Racconti

Part 30

Chapter 303,767 wordsPublic domain

— Che laghi, che laghi! Non mi fate arrabbiare.

— Alfine poi che differenza ci corre tra un lago e il mare?

— Che differenza! Ah! non mi fate dire....

— Dite quel che vi pare, ma già io potrò sempre rispondervi che voi parlate senza cognizione di causa. Voi non l'avete mai veduto il mare.

— Che importa questo? Appunto per ciò desidero di vederlo. Sarebbe bella che non si dovesse desiderare se non ciò che si conosce! Desiderate pure anche voi di veder Roma e Firenze che non conoscete che di nome!

— Gli è ben differente....

— Punto, punto, vi dico. Io il mare, vedete, non l'ho mai veduto, ma l'amo: sento che deve essere il mio elemento. I miei sogni sono tutti marini.... venti, tempeste, uragani, pirati.... Benedetto il Balzac! Egli l'ha detto in una delle sue opere: tre sono le belle cose: una nave a golfo lanciato, un cavallo alla carriera, una donna alla danza.... lasciatemi dire! voi siete sempre lì per interrompermi. Io sono affatto d'accordo col signor di Balzac. Non già ch'io ponga quelle tre cose nella stessa categoria. Si vede che il Balzac non ha scritto romanzi marinareschi. Cooper e Maryat non avrebbero messe a mazzo quelle tre cose. Oh! una nave a piene vele, una nave a tre ponti.... sublime spettacolo!

— Tutto ciò sarà vero: ma io vorrei che mi permetteste un racconto: è una storia di cui sono stato testimonio oculare.

— Sentiamo.

— Si andava appunto in uno de' nostri piroscafi fino alla Spezia: una gita di piacere e non altro, costeggiando la bella riviera. Una vera delizia finchè il mare fu piano e tranquillo. Si passeggiava sulla tolda a braccetto, cianciando, canterellando a due a due, a tre a tre senza pensare al futuro. Era fra noi una coppia d'innamorati, proprio nella luna di miele, a quel che pareva. Nel loro egoismo collettivo, non ponevano attenzione a cosa veruna, non pensavano forse che all'aria del Bellini: _vieni cerchiam pe' mari, al nostro amore un porto_.... con quel che segue. Come colombe dal desìo portate, pareva non dovessero mai disunirsi, e passar la vita nella più stretta comunione delle gioje e de' guai....

— Ebbene! mi sembra che la storia sia favorevole alla mia causa.

— Sin qui sì: ma adesso viene il bello.... cioè il brutto. Soffiò un po' di vento da scilocco: non mica grande da metterci in pericolo di naufragio, ma quanto bastò per torci la voglia di passeggiare sulla coperta. I più coraggiosi tennero duro, ma cominciarono a camminare a zig zag, come si dipingono le saette: le ciere diventarono pallide pallide: il capo girava a tutti, lo stomaco si disponeva a fare la sua resa di conti col mare. — Io cercavo cogli occhi i due teneri ed amorosi colombi. Che cosa credete voi che facessero?

— Oh bella! si saranno soccorsi scambievolmente....

— Voi lo credete, voi Claudina, che avete una forza di spirito e una tenerezza di cuore veramente esemplare. Ma invece que' due inseparabili s'erano separati: uno chinavasi a destra, l'altro a sinistra. Straniere mani cercavano di apprestar loro un qualche ajuto: ma essi erano divenuti affatto stranieri l'un all'altro.

— Voi siete bravissimo da inventare storielle: io non ho mai posta in dubbio la vostra facoltà poetica: ma non per questo recedo dal mio caro e vagheggiato disegno.

— Ah! Claudina, se tutt'ad un tratto voi doveste ritirarvi da un canto ed io da un altro; proprio la notte de' nostri sponsali, proprio nella nostra desiderata luna del miele, io ne sarei disperato, Claudina, e voi potreste pentirvi ma troppo tardi di non aver dato retta alle mie parole. —

Giorgio finì così la sua eloquente perorazione: guardò la sua amabile fidanzata spiando se apparisse ne' suoi sguardi un raggio di speranza: ma invano. Ella fu irremovibile. Le nozze dovevano seguire fra tre giorni, di buon mattino: una carrozza doveva aspettarli alla porta della chiesa: la sera a Genova senza indugio per imbarcarsi sopra il vapore.

