Racconti

Part 5

Chapter 53,554 wordsPublic domain

Alcuni mesi prima che venisse alla luce l'amabile e privilegiata creatura che descrissi alla meglio, in un villaggio tre leghe discosto dalla città, nasceva un'altra bambina che doveva dividere con essa il latte materno. Nasceva senza aspettazioni, senza complimenti, quasi quasi senza levatrice; fu battezzata col nome di Maria, e il padre e la madre, buoni mezzajuoli del conte di Susans, vedendola vegeta e tarchiatella si dissero fra loro: — In pochi anni ci aiuterà al campo, e si farà il corredo filando. — Fu spoppata di sei mesi, perchè metteva già i denti ed appetiva altro cibo, e la Margherita s'offerse per balia alla bambina della propria padrona nata a quei giorni. Questa approfittò dell'occasione, dimenticò i libri che raccomandano alle madri questo primo dovere d'allattare i propri figli, consultò il medico di casa, il quale, interrogati prima gli occhi di lei, dichiarò che la sua salute non permetteva l'allattamento, e quietata così la coscienza, si mandò la figliuola a balia dalla Margherita. Chi vedeva quelle due bambine non poteva trattenersi dal paragonarle fra loro. Quella era vera figlia del campo, piena di vigore e di sangue, un bel boccino di primavera; questa era languida, sparutella; somigliava ad una di quelle roselline tardive che nascono alla seconda vegetazione d'autunno, e sentono già il verno imminente. Non avevano di comune che il latte della villana, e anche questo per puro accidente.

Questo accidente non fu però inutile alla Maria. La madre, dal punto che fu assunta all'onore d'allattare la figlia della contessa padrona, divenne oggetto di mille attenzioni. Le fu dato agio di ben nutrirsi, perchè il latte scorresse più salubre e sostanzioso nelle vene aristocratiche della bambina; le furono ripetuti e dalla dama e dal medico non so quanti avvertimenti d'igiene, dei quali la buona donna non aveva mai udito parlare al villaggio, ma che pure le parvero comodi e buoni a seguire. Conosciuta l'utilità di queste norme, le usò del pari per la propria figliuola che per l'altrui, e dei buoni brodi che le venivano amministrati godeva più la figlia naturale che l'adottiva, o almeno giovavano più alla prima che alla seconda. Tratto tratto la contessa faceva una corsa al villaggio e non dissimulava l'invidia che quella disparità le svegliava nell'animo. Anzi talora le spuntò il rimprovero, quasi che Margherita trascurasse la bambina a lei confidata per badare alla propria. Poi si racconsolava dicendo: — Si vede bene che codesto è sangue villano, mentre nei delicati lineamenti di mia figlia traspare la nobiltà del lignaggio! — Così, dato un bacio alla propria, e un pizzicotto all'altrui figliuola, rimontava in carrozza, e accompagnata dai suoi staffieri e dal medico, se ne tornava in città.

Mentre i due nobili parenti almanaccavano sulla educazione da darsi al proprio sangue, i due genitori del contado pensavano a Maria un po' meno che ai bachi da seta di cui solevano tenere una bella partita a metà. Ella veniva su come la mal'erba nell'orto, senza l'opera della vanga nè della zappa. Ma l'aria aperta, il sole, gli alimenti semplici e sani, svolgevano mirabilmente la sua buona natura, e fino da quei teneri anni si poteva augurare assai bene della futura rosa del contado.

Era davvero un bel bottoncino di rosa; paffutella, vermiglia, begli occhi neri, capelli folti, vispa come una anguilla, voce intonata e vibrante; correva, sguizzava fra le anitre e le galline, senza cuffia e quasi senza abiti, al sole e alla pioggia, senza timore d'infreddature, senza bisogno di magnesia nè d'altro.

Certo non sapea nè la Bibbia nè il Kempis. La madre le aveva insegnato l'orazione domenicale e l'_Ave Maria_, non senza qualche storpiatura inevitabile di pronuncia. Di tre anni fu mandata all'Asilo che proprio in quell'anno era stato aperto nel villaggio, secondo il metodo dell'Aporti. Quivi imparò a leggere, a filare, a cantare, mentre il padre e la madre badavano alle loro faccende, e si tenevano felici d'esser dispensati da quel pensiero. Quando la sera la rivedevano pulita, compostina, e più sveglia di prima, si sogguardavano fra loro con tacita compiacenza e benedivano la carità del buon fondatore. — Se avessimo avuto questa fortuna a' dì nostri! — dicevano — adesso non avremmo bisogno di ricorrere ad altri per una lettera e per un conto! — Quella buona gente riconosceva con queste parole la bontà dell'istituzione che fino dal suo nascere ebbe tante calunnie e tante opposizioni dagli illuminati del secolo e della Chiesa.

