Racconti

Part 26

Chapter 263,694 wordsPublic domain

Questo vuol dire che aveva amato: nè voglio farvi mistero di una circostanza che avea profondamente influito sul suo carattere. Gentilina avea accarezzato fin dai primi anni una secreta speranza di unirsi in matrimonio ad un altro giovane del paese che le pareva fatto per la propria felicità. Dal canto suo Gustavo non avea per lei minor affezione; anzi i loro cuori s'erano intesi in quel primo crepuscolo del sentimento, quando le anime non hanno mestieri della parola per aprirsi alla vita d'amore. Pari d'età, di condizione, di nascita, sembrava non vi dovesse essere ostacolo alla loro unione: ma un importuno litigio avea messa tanta ruggine nell'animo dei loro vecchi parenti, che improvvisamente fu troncata qualunque relazione fra le due famiglie, e ingiunto ai due sventurati giovani di non vedersi e di non parlarsi mai più sotto pena della paterna maledizione. Vi lascio pensare le lagrime, le preghiere, la disperazione dei due disgraziati, che mai non avevano creduto di amarsi tanto, come allora che l'amarsi diveniva quasi un delitto. Dall'una parte e dall'altra non furono risparmiati i mezzi più validi per riconciliare i due vecchi irritati: il parroco, le persone più autorevoli del luogo aveano esaurito invano i loro consigli: non si vedeva più nessuna possibilità di rappacificarli, tanto più che non mancarono i soliti mali uffici indiretti, le solite lagnanze riferite perfidamente dai maligni che godono del male altrui, mentre sembrano intenti a predicare la pace. Ogni giorno portava nuova esca all'avversione, all'odio reciproco. Le cose giunsero a tale che gli amici più non osavano proferire il nome d'una famiglia in presenza d'alcuno individuo dell'altra. Gustavo tempestava, sciupava denari, stancava i cavalli dalla mattina alla sera quasi cercando di sfogare in questa guisa il proprio mal umore. Gentilina tanto più profondamente addolorata quanto meno lo lasciava trasparire al di fuori, pregava Iddio e la Vergine la volessero esaudire, ed era divenuta più assidua, più tenera, più affettuosa, quasi sperasse di ottenere colla dolcezza quello che Gustavo si lusingava di estorcere di mal grado. Ma l'uno e l'altra non riuscirono a nulla.

Il padre del giovane, vedendo che non c'era via di guarirlo della sua ostinata passione, gli proponeva senza frutto i più ricchi partiti di matrimonio, senza ottenere nessun'altra risposta che questa: — o Gentilina, o nessun'altra donna fino ch'io vivo. — Allora il vecchio ricorse ad altri espedienti: propose al figlio di fare un viaggio nella Svizzera, nell'Alemagna, dove aveva imprese, forse a quest'uopo, alcune speculazioni. Gustavo partì, che già poco gli giovava restare: passò più di due anni lontano dalla sua terra nativa: ma la lontananza che mette in calma lo spirito, in lui non aveva fatto che aggiugnere fuoco a fuoco. Gentilina gli era oggimai necessaria, avrebbe aspettato quattro, cinque, dieci anni, finchè fosse vinto ogni ostacolo. Che cosa sono dieci anni e più d'intervallo a chi ama davvero, a chi ama per la prima volta? La vita sembra allora composta di due momenti, quello in cui fu accolta la nostra prima parola d'amore, e quello in cui speriamo di vederla, quando che sia, soddisfatta.

Io vorrei passare sotto silenzio l'ultimo espediente che fu adoperato per vincere al suo ritorno l'ostinata passione del giovane: ma cada la vergogna su quelli che vi ricorsero! Fu calunniata la virtù della povera Gentilina, si contraffece la sua scrittura, si provò la sua infedeltà, le fu tolto ogni mezzo di potersi giustificare. Gustavo cadde nell'agguato ordito con quella perfida finezza che suol porsi ne' piccoli paesi in simili intrighi: credette inutile ogni discolpa della fanciulla, e non la cercò. Tra per vendetta e per istanchezza obbedì al comando de' suoi, si legò in matrimonio ad una donna ch'ei non amava, e credette aver dimenticata Gentilina. Ma un primo amore deluso e tradito si cambia in odio: egli covava nell'animo suo tutta l'indignazione che la supposta infedeltà di Gentilina gli aveva destato.

