Part 31
Intanto i due vapori si raccostavano, il _Carlomagno_ con molta alacrità, l'altro assai lentamente, cosicchè non ci volle molto a indovinare che doveva far acqua, o aver guasta la macchina e la manovra difficile. Era l'_Hirondelle_ che due giorni prima salpava da Marsiglia per la nuova colonia francese, incaricata di pressanti dispacci del suo governo per l'Algeria. Ma volendo di troppo affrettare il viaggio, e non ben misurando la forza delle sue macchine, avea dovuto desistere dall'usar la sinistra, e procedeva zoppicando più a forza di vele che di fuoco verso la mèta. Il forte tramontano della notte l'avea pur molestata, e il capitano prevedendo che il suo viaggio sarebbe stato men sicuro e men pronto che i suoi ordini non portavano, aspettava il momento d'abbattersi in qualche piroscafo della sua bandiera per imporgli a nome dell'Imperatore d'incaricarsi de' suoi mandati, e recarli in Algeri senza ritardo in luogo di lui. Al _Carlomagno_ toccò la sorte. Venuti a parlamento i due capitani, si concertarono fra loro sui modi di una tale misura: l'_Hirondelle_ prenderebbe a bordo i passeggeri del _Carlomagno_ e li recherebbe come potesse meglio a Livorno, mentre questi coll'incaricato d'affari e coi rispettivi dispacci, avuto dall'altro quel di più che gli potesse occorrere di munizioni, dovrebbe immantinenti virare per l'Africa. Potete credere se i passeggeri del _Carlomagno_ non reclamassero contro tal contrattempo! Tutti erano già annojati della burrasca notturna; or come doveano rinunciare al loro diritto, per montare sopra un legno malconcio, affrontare certo un novello indugio, e forse anche nuovi pericoli, e tutto ciò per far piacere ad uno straniero, e per deferenza ad un governo cui non erano astretti da nessun obbligo? Sopratutto la Claudina n'era dolente e sfoderando tutto il francese che sapeva si mise a gridare contro all'arbitrio e all'inaudita angheria. Ma e' fu un predicare a' porri. I marinai senza badare a ciance travasavano a bordo del _Carlomagno_ il carbone e le vittuaglie dell'altro vapore, e aspettavano i passeggieri per tragittarli nell'_Hirondelle_. Quando si vide che erano vani i reclami, si fece tra loro una breve consulta, e quasi tutti ricusarono andarvi. Erano pronti piuttosto a fare il viaggio d'Algeri sopra un legno sicuro, che esporsi all'eventualità di nuovi pericoli sulla _Rondinella_, che e' non potevano sapere in quanto fosse stata danneggiata dal fuoco e dal mare. Tranne alcuni negozianti cui troppo importava esser presto a Livorno, tutti gli altri, come dissi, accompagnarono in Africa l'inviato. Fra questi Claudina, la quale da questo accidente fu presa in fra due contrari affetti. Rincuorata dalla novità della cosa, ella lasciava vagar volontieri la sua fantasia fra i rischi e le avventure probabili del protratto viaggio, dall'altra non sapeva darsi pace del dispiacere che Giorgio n'avrebbe provato. Ma a questo era facile recar sollievo con una lettera ch'ella scrisse in un attimo e consegnò al comandante dell'_Hirondelle_, il quale galantemente incaricossi di farla pervenire a bordo del _Dante_, come prima avesse toccato terra. Questa lettera diceva:
«Caro il mio Giorgio. Non ho che due minuti per domandarvi perdono del mio capriccio di donna che ci ha così disuniti. Saprete dagli altri per quali accidenti io devo recarmi nell'Africa. Non so quanto dovrò rimanere in Algeri, aspettando un imbarco per Livorno o per Genova. Fareste meglio a venirmi a trovar là, e così vedremo assieme quella fertile costa stata già nido de' barbareschi, e così celebre nelle storie marittime. Da bravo, giacchè siamo in ballo, balliamo. Dolentissima per vedermi disgiunta da voi, non posso non adorare la provvidenza che per vie così strane volle favorire la mia vocazione. Io v'attendo a Costantina.... e non già sotto la tenda d'Abd-el-Cader.
«La vostra CLAUDIA.»
VI.
A gatta cieca.
