Racconti

Part 4

Chapter 43,757 wordsPublic domain

Ma quella mattina il padre la vedeva alquanto mutata: il moto delle scale, l'apprestamento del cioccolatte, e più ancora l'interna agitazione per l'arringa che preparavasi a fare, le avevano suffuso il volto di un lieve rossore come suol avvenire ai convalescenti. — I capelli avevano presa la prima foggia, e lasciati per la maggior parte all'indietro, sicchè il contorno della bellissima fronte apparisse netto e regolare; due ciocche le scendevano dalle tempie, e girando in due morbide spire le ricadevano lungo il collo e sul petto. Tale era l'acconciatura ch'era solita usare per il passato, e forse senza pensarlo, l'avea ripresa quel giorno per richiamare alla mente del padre le antiche reminiscenze, e risvegliargliene il desiderio.

Il padre la guardava in silenzio, e pensò difatti che ciò non doveva essere avvenuto senza un perchè. Egli conosceva sua figlia, e sapeva che niente faceva a caso; ma la prossima festa gli parve una ragione sufficiente di quel cambiamento, e poi ripetè a se medesimo il proverbio de' vecchi: — lascia fare al tempo: la mia figliuola avrà fatto senno, e avrà pensato a piacere a qualcun altro. — Ma l'Amalia pensava invece al suo Adolfo, e non ad altro uomo, e non sapeva come intavolarne il discorso col burbero padre. Fortunatamente egli fu il primo a parlare.

— Tu mi se' ringiovanita, figliuola mia. Così va bene! Tu cominci a conoscere che nè l'amore nè il dolore hanno ad essere eterni.

— Ah, padre mio, voi dite il vero! il dolore non può essere eterno: a lungo andare egli ne ucciderebbe; ed io confido molto nel vostro buon cuore che me ne vorrà abbreviare la durata.

— Che vuoi tu dire, figlia mia? — riprese il vecchio cominciando già a sospettare l'intenzione della fanciulla.

— Mio caro babbo, — diss'ella con tuono di voce timido e carezzevole: — non è vero che voi amate molto la vostra Amalia?

— Sì certo, e credo avertelo provato abbastanza.

— Babbo mio, io spero che vorrete darmene un'altra prova più grande e più significante di tutte.

— Sarebbe a dire?...

— Caro babbo, non v'adirate: io non posso vivere senza Adolfo. Perchè dovrebbe portar la pena delle follie e della ostinazione del padre suo? Perchè vorrete voi, babbo mio, che ci vada di mezzo la mia tranquillità, la mia vita? Babbo, ve lo dichiaro: la vostra Amalia sarà morta fra pochi mesi se voi non la consolate.

— Eh! via, ragazza; non rimettere in campo i tuoi soliti piagnistei. Fra pochi mesi tu ti sarai consolata da te. Il tempo è un gran medico: credilo al tuo babbo che ha settantaquattr'anni di esperienza.

— Babbo mio caro, il tempo non ha avuto nessuna forza nè anche per voi. Oh! non veggo io forse che voi soffrite assai per quello sciagurato accidente! Quanto siete diverso da quello d'anno! Voi vi annojate mortalmente, vi siete fatto pallido e quasi giallo. Babbo mio, se non ripigliate le vostre interrotte consuetudini, voi darete il più grande di tutti i dolori alla vostra figliuola!

— Ma che, ma che? dovrei io forse essere il primo a muovermi per andare a trovare il pregiatissimo signor cugino?

— Oh! il primo no certamente.... ma.... egli non osa forse di presentarsi....

— Ed ha ragione!...

— Caro babbo, oggi è la vigilia di Natale: è un giorno santo, un giorno solenne per tutti. Noi andremo a fare la solita visita....

— A chi?

— Alla mia buona zia Vittoria! Forse vi troveremo là il marchese vostro cugino con Adolfo, voi non ricuserete di entrare e la pace sarà fatta, non è vero?