Ed ella? — Ella aveva saputo troppo tardi l'insidia: avea cercato di giustificarsi, quando le sue discolpe parevano interessate: oltracciò le sue lettere erano intercette tanto più facilmente, quanto le due famiglie nemiche convenivano sulla necessità di rompere quei legami.

Oh! vecchi! vecchi! Di quanti mali è sovente colpevole ciò che voi chiamate prudenza! Voi credete poter adoperare ogni mezzo impunemente per isradicare un affetto dal cuore dei vostri figli, e non badate che spesso, sradicandone uno di bello e generoso, gettate il seme d'un altro tristo e infelice! Voi non pensate che al futuro benessere de' vostri figli, e non sapete che il futuro si fabbrica sul presente, e non si fa più rivivere un cuore quando vi si spegne un affetto che gli dava per così dire la vita!

Io mi dilungo un po' troppo in questi antefatti, perchè il mio racconto comincia in un'epoca posteriore di ben quattro anni. Ma l'animo di Gentilina non s'era punto cangiato per sì lungo intervallo: ella non avea più veduto Gustavo dopo il suo matrimonio di dispetto. Questo l'aveva in parte guarita, l'aveva resa, non tranquilla, non lieta, ma più rassegnata; e se amava forse egualmente il suo primo amante, certo lo stimava assai meno. Ella, nella situazione di lui, avrebbe, o almeno le pareva, conosciuto l'inganno; avrebbe trovato nell'amor suo il coraggio necessario a resistere ad ogni umana potenza, a trionfar d'ogni ostacolo. L'uomo che avea saputo dubitare di lei non l'amava abbastanza per farla felice; l'uomo che s'era lasciato vincere suo malgrado dall'altrui volontà, non corrispondeva più a quel tipo ideale di forza e di costanza a cui ella intendeva donarsi. Dotata di tanta energia, ella voleva un marito più energico ancora, voleva poter riconoscere la superiorità morale dell'uomo suo. — Tal era il carattere, tale la situazione di Gentilina, quando si trovava costretta ad ascoltare le parole appassionate dei due nuovi suoi pretendenti. Nè l'uno nè l'altro era tale da poter riempiere il vuoto che l'era restato nel cuore: nessuno dei due poteva farle dimenticare Gustavo, ancorchè tanto scaduto nell'opinione di lei. Gregorio, impetuoso, iracondo, geloso, intollerante non le sembrava sprovveduto di quella energia ch'ella vagheggiava, ma egli era sovente rozzo, incoerente, brutale. L'altro ella soleva paragonarlo ad una rosa del Bengala: di maniere e di forme eleganti, ma senza odore. Avrebbe voluto congiungere in un solo individuo quelle due nature incomplete: ma vedeva bene essere cosa impossibile il farlo. Perciò, non osando congedarli, temporeggiava, come fanno le donne, e si lasciava amare senza prevedere le conseguenze di questa innocente e passiva civetteria.

Quanto ai due giovani che s'erano chiariti rivali nella sera del mazzolino, le loro disposizioni d'animo erano molto diverse. Nell'amor di Leopoldo c'entrava per più di un terzo di vanità: la Gentilina era la più bella fanciulla del paese, era sulle bocche di tutti per le sue passate sventure, e ciò che le scemava pregio agli occhi di Gregorio, gliene accresceva per lui. Egli avea gustato la vita della capitale, guardava l'amore come un trionfo, non vedeva il matrimonio che ad una grande distanza, nè domandava conto a se stesso quali ostacoli avrebbe incontrati per via, e come gli sarebbe stato possibile superarli. — Gregorio non avea pensieri così raffinati: egli non amava per pura galanteria: s'era preso della fanciulla pe' suoi pregi personali; avrebbe voluto averla trovata ancora libera da ogni altra inclinazione, perchè il passato medesimo era una specie di rivale per lui, e mille volte al giorno faceva proponimento di torsela dal pensiero: ma poi vi tornava per abitudine, la trovava sì pura, sì tranquilla, sì bella, che le perdonava la prima passione, e credeva d'essere abbastanza felice, se fosse giunto a conquistare un affetto provato a tale cimento.