All'età di sette anni cambiò i denti e mutò d'occupazione. Andò ai campi, falciò l'erba, aiutò la madre in molte faccenduole domestiche, e così snodò le membra e divenne svelta ed aitante della persona. La sua musica si limitava al cantare la preghiera domenicale e l'_Ave Maria_ colla semplice cantilena che aveva imparata all'Asilo; ma quando si trovava nei prati, o girava l'arcolaio dinanzi alla porta della casa, canterellava i patrii stornelli senza bisogno di maestro e senza cercarne l'intonazione sul pianoforte. Il ballo lo avrebbe imparato più tardi senz'altro insegnamento che l'esempio delle compagne: il disegno poi.... il disegno lo lasciava ai pittori, ed il dono delle lingue agli apostoli.

Questa è l'educazione fisica, spirituale e morale della Maria. Felice lei se non avesse pensato più in là, se la sua vita come quella di sua madre, fosse potuta scorrere fra l'angusta sfera delle idee d'una contadina!

Ciò sarebbe forse avvenuto senza l'accidente che pose per alcun tempo a contatto la figliuola del povero con quella del ricco. La contessa, anche dopo aver ritirato la sua bambina, ebbe più volte la degnazione di visitare la donna che aveva adempite presso di quella le funzioni di madre; fosse per bontà di cuore, o perchè quella specie di trasfusione di un sangue nell'altro avesse innalzato a' suoi occhi l'umile Margherita. E questa, piena di riconoscenza per tali atti di bontà, ed incoraggiata dall'affetto quasi materno che aveva concepito per la sua figlia di latte, recavasi qualche volta al palazzo colla sua bimba, e vedeva con gioia e con orgoglio assai perdonabile, quel resto di dimestichezza che regnava ancora fra quelle due creature destinate più tardi ad una vita così differente. Queste visite continuarono, benchè più rare, anche in seguito: cosicchè le due fanciulline ebbero agio di parlare insieme, di comunicarsi senza saperlo una parte delle loro idee, dei loro istinti e delle loro abitudini. Matilde mostrava alla villanella i suoi balocchi, le sue stampe, i suoi libri, tutti quei nonnulla di cui la circondavano i suoi genitori e gli amici di casa, nel Capo d'anno, nel Natalizio e nel giorno onomastico. La Rosa apriva tanto d'occhi, lodava questo, toccava quello, s'acconciava per celia e per contentare la padroncina gli smanigli e le altre cianfrusaglie di cui aveva piena la stanza: avrebbe voluto ella pure far pompa di qualche cosa, ma, poverina! che poteva mostrare di suo alla ricca damigella, se non qualche fiore cresciuto nell'orto, qualche volgare garofano, qualche mammola primaticcia. Questi erano i suoi tesori, e non mancava di recare alla sorellina di latte i più bei fiori che sbocciavano inaffiati dalle sue mani e destinati a quell'uso. Era appunto in queste occasioni ch'ella pregava la madre a volerla condurre dalla Matilde, la quale faceva buon viso al dono ed alla donatrice, sebbene che cosa erano quei fiori per lei che possedeva nei sontuosi stanzoni le piante più rare che l'industria del giardiniere aveva raccolto in più climi per essa? — Un giorno, non so se per orgoglio o per leggerezza, Matilde condusse la contadinella là dentro, tenendo ancora in mano il volgar mazzolino di mammole che aveva colto per lei frugando e rifrugando tutte le siepi del vicinato.

Quando Rosa vide quei fiori mirabili di forme e di tinte così peregrine, rimase mortificata del suo dono ed era lì lì per piangere. Matilde non si accorse di ciò, e quand'anche se ne fosse accorta, poteva essa indovinare la causa di quelle lagrime?

Avrei io forse fatto torto al suo cuore con questa supposizione? Avrei io, senza volerlo, data la preferenza alla figlia dei campi per istrazio dell'altra? Questa non era la mia intenzione. Entrambe avevano avuto qualche cosa più di comune che il primo alimento. S'amavano le due fanciulle quanto possono amarsi due esseri appartenenti alle due opposte estremità della scala sociale. Questo contatto fortuito aveva aumentato il capitale delle loro idee e delle loro affezioni. Se la villanella avesse potuto comunicare all'altra il semplice gusto per la campagna e non più, avrebbe contribuito alla educazione del suo cuore: così se la damina si fosse accontentata d'ispirare alla forosetta il sentimento della dignità e del decoro, e non altro, avrebbe avuto un diritto alla sua gratitudine. Ma non vediamo i beni altrui senza che in un modo o nell'altro non nasca nel nostro cuore, se non l'invidia, almeno un inutile desiderio di quelli. Di qui le due fanciulle cominciarono a fabbricare ciascuna nel suo segreto i loro castelli in aria. Gentili lettrici, uditeli entrambi, e poi mi saprete dire qual è il più bello.

