Part 27
Leopoldo dal canto suo non avea potuto resistere a tante attenzioni più che materne che Gentilina gli andava usando di giorno e di notte. Quell'amore che prima non era forse che vanità, si andava cambiando nell'animo suo in un affetto vero e profondo. Benchè non avesse fondate speranze di risanare, chè quelli dell'arte non osavano dargliene, vi furono momenti che l'abbandonare la vita gli sembrava più doloroso per doversi staccare da lei, per non poter condurre tutti i suoi giorni in sua compagnia. Gentilina sentì queste proteste arrossendo e facendosi pallida tutt'ad un tratto: ella non l'amava, ella ne amava un altro, ella amava l'uccisore medesimo. Benchè colpevole, benchè delinquente, accusato, forse condannato al patibolo, essa lo amava! Tra l'uno che avea perduto la vita per lei, e l'altro che le avea sagrificato la propria innocenza, il suo cuore rimaneva attaccato al secondo. Io non l'accuso e non la condanno: voglio rispettare, senza esaminarli, i secreti di quell'anima singolare. Dirò solo che non le sofferse l'animo di seguitare a mentire. Interrogata dal giovane di cui s'era fatta infermiera se veramente l'amasse, ella dopo aver tentato sottrarsi alla necessità di rispondere, presa alle strette, gli dichiarò che ella non amava alcuno; che essendo stata la vittima di tante fatalità, sarebbe andata a chiudersi in un convento per espiare nella solitudine tutta la colpa ch'ella potesse averne dinanzi a Dio. Dicendo queste parole ella forse illudevasi, forse mentiva a se stessa e ad altrui per rendere meno amara la negativa all'infermo. Questi intanto peggiorava di giorno in giorno visibilmente: la ferita avea fatto sacco, e promossa una suppurazione che assorbita nel sangue, spegneva lentamente la vita dell'infelice. Il suo stato non avea pur anco permesso che fosse sottoposto a un processo verbale da cui doveva dipendere la sorte dell'imputato. Tutte le volte che il nome di lui veniva proferito alla sua presenza, egli fissava Gentilina e la vedeva impallidire e tremare. Egli s'appose al vero: lesse nell'animo della giovane con più di chiarezza forse di lei medesima; vide ch'ella era presa di Gregorio, e al momento in cui una tale scoperta gli balenò nella mente, strinse i denti e li odiò tutti e due.
Li odiò: ma per poco. Il naturale del giovane non era malvagio. Egli alfine sapeva di aver provocato quel colpo a cui soccombeva. D'altronde poteva egli odiare quella donna che da due mesi lo curava, lo vegliava, andava sensibilmente deperendo sotto il peso di quelle cure e di quelle circostanze che funestavano l'anima sua anche nel pietoso esercizio? — Gentilina — egli disse — non seguitate ad infingervi: voi amate Gregorio, ed io.... io son sul punto di trarlo meco nell'eternità per un cammino forse più doloroso del mio! Se l'avessi preveduto, il suo nome non sarebbe uscito dalle mie labbra, ed ora sarebbe già lasciato in libertà per insufficienza di prove. Gentilina io ve lo perdono: anzi mi è doppiamente duro il morire, perchè la mia morte porrà in grave pericolo la sua testa. Pensai com'io potessi diminuire questo pericolo, e voglio consecrare a quest'opera di pietà, e forse di giustizia le poche forze che mi rimangono. Badate che non entri nessuno: prendete un foglio, scrivete ciò ch'io vi detto. — Gentilina, confusa e tremante, senza sapere che cosa avrebbe scritto nè quali conseguenze ne potrebbero derivare, sentì dettarsi queste parole:
— «Dichiaro di aver io medesimo provocato il mio uccisore: dichiaro di averlo insultato più volte, di averlo ingannato infiammando in mille guise la sua gelosia. Dichiaro di averlo percosso, e che solo in difesa della propria vita mi portò il colpo mortale al quale soccombo. Sul punto di presentarmi a quel Giudice che vede tutto, rilascio spontaneamente questa protesta, la quale il tribunale prenderà in considerazione, per non prender contro l'accusato misure troppo severe e contrarie alle norme della giustizia.» Ora, o Gentilina, datemi quel foglio ch'io mi sforzerò di apporvi il mio nome. — Gentilina piangendo e singhiozzando presentogli il foglio e la penna, e cadde in ginocchio alla sponda del letto, sfogando con larghe lagrime la piena dei mille affetti che le gonfiavano il cuore. Leopoldo era sublime in quel momento. Segnò con mano tremante il suo nome sotto quelle parole, e porgendo a Gentilina la carta: — prendete — disse — ringrazio Iddio che mi è concesso ancora poter rimeritare le vostre cure, e riparare in parte al male che ho fatto.