Ma ora, oltre al rivale passato, se ne vedeva a fianco un altro, un rivale presente, al quale nel suo fòro interno non poteva negare una certa eleganza di modi, una certa superiorità di cultura. Gli passò per la mente che Gentilina, così gentile e garbata come era, poteva bene dare la preferenza al profumato vagheggino della capitale. Avvampò di sdegno a questa sola idea: sentì la sua forza, unico punto di vantaggio ch'egli avea sopra l'altro, affrettò il passo per raggiungerlo: lo raggiunse che andava zufolando a passo spedito come l'uomo contento di se medesimo: ebbe la tentazione di strappargli il mazzetto dall'occhiello, e di dargli una stretta di mano all'inglese che lo facesse allibire: ma fortunatamente l'avvocato s'avvenne nel Podestà del paese che pigliandolo a braccio l'avea sottratto all'insulto imminente ch'era ben lontano dall'aspettarsi.

III.

In uno stato di alterazione che si può facilmente immaginare da chi s'è formato un'idea del suo carattere vulcanico, Gregorio si mise a battere, come si dice, la luna, misurando tutte le contrade della città a passi concitati, senza scopo e senza disegno, come se desse la caccia al proprio dispetto. Sentì sonare due tocchi all'orologio di piazza, e risentendosi improvvisamente domandò a se medesimo che cosa avesse fatto per ben quattr'ore. Si ritirò a casa e volle dormire, ma non potè soffocare l'acre pensiero che l'avea inseguito: onde passò la notte voltandosi come febbricitante or sopra un fianco, or sull'altro, facendo ad ogni girata un progetto di vendetta, e una risoluzione che abbandonava ben tosto. Si alzò col sole, senz'aver chiuso occhio: si pose a scrivere alla Gentilina dieci lettere, che lacerò senza finirle: pensò di spedire invece un biglietto insolente al suo rivale, poi si pentì ripigliando se stesso di pusillanimità. A quattr'occhi, a quattr'occhi, pensava, ci troveremo e.... ci parleremo. Bisogna dire che una tale risoluzione gli sembrasse per ogni riguardo preferibile all'altra, giacchè quando fu la mattina un po' avanzata, prese il cappello e n'andò difilato alla casa di Gentilina. Ella era in giardino che visitava le sue piante, e vedeva con piacere spuntare qualche gemma ai primi influssi della nascente primavera. Egli non era mai penetrato in giardino a quell'ora: pure non esitò. Gentilina era sola, lo accolse con un movimento involontario di meraviglia, ma tosto si ricompose prima ch'egli potesse avvertirlo.

— Vedete — diss'ella — come il verno ha rispettato le mie piante! Ne sono veramente contenta.

— Senza dubbio pensando alla contentezza di quelli che riceveranno i vostri mazzetti.

— Perchè no? — diss'ella con aria fina ed ingenua — vorrei sperare che non saranno sempre rifiutati come iersera. —

Gregorio avvampò di collera e proruppe con impeto. — Prego Iddio a voler versare tutta la sua gragnuola su' vostri fiori! Prego Iddio a sterminare.... — Uno sguardo tranquillo e severo di Gentilina lo arrestò d'improvviso, e rimasero alcuni minuti in silenzio. — Gentilina! — riprese egli al fine — voi non sapete il male che m'avete fatto ieri sera: voi non sapete a qual pericolo avete esposta la vita del vostro caro!... — Che dite mai? — rispose ella infingendosi. — L'odore troppo forte dei mughetti gli avrebbe forse procurata l'emicrania? Mi dispiacerebbe, povero Leopoldo! Procureremo di dargli dei fiori meno odorosi. Voi foste più cauto di lui lasciandomi il mio _bouquet_. Vedete, io l'ho ancora qui, e lo conservo in memoria della vostra.... compitezza.

— Gentilina, bisogna dichiararsi. Io non sono uomo da soffrire che quel _Monsù_ mi pesti sui piedi. Voi lo preferite già apertamente a tutti gli altri che sospirano alla vostra mano. Non è giusto lusingare troppe speranze ad un tratto: ditemi il vostro pensiero: siate sincera e franca una volta.