III.

Se io fossi villanella!

Io non so se Matilde abbia mai formulato così nettamente il suo desiderio; ma educata com'era fra le mura della sua camera, schiava delle convenienze, e più ancora di quella tenerezza guardinga dei genitori, che può essere anch'essa una specie di tirannia, trovando sempre un limite determinato ai movimenti del suo corpo, del suo spirito, del suo cuore, si può facilmente comprendere come dovesse aspirare ad una vita più libera, qualunque ella fosse. Il medico aveva un bel dire ch'ella si dovesse guardare dall'aria, dagli odori troppo forti, dalla soverchia luce del sole, dall'umidità della notte. Queste prescrizioni le acuivano il desiderio di ciò che le veniva interdetto: e mancandole il coraggio di protestare, si contentava d'invidiar la sorte di quelle che potevano a loro bell'agio mirare le stelle, dar la caccia alle fuggenti farfalle, abbandonare al venticello di primavera la lieve capellatura, e aspirare il profumo della tuberosa e della cardenia senza temere una nevralgia.

— S'io fossi villanella! — Se così non cantava il suo labbro, quando, assisa dinanzi al suo piano, addestrava la voce ai difficili gorgheggi che le venivano prescritti dal metodo, certo così avrà mormorato il suo cuore, quando dalle socchiuse persiane vedeva gli alberi e i campi, quando pensava alla sua sorella di latte, alla Rosa, che, a parer suo, doveva essere la più felice creatura del mondo. — S'io fossi villanella! —

— Di grazia, se foste villanella, che cosa fareste voi, signorina? — Oh, s'io lo fossi! Vorrei alzarmi prima dell'alba, vorrei visitare le mucche quando allattano i vitellini a cui spuntano appena appena le corna: vorrei cogliere i fiori del campo stillanti ancora della rugiada notturna, adornarmene il seno e la fronte, farne un mazzetto de' più belli per regalarli alla mamma e a tutti quelli che mi vogliono bene.

— Che fa a me la musica di Liszt con quei salti sterminati che mi rompono le dita? E quando son giunta in sei giorni a suonarne una pagina, non n'ho acquistato che un'emicrania? E quella di Thalberg e di Moscheles che, a dire del maestro medesimo, non ha sugo se non è suonata con quella perfezione alla quale, dic'egli, io non giugnerò mai? E perchè mi dovrò annojare mesi e mesi sul pianoforte, se non c'è speranza ch'io possa riuscire a tanto? Per me mi sembra che i trilli dell'usignuolo, che ascolto talvolta dalla finestra, fra i carpini del giardino, valgano bene le stravaganze del re de' pianisti; e le cicale che s'accordano fra loro la state, hanno anch'esse il loro merito, e quasi quasi, giacchè il maestro non mi sente, vorrei dire che mi piacciono più del trillo di Döhler.

— Dover consumarmi gli occhi per disegnare e ricamare qui questi fiori che non hanno nè odore nè eleganza nè senso comune, mentre laggiù ve ne sono tanti che crescono senza coltura nei prati, e così belli che il pittore più bravo del mondo non potrebbe imitarli? Non parlo di quelli che crescono e sbocciano a tutte le stagioni nelle conserve del babbo. Che stravaganza! Aver lì tutte le meraviglie del regno vegetabile, sempre pronte a' miei comandi, e dover logorarmi la vista qui per fare degli sgorbi per l'onomastico del tale, e per il giorno natalizio di un altro! Non sarebbe meglio darglieli questi fiori belli e freschi come sono in natura? Oh! io per me, quando sarà la festa del signor Antonio, penso che gli farò un bel mazzo di fiori freschi piuttosto che obbligarlo a lodare i miei scarabocchi. Il signor Antonio, che ha tanta buona grazia, mi saprà grado del cambio! —