Dopo due ore egli non era più.
VI.
Lasciamo il letto dove giace il corpo esanime dell'avvocato per visitare entro la sua carcere l'uccisore di lui. Egli avea lungamente negato, perchè gli amici e i parenti lo consigliavano a questo. Ma il giudice un giorno, dopo aver indarno esauriti tutti i soliti artifizi per istrappare la sua confessione, s'era avvisato di tentare una corda non ancor tocca. — Il giovane — disse — che rimase ferito sulla porta della famiglia M. v'accusò distintamente d'avergli dato la morte. Non potendo moversi dal suo letto, che non potrà certamente cambiare se non col sepolcro, domandò che gli siate condotto dinanzi. Domani vedremo con quanta impudenza saprete sostenere la vostra negativa in presenza della vostra vittima, in presenza di quella famiglia che, come ben sapete, non è straniera agli antecedenti che vi portarono a quell'eccesso! Andatevene: domattina alle nove tenetevi pronto al cimento. — Gregorio impallidì. Egli non era preparato a questa proposizione. L'idea sola di trovarsi dinanzi al suo nemico nella camera di Gentilina, in presenza di lei, gli fu insopportabile. Domandò la parola e confessò a parte a parte l'accaduto, senza pensare a scusarsi, senza aggiungere nessuna di quelle circostanze che dovevano attenuare la sua colpa e mitigare la sua condanna.
Gregorio sarebbe morto piuttosto che rivedere Gentilina, non aveano mancato i caritatevoli amici d'informarlo delle sue cure per Leopoldo, delle sue istanze per ritenerlo presso di sè, delle _buone ragioni_ che il mondo le attribuiva. Nella persuasione in cui si trovava d'essergli stato posposto, non durò fatica a credere tutto questo e ancor più. Provò per qualche momento una feroce compiacenza di aver ferito due cuori con un sol colpo, d'essersi vendicato in un solo momento di tutti e due! Egli non pensava alla condanna che l'attendeva: non pensava che alla sua gelosia e al truce sentimento che assorbiva per così dire tutto il suo essere. Un giorno gli furono introdotte nell'angusta e lurida stanza dove si trovava, due persone non aspettate: un vecchio e una giovane donna coperta da un fitto velo. Il carceriere, appena accompagnati costoro, si ritrasse. Gregorio che sonnacchiava tra' sanguinosi fantasmi di vendetta, diede una specie di ruggito vedendo innanzi a sè il padre di Gentilina, e una donna che non durò fatica a riconoscere. La sorpresa da una parte e la compassione dall'altra tolse a tutti e tre l'uso della parola per pochi momenti. Gregorio fu il primo a rompere il silenzio dirigendosi alla donna, ma senza guardarla. — Vi siete ricordata di me! Segno che l'altro non è più vivo! — Gentilina si sentì gli occhi pieni di lagrime a questa crudele interpellanza, ma pure le divorò, e rispose con calma e con dignità. — Sì, Gregorio, il vostro rivale è passato a vita migliore: è morto perdonandovi, e mi comandò di annunziarvi colla mia bocca gli ultimi suoi sentimenti. — Ha scelto davvero un'interprete molto opportuna! Quando sarà proferita la mia sentenza (ora già non c'è più via di evitarla), il tribunale farà bene a farmela annunciare per mezzo vostro. — Gentilina abbassò gli occhi e fece uno sforzo per vincersi, poi traendosi dal seno un foglio piegato: — eccovi — disse — eccovi infatti la sentenza ch'io vi presento. Leggete. — Gregorio lesse la generosa dichiarazione del suo rivale, e stette per alcun tempo immobile ed avvilito. Il vecchio, che aveva taciuto fino allora, gli fece avvertire l'importanza di quel documento; narrò quante difficoltà la Gentilina doveva aver superate prima di possederlo, prima di farglielo pervenire. — No, no — interruppe la Gentilina — nessuna difficoltà ad ottenerlo: non me n'era nemmeno venuto il pensiero. Fu un'ispirazione spontanea di quel cuore che era assai migliore che.... non si credeva.