— Il mio pensiero? Ho bisogno di dirvelo? — chiese Gentilina con tuono ambiguo quasi volendo schermirsene. — Ve l'ho detto ieri sera, e ve lo ripeto, se occorre, questa mattina perchè mi crediate sincera. Io trovo assai compìto quel giovane, e se voi dite il vero ch'ei sospiri alla mia mano, avrebbe torto a dubitare d'un rifiuto. Che ne dite voi, che dovete intendervene? Che mi consigliereste di fare? —

Gregorio rimase interdetto e non comprese la secreta ironia di queste parole. Gentilina infatti pensava a tutt'altro che ad accettare Leopoldo per marito; ma voleva vendicarsi da donna dello sgarbo ricevuto la sera prima, e dare una lezione di pazienza e di gentilezza al geloso suo pretendente. Il giovane prese la risposta alla lettera, e soggiunse: — Giacchè lo volete, pigliatevelo: io non porrò più piede sulla soglia della vostra casa. — Gentilina lo guardò e non dubitò di rispondergli seccamente: — siete padrone.

— Ma egli non mi sfuggirà sempre! Non godrà lungamente del suo trionfo!

— Io credo che saprà difendere la sua vita — diss'ella sorridendo — quando saprà ch'io ne faccio così gran conto.

— Gentilina!

— Signor Gregorio!

— Badate!

— Vi prego di lasciarmi ai miei fiori: essi m'intendono meglio di voi. —

Gregorio non aggiunse parola, e dopo essere restato come balordo per alcuni momenti, col cuore aggruppato, se ne partì mulinando nella sua mente non so quali pazzi disegni. Gentilina gli guardò dietro, e le dispiacque che avesse preso la cosa così a rovescio: pure non fece un cenno per arrestarlo. — Non mancherà tempo — diss'ella tra sè — e continuò a recidere i rami inariditi delle sue piante, col pensiero rivolto ad altro. Ella non si sarebbe giammai figurata quali serie conseguenze dovevano derivare da quel capriccio di donna, ai due gelosi rivali, e a lei stessa.

Gregorio mantenne la sua malaccorta parola. Egli era rozzo, collerico, orgoglioso, e si pose subito sopra una via falsa che doveva trarlo di passo in passo più sempre lontano dalla sua mèta. Egli aveva fraintesi i sentimenti di Gentilina, e invece di pensare a chiarirsene meglio, cominciò a sparlarne a questo e a codesto: asserì ch'ella era una lusinghiera, una civettuola; che Gustavo aveva fatto bene a trarsela dal pensiero e sposarne un'altra; che le voci che l'avevano indotto ad abbandonarla non doveano essere punto calunnie, ma verità e così via via, facendogli eco tutti coloro che trovavano il tornaconto a dar ragione a lui presente, piuttosto che a prendere le difese di Gentilina lontana. Le donne specialmente erano tutte del suo parere.

Leopoldo intanto era tronfio e vano del suo supposto trionfo. Raddoppiò le sue attenzioni alla fanciulla ed al padre di lei: e non mancava mai di mostrare a Gregorio quando lo incontrava per via qualche fiore appiccicato al vestito, foss'egli o no un presente della Gentilina e un contrassegno della riportata vittoria sul cuore di lei. Una volta, uscendo ad ora più tarda del solito da quella casa, vide il suo sfortunato rivale rimpetto alla porta. Si fermò vedendolo avanzare alla sua volta, immaginandosi tutt'altro che un incontro apertamente ostile. Gregorio lo agguantò senza cerimonie per una spalla, e gli disse con voce soffocata dall'ira: — Ebbene! v'ha fatto ella felice stasera? — Che diritto ha lei di farmi una tale domanda? — rispose Leopoldo ritraendosi d'un passo, pallido per la sorpresa e forse per altro. — Diritto o no — soggiunse Gregorio — voi mi risponderete, spero. Dove l'avete lasciata a quest'ora? — Io credo nella sua stanza.... o in giardino, — rispose Leopoldo esitando forse coll'intenzione secreta di far credere all'altro qualche cosa che fosse delicatezza il nascondere. — Voi siete discreto — disse Gregorio — e meritate una ricompensa: accettate da un leale amico il consiglio di non porre mai più il piede in quella casa.

