Part 3
— Dite bene, buona madre, diss'io. E, infatti, io non avrei trovata una ragione sì dilicata, e dirò anche, così filosofica. Ci congedammo dalla cortese vecchierella, la prima che sentissi a parlar di visioni con tanto buon senso. È certo che codeste apparizioni, e la causa di esse, erano per lei verità incontrastabili. Io posso riferir le parole, ma tenterei invano communicare ai lettori quell'accento di persuasione, quella specie di fede che mi fece notabile questo dialogo. — Andiamo via di qua, dissi celiando al Franceschi. Queste parole, questi luoghi, e un sogno ch'ebbi stanotte, per poco ch'io resti, mi faranno credere alla visione, come ci è forza credere al fatto che vi diede origine. Non mi maraviglio più che una tal tradizione si propaghi e si tenga per certa. Quasi quasi m'aspetto di vederla la Donna Bianca, prima di lasciar questi luoghi ch'ella ha fatto sì celebri!
V.
È vero. Sono stirpe violenta questi Collalto! Si narrano storie di sangue accadute ne' loro castelli. Un'ombra raminga di donna comparisce a quando a quando tra i verdi, e ricorda un'antica atrocità degli antenati del conte. Murata viva! che orrore! Ne avrei uditi tutta notte i lamenti.
CARRER. _Lettere di Gaspara Stampa._
Non farò carico al Carrer di questa asserzione posta in bocca d'una donna gelosa che era stata amata e tradita da un conte Collalto. Quest'accusa, tuttochè falsa, come quasi tutte le accuse generali, chi non vorrà perdonarla alla povera Stampa? Ad onore del vero però, il fatto di Donna Bianca, per atroce che sia, non vuol imputarsi ai Collalto: nè i Collalto appaiono dalle cronache essere stati una stirpe violenta. Questo delitto era stato commesso da una Caminese, e i Collalto che forse non l'aveano potuto impedire, quando vennero a risaperlo, non omisero di espiarlo, per quanto fu loro concesso. Certo la tradizione che corre non è oltraggiosa a questa famiglia. L'apparizione di quest'ombra non è, come segue per ordinario, un simbolo di vendetta: Donna Bianca non odia i Collalto, anzi li ama, si prende parte alle loro vicende liete o triste che siano e ne dà loro l'annunzio tre dì prima che seguano. L'ombra stessa non è paurosa a quelli a cui comparisce: anzi non la vedeva che qualche antico servo o altra persona affezionata alla Casa; e se ne teneva, e ne traeva argomento d'orgoglio, come si dice del Lorenzoni, uomo del resto non punto superstizioso e di un coraggio che teneva della braveria, giacchè era solito a porsi col capo in giù fuori della feritoia della torre, sull'orlo d'un precipizio che metterebbe le vertigini agli animi più sicuri.
Questi ragionamenti ci fecero parer più breve il ritorno al castello di San Salvatore. Il Franceschi medesimo che, udendo la cagione della mia gita, era stato lì lì per beffarsene, cominciava a considerar questo fatto sotto un aspetto diverso. Passando in rassegna i principali avvenimenti della illustre famiglia, si meravigliava di trovarli congiunti alle apparizioni tradizionali della Donna Bianca. Egli mi raccontava dei fatti, io non potevo che narrargli dei sogni su questo proposito, e al più suggerirgli qualche induzione alla quale ei dava più o men peso, siccome quello che è più cronista per indole che poeta.
Ricorderò brevemente due di codeste apparizioni che si collegano a qualche nome accennato nel corso del mio racconto. La prima di queste si connette ad un avvenimento che fornirà forse argomento ad un dramma.