Gregorio riarse di sdegno al sentire le lodi del suo rivale sulla bocca di lei, e non potè trattenersi dal dire: — Voi avrete le vostre ragioni per lodarvi di lui! Quanto a me.... piuttosto di dovere la mia vita e la mia liberazione alla sua generosità, al suo perdono.... voglio abbandonarmi al corso naturale della giustizia. Riprendete il vostro foglio, e lasciatemi! —
Gentilina non s'aspettava una risposta così brutale: sentì che Gregorio non era capace di un sentimento generoso perchè non sapeva apprezzarlo in altrui: sentì che quell'uomo non l'amava, nè l'amerebbe mai: arrossì di se stessa e di lui, riprese il foglio, e passando dignitosamente il suo braccio sotto a quello del padre suo, calò coll'altro il suo velo, ed uscì.
Il suo cuore fu cambiato fin da quel momento. L'idea di legar la sua fede ad un uomo tale le parve assurda, e avendo perduta l'ultima illusione della sua vita, l'unico premio che sperava ai suoi sacrificii, si sentì vedova e desolata nel mondo. Il padre suo non mancò di accrescere lo stato d'abbattimento in cui si trovava, dicendole ch'egli l'aveva già preveduto, ch'ella avrebbe dovuto arrendersi anche prima alla sua esperienza, ch'era tempo di levarsi dal pensiero e il morto ed il vivo, il quale già meritava la sorte che l'attendeva.
Gentilina però non era donna da questo. Qualunque fossero i suoi sentimenti verso Gregorio, ella non poteva abbandonarlo alla inflessibilità della legge umana. Quel documento doveva dunque rimanersene ozioso ed inutile? Era dunque invano che sul momento di possederlo, ella si stimava di stringere tra le sue mani la vita e la salute d'un uomo? Leopoldo conosceva la legge: non gliel'avrebbe dato con tanta solennità, se doveva essere una cosa infruttuosa e illusoria. Ella prese dunque una coraggiosa risoluzione, e senza consigliarsi con alcuno, senza domandare l'assenso del padre, si mise in viaggio per Verona dove appunto in quei giorni doveva decidersi la sorte dello sciagurato Gregorio.
Giunta in quella città, cercò tutti i mezzi per aver l'accesso al consigliere che avea tra le mani la causa di lui, e gli presentò la dichiarazione del moribondo Leopoldo. Non farò molte parole. Il documento fu letto dal criminalista con un certo sorriso d'incredula intelligenza: lo restituì alla bella supplicante, dicendole che il soccorso era già troppo tardi: che la condanna era sancita dal Senato, e che d'altronde una simile soscrizione non riconosciuta da nessuna autorità, non attestata dai necessari testimoni, era affatto inutile e inattendibile. — Dunque egli morrà? — chiese la poveretta fissando due occhi spaventati sulla impassibile faccia dell'impiegato. — Fra venti giorni, mia signorina, a meno che Sua Maestà non gli commuti graziosamente la pena di morte in venti anni di carcere. — Gentilina non insistette più a lungo, si congedò senza più, e prese un posto nella diligenza che partiva fra due ore per Vienna.
Tutto questo si dice in due versi. Ma per comprendere tutta la difficoltà e l'importanza del passo, bisogna riportarsi coll'immaginazione a quel tempo e a quei luoghi.
Il 1848 non era ancora venuto a spalancare un abisso tra l'Austria e l'Italia. Ma con tutto ciò gl'Italiani, e specialmente i Veneti, non ricorrevano volentieri alla Corte di Vienna per averne privilegi o favori. Regnava ancora l'imperatore Ferdinando che le circostanze non avevano esacerbato; e l'imperatrice, italiana di nascita, contribuiva più che altro a temperare quello stato di ostilità permanente che sussisteva pur sempre tra i dominatori stranieri e la Venezia.