Il _Dante_ aveva anch'egli provato la forza del vento, ma governato da comandante più esperto di que' mari, più acconciamente costrutto per superare la traversia, o, come sosteneva Giorgio, protetto dal nome e dalla influenza del primo poeta italiano, avea meglio serbata la linea, nè se n'era dipartito quanto il suo borioso rivale. A mezzogiorno del dì seguente avea già guadagnato il porto e salutata Livorno mentre non s'era ancora saputa novella nè del _Carlomagno_ nè d'altro. Giorgio cominciò ad inquietarsene, come potete ben figurarvelo. Spostato com'era dalle sue tranquille abitudini, in un paese straniero per lui, giacchè ad un giovane dell'indole sua poco tratto di mare dovea sembrare un intervallo grandissimo, con pochi denari in tasca, chè il corpo del capitale disposto per quella gita era restato a bordo del Carlomagno, senza conoscenti, senza lettera di raccomandazione e di credito, senza la sposa, che con tutti i suoi capricci era, come di dovere, il più prezioso de' suoi tesori, travagliato dal burrascoso viaggio, inquieto della sorte di lei, vi lascio pensare in quale stato ei passeggiasse lungo il molo di Livorno, aspettando l'arrivo del sospirato vapore. Ma aspetta, aspetta, quella benedetta colonna di fumo non si vedeva mai comparire nell'orizzonte. Interrogava tutti i bastimenti che di tratto in tratto prendevano terra, ma invano. Finalmente sul far del vespro s'ebbe notizia che un vapor francese era in vista, ma pareva malconcio, nè sarebbe giunto in tempo per aver pratica quella sera. Egli non dubitò più che fosse quello ov'era imbarcata Claudina; ma stanco com'era, e rassegnato a non vederla prima della mattina vegnente, se ne andò a letto. Non vi dico se vegliò, se dormì, se sognò burrasche, naufragi e pirati. Salto a piè pari la notte, e lo accompagno sul molo. Qui viene ad intendere che il vapor francese non è altrimenti il _Carlomagno_, ma l'_Hirondelle_. Impensierito del cambio, andò pur difilato a bordo colla speranza di ritrovarci la sua capricciosa metà. Trovò invece una lettera — quella lettera che leggeste, molto concisa, la quale lo invitava in Africa, come se l'Africa fosse ad un miglio di distanza, come se si trattasse di una giterella lungo la sua riviera. In Africa, eterni Dei! in Algeri, dove sono i pirati, dove l'insurrezione de' beduini tiene in continuo allarme le truppe francesi! Immaginare la sua Claudina in mezzo a tanti rischi, a tanta lontananza da' suoi, era una cosa da darne il capo nelle muraglie. Il povero Giorgio non sapeva a qual partito appigliarsi. Per un momento pensò, tanto il timore ci rende talora egoisti, pensò, dico, fino ad abbandonare la capricciosa fanciulla, fino a lasciarla viaggiare a sua posta in cerca di nuovi mondi, e tornarsene a casa a scrivere un romanzo storico sulla curiosa avventura di quella gita. Ma poi il suo carattere onorato lo punse: l'amor di Claudina gli si risvegliò più vivo che mai: pensò che il suo illustre concittadino Colombo aveva scoperta l'America senza avere uno scopo così sentimentale, nè una via così definita; — s'arrese al più generoso consiglio d'imbarcarsi sul primo legno che salpasse per l'Africa, e andare a consumare il suo matrimonio in un oasi del deserto di Sahara.
Salpava quel giorno appunto un legno mercantile austriaco per l'Africa, e tirando ancora il vento da maestro, prometteva in cinque o sei giorni di felice navigazione raggiungere il porto d'Algeri. Non era la rapidità d'un vapore, ma l'occasione era buona, il capitano amico al padre di Giorgio, sicchè il nostro tribolato raccomandandosi alla glauca Anfitrite, pose il piede sulla _Concordia_, così chiamavasi quella nave, che non avendo trovato da caricare a Livorno, andava a cercar fortuna in Algeri. Ma anche la _Concordia_ avea fatto male i suoi conti. Dopo due giorni di prospera navigazione, quando si trovò ne' paraggi delle Baleari e della Sardegna, il vento improvvisamente cambiò, e tirò uno scilocco così ostinato e indomabile che il capitano dovette declinare a S.O., e prendere il porto di Valenza con un tempo che teneva del fortunale. Giorgio che ne' due primi giorni s'era riconciliato coi venti del Nord, questa volta sarebbe stato tentato di fare una invettiva poetica contro gli Australi, se travagliato continuamente dal mal di mare avesse potuto raccapezzare pur una rima. Al più, al più, in qualche lucido intervallo borbottava i versi di Orazio dove il terribile _Africo_ si trova fatto segno di paure o di preci.