— Ella scherza! — disse l'altro impaurito dal tuono serio e perentorio di queste parole.

— Io non ischerzo punto, — soggiunse Gregorio — m'apposterò tutte le sere in quel luogo medesimo; e la prima volta ch'io vedrò uscire di là una persona che vi somigli, vi giuro per la.... gli trarrò di corpo per sempre la voglia di ritornarvi. Badate che nel nostro paese questo non si suol dire due volte! — Dopo queste parole s'allontanò senza curare l'effetto che avrebbero prodotto nell'altro. Questi restò immobile per un tratto, poi si strinse nelle spalle, e, provandosi a zufolare la sua solita arietta, si ritirò a casa sua tutto sconcertato, confortandosi però che v'erano mezzi per far tener d'occhio il suo rivale e per sottrarre se stesso ad ogni pericolo.

Contuttociò per le tre sere che susseguirono a questa minaccia Leopoldo pensò di rientrare nella sua stanza per tempo ostentando d'aver qualche affare d'ufficio che lo pressasse. Gregorio non mancò di recarsi a notte fitta dinanzi alla casa di Gentilina per vedere l'effetto dei suoi consigli, e cominciava a congratularsi nel suo interno del proprio trionfo. Non sapeva però render ragione a se stesso di una persona o due che lo seguivano a qualche distanza nel buio. Una sera non potè resistere alla propria curiosità, e mosse loro incontro. Un uomo ben conosciuto, ma al quale ei non aveva mai parlato, gli domandò che facesse costì. — Fo all'amore colla luna — rispose Gregorio — avete qualche cosa a dire in contrario? — Potrebbe darsi, — ripigliò l'incognito. — Uomo avvisato!... Ella m'intende! — e senza aspettare risposta finse d'andarsene. — Gregorio però non si mosse di là, persuaso che ciò non doveva essere avvenuto senza un perchè. Infatti da lì a mezz'ora la porta della casa di Gentilina s'aprì. Un uomo avvolto in un mantello n'usciva, dopo d'aver scambiato qualche parola con alcuno che l'aveva accompagnato fin là. Era l'avvocato. Gregorio riconoscendolo, sbucò dal suo nascondiglio, e s'avventò contro il malarrivato. Questi si guardò intorno e volle gridare: ma Gregorio gli pose una mano alla bocca, e senza dargli tempo nè a difendersi nè a fuggire, lo gittò a terra, gli piantò nel cuore uno stiletto che trasse dalla ferita, e in un lampo s'allontanò. Di lì a pochi minuti tutta la famiglia di Gentilina, e la persona che aveva poco prima parlato a Gregorio s'erano raccolti intorno a Leopoldo che nuotava nel proprio sangue.

IV.

Gentilina per uno di quegli istinti di donna che non s'ingannano mai, aveva indovinato il tutto, e tocca da questo presentimento come da un fulmine, era caduta fra le braccia d'uno dei circostanti. Si parlò di portare il ferito al suo domicilio, ma era lontano, e si poteva ragionevolmente temere che vi fosse pericolo sì nell'indugio che nel trasporto. Le farmacie erano tutte chiuse, chiuse tutte le botteghe e le case vicine, la notte fosca e la città tutta in calma. Il padre di Gentilina accorso sul luogo, offerse la propria casa per prestargli i primi soccorsi, e il corpo immobile dell'avvocato fu posto nella prima camera a cui metteva la scala. Era la camera di Gentilina. Mentre alcuni accorrevano a risvegliare un chirurgo, la coraggiosa giovane, riavuta dal suo svenimento, scoprì la ferita aperta sul petto, e s'ingegnò d'arrestarne il sangue co' pannilini. Di lì a poco Leopoldo aperse gli occhi gravi e smarriti, e parve riconoscere quelli che lo circondavano. Fissò la Gentilina con un sentimento di gratitudine, ma tosto il suo sguardo si rannuvolò e si volse tristamente altrove. Egli non proferse una sola parola. Venne il medico, esaminò la ferita, crollò il capo in segno di tristo presagio, consigliò le fasciature e le cure che credette opportune, e rimise all'indomani il decidere sulla gravità del caso. Vi lascio pensare qual notte passò la fanciulla riconoscendo in se stessa la causa di tale avvenimento e prevedendo le gravi conseguenze che ne potevano sorgere. Persuasa, pregata a voler ritirarsi dal triste spettacolo, non volle mai abbandonare quel letto; spiava ogni sintomo favorevole nel giacente, ma non osava interrogarlo: avrebbe data la metà del suo sangue perchè la ferita fosse leggiera e sanabile: ma chi potrebbe scendere nel suo cuore e discernervi tutti i motivi di un tal desiderio e di un tale spavento? Ella medesima non avrebbe potuto renderne conto a se stessa; del resto le cure ch'ella prodigava al ferito, le avrebbe prestate ad uno straniero, ad un povero per solo istinto di umanità. Ma in questo caso la sola pietà naturale non l'animava; un mortal pallore ricopriva il suo volto, e un secreto rimorso pingevasi nei suoi sguardi smarriti.

