Racconti

Part 25

Chapter 253,837 wordsPublic domain

Passo sotto silenzio le cerimonie funebri che qui non cadono, ma vi dirò in due parole come sono celebrate le nozze. È una usanza assai pittoresca. Voi che dovete conoscere la vostra letteratura classica, vi riscontrerete con piacere qualche traccia della storia di Piritoo fra' Centuari. Il giorno del matrimonio, lo sposo ne' suoi abiti da festa, armato di tutto punto, si presenta alla casa della sua fidanzata. Egli è montato sopra un cavallo bizzarro, e accompagnato da tutto il parentado, e da quanti amici e compagni possa trovare. Questi prendono dalla circostanza il nome di _Svati_, che significa _compare_, _testimonio_, _padrino_. Gli antichi dicevano _paraninfo_.

La sposa dal canto suo è circondata anch'essa dai suoi _Diveri_; parola slava che ha lo stesso significato. I _Diveri_ sono i suoi parenti, fratelli, cugini, ec., corteggio assai numeroso, e non meno solenne. La domanda è fatta, o rinnovata in gran ceremonia dinanzi alla porta della casa. Il padre o il capo della famiglia fa qualche opposizione, o in un senso o nell'altro. Ora la giovane è troppo selvaggia, ora è poco laboriosa, or non ancora matura pel matrimonio. Tutti questi ostacoli non ritengono lo sposo, che dichiara volerla sposare malgrado ciò. Allora il capo di casa finge di rassegnarsi, e si ritira: ma il corteggio dei _Diveri_ si avanza e fa mostra di volersi opporre alla sua volta, non già colle parole, ma colla forza aperta. Lo sposo si ritira fra' suoi _Svati_; si consulta con essi, e ritorna all'assalto. Ne sorge una specie di lotta, un torneo per lo più inoffensivo, a colpi di pistola o di moschetto carichi a polvere. La lotta ha la fine che è facile a prevedere. Lo sposo riman padrone del campo, si piglia la fanciulla, rimonta a cavallo con essa, e si slancia a tutta corsa per la campagna. _Svati_ e _Diveri_ fanno la pace e batton le mani, e seggono insieme allo stesso convito. Mi son trovato parecchie volte a simili feste nell'Erzegovina.

— Voi comprendete ora — riprese il Vladica — le parole di Mariska, e indovinate il progetto di Gregorio. Vedrete fra poco se la storditella ebbe a lodarsi del fatto suo.

Il matrimonio era stato rimesso alla seguente domenica. Era una bellissima giornata di giugno. Il cielo era chiaro e sereno: la campagna ubertosa e olezzante di tutte le fragranze estive. Le spiagge e le isole di que' paraggi sono stipate di maggiorana e di mirti, come le isole dell'Arcipelago. Non occorre dirvi che le giovinette greche tessevano di codeste piante la lor corona nuziale alle feste di Afrodite.

Le spose del nostro tempo, benchè cristiane, conservano tuttavia qualche traccia del vecchio culto. Solamente l'abbigliamento è meno semplice e meno elegante. Mariska aveva aggiunto alla tunica tradizionale del suo paese, un mondo di ninnoli e di cianfrusaglie comperate a Trieste nei viaggi che vi aveva fatto. Il suo berretto rosso era lucente di molte filze di monete d'oro. Un gran velo bianco la copriva da capo a piedi. L'avresti detta una Madonna di Loreto, ornata per la sua festa. I suoi lunghi capelli biondi e la sua carnagione delicata, qualità straordinarie fra i Dalmati, le davano un'aria peregrina e cittadinesca che attirava tutti gli sguardi.

Vlado n'era sì affascinato che non fece caso della visita e delle parole sinistre del cugino Gregorio. Egli credevasi aver toccato il cielo col dito. — Avrà voluto farmi paura, — pensava — ma ora vedrà che non gli tornerebbe di trescare con noi. — Quanto a Yella, egli non ci pensava nemmeno. Era divenuta pazza: tanto peggio per lei!