— Eh! signorina, non ve la credete sì facile!... —

Non daremo il resto del dialogo; Amalia e i nostri lettori s'accorsero già dalle parole del vecchio che l'animo suo non era alieno da por termine a quello stato di guerra in cui si trovava. Egli stesso aveva dovuto riflettere sulla poca importanza dei fatti dai quali era nata una tal disunione; perchè invitato più volte a manifestarli, biascicava le parole e non trovava espressioni abbastanza chiare per ispiegarsi. Terminava col dire: — Insomma, io ho le mie buone ragioni, e non opero senza un perchè... — Parole che sono, come tutti sanno, la salvaguardia solita di chi vuol nascondere i veri motivi d'una risoluzione già presa, o non li trova sufficienti a giustificarla.

Dal canto suo Adolfo aveva posto dinanzi agli occhi del padre tutte le ragioni che dovevano persuaderlo a rappattumarsi, anche a costo di dover muovere il primo passo. — Se lasciate passare — diceva egli — questa occasione delle feste, aggiugnete un'esca di più all'avversione del conte Filippo, e la riconciliazione diverrà più difficile, anzi impossibile. Andiamo oggi come il solito a visitarlo; andiamo colla solita compagnia degli anni passati; v'assicuro ch'egli non ci farà nessuno sgarbo; vi bacerete, e tutto sarà terminato. D'altronde vi prego a riflettere: voi non troverete mai un più bel partito di matrimonio per me, ed io non consentirò a sposare mai nessun'altra donna che l'Amalia. Rinuncierete voi alla compiacenza di stringervi fra le braccia un figlio de' vostri figli? Padre mio, ve ne scongiuro: lasciatevi una volta guidare dal vostro Adolfo, il quale non vorrebbe certo esporvi a nessuna mortificazione. Togliamo una volta questo scandalo che ha dato occasione a tante ciance maligne e ci ha resi la favola del paese. —

Il marchese Nicolò ascoltava senza interrompere il discorso del figlio, e comprendeva bene, ancorchè non volesse confessarlo, tutta la solidità di queste ragioni, e la convenienza di un tal passo verso il conte Filippo.

Potrebbe forse taluno meravigliarsi di codesta improvvisa arrendevolezza de' due nemici parenti, ma cesserà la sua maraviglia se vorrà por mente alle circostanze in cui si trovavano. Lasciamo stare l'amore che portavano a' propri figli sì l'uno che l'altro; lasciamo stare la forza delle ragioni onde aveano cercato di vincere una tale ritrosìa. Vi sono alcuni astii, alcune inimicizie che nascono dai motivi più frivoli, e terminerebbero tosto se venisse una buona occasione di potersi parlare di nuovo senza sacrificio dell'orgoglio e del puntiglioso amor proprio. A questo solo giovano talora i complimenti che i giorni onomastici e natalizii, le principali feste, e il rinnovarsi dell'anno comandano per lunga consuetudine agli uomini, offerendo un appicco per rompere, come si dice, il ghiaccio, e rannodare le interrotte amicizie. In queste occasioni una parola che si può proferire senza compromettersi, è più eloquente di un formale trattato di riconciliazione; gli è come un tempo di tregua fra le potenze belligeranti, durante il quale, massime a' tempi antichi, i due campi nemici potevano accomunarsi e bevere alla salute gli uni degli altri.

Dall'altra parte, nel caso nostro, v'era la qualità del giorno, che perorava di molto a pro della pace e dell'amore. Mi appello anche per questo ai villaggi e alle città di provincia. Quell'allegro scampanìo delle vigilie, quel suonare a distesa la mattina del dì festivo, quel veder tutto il popolo, vestito di nuovo e de' migliori suoi abiti, abbandonar le faccende per riposare un poco dalla fatica, e per concorrere alla parrocchia a udire la voce del buon pievano; la stessa infrequenza di codesti riti solenni li rende più cari e più venerabili. Una sola parola, un solo pensiero li accorda e li anima tutti. Le memorie degli anni andati si riannodano a queste principali solennità, e allora si formano i presagi della futura prosperità dell'annata. Vedete i proverbi rurali: partono tutti da un santo e da una festa primaria. Le feste di Natale poi, che sono poste come una specie di ponte fra l'anno che va e l'altro che sta per venire, il pranzo rituale della vigilia, gl'inviti che raccolgono tutti gli individui ad una sola mensa comune; tutto ciò concorre mirabilmente a porre gli animi in una certa armonia di pensieri e di sentimenti, la quale è parte principalissima della religione: giacchè la religione è appunto un vincolo di fratellanza fra gli uomini e l'accordo de' loro animi in grande unità.