Questo fatto venne attestato dal capitano d'un brik, che veleggiava in que' giorni dalle coste di Spagna per la Sicilia. Dopo questo nè i Giornali del Lloyd, nè alcun'altra gazzetta commerciale parlarono più della _Concordia_ per il corso d'oltre a otto mesi. Questo si sa di certo che in tutto questo tempo non s'era mai veduta in Algeri.
VII.
Il Convegno.
Nel punto in cui siamo, il povero narratore di questa veridica storia deve domandar perdono a' benigni lettori della lunga lacuna che è costretto a lasciare. Se si trattasse di un romanzo, ei potrebbe assai facilmente inventare naufragi, tempeste, accidenti a sua posta, e riempiere di fantastiche scene tutto questo lungo intervallo. Ma come non si tratta già d'un romanzo, ma d'una storia, egli non vuole esporsi al pericolo d'essere smentito dalle notizie documentate che potrebbero in seguito pervenirci su questa singolare Odissea de' due fidanzati. Egli si limita dunque a dire ciò che ne sa, ed anche quel poco lo dà come cosa probabile, non come cosa perfettamente verificata. Si tratta d'avvenimenti quasi contemporanei; e troppi esempi, assai vicini, dimostrano, quanto si deve andar cauti nell'ammettere certe voci che corrono senza provarle al crogiuolo dell'esperienza.
Un nostro corrispondente, un triestino che da poco trovavasi per affari commerciali in Algeri, ci scrive d'una bella milanese che avea fatto parlare tutti que' crocchi del suo spirito, del suo coraggio, e del viaggio involontario che avea dovuto affrontare la prima notte de' suoi sponsali. Questa non può essere che Claudina. Ma ciò non era più che un poscritto della sua lettera, e per lungo tempo ignorammo che ne seguisse. Pregato da noi a darci qualche notizia più circostanziata su quella giovane, egli non ci seppe dir altro se non che stette costì più d'un mese aspettando sempre il marito, che mai non veniva. È ben vero che i venti soffiarono lungamente contrarj: ma qui, soggiunse egli, si tiene per certo che la signora non abbia punto marito, ma sia venuta a cercarselo nella colonia francese, sa il cielo con quali disegni. Non avendolo trovato, era partita per Genova sul legno: _Les deux frères_.
Il discreto lettore sa bene che il nostro corrispondente calunnia qui la Claudina senza saperlo.
Temevamo dover restarcene qui: ma ci pervenne a questi giorni un giornale inglese il quale in data di Malta reca il seguente costituto sanitario:
«Jer l'altro, alle 4 e mezzo pomeridiane un Brik francese denominato _Les deux frères_ appariva in questi paraggi colla bandiera sanitaria e convogliato da un nostro _Scooner_ al più prossimo lazzaretto. Parlamentò con una nave a palo austriaca, la _Concordia_, ad istanza d'un passeggero che v'era a bordo. Furono osservate tutte le norme prescritte dai nostri regolamenti: ma sulla fine di un lungo colloquio che seguì tra il passeggiero suddetto, e una signora che viaggiava sul legno infetto, ebbe luogo un ricambio di carte scagliate reciprocamente da un bordo all'altro, senza che i guardiani potessero impedirnelo a tempo. Il comandante dello Scooner credette quindi dover imporre anche alla _Concordia_ di raggiugnere il lazzaretto, e vi compiono entrambe la quarantina legale.»