Vlado era un giovanotto aitante e forte della persona. Era codesto il solo pregio che avesse, e a questo non ad altro doveva la mano di Mariska. Procurò quindi di comparirle dinanzi il dì delle nozze nel miglior arnese possibile. Aveva armi lucenti e bellissime alla cintura, e cavalcava un brioso cavallo che caracollava e sbuffava a meraviglia. Vestiva il costume dalmatico che par fatto a posta per mettere in evidenza la forza e la leggiadria delle membra: calzoni di panno bianco stretti alla gamba, una specie di giubbetto o _caftan_, ornato di mille ghirigori di stagno argentato, un _cangiaro_ col manico cesellato, una carabina ad armacollo, che sapeva maneggiare con molta destrezza. I suoi lunghi capelli neri intrecciati dietro la nuca gli pendevano fino alla sella, e una picciola calotta azzurra, ornata di parecchie penne di pavone, gli copriva appena la sommità della testa. Tale era fino agli ultimi anni la moda dei Montenegrini e dei Dalmati.

Il suo parentado non era molto numeroso, perchè il matrimonio seguiva al di là del confine, dove molti de' suoi parenti non avevano osato seguirlo per loro ragioni particolari. Dieci o dodici _Svati_ formavano tutto il corteggio. Mariska aveva una comitiva più numerosa del doppio. Suo padre era il più ricco dei contorni, e aveva parenti ed amici quanti volesse: di che la ragazza menava più vanto che non convenisse.

Lo scoppio delle pistole e de' moschetti si fece udir da lontano. Il corteggio della sposa fece una risposta ancor più clamorosa. Il suo cuore balzava di gioja e d'orgoglio all'avvicinarsi del suo fidanzato: poichè essa lo amava alla sua maniera, in ragione degli ostacoli che avea sormontati per rapirlo alla sua rivale.

Vlado entrò nel cortile col suo magro accompagnamento, dove stavano già disposte le tavole del banchetto. Le accoglienze usuali si scambiavano da una parte e dall'altra quando tutt'ad un tratto si udirono altri colpi echeggiare per l'aria. — Saranno altri _Svati_ che sopraggiungono — dissero fra loro i pochi compagni di Vlado. — Ma questi sapeva di non poter attendere alcuno fuorchè il cugino Gregorio. — Eh! bene — diss'egli fra sè, colla sua spensieratezza ordinaria. — Se viene da amico, troverà un posto preparato per lui: se viene da rivale, troverà pane per i suoi denti. — Era proprio Gregorio. Aveva indossato anch'egli il suo vestito delle feste: ma di un colore più cupo; e appena entrato nel cortile, si diresse alla volta di Vlado, e gli domandò se volesse servirgli di _paraninfo_.

— Ciò tocca a te — disse Vlado. — Tu giugni opportuno per accrescere il numero de' miei _Svati_: quanto a me, non sono il _paraninfo_ d'alcuno: io sono lo sposo, e guai a quello che si mettesse in capo di intorbidare la festa.

— Che hai tu fatto di Yella? — chiese Gregorio.

— Tu non hai dunque finito di gettarmi in faccia il nome di quella donna? Se ti sta tanto a cuore perchè non la sposi? Io non ti metterò impedimento: puoi star sicuro!

— Tu sei un vigliacco, un falso fratello, un traditore che non merita d'aver alcun rapporto colla nostra famiglia!

— Ah! tu cerchi briga con me? — disse Vlado, — e traendo senz'altro una pistola dalla cintura, l'appuntò al petto di Gregorio. Ma questi, rapido come un lampo, si slanciò sull'assalitore, lo afferrò per la treccia, e rovesciandolo sulla groppa del suo cavallo, gli segò netto il collo col filo del suo cangiaro. Ciò fu eseguito in meno tempo ch'io non lo dico. Tutti gli astanti rimasero immobili e istupiditi. Mariska cadde svenuta nelle braccia della madre. I compagni di Vlado, e una parte del corteggio della sposa si slanciarono sull'uccisore: ma questi era già rimontato a cavallo, ed era scomparso dietro le siepi e i cespugli che facevano ingombro al cammino.

X.

Gradisca.

Il Vladica interruppe qui il suo racconto e mi sogguardò con un'aria di tranquilla ironia. — Voi non vi aspettavate un simile scioglimento — diss'egli.

— Confesso, Monsignore, che mi sembra un po' brusco — risposi.