II.

Claudina e Giorgio.

Da questo dialogo voi sapete presso a poco quali erano i miei personaggi.

Claudina era una ricca ereditiera milanese, orfana di padre e di madre, vissuta sotto la tutela e la sorveglianza d'una discreta parente. Giovane colta come s'accostuma a' dì nostri, sapeva sonare un po' il cembalo, ballava con grazia, cinguettava il francese, lavorava poco, e leggeva molto. Leggeva, voi già l'immaginate, tutti i nuovi romanzi che la feconda Parigi di mese in mese, di giorno in giorno, originali o tradotti, manda fuori dai suoi torchi e abbandona ai capricci della volubile moda. Milano già su questo conto della letteratura è ancora dipartimento francese, anzi ci scommetto che ci sono in Francia parecchie provincie dove le novità letterarie della capitale giungono più tardi assai che a Milano, e vi sono accolte con minor entusiasmo. Claudina dunque era tra le più appassionate divoratrici di nuovi romanzi; e in quel tempo, parecchi anni sono, i romanzi marittimi aveano preso il sopravvento grazie a' viaggi del capitano Maryat, e alle sue fantastiche scene marinaresche. La fanciulla, dotata di vivacissima immaginazione errava col romanziere sulla vasta superficie de' mari, affrontava nembi e naufragi standosi coricata sopra il suo letto, o sdraiata sopra i suoi morbidi seggioloni. Chiamava la vita di Milano una vita stagnante e monotona, aspirava al mare e si sentiva capace di dare al mondo l'esempio d'una marinaja ardita ed intrepida quanto i celebrati corsari di Cooper e di Eugenio Sue. Più volte avea pregato la vecchia zia a volerla condurre a Venezia od a Genova, non per ammirare la piazza di S. Marco, o il palazzo dei Doria, ma per vedere il mare in tempesta lanciare com'ella diceva, i suoi flutti spumanti fino alle stelle. Ma la tutrice compiacentissima in tutto il resto; non avea mai voluto appagare lo strano desiderio della nipote: al più, al più l'aveva condotta a vedere il lago di Como e s'era per la prima volta arrischiata a passarlo. Ma per disgrazia della Claudina il lago quel giorno era placido e terso come uno specchio. Non v'ebbe nulla che scuotesse la fantasia burrascosa della pazzerella; sicchè ritornata a Milano s'indispettiva col bel tempo e colla sua cattiva stella che non avea voluto procurarle il piacere di vedersi vicina al naufragio.

La ragazza era fertile di trovati. — Se questa benedetta vecchia — diceva — non mi vuol condur seco in qualche porto, io accetterò il primo marito che mi venga offerto a condizione che faccia meco un viaggio di mare. La sorte le fu questa volta propizia. Un giovane genovese, assai gentile poeta, avea pubblicato un'ode alle tempeste, e tradotto per la decima volta, come usa di fare a' dì nostri, il primo canto del Corsaro di Byron. Chiese di lui e venne a sapere ch'egli era figlio d'un capitano di nave, unico figlio, e rimasto orfano da parecchi anni per un naufragio che gli avea tolto il padre sulle rive del Baltico. Claudina non dubitò che il figlio di un marinajo non dovesse aver ereditato il genio paterno: tanto più che i primi versi che avea mandati alla luce erano versi marinareschi. Fattosi il romanzo nella immaginazione, scrisse una lettera piena d'entusiasmo al poeta, e gittò con questo le prime fondamenta d'un buon matrimonio. Giorgio Fioccardi ricevette codesta lettera colla compiacenza che è naturale ad un giovane autore; fece un viaggetto fino a Milano apparentemente per trattare d'una ristampa coll'Ubicini, ma nel fatto per conoscere la sua musa futura, e dirle a voce quelle mille e una cose che il suo lusingato amor proprio gli avrebbe dettate.