Correva il principio del secolo decimoquarto. Le due famiglie vicine e rivali, dei Collalto e dei Caminesi, erano allora rappresentate, quella dal conte Rambaldo, questa da Rizzardo da Camino, celebri entrambi nelle storie del tempo. Quest'ultimo, figlio di quel Gerardo che l'Alighieri pone tra' buoni, era molto degenere dal padre per valore e per senno. Era il don Giovanni dell'età sua: e le città e i villaggi eran pieni de' suoi soprusi e delle sue avventure galanti. Ei pose gli occhi, fra le altre, a una figlia del conte Rambaldo, di nome Gemma, bellissima giovinetta se alcuna ve n'ebbe a quei tempi. Il vecchio conte Collalto avrebbe volentieri condisceso a tal maritaggio, nè era il primo che le due famiglie avessero contratto fra loro. Ma dopo il delitto di Aica, gli amori fra i Caminesi e i Collalto doveano avere un augurio sinistro. La povera Gemma non era destinata a risplendere, come sposa legittima, nell'albero genealogico dei da Camino! —
È fama che l'ombra di Donna Bianca, e fu questa una delle prime apparizioni, si facesse vedere alla vecchia nutrice di Gemma. Questa l'ebbe per buon segno, e lo interpretò come un annunzio di prossime nozze. Ahimè, dopo tre giorni il traditore Rizzardo abbandonava la innamorata donzella, per dar la sua fede ad un'altra. La povera Gemma ne morì di vergogna e di dolore, e fu vendicata! Da lì a poco tempo Rizzardo da Camino moriva percosso dalla falce di un contadino chiamato pazzo. Ma il conte Rambaldo e i suoi vassalli guelfi non furono netti dell'assassinio.[3]
Due secoli dopo, Collaltino di Collalto dava anch'esso la mano di sposo alla marchesa Giulia Torella di Montechiarugolo, dopo di aver amoreggiato e tratto agli estremi la illustre poetessa Gaspara Stampa. Questa volta la Donna Bianca apparve alla giovane sposa, quasi volesse spaventarla da queste nozze. Ma la marchesana era uno _spirito forte_ per quell'età, e sapendo gli amori di Collaltino con Gaspara, avrà pensato che l'opposizione fosse una gherminella della tradita poetessa, o un'ubbìa della sua riscaldata immaginazione. Le nozze si fecero, e la morte della Stampa fu auspice alle feste, al rito solenne. La marchesa Giulia Torella passò poco dopo a seconde nozze col conte Antonio Collalto, parente di Collaltino. Anche tu fosti vendicata, povera Saffo!....
Mi limito a questi due fatti che presentano una certa analogia colla storia di Bianca. Ma non sarebbe senza interesse poter notare tutte le apparizioni che il popolo ricorda di quella infelice. In tutte quelle che intesi narrare, Donna Bianca è sempre benevola alla casa Collalto, anche quando tentò inutilmente impedire qualche delitto o qualche sventura imminente. Oh! ella dovette bene amarlo, il conte Tolberto, la poverina, se murata nel suo castello, e condannata ad errare in quei luoghi memori dell'infelice sua fiamma, non si fa ministra d'una vendetta che potrebbe parer meritata, ma invece sembra proteggere i discendenti di quella stirpe!
Il giorno appresso, pieno ancora di questi fatti e di queste fantasie, io lasciava, non senza pena, il superbo castello di San Salvatore e l'ospitale famiglia a cui devo la maggior parte di queste notizie, e due giorni tra i più cari della mia vita.
NOTE:
[1] Schinella dei Collalto si diede alla Repubblica di Venezia nel principio del secolo XIV.
[2] Traduco dall'originale inglese il canto del Roger, perchè si vegga la conformità dei fatti, e perchè non manca di una certa originalità. Secondo lui il Conte sarebbe stato chiamato da lettere pressanti a Venezia; ma nel tempo che seguì il fatto che diede origine alla tradizione, i Collalto non s'erano ancora dati alla Repubblica, come appare alla nota precedente. Di qualche altra variante più o meno inesatta non faremo gran caso, giacchè sarebbe a desiderarsi che tutti i novellieri avessero altrettanto amore alla verità e rispetto all'Italia, quanta n'ebbe codesto poeta straniero. Ecco i versi:
COLL'ALTO.