— Eppure è il più ragionevole che si potesse sperare in codesta atmosfera morale, sopraccarica di pregiudizi secolari, e di passioni tremende. Vlado era senza dubbio alcuno il più colpevole di tutti, e pure sarebbe sfuggito al poter della legge. Gregorio si fece giudice ed esecutore ad un tempo. Non dico che facesse bene e che ne avesse il diritto. La vita dell'uomo non appartiene che a Dio che può dargliela: ma finchè vi saranno popoli, presso i quali la giustizia è lasciata all'arbitrio dell'individuo, bisognerà subirne tutte le conseguenze.

— E che avvenne di Gregorio, Monsignore?

— Il disgraziato Gregorio non potè raggiugnere la frontiera. Il suo cavallo non era nè il più robusto nè il più agile di quelli che lo seguivano. Il padre di Mariska guadagnò presto terreno sopra il fuggiasco, e giunse a tagliargli il passaggio al momento medesimo in cui toccava il confine. I doganieri austriaci erano all'erta, e Gregorio dovette soccombere al numero, malgrado il suo coraggio e il suo ammirabile sangue freddo. Ei non potè negare il suo delitto. Dovette quindi costituirsi prigioniero, e subire l'applicazione delle leggi locali che sono assai severe, e dirò pure, assai giuste.

— Condannato a morte?

— Non precisamente a morte: ma a vent'anni di lavori forzati. Io ho perduto un eccellente soggetto per colpa sua, e per un eccesso di buona volontà mal compresa. Vi ho già detto che s'era prestato, comecchè a malincuore, all'esecuzione degli ordini miei per il sequestro delle camicie insanguinate. Ed eccolo caduto egli stesso nel delitto che aveva contribuito a sopprimere nel principato. È una vera disgrazia! Ma alfine non si possono sradicare in un giorno nè in un mese gli antichi e inveterati pregiudicj di un popolo. _Ciò ch'è possibile si fa; ciò che è impossibile si farà!_

— Voi avete letto Macchiavello, Monsignore. Non si deve mai disperare dell'avvenire. E perchè non interporreste la vostra grande influenza per abbreviare la pena del vostro suddito?

— L'ho fatto, ed ho qualche speranza di riuscirvi. Vorreste vederlo? Mi propongo appunto di fargli domani una visita a Gradisca, per sincerarmi delle sue intenzioni. Venite con me: voi mi aiuterete nelle mie indagini. —

L'offerta era troppo cortese per non accettarla con gioia. Ci siamo dunque recati nel dì susseguente all'antico castello dei Conti di Gradisca, che fu trasformato in ergastolo. Il direttore aveva senza dubbio ricevuto le sue istruzioni in proposito, poichè ci aprì senza veruna opposizione le porte della prigione. Voi mi dispenserete volentieri dal farvi una descrizione che non avrebbe alcun carattere originale. Tutte le prigioni si rassomigliano. Sono tutte, qual più qual meno, una riproduzione dell'_Inferno_ di Dante, sulla porta del quale, stanno scritte le nere parole: _Lasciate ogni speranza!_ Fosse almeno un purgatorio! Sarebbe più cristiano e più umano!

Ci fecero venire Gregorio. Egli aveva già subìto due anni di reclusione, e l'illustre prelato ebbe qualche difficoltà a riconoscerlo nell'orribile costume di galeotto che portava. Il Montenegrino arrossì alla vista del suo principe e vescovo, e s'inchinò profondamente senza aprir bocca.

— Gregorio, figlio mio — disse il Vladica: — ho voluto farti una visita per mostrarti che non dimentico i miei confratelli nella loro disgrazia, e per vedere se potessi far qualche cosa in tuo favore. Tu sei fuori della mia giurisdizione, e non posso nulla per me medesimo. Ma Sua Maestà l'imperatore ha qualche bontà per me, e sarà forse disposto ad ascoltare le mie preghiere.

— Vorrei che poteste ottenermi una grazia, mio principe!

— Qual grazia — chiese Monsignore.

— La grazia di essere fucilato al mio paese, piuttosto che vivere nella condizione in cui mi vedete. — Egli disse queste parole senz'enfasi e con l'aria più tranquilla e più sincera del mondo. Ciò s'intende assai facilmente. Il Montenegrino non è gran fatto dissimile dal Beduino: vive essenzialmente d'aria, di luce, di libertà. Egli non ama il lavoro nè anche a casa sua, e per proprio profitto. Si può pensare come gli sia insopportabile il lavoro forzato, improduttivo, eseguito a ore determinate, co' ceppi ai piedi, in luogo angusto e in compagnia della peggior feccia che esista. La morte doveva parergli men dura, sopra tutto dopo aver salutato la sua patria, e aver respirato, a pien polmone, l'aria viva e frizzante della sua cara montagna.