Quando fu presso il mezzogiorno, il conte Filippo, ancorchè non fosse molto contento della propria salute, uscì colla figlia per visitare la zia Vittoria. Ivi doveva trovarsi il Marchese, ed era stabilito ch'ei fosse il primo a porger la mano, lasciando al caso la cura del resto. I due giovani poi s'arrogavano il diritto di dirigere il caso.

Ma il caso questa volta non si lasciò comandare dai giovani. Il conte e la figliuola rimasero lungamente presso la zia, nè il marchese si vedeva mai comparire. Vi lascio pensare l'impazienza e l'inquietudine della povera Amalia la quale non sapeva a che attribuire tale contrattempo. Ella era tutta occhi alle finestre che guardavano sulla via, tutta orecchi al più piccolo rumore che potesse parere quello di persona che si avvinasse: rispondeva a balzi ora sbadata, alla buona parente, ora affettuosa per prolungare la visita, e affettava avere qualche cosa a comunicarle. Il conte era un po' rannuvolato perchè gli pareva d'essere stato un'altra volta leso nella sua dignità. Dieci volte s'era levato per partire, e alla fine, essendo già corsa un'ora che si trovavano lì, disse severamente alla figlia: — O venite, o vado! —

Alla poveretta bisognò rassegnarsi e partire, benchè le paresse sfuggirle di pugno, partendo, il buon esito del suo progetto. Cominciò a scendere lentamente la scala, e finse d'aver dimenticato il fazzoletto, tanto per indugiarsi un momento di più. Raggiunto il padre che pestava i piedi, sperava pure che gli avrebbero trovati nell'andito. Nes-suno. Almeno si fossero incontrati per via! v'era ancora mezzo di salvare le convenienze. Nessuno, nè anche per via. Giunsero a casa senza che il padre le rivolgesse una parola, senza che rispondesse pure alle sue molte domande; ambidue col cuore raggruppato, l'uno dalla bile, l'altra da un misto di dolore e di stizza ch'era lì lì per prorompere in pianto.

Ma nel salire in fretta le scale della propria abitazione, le parve di sentire gente nella stanza da ricevimento: una nuova speranza, come per una intuizione dell'anima, le sorrise al pensiero; la cameriera dall'alto della scala le s'affacciò imbarazzata e premurosa per avvertirla di una strana visita che si trovava da mezz'ora là sopra.... Era il marchese Nicolò con Adolfo, i quali avevano creduto più opportuno andar direttamente dal Conte che sapevano indisposto, e segnare col nome di Dio la loro transazione colà piuttosto che in casa d'un terzo. La figlia tornò indietro a precipizio; raggiunse il padre ch'era restato in cucina a dare i suoi ordini al cuoco; e con poche parole lo persuase a salire informandolo dell'accaduto, e presentandogli nel miglior aspetto codesta _prévenance_ de' due visitatori.

— Da mezz'ora v'aspettano, caro babbo, e vogliono augurarvi felici le sante feste! —

I due vecchi, apparentemente freddi, ma pure frenando a fatica la commozione dell'animo s'incontrarono nell'anticamera, si strinsero la mano e a più riprese ricambiarono i loro augurii: — per molti anni, caro cugino! per molti anni! e voglia il Cielo che possiamo passargli in buona armonia! — La povera Amalia ch'era stata fino allora perplessa fra la speranza e il timore, al vedere i due vecchi stringersi a più riprese la destra con tutta l'apparenza d'una vera riconciliazione diede in un pianto dirotto e si gettò nelle braccia d'Adolfo che aveva pure gli occhi rossi, e poco mancava non la imitasse. Sopraggiunsero altri visitatori, e fu bene, perchè liberarono tutti dall'imbarazzo di venire a spiegazioni e proteste che avrebbero forse recato più danno che altro. I cuori avevano parlato e bastava. I due giovani videro bene che la pace non si sarebbe fatta a metà.