Ora pensate di quanto coraggio avesse bisogno una giovane vissuta casalinga fino allora, ignara della lingua e degli usi della città e della Corte dove intendeva recarsi per ottenere la grazia d'un omicida, al cui delitto ella non era stata affatto straniera. Tuttavia la coraggiosa giovane non esitò. Chiese una lettera per una vecchia dama che doveva presentarla all'imperatrice. — Ella è italiana — pensava Gentilina — ella è donna, e benchè imperatrice avrà forse provato che cosa sia la sventura. Mi crederà innamorata di lui.... mi farà arrossire chiedendomi conto della mia famiglia e come io mi mettessi in viaggio senza domandarne l'assenso.... Non importa! Si tratta della vita d'un uomo: si tratta di riparare ad un fatto che non sarebbe accaduto se io fossi stata più schietta o più previdente!
Ciò diceva mentre la diligenza la traeva con sè, tutta chiusa nel suo velo, e assorta ne' suoi pensieri. Abbrevierò il racconto. Ella giunse a Vienna, fu presentata all'imperatrice, e riuscì ad ottenere la sua intercessione presso il sovrano, che solo aveva il potere di salvar quella vita.
La grazia fu domandata e concessa.
Quel giorno medesimo un rescritto di S.M. partì per Verona, e commutò la pena di Gregorio in pochi anni di carcere.
Noi dobbiamo passare di volo questo tempo che per Gregorio e per Gentilina non dovette scorrere così presto. Quando si seppe nella città la risoluzione della brava giovane, i sentimenti del paese mutarono. I maldicenti erano stati costretti al silenzio da un fatto abbastanza singolare per imporre alla società. La Gentilina cessò d'essere il soggetto delle maligne supposizioni de' tristi: ella era divenuta un personaggio da romanzo, una vera eroina, e quella lode che era stata negata alle sue private virtù, veniva spontaneamente profusa ad un'azione così brillante e così coraggiosa. — Ella se l'è ben meritato! — dicevano. — E quello scapestrato di Gregorio non sarà degno di nessuna compassione e di nessuna stima, se farà un torto manco col pensiero a quella che gli ha salvata la vita e l'onore. —
Quanto a Gregorio non si deve pensare che non sentisse la grandezza del benefizio. Egli sfidava la morte quando la credeva le mille miglia lontana: ma ricorre anche qui l'antico proverbio: _altro è parlar di morte, altro è morire_. Quando gli fu intimata la sentenza fatale, cadde in un abbattimento da non potersi descrivere. Allora per la prima volta gli corse al pensiero il documento di cui aveva ricusato servirsi, allora si pentì d'aver trattata così duramente la povera giovane che gli aveva presentato quell'àncora di salvezza. Ora immaginate che cosa dovette pensare, quando gli fu annunziata l'inaspettata grazia, quando seppe da chi e in qual modo ei l'avea ottenuta! Domandò di vedere la sua salvatrice, voleva caderle ai piedi e pregarla ad accettare in dono tutta quell'esistenza che a lei sola doveva oggimai, dopo Dio. Ma Gentilina non avea voluto mai presentarsi al suo carcere. Ella dissimulava i suoi sentimenti, e nessun occhio poteva leggerle in volto ciò che nascondeva nell'interno dell'animo.