Da questo speglio (la massiccia teca, In cui gareggian le materie e l'arte, Mostra che molte s'affacciaro in lui Nobili dame del vetusto ceppo), Da questo speglio, ora negletto, un giorno Cosa apparì che ad un delitto atroce Ed a lunghi dolori origin dette. Da quel dì vi svolazza il vipistrello, E se taluno al suo nemico impreca: Sia la tua casa desolata, esclama, Come Coll'Alto. —
I grigi merli infranti Erge il castello sul pendìo d'un monte Siccome un nido d'aquile, e prospetta La tarvisina sottoposta Marca. Il maggiordomo mi guidò nell'erma Camera della dama ove dei prischi Addobbi rimanea splendido avanzo Qualche tappeto istorïato e i casi Di Lancillotto e di Ginevra in mezzo Alle selvette dei trapunti arazzi. Argenteo arnese al mulïebre sacro Mattutin culto v'ammirai pur anco Di cesel fiorentino opra vetusta, Ove putti e delfini, e frutti e fiori Mescea forse Ghiberti e Benvenuto. Dal soffitto pendeva aurata gabbia, Dove loquace peregrino augello L'ale agitando di smeraldo, al cenno Della padrona modulava il canto Che a lei piacesse. —
Il maggiordomo, i radi Grigi crini scotendo, i fasti antichi Mi narrava e i mirabili portenti Propagati nel vulgo. Il sol cadente Io mirava frattanto, ed ei seguìa.
Avea, gran tempo è corso, una leggiadra Damigella a lei cara, e cara a tutti Per l'alma ingenua e come giglio pura. Eran cresciute insieme, e alcun mirando La giovinetta e i suoi modi soavi, Mormorava tra sè: non è costei Nata in sì basso ed umil loco. Un vago Amor di solitudine, un istinto Di peregrine fantasie nel folto De' bruni boschi la traea sovente. Onde chi la vedeva errar solinga Nell'ora istessa, candida la veste, Candido il viso, la chiamò col nome Di Donna Bianca.... ma che vado io mai Novellando, o signor? Già cade il giorno. —
Su quella sedia assisa era la dama, Su quella sedia stessa, e dietro a lei La vaga ancella le annodava in molli Trecce la chioma. — Da quell'uscio il Conte Apparì d'improvviso, e da pressanti Lettere d'Adria alla ducal cittade Pur mo' chiamato, a congedarsi prese Dalla nobile sposa.
Ahi! ma non era Per la sposa lo sguardo ed il sorriso, Segno di mutua intelligenza arcana Che alla gelosa dama in quel momento Lo speglio rivelò! — Chi sa? Fu forse Un demone crudel che si frappose Fra il lucido cristallo, e gli occhi suoi. Un demone crudel che si diletta Volgere in fiel le brevi gioie umane!
Vide, o veder credette — ed all'offesa Rapida, atroce, in quella notte istessa Susseguì la vendetta. Anco la luna Dal monte Calvo non sorgea, nè 'l lupo Cominciava a ulular sotto la torre, Che la infelice giovanetta a forza Era tratta a morir!
Stilla di sangue Non fu versata, nè veleno od altro Mortifero strumento indizio diede Dell'orrendo supplicio a cui soggiacque. Non un capello le fu torto: fresca Siccome un fior, piena di vita, calda Del primo foco giovanil, murata, — Murata fu nella parete, ed orma Pur non rimase dell'orribil tomba Che viva e palpitante la rinchiuse, Rifatta a piombo e a squadra!... Or se vi aggrada Visitar la funerea cappella, Di grado in grado scenderem.
La notte Nella marmorea nicchia immota e bianca, Qual se le pietre innanzi a lei sien tolte, Ricomparisce in atto di preghiera E lieve lieve.... voi ridete? Oh! fosse Pur una fola l'apparir di lei! — Lieve dal marmo si distacca e fugge A traverso le selve e le montagne Come spirto ramingo. Il cacciatore Che il dì precede, o il boscaiuol che all'opra S'affretta, spesso la sorprende e grida, Segnandola da lungi: È Donna Bianca!
ROGER ITALY.
[3] Vedi il MURATORI e il VERCI: _Storia della Marca Trivigiana_.
I COMPLIMENTI DI CEPPO.