I nostri lettori indovineranno senza fatica come i due passeggeri non erano altri che Giorgio e Claudina, i quali dopo un anno di vicende s'erano alfine scontrati vicino a Malta, ma senza poter abbracciarsi. Per l'infrazione sovraccennata delle regole sanitarie dovettero rimaner sequestrati nel lazzaretto dove si saranno consolati reciprocamente del loro _viaggetto nuziale_. Le carte ricambiate erano le loro memorie, che varrebbero tant'oro per noi, e ci darebbero di che riempire la lunga lacuna lasciata nel nostro racconto. — Ma questo còmpito è confidato a mani migliori. Claudina, essendosi persuasa che lo scrivere un romanzo marittimo, è assai più piacevole ch'esserne l'eroina, si occupa presentemente di mettere in ordine quelle note e quelle impressioni, e non andrà molto che l'Italia potrà vantare un racconto di un genere nuovo, che ancora ci manca.
L'ORA DEGLI SPIRITI.
FANTASIE NOTTURNE.
I.
La chiave di casa.
Aveva un bel frugarmi in tutte le tasche: la mia chiave non c'era. O l'avevo lasciata a casa, o l'avevo perduta per via.
Era la mezzanotte. Mi trovavo dinanzi a un forte cancello di ferro, a guardia del quale non c'era nè cane nè portinaio. Nei tre piani della casa tutto taceva. Nessun lume appariva dalle finestre. Io conosceva per esperienza le abitudini de' casigliani. Avrei potuto picchiare e suonare per un'ora, senza riuscire a farmi sentire, o senza indurre quelle donne a lasciare le coltrici. I monelli del quartiere che si divertono spesso a suonare per celia, le avevano rese incredule ed impassibili a chi facesse appello per vera urgenza al loro buon cuore.
Dunque io restava escluso per tutta la notte dalla mia camera e dal mio letto.
Aveva due espedienti dinanzi a me: o passeggiare le vie di Firenze per altre sei o sette ore, o cercar ricovero in un albergo. Nè l'una cosa nè l'altra mi garbava gran fatto. Passeggiavo da due ore, e non sono più nell'età che la posizione verticale della persona mi sembri la più naturale.
Cercare un albergo.... avendo casa a Firenze, mi pareva un espediente da riservarsi per ultimo, quando avessi perduta ogni speranza di stendere le mie membra sul proprio letto. Ora ogni speranza non era del tutto perduta. Ogni zio possiede qualche nipote più o meno randagio: ed io ne ho uno che sento per ordinario salir le scale dopo di me. In quel momento desiderai ch'egli fosse ancora a qualche veglia, o al caffè, moltiplicando le partite di biliardo o di dominò. La sua finestra era ancora aperta, nè vi si scorgeva alcun lume. Era dunque fuori, e presto o tardi sarebbe tornato colle sue chiavi. Mi rassegnai ad aspettarlo a piè fermo, facendo la sentinella sulla mia porta.
Il tempo, dissi fra me, non sarà lungo, e ad ogni modo troverò maniera di abbreviarlo, osservando l'eterne stelle ed evocando gli spiriti che dalla mezzanotte fino al tocco hanno facoltà di rispondere alla chiamata de' vivi.
II.
La scena.
La parte di Firenze ch'io aveva dinanzi, era una cantonata nel sesto di San Miniato al monte.
Il quartiere, in quell'ora, era perfettamente silenzioso e deserto. Gli spiriti avrebbero potuto apparire senza timore di testimoni indiscreti. Le mie vicine avean chiuso ermeticamente le finestre. Le due tessitore così indefesse al telaio, non facevano più andare la spola, che comincia la mattina alle quattro il suo monotono via vai. Anche le due fioraine, dopo aver messi in istrettoio i loro riccioli, aveano detto addio al mondo esterno, che guardano dall'alto al basso aspettando di vederlo più da vicino.
Non erano ancora quindici minuti che una frotta di giovanotti avevano fatta la loro ronda, camminando col piè di feltro, per non turbare un concerto di chitarra e di armonica, ai quali si alternava uno stornello paesano cantato da una voce argentina, a cui gli altri tenevano bordone a labbri chiusi, perchè la voce sola salisse in alto e andasse al suo indirizzo coi suoi intendimenti. Quella serenata era passata due volte, senza che alcuna finestra si aprisse come per rispondere: _grazie_.
Dopo la poesia, la prosa. Due guardie di città perticavano gravemente la via, _alias_ fondaccio. Codesti vigili del municipio non mancano mai quando non c'è bisogno di loro. Mi guardarono con occhio discreto, senza darsi pensiero d'indovinare perch'io mi restassi ritto dinanzi a quella porta inflessibile. Avrei potuto essere un ladro, senza essere molestato, come segue il più delle volte.