Passarono intanto i due anni della condanna, e Gregorio scarno e molto cangiato da quel di prima, ma più bello forse per quell'aria mansueta che aveva assunto, e che faceva un singolare contrasto col suo piglio risoluto ed altiero, Gregorio diresse, come si può credere, i suoi primi passi alla casa di Gentilina. Ella lo accolse con calma, e si sottrasse ai vivi ringraziamenti di cui la colmava. — Io non sono degno di voi, — disse Gregorio prostrandosi quasi a' suoi piedi — io v'ho offesa, v'ho calunniata, v'ho respinta quando veniste a salvarmi. Ma voi non mi avete solamente liberato, voi m'avete cambiato il cuore, voi m'avete reso meno immeritevole della vostra mano. L'offrirvi la mia non è già un compenso a quanto avete fatto per me, è un bisogno per l'anima mia, è una grazia novella che imploro da voi. — Gentilina arrossì un poco ed esitò a rispondergli. — Gregorio — gli disse finalmente — la risposta che sarei per darvi tornerebbe forse inopportuna in questo momento. Godiamo insieme senza alcuna mistura di assenzio, la dolcezza di questi momenti. Nessuno certamente è più contento di me di aver cooperato alla vostra liberazione. Ringraziatene Iddio, e andate a consolare la vostra famiglia. Domani saprete la mia risoluzione sul matrimonio che mi proponete. —
L'indomani Gregorio ricevette una lettera così concepita:
«Caro Gregorio,
»Da lungo tempo noi dovevamo esser persuasi di non esser fatti l'uno per l'altro. Le cose che successero dipoi possono aver cangiati i nostri sentimenti, ma non quanto basta per essere in quella perfetta armonia che sola può rendere desiderabile lo stato matrimoniale. Se voi m'aveste amata, se m'aveste accordata la vostra stima, non avreste sacrificato un uomo innocente alla vostra gelosia, e non vi sareste esposto alle tristi conseguenze di un omicidio. Ringraziamo Iddio che non furono così funeste quanto potevano. Quello che ho fatto, io lo doveva per debito. Non pretendo dissimulare i miei torti. Ebbi torto certamente a lasciarvi travedere un amore ch'io poteva forse sentire per voi in altro tempo, ed ora non più! D'altronde io sono già troppo vecchia: voi troverete una sposa che saprà intendervi e farvi felice. Io fui sventurata nell'unico affetto che poteva consolar la mia vita: voi lo sapete. Il mondo parlò già troppo di me, e potrà parlare ancora. Ma qualunque sia il giudicio che faranno in breve di me, son certa che avrò in voi un difensore. Addio, Gregorio: non andate in collera colla vostra amica e sorella.
GENTILINA.»
Non so se la chiusa di questo racconto piacerà ai miei lettori; ma io narro una storia vera, e non mi è lecito inventare una più piacevole conclusione.
Gentilina fu irremovibile nel suo proposito.
FANNY.
OGNI MALE NON VIEN PER NUOCERE.
Or son vent'anni, viveva in una città d'Italia una bella ragazza chiamata Francesca, o piuttosto com'ella voleva, Fanny. Il nome di Francesca le pareva così prosaico, così lungo, così insignificante! Ebbe vaghezza di mutargli terminazione e si fe' chiamare Fanny. Nulla è impossibile ad una bella fanciulla, nè pure cambiarsi il nome. Ella era modista, e aveva sperimentato quanto cresce di prezzo una stoffa nostrale quando si fa passar per francese od inglese. Volle vedere se lo stesso accadesse d'un nome: si chiamò Fanny, e le parve d'essere nobilitata, e di valer per lo meno il doppio di prima.
Bisogna aggiugnere ch'ella era bella davvero: una mingherlina bionda di quindici anni con due begli occhi color del lapislazzuli, con una carnagione di latte segnata di delicatissime vene azzurre: una di quelle figure che passano per le vie e fanno girare le teste di tutti quelli che incontrano. Aveva un difetto, chè troppo sapea d'esser bella: ma quante sono le donne che non pretendano a questo titolo a dritto o a torto?
Mi domanderete se fosse anche amabile. — Sarei molto imbarazzato a rispondervi. La bellezza ha una certa amabilità per se stessa: ma per lo più, quando s'accoppia alla vanità non conserva più quel carattere. La nostra Fanny era da questo lato un po' vanesia e impertinente. Squadrava d'alto in basso le sue compagne, le compiangeva de' loro difetti, ma con quella superba compassione che non mitiga nessuna ferita. Non c'era macchia nel sole ch'ella non discernesse e non criticasse; e dove non c'era macchia reale, la sospettava. Ella calunniava il sole: non assolveva che se medesima reputandosi un modello di virtù, di bellezza, di cortesia. Di che le sue compagne l'odiavano tanto più cordialmente, quanto erano costrette a convenire de' suoi pregi esteriori. Cogli uomini poi, vi lascio pensarlo! Ora civetta, ora villana. Riuniva e alternava queste due qualità con una originalità tutta sua. Pareva ch'ella avesse proposto a se stessa di guarir coll'una l'eccesso dell'altra. Voleva innamorare gli uomini tutti, e darsi finalmente a quell'uno che si fosse mostrato degno di lei. Figuratevi qual uomo doveva esser colui! Per lo meno un re di corona. L'imaginazione d'una ragazza di quel carattere non ha limiti, rompe tutte le barriere, conquista il suo amante in seno alla gloria, lo strappa dalle braccia della regina di Golconda!