Chi non abbia vissuto alcun tempo in una piccola città di provincia, non può dire di avere conosciuto intimamente nè il mondo nè l'uomo. Nelle città capitali si conosce la società, si conoscono gli uomini affatturati e mascherati dalle sue convenienze; ma è ben raro che si vegga a modo ciò che sentono e ciò che pensano: essi hanno tutti un contegno uniforme e convenzionale che li rende quasi uguali e senza alcun tratto risentito e caratteristico nella loro morale fisonomia. Quindi il poeta, il pittore, il novellista, uopo è che cerchino i loro tipi in provincia, dove si è conservato tutto ciò che v'era di poetico e pittoresco negli antichi nostri costumi.
Io cominciavo appena la mia carriera letteraria, quando la professione d'istitutore conducevami in una piccola città degli Euganei, dove ho fatto le prime esperienze su quella società in miniatura che non ha ancora bastantemente appreso l'arte di mascherarsi. Al primo entrare in una delle principali famiglie, fra i consigli o, a meglio dire, fra gli ordini che il capo di casa aveva creduto necessario di darmi, ci fu quello di non frequentare la casa dei signori R***. Stupii sulle prime, perchè sapevo che i signori R*** erano stretti di parentela colla famiglia dell'ospite mio. Io non avevo ancora pensato che le avversioni più ostinate e più irragionevoli sono appunto fra quelli che sono congiunti di sangue o d'affinità. _Rara inter fratres concordia_, dice il Poeta; e questa fu la prima occasione in cui ebbi a conoscere la verità di quell'emistichio che passa oggimai per proverbio.
Venni a sapere più tardi il perchè di codesta avversione tra le due famiglie. Le cagioni non erano state che un puntiglio, una gara di nobiltà, uno di que' nonnulla che ai nostri buoni nonni parevano una causa abbastanza grave per venire alle mani, per cominciare un'iliade di famigliari controversie e di domestici guai. Quelli che più ne soffrirono furono, come sempre, due buoni giovani, cugini in terzo grado, i quali si amavano cordialmente e sognavano da gran tempo una dispensa per annodare una più stretta parentela fra loro. Appunto nel concertare i preliminari di questa unione, l'amor proprio assai suscettivo dei due vecchi era stato punto, e quando si sperava che ogni ostacolo fosse tolto, le due parrucche scompigliate nella contesa giurarono di non mettere più piede nelle reciproche loro abitazioni, e fu proibito severamente ai due giovani di più pensare a codeste nozze, di più vedersi e di più parlarsi nè in pubblico nè in segreto. Vi lascio pensare le ciarle del paese, le recriminazioni vicendevoli dei due vecchi, gli scherni e gli epigrammi, i commenti delle brigate; e quello che più monta, le lagrime e il dispetto della giovane e del cugino.
Codesta pubblicità, effetto inevitabile d'una rottura fra due famiglie nobili e principali d'una piccola città di provincia, accrebbe gli ostacoli a qualunque transazione pacifica; mentre sì l'uno che l'altro, oltre alla difficoltà di far tacere il grido dell'offeso amor proprio, non poteva a meno di non consultare fra sè che ne avrebbero detto nel mondo? Tra una ragione e l'altra, la scissura, benchè nata da lievi cagioni, s'andava rendendo di giorno in giorno sempre più irreparabile. Tutte le azioni anche più semplici e naturali, interpretate dagli animi male prevenuti, divenivano appicco a nuovi e cotidiani disgusti: i due vecchi non si guardavano più, ed erano divenuti l'uno all'altro stranieri, anzi più che stranieri, nemici. Quanti di quegli odii intestini ed ereditarii che tennero sì scandalosamente divise tante famiglie italiane, nacquero forse da cause non più importanti di queste!... Quando due animi si sono posti in sospetto, ogni giorno porta un'esca alla fiamma, e l'incendio diventa tale che non è più possibile spegnerlo.
Tuttavolta non è a dire che i due vecchi parenti godessero nell'animo di tal disunione. Da lunghi anni stazionarii in quella piccola città, avevano contratte certe comuni consuetudini, che alla loro età non era più possibile abbandonare senza gran dispiacere.