Intanto Gregorio, riposto lo stiletto con apparente tranquillità, con fermi e sonanti passi aveva continuato per la sua via. Ma a mano mano che s'avanzava alla volta della sua abitazione, tutta la sua persona agitavasi, il passo si accelerava, oltrepassò la sua casa senza avvedersene, uscì dal circuito delle mura e si trovò nell'aperta campagna quasi in aspetto di fuggitivo. Infatti egli poteva ben essere inseguìto: ma non pensava a codesto, e pure fuggiva senza riflettere a quanto avea fatto, fuggiva dal rimorso che assale subito l'omicida. Le cagioni che l'aveano indotto a bagnarsi le mani nel sangue del suo rivale erano così frivole, che il fatto stesso parevagli un sogno. Vi fu un momento che si volse indietro quasi per accertarsene, quasi per revocare colla volontà il corso dell'avvenuto. Ma quando fu per rientrare nella città e nasceva già l'alba e le case cominciavano ad aprirsi qua e là, la coscienza del suo delitto lo assalì chiara e terribile: sentì il pericolo che gli soprastava, corse a casa, sellò un cavallo e via prima che si potessero dare gli ordini per arrestarlo. Due giorni dopo Leopoldo, sempre in pericolo di vita, avea svelato il nome dell'omicida, e Gregorio, arrestato in un suo podere, avea subìto un primo esame, niegando il fatto e ingegnandosi di schermirsi coll'_alibi_: ma troppo certi indizii stavano contro di lui, perchè potesse sperare di uscirne per mancanza di prove.

V.

Mentre Leopoldo era in lotta colla morte, e l'altro colla giustizia, Gentilina trovavasi affranta sotto il peso del proprio rimorso. Ella non era colpevole dell'avvenuto: perchè chi mai, anche conoscendo il carattere focoso di Gregorio, chi mai poteva prevedere codesto eccesso? Pure quell'anima onesta e delicata non sapeva perdonare a se stessa d'aver suscitata spensieratamente quella fatal gelosia. Nel paese la povera giovane per poco non si trovò sotto il peso della pubblica esecrazione. Chi non conosce la carità delle brigate in simili circostanze? Il mondo è lì sempre per compiangere i morti, per assolvere gli accusati, per calunniare i meno colpevoli. Le stesse cure affettuose ch'ella prestava al malato, le sue istanze perchè non venisse tolto dalla sua casa le furono attribuite a colpa. — Ella è innamorata di lui — dicevano alcuni — le preme di risanarsi un marito e vincolarselo colle sue premure. — Ella è presa di Gregorio — dicevano gli altri — e vorrebbe salvo il ferito, per la salvezza dell'uccisore. — Così la sua stessa pietà veniva tacciata d'interesse, di doppiezza, d'ipocrisia. Queste maligne supposizioni non tardarono a giungere a lei: il padre medesimo gliene parlò per indurla a lasciar trasportare altrove il ferito, or che si poteva farlo senza aumentare il pericolo: ma la generosa giovane non si lasciò smuovere dal suo proposito. — È forse la prima volta — disse ella — che sono segno delle altrui maldicenze? Mi ci sono assuefatta: non è più tempo di evitarle, bisogna vincerle, bisogna affrontarle. Questo sventurato deve risanare per le mie cure, o morire fra le mia braccia. —