Il signor Antonio era un giovane medico che aveva appena terminati i suoi studj, ed era stato presentato al castello da una vecchia zia che voleva _lanciarlo_, com'ella diceva, nel gran mondo, perchè avesse a meritare la ricca eredità che alla sua morte gli spetterebbe. Fra tutte le persone che Matilde aveva veduto, il giovine dottore le era parso il men lontano da quel tipo ideale che ne' suoi sogni la fantasia verginale le dipingeva. Egli l'avea guarita di un'emicrania con certe pasticche soavi, ben diverse dai beveraggi che gli altri medici la obbligavano ad ingollare. E poi egli non era stato così severo ad interdirle l'accesso negli stanzoni: insomma il dottorino le avea fatto una impressione se non profonda almeno gradita. Non ch'ella andasse più là! Sapeva bene che la vanità de' suoi genitori e le convenienze di famiglia non le avrebbero mai permesso d'amarlo. Sì davvero! il nobile stemma di Susans inquartarsi colla laurea dottorale del signor Antonio! Sarebbe stato un _orrore_!

Ma tra il sonno e la veglia, quando codeste idee di convenienza e di gentilizio decoro si presentano all'immaginazione attenuate dall'istinto involontario della natura, allora Matilde faceva il più bell'appartamento del suo castello in aria a proposito del dottore. — S'io fossi villanella! — tornava a cantare fra sè. — Egli m'ha detto l'altra sera che, ad onta della volontà della zia, pensa di lasciar la capitale e di accettare una condotta in un povero villaggio. Che nobili sentimenti! Egli non intende d'essere a carico di nessuno, nè anche della sua parente di cui dev'esser erede! Egli vuole farsi un'esistenza da sè, bastare, in una parola, a se stesso! Sapessi almeno il villaggio dov'egli intende di confinarsi! Mi sembra già di vederlo recarsi volontario, nella cruda notte, alla capanna del povero, restituire quasi per miracolo i perduti colori alla figlia del campo. Io la invidio! Credo che vorrei sopportare di buon grado qualche lieve incomodo per dargli il piacere e il trionfo di liberarmene! Che compiacenza essere a lui debitrice della salute! Che dolce ricambio di affetto nascerebbe nell'animo nostro! E chi sa! forse egli potrebbe amare la villanella che avesse salvata da morte, e legata a se stesso col saldo vincolo della gratitudine. Ed io gli direi cogli occhi, perchè non oserei colle labbra: Io sarò la vostra compagna per tutta la vita. —

Ma qui i suoi pensieri, i bei sogni pastorali di Matilde prendevano un'altra via. Ella tornava nella realtà del suo stato, e diceva a sè stessa: — Pure, questa dichiarazione, che non compromette, potrei fargliela addirittura! Una buona dote non guasta. Ma e' saprei allora se egli accettasse la mia proposta per riguardo a me o non piuttosto per amor delle mie ricchezze! La povera villanella sarebbe certa che l'amor solo lo indurrebbe a darle la mano: mentre io sono qui fatta segno alle smancerie di quattro o cinque aspiranti, che, ne son certa, fanno la corte a' miei denari e non altro. —

E restava pensando alla sua posizione, e cercando pure di acquetarsi alla grande infelicità d'aver una dote di dugentomila scudi. — Io li ho, tutti questi denari, io li ho certo: tutti me lo dicono con invidia. Ma intanto io non posso servirmi della più lieve somma senza passare per una trafila di domande e risposte che mi fanno rinunciare a una moltitudine di piccoli bisogni e di piccoli desiderj. Almeno la povera villanella che ha vegliato alcune notti torcendo il fuso, è padrona assoluta delle poche lire che busca, e può servirsene a suo talento! Ella è più ricca di me che passo per milionaria, e non posso comperarmi uno spillo senza dire il perchè. — Ella va al mercato, sceglie un corsettino aggiustato alla persona come quello della Rosa, e la domenica alla chiesa o alla festa di ballo tutti gli occhi sono rivolti a lei, e tutti l'ammirano. E se l'è fatto co' suoi guadagni!

Io invece non vado mai al ballo: hanno paura ch'io pigli un reumatismo. Oh! vorrei sapere perchè m'hanno fatto dare tante lezioni di ballo da quel brutto monsieur Moulin! Veramente un bel gusto a ballare il valzer e la polka con quello stupido scimmiotto! Ecco la Rosa che balla meglio di me, e non ha mai preso lezione di sorta. Davvero ch'io la invidio, la Rosa! Voglio assolutamente andarmene a stare un mese con lei, al villaggio. Oh sì! Coglierò il momento che il babbo è di buon umore; gli salterò al collo e gli dirò: Babbo mio, se non volete vedermi morire, lasciatemi andare due settimane in compagnia della Rosa. E piangerò tanto che me lo dovranno permettere perch'io non ammali davvero. Quando sarò colla Rosa, mi comprerò un gonnellino corto come il suo, m'aggiusterò un corsetto verde con bei nastri color di rosa, e farò conto d'esser una villanella.... Oh, se il signor Antonio venisse a far il medico in quel villaggio! Che bella improvvisata gli vorrei fare! —