Il padre della fanciulla, il conte Filippo di M*** teneva, come si dice, la migliore, anzi l'unica conversazione della città. Ogni sera, mentre i più giovani parlavano di caccia o di quei nonnulla che bastano ad intrattenere la gioventù, egli col suo parente e con altri due rispettabili vecchi del paese celebrava il cotidiano tressette, il quale, a dispetto dell'adagio che lo vuole inventato da quattro mutoli, è sempre il campo di molte contese, massime quando i giuocatori pretendono di saperne di più. Il tressette di casa M*** era cosa importante: certe singolari fortune, certe ostinate disdette fornivano materia a gravi diverbi, e divenivano memorabili come la battaglia di Marengo o di Waterloo. Ora, dal giorno che le due famiglie s'erano disunite, mancò un campione alla classica partita, e non si trovò chi potesse supplirlo. Il conte Filippo passeggiava gravemente buona pezza della sera nella camera da giuoco, e s'annoiava mortalmente, perchè la sua senile attività mancava dell'ordinario stimolo. Voleva attaccare discorso colla figliuola, che silenziosa e pallida badava a' suoi ricami pensando all'amante; ma essa gli rispondeva col cuore raggruppato, e spesso prorompeva in lacrime, delle quali non voleva raccontare al padre la causa a lui ben nota. Allora il vecchio non aveva altro partito che il cane, e si poneva a scherzare con lui, e mormorava di tutto, e malediva il tempo, e il cuoco, e la mala annata, e l'imposta. Povero vecchio! e' si ostinava a non voler riconoscere la vera sorgente di tanti disgusti, e della vita misantropa ch'era costretto a menare.
Una vita poco diversa conduceva il marchese Nicolò di R***, l'altra parrucca di cui vi parlavo. S'era provato a leggere, ma i suoi occhi non reggevano più ad una lunga lettura al lume della lucerna; andava al caffè, dove in mezz'ora sono esauriti tutti i discorsi, fino tutte le mormorazioni possibili. Allora si parlava d'araldica o di politica; si libravano le sorti dei Russi e dei Polacchi; e il Parlamento inglese e la Camera francese tremavano sotto a' giudizi ed ai tremendi scrutinii dei lettori della gazzetta privilegiata. Anche il marchese Nicolò si annoiava; ma come pensare al rimedio? avrebbe egli dovuto fare i primi passi ad una riconciliazione? non era egli forse l'offeso? Piuttosto morire! Un occhio perspicace e profondo avrebbe però potuto discernere sotto queste noie e questi proponimenti di sdegno eterno un mal dissimulato desiderio di pace.
Se tale era la disposizione dei vecchi, pensate quella dei due poveri innamorati! Dover tutto ad un tratto rinunciare ad un matrimonio lungamente vagheggiato, ritenuto come sicuro, consentito tacitamente dagli stessi genitori che ora per un puntiglio d'etichetta, che non osavano neppur confessare, avevano mandato a monte! Dopo una consuetudine di più anni, dopo un amore nato ne' primi scherzi infantili, e nutrito da cotidiani colloqui, trovarsi disgiunti, ridotti a non parlarsi più, quasi a non più vedersi, se non in chiesa alla festa! povero Adolfo! povera Amalia!
Egli aveva messo in opera tutti i mezzi possibili per rappattumare le cose; ma invano. Tentò di concertare qualche intelligenza con la fanciulla, ma ella era vegliata da un Argo; tentò di scriverle, e la lettera fu intercettata; si diede alla caccia, al biliardo, al vino, allo studio; niente giovò. Propose al padre di fare un viaggio, e il padre non era lontano dall'accordarglielo, giacchè vedeva ei pure che era un supplizio di Tantalo per esso il vivere costì; ma quando Amalia lo venne a sapere, cadde malata, e non si parlò più di viaggio.