Sulle prime il contegno di Giorgio non ismentì l'opinione che la Claudina ne avea concepita; o a parlare con più precisione, ei si piegò volontieri alle idee della giovane per quell'istinto di assentazione che è naturale in un amante e in un poeta. Ma l'indole sua non era nel fatto quale appariva. Avea cantato il mare così per capriccio, con quella coscienza da umanista che oggi loda l'inverno e domani l'estate, tanto per fare de' versi: ammirabile docilità che i nostri maestri di rettorica giungono ad insegnarci a furia di temi non sentiti da chi li dà, nè tampoco da chi li tratta per obbligo di diligente discepolo. Oh bei tempi! Giorgio, scusate la digressione, era proprio uno di codesti versicolai, ma recitava con garbo, cacciava a tempo le mani ne' capelli, a tempo stralunava gli occhi da spiritato, voglio dir da ispirato, onde Claudina, senza che si possa tacciare di leggerezza, lo giudicò differente da quello ch'egli era. Ed essa medesima, chi mi sa dire se fosse quella coraggiosa giovane che voleva parere? — Lasceremo parlare la storia.

Intanto io dirò solamente che Giorgio amava la terra, adorava la calma, benediva la quiete de' campi, la luna argentea, l'ozio, il ritiro, la felicità dell'idillio, le otto beatitudini dell'Arcadia. Piacevagli la Claudina, ma non già ne' momenti d'entusiasmo quando lanciavasi come cometa fuor della sfera ch'egli credeva segnata alle affettuose e calme consuetudini della donna: piacevagli perchè la sentiva appassionata della poesia, perchè era la prima incarnazione della sua giovanile e poetica idea, perchè sperava poterla dire un giorno sua sposa e dominare i suoi capriccetti. Figuratevi qual albergo egli architettava nella sua mente per se stesso e per lei! Una palazzina sul pendìo de' monti, mezzo nascosta tra gli ulivi e gli aranci, fresca la state, tiepida nell'inverno, adorna di tutti gli agi che il proprio patrimonio, e la ricca dote di lei rendevano agevoli ad ottenere: una serie di giorni tranquilli, uno copiato dall'altro, tutti sereni, tutti abbelliti dalla poesia e dall'amore. Ma era destino che non dovessero intendersi che troppo tardi, come accade il più delle volte nel mondo; e il matrimonio era già stabilito, già prefisso il dì delle nozze, quando il dialogo da cui comincia il racconto venne a rivelar l'uno all'altro i due diversi caratteri.

III.

Il romanzo dimenticato.

Io non son punto amico di quell'indiscreto tripudio onde in altri tempi si profanava il santo giorno del matrimonio. Quel banchetto nuziale, quelle cerimonie di parenti e d'amici, quelle allusioni aperte o semiaperte ad un fatto che la veneranda antichità copriva di tanto mistero, quei balli protratti alla sera, quei brindisi e quei canti epitalamici che la sposa doveva sentirsi recitare coronata della sua ghirlanda di fior d'arancio, col pensiero e col cuore volti naturalmente a qualche altra cosa. Tutto ciò mi è parso sempre un controsenso e un assurdo, non dirò tanto grande quanto il convito che si faceva subire alla giovane monaca nella vigilia della sua vestizione, ma poco meno. Il vincolo conjugale è cosa troppo seria per esser fatta segno di tante frivolezze il dì che ci stringe per sempre; e le prime emozioni di due cuori innamorati, nel punto che vengono consecrate dalla società e dalla religione, sono troppo elette e troppo intime per essere esposte alle ciancie degli invitati, ed ai madrigali de' begli spiriti.

Ma, ammesse senza esame queste buone ragioni, ammessa la necessità di divezzare il mondo da' banchetti nuziali, e i poeti da' sonetti epitalamici, si deve egli credere che il miglior espediente sia quello di correr le poste appena proferita la parola sacramentale? — Io ne dubito molto, ancorchè tra l'uno e l'altro costume non si possa esitar nella preferenza. Claudina e Giorgio sposati la mattina _in albis_, e stretta la mano ai pochi amici e congiunti che ne furono fatti consapevoli, si misero in una carrozza da posta, e presero la via di Genova. Il postiglione forse saprà i dolci colloqui coi quali s'aperse la loro luna di miele: io non posso riferirveli, e quand'anche potessi immaginarmeli per l'appunto, non li direi per quelle ragioni medesime che m'indussero a disapprovare l'antico baccano in cui seppellivasi per tanto tempo il primo dì delle nozze. Vi dirò solo che non fu dimenticato un libro da leggersi in compagnia, quando il brandire della carrozza l'avesse permesso, e quando i due nuovi sposi non avessero avuto qualche cosa di più interessante a comunicarsi. Questo libro era un romanzo, un romanzo come potete credere, marinaresco, _Le vaisseau fantôme_ del capitano Maryat. Quanto leggessero quel giorno non saprei dirvi, massime pensando a quel verso di Dante:

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Ma certo la Claudina ne avea scorso tanta parte da sentirsene tutta entusiastata. Giorgio benchè letterato e amico de' libri quanto un letterato può esserlo, n'avea spesse volte mossa querela durante il giorno. Non mi date così presto un rivale, mia cara — diceva egli celiando. — Potreste temerne, se si trattasse non del libro ma dell'autore — rispose Claudina. — Chi scrisse questo libro è certo un uomo di mare, un vero pirata che potrebbe far la conquista d'una corvetta....

— E anche d'un cuore — interruppe Giorgio ridendo: ma in questo videro svolgersi dinanzi indorato dal crepuscolo della sera l'imponente spettacolo del Mediterraneo. Claudina volle lasciar la carrozza, salire la vetta d'un colle e salutare co' primi versi del Corsaro di Byron l'azzurra immensa superficie del mare. Giorgio partecipò all'entusiasmo, perchè quel giorno Claudina aveva speciali diritti alla sua compiacenza, perchè quei versi da lei proferiti erano stati da lui tradotti, perchè spesse volte, anche indipendentemente da sì forti motivi, la natura ci sembra più bella veduta attraverso il prisma dell'altrui entusiasmo. Infatti Giorgio che era nato sul mare, ch'era figlio, come dissi, d'un marinaio, ch'era alla sua maniera poeta, non avea mai prima d'allora sentita tutta la magnificenza di quella vista. Claudina non mancò di approfittare di quel trionfo per vincere con una sola parola le ultime ritrosie del marito circa al viaggio da intraprendersi quella notte medesima sul battello a vapore. Non ci fu tempo da perdere. Appena reficiato lo stomaco e disposto il bagaglio opportuno alla gita, montarono sullo schifo, e in un attimo furono sulla tolda del _Carlomagno_, vapor francese che fa per ordinario il tragitto da Genova a Livorno. Salpava quella sera anche il _Dante_, altro vapor genovese, ma Claudina aveva prescelto l'altro come più capace e più imperatorio. Stavano per levar l'àncora quando la giovane entusiasta che fino allora era restata attonita e fuor di se stessa ammirando la notte stellata riflettuta nel bruno specchio dell'acque, discesa nella sua camera e guardando le sue robe, s'accorse che mancavale il romanzo prediletto che avea lasciato all'albergo, e che doveva occuparla piacevolmente nell'ore più solitarie. Diede in un accesso di stizza che teneva della disperazione. Il marito accorse per saper la cagione di tanto scalpore, e come la seppe, aggiunse freddamente che l'avrebbe letto al ritorno. — Che importa a me del ritorno! — gridò indispettita Claudina. — Fareste meglio, giacchè ne abbiamo il tempo, di andarmelo a prendere. Giorgio voleva replicare, ma temette una scena drammatica, e chiesto al capitano quanto rimanesse prima di levar l'àncora, ritornò correndo all'albergo. Cerca in un luogo, cerca nell'altro, il libro non si trovò. Corse ad acquistarne un altro esemplare dal primo librajo in cui s'abbattè e appena l'ebbe tra le mani, si pose la via tra le gambe, e corse al molo. Appena giunto udì da lungi il fischio della partenza. Il vapore era già lontano. Appena scoccata l'ora, con una scortese puntualità, malgrado le preghiere della desolata Claudina, il capitano salpò per non essere prevenuto dal _Dante_, suo formidabile rivale.

Giorgio rimase sul molo agitando il suo fazzoletto per l'aria: nè gli rimase miglior partito che quello di tener dietro al _Carlomagno_ imbarcandosi sull'emulo suo.