Dopo le guardie municipali, passò l'ispettore dei fanali. Non passò già per accendere quelli che si trovassero spenti, ma per ispegnere quelli che a suo credere brillavano inutilmente. Io ne abbracciava prima collo sguardo otto o dieci: dopo la visita dell'ispettore, dovetti contentarmi di due.
Tanto meglio, dissi fra me. Ora verranno gli spiriti che amano l'ombra e il mistero.
Ma la prosa continuava. Un passo si avvicinava lentamente alla mia destra. Si avvicinava monotono e regolare, come il passo di una sentinella tedesca. Giunto a trenta metri da me, mise la chiave nella toppa d'una porta, e sparì.
Fortunato te! esclamai fra me stesso. Tu almeno non hai dimenticato la chiave. Non so chi fosse, nè se in quella casa avesse il suo domicilio legale. Capite bene che non me ne sono curato, per non parere più indiscreto degli altri.
Di quando in quando un altro passo si udiva avvicinarsi or da una parte or dall'altra. Erano operai che avevano protratto il loro lavoro, o ne avevano scialato il guadagno al caffè. Di altre cause dell'indugio non vo' parlare, perchè quella sera, trovandomi in una posizione che poteva parere equivoca, non era disposto a commettere giudizii temerarii sul conto del prossimo. Anche questi ultimi sintomi della vita e del lavoro umano diventavano sempre più radi, e finalmente cessarono.
E mio nipote non ritornava. Dove trovavasi egli mai a quell'ora? Se avessi potuto immaginare da qual parte venisse, gli sarei mosso incontro. Ma la fortuna e i nipoti girovaghi non si sa da qual parte ci vengano.
Rimasi solo.... aspettando. Non mai mi ricorse al pensiero con più dispetto il proverbio veneziano:
Aspetar e no vegnir Xe una cossa da morir.
III.
Gli spiriti delle tenebre.
Chi non ha avuto alcuna volta la curiosità di trovarsi a contatto del mondo secreto? Io l'ebbi questo desiderio più o meno peccaminoso. Ma per quanti libri di magìa bianca e negra mi avvenisse di scorrere, per quante tavole facessi girare, per quante invocazioni facessi, non dirò al diavolo in persona, ma agli dei pagani che dovrebbero essere un _quid simile_, non mi avvenne mai di vederne nè coda nè corno. Anzi la mia stimabile amica Aretusa avendo evocato per me con tutta l'intensità della fede lo spirito di Felice Orsini, si udì rispondere ch'io non era degno ancora di entrare in communicazione colle anime sciolte dal corpo. E la causa è chiara per sè: io non ho fede che basti per forzar la natura.
Ma questa sera, chi sa? Fosse il dispetto del mondo visibile, fosse quello stato di stanchezza e di sonnolenza in cui mi trovavo, ebbi un lampo, se non di fede, almeno di speranza. Non feci soffumigi di zolfo, non segnai sul terreno il magico segno di Salomone. Codeste sono cose da ciarlatani. Raccolsi tutta la forza della mia volontà, e comandai mentalmente: venite! venite! venite!
Guardai intorno: tesi l'orecchie. Nessuno strepito, nessun fenomeno che mi avvisasse d'essere stato obbedito. Che è che non è, veggo uscire da un'apertura a fior di terra, ch'io non avevo punto avvertita, un non so che di semovente, nero nero, che allungando silenziosamente il passo e quasi strisciando se ne veniva alla mia volta. Aveva due occhi fiammanti che lucevano nell'ombra come due topazi fosforici. Quei due occhi si affisavano nei miei, quasi volessero magnetizzarmi. Non era un cane, non era un gatto, o almeno mi pareva d'una struttura diversa. Era lungo, magro, smilzo come una donnola, ma quattro volte più grande di quelle che mai vedessi. Si avvicinava cauto, incerto, come tentasse il terreno, come volesse assicurarsi ch'io l'avessi veramente chiamato.
Fosse anche quella la forma di una gatto, pensai fra me, il diavolo non ha corpo, e per darmi prova della sua condiscendenza dee pur prendere la sembianza di un animale. E aspettai di piè fermo, benchè a dir vero mi sentissi scorrere per le vene un involontario ribrezzo.