Il ritratto ch'io vi fo di Francesca, cioè di Fanny, non è lusinghiero: ma io carico forse un po' troppo le tinte per un'antica antipatia che conservo per questo brutto difetto della civetteria. Del resto Fanny non era nè senza cuore nè senza ingegno. Con una buona educazione sarebbe divenuta un angelo: abbandonata a se stessa e alla sua vanità poteva divenire tutt'altro. Apprese in poco tempo quanto le occorreva per l'arte sua, e non avea pensato più là. Leggere, scrivere, far di conto, esser dolce, compiacente, cortese non reputava necessario per nulla. Un valzer, una quadriglia sapeva ballarla. Se il portamento de' suoi piedi non era nè grazioso nè regolare, che le importava? Non bastava il suo volto, i suoi occhi, i suoi capelli a prometterle i primi onori d'un ballo?
A diciott'anni più d'uno se n'era invaghito: più d'uno avea sentito per lei una di quelle passioni nutrite e ingigantite dall'ostacolo d'una negata corrispondenza: passioni effimere ma terribili che occupano intera la fantasia e traggono spesso l'incauto che vi si abbandona, ai più deplorabili eccessi. Ella non era priva di colpa: perchè codeste passioni, se non eccitate, le aveva almen lusingate a pro della sua vanità. Una donna non suole farsi alcuno scrupolo di qualche ingannevole compiacenza, della quale nel suo stato d'indifferenza non può prevedere gli effetti. Ma non sempre resta impunita codesta civetteria, e la punizione più grande che incolga la lusinghiera è quella di rimaner vittima alfine delle altrui seduzioni. Contratta una volta la sua infelice abitudine, ella non sa più distinguere l'affetto vero dalla lusinga: ella trascura l'uomo che l'avrebbe amata tutta la vita, per darsi in braccio ad un vagheggino che sarà infastidito di lei non appena avrà espugnata la sua ritrosia.
Un giovane farmacista di buona famiglia, venuto colà per fare i suoi anni di pratica, d'un carattere dolce e tranquillo, ma che sotto un'apparenza un po' fredda copriva una forza di sentimento tanto più grande quanto meno patente; uno di quelli che non fanno all'amore, ma amano, la vedeva passare dinanzi a sè tutti i giorni ad un'ora medesima. Senza avvedersene cominciò ad aspettare quest'ora; e terminò col non pensare che a quella per tutte le ventitrè che correvano fra l'uno e l'altro momento in cui poteva veder la Fanny. Egli non le avea parlato e l'amava. Ella se n'era accorta sino da' primi giorni, e non mancò d'aggiugnerlo nella sua mente al numero di quelli che spasimavano del fatto suo: ed ora con uno sguardo soave, ora con uno sgarbo, ora con un sorriso a fior di labbra, ora con una affettata severità non mancò di tener vivo nel giovane Filippo il fuoco nascosto che ben presto dovea divampare.
Divampò: ma invano. Il giovane s'accorse che la civettuola non sentiva per lui più che non sentisse per dieci altri o più, che la vagheggiavano senza amarla. Cauto e riflessivo, dopo aver parlato due volte con lei, la conobbe; e se non potè disamarla del tutto, certo lasciò la speranza di guadagnarne l'affetto. Uomini tali non sono fatti per le passioni d'un giorno. Fece uno sforzo e si persuase di averla scordata.
Una donna del carattere di Fanny in simile congiuntura non manca per ordinario di riguadagnare con nuove lusinghe il terreno perduto; e spesso ella sente alla sua volta l'amore che l'altro non sente più. Ma era serbata ad un castigo ancora più duro. Ella dovea perdere ad un tratto quella bellezza alla quale avea sacrificato la pace di tanti. Fu colta dal vajuolo e rimase deforme.