— Vorrei ben ottenerti la grazia che chiedi — rispose il Vladica — non già per farti fucilare a casa tua, ma per offerirti una miglior occasione di espiar la tua colpa. Si domanda perciò che tu mostri di pentirti del fatto, e prometta di non più cadere nel peccato d'omicidio volontario....

— Sempre la stessa canzone — disse Gregorio con un movimento di amaro dispetto che la presenza del Vladica non potè raffrenare. — Io ho fatto male forse, secondo il codice austriaco: ma dinanzi a Dio, Monsignore, non credo aver commesso un delitto sì grave. Vlado avea bene meritato la morte. Or come posso io pentirmi di avergli fatto buona e pronta giustizia?

— Voi lo vedete — mi disse il Vladica in lingua francese, per non esser capito dal suo interlocutore. — L'abitudine è una seconda natura. Bisogna dare il tempo alla coscienza di rifare se stessa! — Poi rivolgendosi a Gregorio: — Tu hai torto, fratello — gli disse. — Tocca a Dio a giudicare. Tu hai voluto punire il tuo simile, ed eccoti punito per averlo fatto senz'ordine della legge. Non giudicate se non volete esser giudicato, dice il Signore. — Tu dunque hai fatto il male, e quindi è giusto che te ne penta. —

Gregorio chinò la testa e tacque.

Il Vladica gli dette la sua benedizione e promise d'interessarsi per lui. — Io vado a Vienna; — gli disse — ne parlerò all'Imperatore, e gli domanderò che ti rimetta nelle mie mani. Intanto armati di pazienza, e domanda perdono a Dio del sangue versato. —

Il Vladica era divenuto un vero vescovo pronunciando queste parole. Egli lasciò il prigioniero sotto l'impressione favorevole che aveva prodotto, e uscì con noi da quel tristo albergo del delitto e della disperazione.

XI.

La Pazza.

— Vi ringrazio, per parte mia, Monsignore, delle consolanti parole che avete trovato per quell'infelice. Non dubito punto che riuscirete a salvarlo da quell'inferno, e a farlo rientrare nel suo paese.

— Sarebbe pericoloso — mi disse. — I parenti di Vlado potrebbero usare sopra di lui le solite rappresaglie. Il padre di Mariska è anch'egli irritato oltremodo contro di lui, perchè l'affare s'è divulgato, e divennero esso ed il suo figliuolo, oggetti di disprezzo e di abbominio. Seppi che ha dovuto abbandonare il paese dove aveva il suo podere, perchè non trovava più colono che volesse lavorare per lui, come sua figlia non aveva più trovato un galantuomo che consentisse a sposarla.

— E la povera Yella, che n'è di lei?

— Se noi fossimo padroni degli avvenimenti, e liberi di scegliere una soluzione al doloroso dramma, vi confesso che lo finirei con un buon matrimonio fra essa e il suo terribile difensore.

— Ella è madre oggimai — disse il Vladica — e pazza, ma d'una pazzia tranquilla, innocente, che non lascia temere di alcun sinistro.

— È una singolare follia quella in cui cadde la sventurata. Figuratevi! Ella non vuol credere alla morte del suo fidanzato, e sorride d'incredulità tutte le volte che gliene parlano per richiamarla alla coscienza di sè stessa e del mondo reale. Aspetta sempre il suo _fratello d'anima_, il suo sposo, il suo solo ed unico amore. — M'era stato detto che mi tradiva per una forestiera bellissima e ricca che l'aveva preso nelle sue reti. È una menzogna! È una calunnia! Il mio Vlado non mi ha mai tradita nè abbandonata un istante. —

— Voi vedete bene — soggiunse il Vladica — codesta follia non può dirsi una disgrazia per quella infelice. È forse un sollievo, un conforto che le manda il Signore per raddolcire la sua sventura!

— Se verrete a trovarmi nel mio paese, come mi avete promesso — aggiunse egli — vi farò vedere la povera pazza, come vi ho mostrato il suo vendicatore a Gradisca. È ancora una bella donna, un po' selvatica e strana, per effetto della sua allucinazione, ma un vero tipo della Montenegrina: occhi neri, chiome nere, carnagione abbronzata dal sole, snella e spigliata della persona come una figlia delle foreste.