IV.

Altro è parlar di morte, altro è morire.

Che ne dite voi, cortesi lettori, di quei poeti i quali trovano tanto piacere a contemplare il mare in burrasca standosi alle finestre del loro palazzo, o almeno in un angolo ben difeso della sicura spiaggia? Io per me li tenni sempre per egoisti, e non ho mai simpatizzato con essi. Non sono molti giorni che se ne parlava tra una brigatella d'amici, i quali ammiravano invece una di quelle calme serene che infondono nell'animo di chi le mira una tranquilla voluttà, un interno riposo non turbato da alcun sinistro pensiero. Il mare era limpido come uno specchio, rifletteva capovolta la selva di navi che popola il nostro porto, e da lungi le barchette de' pescatori, che tenevano spiegata la dipinta vela non altro che per accogliere i lievi zeffiri della sera che vagano senza increspare la cheta superficie dell'onda. Da lontano le montagne del Friuli e della Carnia mostravano spiccato nell'orizzonte il variato contorno delle lor cime e gli ineguali piani de' loro declivi, là tinti d'un bell'azzurro, costà bianchi per la neve caduta, dove illuminati dagli ultimi raggi del crepuscolo, dove oscuri per lo sbattimento dell'ombre. Era veramente una scena da contemplarsi in silenzio, e da benedirne l'autore della natura. Bel piacere invero quello d'immaginare il pericolo altrui, congratulandosi seco di non esservi esposto! Io non ricuso a chi l'ama il godimento d'una sublime tempesta, purchè egli l'affronti cogli altri.

Claudina era tra questi, o almeno credeva di esserlo, finchè non avea veduto burrasca se non sulle pagine de' suoi romanzi marittimi. Ella voleva davvero provar qualche cosa di vero, voleva temprare la sua anima, come diceva, tra le scosse della paura. Era forse un desiderio da pazzerella, ma non da egoista, e per questa considerazione supplico i lettori a menarglielo buono. —

Noi l'abbiamo lasciata sulla coperta del _Carlomagno_, sola tra gente straniera, la prima volta che assaggiava il mare, vedova il primo dì delle nozze per quel capriccio del romanzo dimenticato. Vedeva o le pareva vedere sventolare da lungi il fazzoletto del suo Giorgio; udiva o le sembrava d'udire la sua voce chiamare indietro l'inesorato piroscafo. Il capitano che avea resistito alle sue preghiere, l'andava gentilmente racconsolando, dicendole che il signore sarebbe di certo partito coll'altro legno, e che la mattina seguente, permettendolo il tempo, si sarebbero riveduti a Livorno. Intanto si ritirasse nella sua cabina, non s'abbandonasse a inutili escandescenze che la predisporrebbero troppo a sentire il disagio del mare; non v'essere alcuna cosa a temere, ancorchè il viaggio non avesse l'apparenza d'essere così tranquillo: si coricasse, e stesse cheta ed immobile. La Claudina a questi consigli del capitano che avrebbero messo paura ad un altro, sentì risvegliarsi la sua suscettibilità di coraggio: rispose tra la stizza e l'alterezza che badasse a lui, e non se ne prendesse pensiero. Il capitano pensò che le sgarbate frasi provenissero dal contrattempo di trovarsi così derelitta, e non proferì più parola, perchè non aveva altro a soggiugnere. La Claudina avvolta nel suo mantello montò sul cassero, si collocò vicino al piloto, e stava osservando l'oscillazione dell'ago magnetico. Importunava il buon uomo con mille domande alle quali egli rispondeva sbadatamente, rozzo com'era, e intento a ben governare il timone. La donna si consolò presto dell'accidente seguitole, dimenticò il romanzo di Maryat e si rassegnò alla breve vedovanza d'una notte, giacchè poteva consecrarla allo studio pratico dell'arte nautica. Solamente dolevasi che il mare rimanesse tranquillo, che il viaggiar colla forza del fuoco fosse troppo sicuro, e invocava un po' di burrasca!

La burrasca invocata non si mostrò scortese alla voce della coraggiosa Claudina: anzi il destino preparava più forti godimenti alla sua fantasia.

