; le prossime feste poi faremo una scappatina fin laggiù! Si potrebbe intanto scrivere....
— Oh! scrivere.... s'io sapessi scrivere! ma quel dover fidarsi ad un terzo, e poi.... Ci vuol altro che una lettera! Sì, madre mia, voi dite bene: anderemo a trovarlo la prossima Pentecoste: voglio vederlo in faccia: oh! io me ne accorgerò bene se mi ha dimenticata.
— Due paroline ti avranno già bella e persuasa....
— Oh! non sarò più così facile. Lo guarderò negli occhi, lo guarderò: vedremo se saprà darmi ad intendere ciò che non è!
— Ma non sarebbe meglio avvisarlo?
— No, dobbiamo fargli una sorpresa. Tanto meglio se giungeremo improvvise: così sapremo tutto per lungo e per largo.
— Ebbene: ma intanto datti pace: perchè vuoi angustiarti come stasera? Credi tu che quelle altre là non t'abbiano veduta piangere? Le buone lingue che sono! A quest'ora si saranno al certo sussurrate all'orecchio che egli ti ha piantata, che sposa un'altra, e chi sa quante simili fandonie!...
— Oh madre mia, che dite voi? Se sapeste! Questa idea mi è passata propriamente per la testa tutta stasera. Se fosse un presentimento! Guai, Federico, guai, vedi! Un'altra!... Non te ne lascerò il tempo! — E qui il viso di Marta, fino a quel punto pallido e rassegnato, prendeva un'espressione d'ira e di gelosia: le sue labbra malinconiche si affilarono e si contrassero, gli occhi le brillarono d'insolita luce. Era un altro lato del suo carattere che i lettori conosceranno meglio nel seguito del racconto.
III.
Di chi la colpa?
I giudizi del mondo sulle colpe e sui meriti umani sono il più delle volte falsi e crudeli. La nobiltà dei natali, il grado elevato, lo splendore delle ricchezze abbagliano per così dire i nostri occhi e ci rendono indulgenti per tutto ciò che commettono i grandi di male, mentre le minime loro virtù, i minimi pregi, strombazzati dalle facili bocche dei cortigiani, vengono decantati come meraviglie, come portenti. Le azioni dei poveri invece, se sono buone, non trovano un'eco, sono cose ordinarie, è il loro dovere: se sono triste, son degne di forca. Nè si bada se non sieno spesse volte imputabili alla miseria, alla fame, all'ignoranza, alle vessazioni che soffrono, all'occasione che spesso tira l'uomo pei capelli e lo conduce ove da sè non andrebbe, massime se fin da fanciullo fosse educato all'onore, alla onestà, a quella religione ch'è maestra del bene, e possente preservatrice dal male. Non si bada alle diverse condizioni delle persone, ai mestieri che diffondono tanto spesso il contagio, e, mentre sono inseparabili dalla società, qual è costituita finora, imprimono ciò non ostante una specie d'infamia al misero che li esercita, e lo pongono senza sua colpa sotto il peso di una sinistra e invincibile prevenzione. Andate a dire alla gente del mondo, che la tale cameriera è onesta al pari che bella; che il tal parrucchiere che va di casa in casa non s'occupa più in là dei capelli; che la crestaia non dà retta ad alcuno di quegli zerbini che le ronzano intorno! La gente del mondo si crederà tosto in diritto, e quasi quasi in dovere di ridervi in faccia, e vi accuserà per lo meno d'innocenza e di dabbenaggine.
Premisi quest'esordio perchè non si cerchi più oltre la ragione del titolo _Di chi la colpa?_ Io vorrei che il benigno lettore tenesse un po' conto dell'onestà di quelle due donne, e vorrei dall'altra parte che imputasse all'arte che esercitava Federico una buona porzione de' suoi difetti.
Federico, com'ho detto, era barbiere, non per volontaria scelta, nè per vocazione, ma perchè nipote di un Figaro, ed erede de' suoi strumenti. Fin da bambino non avea veduto far altro, non avea appreso che a far la saponata e a menar il rasoio: cosa gli restava di meglio che succedere nel mestiere al suo defunto parente? Sventuratamente coll'arte materiale s'era tinto senza saperlo delle consuetudini di suo zio, e ciarlava di tutto e credeva il peggio delle novelle che alla sua bottega spacciavansi, e non vedeva l'ora di essere iniziato in quei misteri che gli parevano cosa non punto pericolosa, ma lepida e lucrativa. In una parola, in poco tempo ei fu tale da giustificare la volgar prevenzione, e quando conobbe Marta, era già mariuolo matricolato e perfettissimo Figaro. Povera donna!