Yella dimora in compagnia della madre che vive ancora, e che fu messa in istato di provvedere alle prime necessità della vita.

Yella non ha punto a soffrire per altri riguardi. L'intolleranza delle compagne ha dato luogo ad un miglior sentimento. Yella è ora considerata come la vedova di Vlado, e la sua disgrazia, più grande ancora della sua colpa, non ispira che la compassione e l'affetto. —

GENTILINA.

I.

I colli Euganei, che sono un vero paradiso della Venezia, ritornano sovente alla mia memoria coll'amara dolcezza di un frutto vietato, di un Eden conteso ai miei passi. Chi sa per quanto dovrò contentarmi di vederli e percorrerli colla fantasia, che mi dipinge i luoghi ameni, le persone vedute ed amate: i primi forse devastati dal soldato straniero, le altre disperse, proscritte, o cadute sotto la falce della morte o il flagello della sventura!

Che è avvenuto di te, Gentilina, che da oltre a trent'anni non ho veduta, e forse non vedrò più sulla terra?.... Non so se tu sia viva o morta, se hai creduto tu pure alle sinistre fatalità che accerchiarono la tua vita: o se, vittoriosa degli altri e di te stessa, sei giunta a godere un'esistenza, se non lieta, almeno rassegnata e tranquilla!

Rifrugando in questi giorni le mie vecchie carte ho trovato alcuni appunti che mi ricordano le traversìe della tua gioventù, e cedo alla tentazione di ritessere quelle varie fila per diletto mio proprio e dei pochi che gitteranno uno sguardo su queste pagine.

Commetterò io un peccato d'indiscrezione? Se fosse, te ne chiedo anticipatamente perdono. Ma penso che il tempo ha già dovuto stendere su quei fatti un velo pietoso, sì che gli scabri contorni saranno addolciti, e ciò che rimane prenderà il carattere d'una novella da potersi leggere con piacere, anche da quelli che ne fornirono l'argomento.

Figuratevi dunque, o lettori, una città degli Euganei; una di quelle graziose città che abbelliscono le pendici di tanto vaghe colline: città popolate e gaie, almeno in quel tempo che è divenuto quasi antico per me, perchè gli avvenimenti che si successero dal 1830 a' dì nostri, hanno accelerato, per così dire, il corso degli anni, e fatte maturare più presto le generazioni che s'incalzarono.

Molte di quelle città si somigliano, nè io dirò il nome di quella che fu teatro al dramma domestico che verrò raccontando. Avrei voluto dissimulare anche i nomi delle persone, ma non posso trovarne uno di più bello e di più caratteristico per la mia protagonista. _Gentilina_ esprime non tanto le forme della persona, quanto il carattere e l'indole dell'animo suo. Fosse questo il nome impostole al sacro fonte, fosse un soprannome che le venisse dato per le sue qualità, ella chiamavasi da tutti così, e come io la conobbi sotto il nome di Gentilina, desidero pure che i miei lettori la chiamino nella stessa maniera.

Gentilina dunque era un'abitatrice dei colli Euganei, una giovane d'onesta nascita, di agiate abitudini, che sapeva scriver bene una lettera nella sua lingua, conosceva un poco la storia e la patria letteratura, ma senza darsene vanto, e senza cercar l'occasione di averne lode. Non sapeva il francese, nè strimpellava il piano, ma quando era sola cantava una delle dolci cantilene del luogo, o qualche romanza delle opere più conosciute che avea sentite ripetere per le vie. Tutt'al più, come la sua casa era ricca di un vasto giardino, vi coltivava una numerosa famiglia di fiori d'ogni stagione, dei quali conosceva il nome, l'indole e le qualità peregrine.

Erano tre sorelle. Le due maggiori maritate fuor del paese, la madre morta. Gentilina era rimasta sola col padre già vecchio; e benchè non avesse ancora venti anni, pensava talvolta, di rinunciare alle nozze, e consecrarsi alle cure che il buon vecchio non poteva oggimai sperare se non da lei.

La sua casa era sempre stata il convegno della parte più eletta de' cittadini. I giovani ci venivano per conversare, per parlare di caccia e dei fatti del giorno: i vecchi a fare il _tressette_, come dicevano, col padrone di casa, e sorseggiare con voluttuosa lentezza l'eccellente caffè che la Gentilina preparava e dispensava colle sue mani.