Dopo due ore di tranquilla navigazione un vento di tramontana si diede a soffiare con forza sempre crescente, sicchè il vapore cominciò a declinar dalla linea e ad essere dal vento e dalla corrente respinto in alto. I passeggeri che prima andavano a diporto sulla tolda si trassero sotto, e Claudina dopo aver tenuto duro un buon quarto d'ora, dovette imitarli. Il suo volto s'era improvvisamente fatto pallido, le mani e i piedi le s'irrigidivano come sciolti nelle giunture, e un nuovo intronamento dallo stomaco le andava salendo alla testa, e di là rifluiva sopra lo stomaco rimescolandolo e travagliandolo sempre più. Claudina si ricordò allora il discorso di Giorgio e ringraziò quasi il cielo ch'egli non fosse presente, tanto ne paventava i rimproveri, e le sarebbe parso grave giustificare col fatto le previsioni di lui. Coll'ajuto del cameriere discese nella sua cameretta, si gittò sdrajata sopra il lettuccio, e non pensò più nè a romanzi marittimi, nè a simili cose. Una dramma di realtà l'avea guarita delle sue fantasie. Non insisto a descrivere il suo stato, perchè i miei lettori qual più qual meno avranno provato codesto disagio, e chi non l'ha provato, ringrazi Dio, chè nel fatto è una brutta faccenda, massime la prima volta che se ne fa l'esperienza.

Il tramontano durò tutta la notte, e scemò di forza solamente sull'alba. Ma il vapore era già molto lungi dalla sua mèta: la macchina non avea potuto resistere contro all'onde grosse e irritate: spesso una sola ruota lo sospingeva, e il governarlo era cosa incerta e difficile. Sicchè quando il sole salutò de' primi suoi raggi l'azzurra superficie del mare, nè il porto di Livorno, nè alcun'altra terra si poteva scorgere ad occhio nudo. Claudina non fu l'ultima a risentirsi da quella specie di torpore ch'era succeduto al travaglio; ricompose in fretta le scompigliate vesti e i capelli, e salì sulla tolda. Bello e maestoso spettacolo! Quello spazio senza limite e senza riva; quel cielo sottoposto come a specchio dell'altro; di sopra l'unico sole che rischiarava l'immensità, di sotto quel fragile legno, come un punto impercettibile, come un atomo perduto tra l'aria e l'onda! Claudina ritrovò a quella vista tutta la sua forza, tutta la sua poesia: si vergognò d'essersi lasciata così sopraffare durante la notte, ma poi consolossi alquanto ricordando aver letto che Napoleone medesimo per ben quattro giorni fu travagliato dal mare quando s'avviava sulla fregata inglese a S. Elena. — Il capitano avea fatto intanto i suoi calcoli, il piloto avea dirizzata la prua verso il N.O. e si sperava tra cinque o sei ore raggiugnere la Toscana. Già la bassa cresta degli Appennini appariva sul limite estremo dell'orizzonte.

V.

Il contrattempo.

Ma qui non era finita la storia. Non andò molto che apparve a vista d'occhio un punto nero che tosto si riconobbe per un altro battello a vapore alla sottile colonna di fumo che s'alzava dal centro di esso. Si pensò tosto che potesse essere il _Dante_, il quale dal furore dell'uragano, fosse stato gittato più al largo. Ma il capitano si disingannò presto, com'ebbe rivolto a quella volta il suo cannocchiale. Era un altro vapor francese, il quale lo chiamava a bordo e coi segnali spiegati sull'albero, e col cannone che da lì a non molto si sentì rimbombare da lungi. Claudina avea sperato che fosse il Dante, avea sperato riabbracciare in esso il marito; che le pareva un'ora mille anni di fare con esso la pace, e domandargli perdono de' proprj capricci. Quando intese che non era altrimenti il legno che si credeva, sentì una stretta al cuore, e per la prima volta pensò al pericolo in cui Giorgio s'era trovato per lei; pensò che forse, non sorretto dalla forza di spirito di cui si teneva fornita, avrebbe sofferto una notte d'inferno. Ed ora sopravveniva questo nuovo ritardo, e sa Iddio che ne doveva seguire!

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