Quel giorno fu consumato in discorsi; chè potete ben pensare quante cose avevano a dirsi i due parenti riconciliati. Giunse l'ora del pranzo, anzi pur della cena, e il marchese e il figlio dovettero rimanersene lì, perchè l'Amalia, sbadatamente, avea fatto preparare due posate di più. Un buon bicchiere di vino stravecchio suggellò la pace perfettamente, e questo caso fece smentire in parte il proverbio, _minestra riscaldata e amicizia rinnovata_..... con quel che segue.

Ed ecco intanto le visite della sera: ecco portarsi i lumi, stendersi i tavolieri, trar fuori le carte e gli altri giuochi consueti della giornata. In una vasta sala si piantò una dolce partita di tombola, mentre quattro persone mature e assennate, fra le quali i nostri due campioni, si posero a rinnovare il classico e troppo a lungo interrotto tressette. Di mano in mano che la varia fortuna agitava gli animi fra l'intervallo delle partite, ricorrevano nella mente de' giuocatori i casi memorandi ed incredibili della passata carriera, e il marchese Nicolò fece onore alla sua memoria ricordando un cappotto dato due anni prima, e indicando l'ordine con cui s'erano giuocate le carte, e gli artifici finamente e coscienziosamente adoperati da una parte e dall'altra. Per buona sorte non ci furono sproporzionate vittorie nè di qua nè di là; sicchè gli animi rimasero in pace, e tutti celebrarono, prendendo il caffè, la restaurazione della sublime partita.

Dei casi della tombola non parlerò: dirò solamente che Adolfo ed Amalia furono sfortunatissimi. Mai non accadde che vincessero nè punto nè poco: anzi non saprei dire perchè i loro numeri non venivano coperti mai. O l'uno o l'altro gridava tombola, ed essi non avevano ancora fatto quintina.

Ma erano però tanto contenti dell'ambo!

I DUE CASTELLI IN ARIA.

I.

La Camelia.

Matilde, quando io la vidi la prima volta, poteva avere tutt'al più sedici anni. Ella era l'unica figlia del conte Rinaldo di Susans, una delle più ricche e nobili case della provincia. Venuta alla luce assai tardi, quando il padre e la madre aveano già perduto la speranza d'aver un frutto della loro unione, fu circondata fin dalle fasce di tutte le cure che la tenerezza materna e l'orgoglio patrizio possono suggerire. Padre e madre erano fino allora vissuti per se medesimi; ora rivolsero entrambi il loro diviso egoismo in lei sola, e non vissero che per lei. Se creatura al mondo potesse essere un modello di perfezione e centro di tutte le umane felicità, questa creatura pareva dovesse esser Matilde. Lei ricca, lei bella, lei nobile, lei fornita di naturale ingegno e di tutti i mezzi più validi a svilupparlo. Il padre e la madre vagheggiavano codesto idolo, fabbricavano nella loro immaginazione il suo avvenire; la vedevano amata, ammirata, fatta segno d'una specie di culto a tutto il paese. Oh! se avessero potuto fabbricarle anche un compagno degno di lei! Questa sola idea, questo solo dubbio intorbidava le loro serene fantasie, e interrompeva il corso de' loro amorevoli sogni.

Appena Matilde cominciò a muovere i primi passi, appena la sua lingua balbettò le prime parole, si pensò al genere di educazione che si sarebbe adottato per questa privilegiata creatura. Il conte e la contessa erano stati educati come usava al lor tempo, in quel tempo in cui si diceva: — Tu sei nobile, tu sei ricco, che bisogno hai tu di studiare? Il povero che non ha terre al sole, studii e si affatichi per te. — Aveano imparato, una il ballo in convento, l'altro la scherma in un collegio di Gesuiti: sapevano scrivere, essa un viglietto d'invito, egli una rimostranza al fattore: quella avea letto la Clarissa di Richardson per tenersi in guardia dai Lovelace, questi il Candido di Voltaire per imparare a prendere il mondo con una certa superiorità: del resto avevano ubbidito ai consigli tradizionali ch'io dissi, senza pensare più là: anzi quando sentivano parlare di nuovi metodi educatorj, di nuovi istituti e di una farragine di libri che s'andavano stampando a tal uopo, ridevano cordialmente e chiamavano col titolo di novatori e di filosofi moderni tutta quella buona gente, veri don Desiderj disperati per eccesso di buon cuore.