Appena ella potè riaversi, ebbe un breve colloquio col giovine in casa d'una discreta e benevola zia. Sieno benedette le zie! Vorrei riportarvi i loro discorsi, i loro lamenti, le loro proteste reciproche; ma voi già le sapete, miei buoni lettori, le sapete meglio di me. Quante cose la povera Amalia aveva a dirgli, quanti rimproveri a fargli, quanti progetti inutili a confidargli! Ma fra tutte codeste cose ce ne fu una di buono, e fu quella che entrambi i giovani vennero ad accertarsi della propensione dei due vecchi a rappacificarsi, ove si fosse trovato un qualche mezzo termine che salvasse i riguardi e i diritti di tutti e due. Promisero di tentare ogni argomento, e stabilito un mezzo di pronta e sicura comunicazione fra loro, presero commiato non senza che la buona parente gli avesse più volte avvertiti che l'ora era già troppo tarda e pericoloso l'indugio.
Quella rottura fatale era successa nel maggio, ed eravamo già alla metà di dicembre che i due vecchi non s'erano mai parlati. Si avvicinavano le sante feste natalizie, giorni solenni in provincia, giorni principalissimi di tutto l'anno. Noi nelle grandi città a malapena ce ne accorgiamo, e se non fosse la sera di Santo Stefano, così importante per il Teatro, il Natale passerebbe come ogni altra festa dell'anno.
Ma in provincia, dove le vecchie consuetudini si conservano ancora immutabili, in provincia le feste di Natale sono un avvenimento. Chi di noi non ricorda il ceppo enorme posto a bruciare sul focolare? Chi non ricorda i lauti pranzi della vigilia, i buoni augurii reciproci di famiglia a famiglia, la messa della mezzanotte, ec., ec.?
Nella città dov'io mi trovavo, le feste di Natale erano più solenni ancora che non potreste pensare. Non so se vi è nota l'origine della parola complimento, parola ch'è già sulle bocche di tutti, ora in buono, ora in mal senso, secondo i casi. Quando papa Gregorio regolò i bisestili, espunse dal computo degli anni i giorni che sopravanzavano al calcolo, e questi giorni si chiamarono giorni di complemento. Siccome non appartenevano nè ad un anno nè all'altro, così tutto il mondo cattolico diede tregua agli affari e non pensò che a divertirsi in quel fortunato intervallo di tempo, che a dire il vero non ne meritava neppure il nome. Codesti giorni si passarono in visite, in augurii, in colloqui amichevoli, in cerimonie; cosicchè tutte quelle piacevoli occupazioni ebbero il nome di complimenti perchè avvenivano ne' giorni di complemento. Voi forse non avevate mai pensato a codesta etimologia; ma se foste vissuti in quella città l'avreste trovata probabilissima, mentre la settimana che scorre tra Natale e il Capo d'anno, vi si passa in continui e reciproci complimenti.
Or ecco come i due giovani amanti cercarono di trar partito dalla consuetudine del paese, e ciascuno dal canto suo prese a persuadere al proprio genitore essere sconveniente il continuare codesta ruggine in quelle sante giornate. L'Amalia forte della educazione religiosa che aveva ricevuta, forte dell'amor suo e dell'ascendente che dopo la morte della madre aveva acquistato sull'animo paterno, diede il primo crollo alle ostili risoluzioni del conte Filippo. La mattina della vigilia di Natale volle portare essa stessa il cioccolatte inevitabile al vecchio che non era per anco uscito dalla sua stanza, molestato a que' giorni da un sintomo di podagra. Mentre ei centellava con compiacenza la bevanda rituale osservava sottecchi la figliuola che se ne stava ritta dinanzi a lui colle mani congiunte e appoggiate sullo scrittoio.
Amalia era una bella e graziosa fanciulla; piuttosto grandetta della persona, nobile e dignitosa nel portamento. Dopo la sciagurata contesa che le aveva per la prima volta fatto sentire che cos'è dolore, il bell'incarnato delle sue guancie se n'era ito, e un pallore trasparente come di cera, le dava l'aspetto d'una clorotica. I suoi belli e lunghi capelli neri avevano cessato d'essere disposti colla cura di prima, e arrovesciati e annodati dietro la nuca in due grosse treccie annunciavano la negligenza d'una donna che ha rinunciato alla naturale civetteria della gioventù e dell'amore.