— Madamigella Matilde, sapete voi quante sciocchezze avete pensato in questo quarto d'ora? Se foste villanella! E sapete voi, signorina, che cosa significhi vegliar più notti di seguito torcendo il fuso? Sapete voi che fa la povera filatrice delle poche lire che busca? Sapete voi?... Voi non sapete nulla, Matilde. Entro il vostro splendido appartamento voi vedete il mondo esteriore come a traverso d'un prisma che ve lo dipinge di tinte brillanti che esistono forse, ma non si scernono ad occhio nudo. Voi sognate un mondo ben diverso dal vero: e se il caso avverasse i vostri desiderj, pochi momenti basterebbero a trarvi d'inganno. Io non dirò che siate molto felice nel vostro stato; ma so che non reggereste ne' panni della povera Rosa.

IV.

S'io fossi damigella!

Rosa girando l'arcolaio dinanzi all'uscio della sua modesta casetta vedeva tramontar il sole di là dai pioppi che ombreggiavano il cortiletto, e cantava questa canzone senza temere il critico che le rimproverasse le rime assonanti, nè la madre che la trattasse di pazzerella.

S'io fossi damigella Signora d'un castel, Vorrei montare in sella A un nobile destrier. Vorrei vestir un manto Stellato come il ciel, Ed un cappel piumato Al par d'un cavalier. Caracollando intorno Per ville e per città, Farei stupir il mondo Di tanta nobiltà. Vorrei, dovunque andassi, Gettar argento ed ôr — La gente su' miei passi Seminerebbe i fior....

Ella cantava questi versi in parte improvvisati, in parte tolti da un'antica ballata, con una cadenza malinconica conveniente più all'ora del giorno e allo stato del suo cuore che al senso delle parole. Dissi allo stato del suo cuore, perchè la giovanetta non era punto allegra come avrebbe creduto Matilde, ma dal timbro della sua voce, dal pallore del suo viso, e più dai suoi sguardi trapelava una secreta tristezza. Ella cantava nondimeno perchè il canto è per il popolo uno sfogo alla passione, al dolore, e fino alla collera. Tutto ad un tratto ella interruppe la sua ballata, o perchè non rammentasse più avanti, o perchè i pensieri le si facessero d'altra specie e troppo dissonanti dal tenore delle sue strofe. Ma cessando dal canto, nella fantasia seguì a costruire il suo castello in aria, d'un'architettura assai diversa da quello della sorella di latte. Gli è forse che si desidera al mondo ciò che ci manca; o piuttosto, afflitti dai dolori inseparabili d'ogni stato, invece di pensare che ogni condizione ha i suoi proprj, si pensa che la felicità stia di casa molto lontano e sia il retaggio degli altri che si trovano o più alto o più basso di noi. Per questo Matilde, sui ricchi arazzi della sua camera, desiderava lo smalto de' prati, e Rosa pensava con invidia agli agi e alle mille superfluità della sua nobile amica. Chi mi sa dire se i pochi mesi passati insieme non avevano influito a codesto? Chi sa se l'amor della natura non era entrato nel sangue a Matilde col latte della villana, e se l'ambizione della ricchezza non era stata alla Rosa inoculata per gli occhi quando entrava nei ricchi appartamenti della padrona?

Checchè ne sia, Rosa fabbricava anche essa il suo castello in aria, ed era davvero un castello. Sognava cocchi volanti per le vie popolose, ricchi addobbi, splendide vesti, e tutto ciò che il lusso e la ricchezza può dare.

— S'io fossi damigella — pensava fra sè — vorrei ben vedere io se mi terrebbero in catene come tengono la padroncina! Povero il mio arcolajo, fa' pur conto che io non vorrei toccarti nè pure per giuoco. È un mese che ti giro e non sono ancora giunta a mettere insieme tanto da farmi una gonnella nuova. Sempre c'è qualcosa che mia madre mi fa toccar con mano come più necessaria. Trista condizione del contadino! lottare continuamente contro i bisogni, e mai poter mettere da parte una sommerella che basti a soddisfare un capriccio! Ecco: quel povero Marcello dovrà marciare per la Germania, e abbandonare la sua famiglia fra pochi giorni. Mille lire basterebbero a trovargli un cambio, ed egli potrebbe restare al paese, lavorare i suoi campi, e mantenere la sua parola!.... —