Tra gli ospiti della sera c'era Gregorio, figlio d'un ricco proprietario del paese, e Leopoldo giovane avvocato forestiero che da due anni viveva in quella città. Questi due, come potete credere, facevano un poco la corte alla damigella di casa, mossi da medesima inclinazione. Del resto Gregorio era di un carattere subitaneo, manesco, insofferente d'ogni ostacolo, altiero di possedere, come suol dirsi, la sua fortuna al sole, bello e forte della persona, e sprezzatore di tutti gli altri o men ricchi o men forti di lui. L'avvocato lo vinceva di cultura e di quella educazione sociale che consiste nello attemperare destramente le proprie maniere secondo l'indole delle persone a cui v'importa di andare a versi. Aveva compiuti i suoi studi legali e presa la laurea da parecchi anni, conosceva il francese e il tedesco, era ben veduto da tutti perchè sapeva guardarsi dall'urtare di fronte le molteplici suscettività del paese. Garbato, officioso, amorevole, avrebbe trascurato una buona ventura per non uscire di casa la sera coi calzoni che portava abitualmente all'ufficio, e gli avrebbe poi sciupati senza esitare per raccogliere cavallerescamente il ventaglio della padrona di casa. Era nato di buona famiglia, godeva la simpatia de' suoi capi, e non poteva mancargli una brillante carriera nella linea ascendente degli impieghi.

Di questi due giovani, pretendenti così alla lontana alla mano della bella padroncina di casa, non durerete fatica a persuadervi che il primo andava a genio della Gentilina, il secondo invece a suo padre. Ancora non vi era stata alcuna trattativa, anzi nè pure alcuna dichiarazione formale. Parlavano gli occhi, parlavano i cuori in mille occasioni, ma non era per anco uscito il primo: _io t'amo_ nè da una bocca nè dall'altra.

Nelle lunghe sere d'inverno, l'avvocato sedevasi al tavolino, e faceva con una pazienza ed una compitezza esemplare la sua partita col vecchio. Gregorio stancavasi dopo la prima mezz'ora, e parlava invece di agricoltura, di caccia, di cavalli cogli altri che non giocavano. Quando era solo passeggiava su e giù per la stanza, educava, cioè tormentava il suo bel cane da ferma, e tratto tratto arrestandosi dinanzi alla Gentilina che attendeva a cucire o a ricamare, le fisava negli occhi i suoi occhi eloquenti, senza trarne però nessuna risposta che gli sembrasse soddisfacente. Più tardi, quando al tavoliere del padre s'annunziavano i due ultimi giri, ella si levava, accostavasi alle finestre ornate dai fioriti suoi vasi, e sceglieva un mazzolino da regalare a quelli degli ospiti che le parevano amici dei fiori. Consegnando il mazzetto, ella indicava il nome delle piante, e li condiva talora di qualche piccante o gentile allusione. Una sera, non importa ch'io vi dica la data, ella aveva composto due graziosi _bouquets_, e quando la compagnia cominciò a congedarsi, porse a Leopoldo il suo, composto di mughetti e di primule, accompagnando il dono con alcune parole, che parvero a Gregorio un po' troppo significative. Per cui, quando venne la sua volta, e la gentile botanica gli porse il mazzettino di eriche fiorite e di mammole, egli tra lo sdegnato e l'ironico — voi siete troppo amante dei fiori — le disse — per restarvene senza: se vi date tanto pensiero di noi _tutti_, è giusto ch'io vi rinunzi questa sera il mazzetto. — Come vi piace — rispose Gentilina senza mostrare la minima alterazione, e si ripose i fiori da un lato della cintura che le annodava leggiadramente la vita. — S'accommiatò con gentilezza imparziale da entrambi, come non avesse avvertito l'affronto, o come vi fosse affatto insensibile. Non era però nè l'uno nè l'altro: ella aveva intesa l'ironia, e l'avea perdonata. Non crediate che fosse dissimulatrice: ma come un'acqua chiara e profonda, rare volte lasciava vedere l'interno dell'anima. Non era più l'ingenua giovanetta di tre lustri: contava ventiquattr'anni, e aveva già provate le prime amarezze della vita.

II.