E lo spirito si appressava, prendendo ad ora ad ora una figura più simile a quella di un gatto, ma di un gatto straordinario, stravagante, infernale. Ci siamo! dissi fra me. E feci uno sforzo sopra me stesso per presentare allo spirito un contegno fermo e degno di un uomo.
Tutto ad un tratto dai tegoli della casa di rimpetto si fece udire un miagolìo di vero gatto: al quale rispose un altro miagolìo più acuto, che pareva uscir dalla gola di un animale della medesima razza, ma di sesso diverso. I due miagolii s'incontrarono come due sospiri d'amor felino e felice, e si alternavano e crescevano a grado a grado, come due squilli di corde, come un cànone di musica classica e sacra.
Mi rivolsi istintivamente al luogo donde scendeva quel mirabile duetto: ma non appena ebbi stornato lo sguardo dagli occhi della mia misteriosa visione, questa immediatamente disparve e si rimpiattò sotto terra.
Ebbi un bell'evocarla di nuovo: non venne più. Forse l'accordo udito dall'alto la spaventò: forse temette il paragone del vero: forse volle punirmi perchè m'ero lasciato distrarre da quell'incidente d'ordine naturale e mondano. Il fatto sta che anche in quest'occasione lo spirito evitò il contatto dei corpi, e mi lasciò smagato e più diffidente ch'io non fossi prima, di potere mai entrare in communicazione cogli spiriti elementari.
IV.
Le nozze sui tegoli.
La coppia innamorata continuava intanto il suo classico duetto sui tegoli. All'andante era succeduta la stretta, e la melodia si spezzava in certi suoni imitativi da mandare in visibilio il Wagner, e tutti i _musicaroli_ della scuola.
I suoni separati da intervalli sempre più lunghi, a poco a poco si perdettero in un silenzio espressivo, e l'assiuolo della sovrastante collina intuonò il _peana_ di nozze con quella sua voce fluida, che sembra un gemito misterioso d'amore. Virgilio intendeva certo di questo gemito, quando disse nel suo latino: _et ulularunt summo de vertice nymphæ_.
_Ulularunt_ non è la parola: ma si sa bene che la lingua di Virgilio non è obbligata ad esprimere per lo appunto quella qualità di suono che manda l'assiuolo toscano, nelle placide notti d'estate. Chiu! chiu! Quasi voglia dire: _basta così_: _sat prata biberunt!_
Intanto io mi era staccato dalla soglia di casa, e mi accostava istintivamente a quella parte da cui pareva venire quel gemito amoroso e felice. L'avete voi mai veduto l'assiuolo? Io no certamente, e dubito molto che nessuno l'abbia mai sorpreso nell'esercizio delle sue funzioni. Tuttavia ne farò domanda al mio amico Antinori, il più sapiente ornitologo dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica.
Io non conosco dell'assiuolo che la voce, la quale non s'inalza che al chiaro della luna e nel più alto silenzio della notte, specialmente lungo la salita di Poggio imperiale, ovvero dagli ombrosi declivi di pian de' Giullari.
Vi sono di quelli che lo confondono col rauco grido della civetta e del barbagianni. Tanto varrebbe confondere il flauto col clarino. Vi sono a questo mondo organizzazioni così infelici, che sono condannate a preferire lo squittire del pappagallo ai melodiosi accordi dell'usignuolo.
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Ed io infatti passavo, passavo innanzi. Quando tutt'ad un tratto mi trovai circondato da un'atmosfera di fragranze indistinte e soavi, come quelle che annunziavano ai poeti antichi la presenza di un nume.
Era un odore di _olea fragrans_. Pensai a Minerva o a Venere Urania; e queste soavi fragranze e le fantasie greche che mi svegliarono nella mente, mi allontanarono come per incanto delle tetre visioni de' negromanti, e mi levarono gli occhi e il pensiero agli spazi sereni del cielo.
V.
Le stelle.
Non c'è che dire. Quando la notte errando per le vie di Firenze, tu ti trovi in mezzo ad una di codeste nuvole olezzanti, dimentichi le memorie e le impressioni diverse e sgradite, per salutarla regina dei fiori. E quando inalzi lo sguardo e lo affisi sul suo cielo azzurro e sereno, riconosci la patria di Galileo, e ti rendi ragione delle meravigliose scoperte ch'ei fece nei campi dell'aria.