Ma quando ebbero questa figlia si trovarono non so come cambiati. Le nuove idee erano loro entrate nel sangue senza che se ne avvedessero, anzi malgrado loro. Molte cose, che si sogliono biasimare finchè si considerano così in astratto, fuori del caso di metterle in pratica, si mostrano poi sotto un aspetto diverso quando l'adottarle o il respingerle può in qualche modo influire sul nostro ben essere. Ciò avvenne appunto ai genitori di Matilde. Cominciarono a dirsi fra loro: — Che fosse vero? Che abbiano ragione costoro? Che una migliore educazione possa proprio concorrere alla maggior felicità di Matilde? Bisogna provare: non foss'altro perchè il mondo non abbia a dire che si è trascurata alcuna cosa per lei. — Persuasione o vanità che fosse, fu stabilito fino da quel momento che la bambina sarebbe educata secondo i metodi, non dirò migliori, ma più moderni. E forse il conte e la contessa, facendo un esame di coscienza un po' più scrupoloso del solito, si saranno stimati per quello ch'erano, non per ciò che si sforzavano d'apparire. — Ella dev'essere più colta e più felice di noi! — si dissero i due conjugi, concludendo un diverbio in cui s'erano immersi un bel dopo pranzo, il giorno che la loro bambina era tornata da balia.

Povera bambina, da quel momento la tua sentenza fu irrevocabile. Tu dovevi riuscire perfetta e felice a lor modo!

Il metodo di educazione adottato dal conte e dalla contessa divideva l'educanda in tre parti: corpo, spirito e cuore; il corpo doveva riuscire sano ed elegante; lo spirito ornato di tutte le cognizioni che piacciono nella donna; il cuore poi bisognava preservarlo da tutte le forti emozioni di qualunque genere fossero — perchè — diceva il conte — le nostre passioni devono servire ai veri interessi della famiglia, — e perchè — aggiungeva la contessa — chi ha un cuore troppo sensibile, è alla fine infelice, ed io lo so per prova. — I due nobili conjugi si guardarono in volto, parvero voler dirsi non so che altro, ma poi si tacquero per prudenza. Il conte si contentò di grattarsi la tempia col dito mignolo, la contessa si morse un pochino il labbro inferiore e s'accostò alla finestra per pigliar aria.

La grand'opera intanto fu cominciata. Un medico amico di casa, esaminata la fisica costituzione della bambina, gracile anzi che no, ordinò che si dovesse guardarla dalle infreddature, coprirla bene, esporla all'aria meno che si potesse, trattarla, in una parola, come una pianta esotica che si fa vegetare nel calidario. Ogni giorno c'era qualcosa da fare, qualcosa da prendere; ora il calomelano pei vermini, ora l'ipecacuana pei denti, or la manna, or la magnesia caustica per altri malori infantili. Povero fiorellino! a cui si voleva dar tutto, fuori che il latte materno, l'aria, la luce e la libertà!

Quanto allo spirito ci si pensò subito. Si fece venire un'aja svizzera per insegnarle la lingua francese e la tedesca. — Già l'italiana — diceva il conte — s'impara da sè; — e poi — soggiungeva la contessa — l'italiano non potrebbe servirle a nulla nel bel mondo dov'è chiamata a brillare; tutt'al più a cantare un'arietta o una romanza quando se ne presenti l'occasione. — Allo studio delle lingue straniere tenne dietro il disegno, il ricamo e l'inevitabile pianoforte. Bisognava dai primi anni educare le dita alla flessibilità che domanda quell'istrumento. Più tardi poi si svolgerà l'organo della voce, si passerà dal suono al canto, com'è costume. Ogni giorno era diviso in piccoli frammenti: ogni giorno aveva la sua lezione di lingua, di disegno, di ricamo, di danza, di musica. Povero spirito! se non riuscivi un modello di perfezione, certo non era per difetto di cure.

Resta il cuore. Che cosa è il cuore? — s'era domandato il conte. Il cuore è un muscolo, un organo, un pezzo di carne e nulla più. Ma la contessa l'avea fatto tacere, citando madama di Genlis e non so quali altre chiarissime chiacchierone francesi che non hanno altra cosa in bocca se non il cuore. — Il cuore è tutto; e chi non ne ha, non ne parli. — Il conte tornò a grattarsi la tempia e abbandonò alla contessa e al suo venerabile direttore l'educazione di questa parte della sua diletta unigenita. Il venerabile direttore insegnò alla fanciullina di sett'anni il catechismo, le spiegò il libro dell'Imitazione, le inculcò l'obbedienza, l'umiltà, la rassegnazione, la veracità, la pietà e tutte le altre virtù. Questi insegnamenti erano utili e santi, ma la poverina li trovava spesso contradetti dalle massime che le venivano inculcando il padre, la madre, l'aja e le altre buone e savie persone che le facevan corona. — Questo è bene in sè — dicevano — ma non conviene al tuo grado. Fare la carità è cosa santa, ma non bisogna farla a persone sfaccendate e viziose. Questo è un dovere dinanzi a Dio, ma ti esporrebbe alle beffe dinanzi al mondo. Il decoro, il decoro, figliuola mia! Tutto sta nel distinguere. Altro è la teoria, altro la pratica. Da ciò si vede che il conte, non contento della triplice divisione, avrebbe voluto suddividere la educazione del cuore in due parti: il bene e il conveniente, la virtù e il decoro, la coscienza e il _bon ton_. — S'io sapessi scrivere — diss'egli — la vorrei inculcare a tutti questa necessaria distinzione. Ne parlerò al direttore. Io gli darò le idee, egli le metterà in carta, e porteremo la nostra pietra al grande edifizio della educazione sociale. —

Povero cuore! e che colpa ne avrai tu, se pel conflitto del dovere e della moda ti lascerai trasportare dalla corrente? —

Ospite, per un accidente che non importa narrare, in casa del conte, fui invitato ad ammirare i miracoletti dell'unigenita, che aveva, come vi dissi già, sedici anni. Vidi immersa in un soffice seggiolone una biondina pallida, magra, tutta occhi, che al mio entrare fece le viste di alzarsi, e ricadde a un cenno della madre sull'elastico suo cuscino. Aveva una cuffietta annodata sotto al mento da un nastrino celeste, un elegante accappatojo le avvolgeva le gracili forme, i piedini erano mezzo vestiti d'una pantofola ricamata. Doppie impannate impedivano all'aria di penetrare in quel santuario: e la luce del sole giugneva attraverso i ricchi cortinaggi che l'attenuavano e raddolcivano all'occhio. Molli tappeti coprivano il pavimento, serici arazzi le pareti, tutto era fatto per allontanare dalla delicata personcina le impressioni troppo vive che potessero ferirne i sensi. Il mondo fisico e il mondo morale non dovevano giugnere a lei se non modificati dall'arte.

Mentre il conte, la contessa e la _bonne_ mi mostravano a gara chi un ricamo, chi un acquerello, chi un tema diligentemente ricopiato, chi l'albo pieno dei più smaccati elogi, la giovinetta si sforzava di sorridere con una gentile smorfietta, non saprei dire se di modestia o d'orgoglio, secondo il sistema anfibologico della educazione paterna. Ma la sua fronte cerea apparve solcata da una ruga obliqua tra i sopraccigli, e gli angoli della bocca presentavano una linea d'una espressione indefinibile d'amarezza e di pena. Era una malattia fisica o morale che si manifestava in quel sintomo? Non saprei dire. Forse l'una e l'altra insieme.

Uscendo da quella camera mi disse il conte: — Oh! mia figlia, quando sarà lanciata nel mondo, farà onore all'educazione che ha ricevuta. Un bel nome, dugentomila scudi di dote, e un'educazione così compìta! Che cosa le manca per essere perfetta e felice!

II.

La Rosa.