Racconti

Part 24

Chapter 243,832 wordsPublic domain

Lo sguardo acuto e terribile della vecchia si fissò sopra Vlado per sapere quanto vi era di vero in quest'asserzione. — Or bene — diss'ella — hai tu soddisfatto al tuo impegno? Hai tu meritato di dare il tuo nome alla figlia di Dragonich? Dov'è la testa del suo assassino?

— Non l'ho ancora colto — balbettò Vlado — ma la coglierò, ve lo giuro.

— Tu hai giurato troppe volte, e promesso troppe cose, perch'io possa fidarmi alla tua parola. Tu sei un traditore, tu hai abusato della mia fiducia, hai tradito la tua _posestrima_, e l'hai abbandonata all'obbrobrio e alla disperazione. Tu non la vedrai, finchè non abbi vendicato davvero il sangue di mio marito, e datomi un pegno della tua fede! —

Vlado si disponeva a partire per evitare nuove domande: quando tutt'ad un tratto Yella, che dalla stanza vicina aveva inteso questo colloquio, si strascinò pallida e quasi morente dinanzi a lui, e gl'impedì di partire. — Madre mia — gridò essa con voce soffocata — voi domandate la morte di un altro, e non vedete che sto per morire io medesima! — La povera fanciulla diceva pur troppo il vero: poichè, proferite appena queste parole, si lasciò cadere ai piedi di Vlado, che non osò raccoglierla tra le sue braccia.

— Ecco l'opera tua — gridò la madre. — Ecco ciò che hai fatto della tua sorella d'anima. Perchè non finisci una volta di ucciderla? Compisci l'opera tua; avrai forse il coraggio di toglierle il resto di vita che le rimane, giacchè non ne avesti abbastanza per vendicarla!

— Voi non mi conoscete — esclamò Vlado irritato da queste parole, e dal tuono sprezzante con cui la vecchia le avea proferite... — Lasciatemi andare. Voi avrete fra poco nuove di me. — E svincolandosi dalle mani di Yella che si era aggrappata alle sue ginocchia, prese la porta, e abbandonò quella casa che non doveva più rivedere.

La madre di Yella riportò sul suo letto la figlia, e si assise dappresso a lei: tutte e due si guardavano in silenzio, senza trovare nè una parola, nè una lagrima, tanto il dolore e la disperazione le avea sopraffatte.

VI.

Marco e Madonna.

Vlado abitava non lungi dalla frontiera, e bazzicando co' trafficanti che andavano da un paese all'altro pei loro affari, avea perduto la primitiva impronta montenegrina, senza migliorare nè i suoi costumi, nè i suoi sentimenti. Era una natura perplessa, arrendevole alle prime impressioni che riceveva, senza darsi pensiero delle conseguenze che ne verrebbero. Il _caso_ era la sua ragione e la sua provvidenza.

Uscendo dalla casa di Yella, irritato dalle parole della suocera, e commosso dallo stato in cui sapeva di aver posto la sua fidanzata, prese il cammino del suo villaggio, entrò nella sua casuccia, si armò delle pistole e del _cangiaro_, e valicò a gran passi quella specie di landa, irta di cespugli e di roveti che separa il Montenegro dal territorio soggetto all'Austria.

Dove andava costui?

Era chiaro che si dirigeva verso la _casa maladetta_: ma difficile a prevedere con quali intenzioni vi andasse. La sua mente era più confusa e più incerta che mai. Abitava quella casa un uomo ch'egli avea giurato di uccidere; e una bella fanciulla che ve lo attirava colle sue pericolose lusinghe. Non era già questa la lotta consueta fra il bene e il male: era una lotta fra due impulsi, fra due ordini d'idee che mettevano da un lato e dall'altro a un'azione colpevole. Poichè se l'omicidio era un delitto, l'abbandono di Yella e i suoi amori coll'altra non erano una virtù.

Ei s'assise sopra un tronco d'albero rovesciato dall'uragano, alla vista di quella casa, a cui lo spingevano due cause così diverse.

Egli era stanco non tanto del lungo cammino, quanto della lotta interna che scuoteva la sua coscienza. Dopo un lungo ruminare ed almanaccare così fra sè, trasse di tasca una picciola moneta di rame già fuor di corso, e ch'egli serbava evidentemente ad altr'uso che a quello di spenderla. Era un quattrinello dei tempi della repubblica, che allora denominavasi un _marcolino_, per il leone di San Marco che portava rozzamente impresso da una faccia, mentre dall'altra mostrava l'immagine di Nostra Donna: _Marco e Madonna_, come sta scritto in fronte a questo capitolo. I monelli, e spesse volte anche gli adulti, se ne servivano per un giuoco che prese il nome da quelle due impronte. Era una variante de' dadi antichi e moderni: uno dei mille modi d'interrogare e tentar la fortuna.

Ma Vlado era solo. Ei guardava con occhio torvo quella moneta; la scuoteva fra le due palme sovrapposte l'una all'altra prima di lanciarla in aria e spiare l'impronta che avrebbe mostrato ricadendo sulla sua palma aperta a riceverla.

Il disgraziato stava per giuocare a _Marco e Madonna_ la vita d'un uomo e l'onor d'una povera giovane che l'amava. Egli non aveva trovato un mezzo migliore per illuminare la sua coscienza. — Se verrà _Marco_ — diceva — egli sarà la morte: il leone non perdona. Se sarà la Santa Vergine, allora sarà tutt'altro. Ella non vuol la morte del peccatore: io sposerò Mariska, e tutto sarà finito. Yella non potrà pigliarsela che colla Provvidenza, che avrà deciso della sua sorte. —

Ma parve che la Provvidenza non volesse prestarsi a simile prova. La moneta lanciata in aria cadde a terra e si smarrì in una profonda fenditura del suolo. Vlado avrebbe potuto ricercarla, o rinnovare il giuoco con altra moneta: ma egli era superstizioso, e prese l'accidente per un avviso del Cielo che non volea farsi complice di una simile alternativa.

— Tanto peggio! — sclamò Vlado alzandosi. — Me ne andrò difilato alla casa: la prima persona che incontrerò farà piegar la bilancia. Se sarà il vecchio, l'ucciderò; se sarà la ragazza, l'abbraccerò, e quello che farò sarà fatto. —

Presa questa risoluzione, si mosse, e senza guardare nè a dritta nè a sinistra giunse alla porta. Bussò: Mariska venne ad aprire, e accolse il giovanotto colle solite moine.

— Il Cielo ha parlato — pensò quel tristo. — Questa bella ragazza sarà mia moglie. —

VII.

La terza pubblicazione.

Parecchi giorni eran già passati dacchè Vlado avea lasciato la capanna di Yella. Ognuno può immaginarsi lo stato della povera derelitta. Che era avvenuto di lui? Dove indugiavasi? Perchè non tornava a mantenere la sua parola?

Il modo ond'era partito poteva lasciar luogo ad ogni sorte di congetture. Aveva egli tentato il colpo? Era riuscito nell'attentato, o era caduto egli stesso vittima del suo forte avversario? Era questa l'idea che tormentava la povera giovane, inchiodata pur sempre sul suo lettuccio. Si può ben pensare che la scena che abbiam raccontato non avea contribuito a renderle la salute.

Sua madre non l'abbandonava giammai: ma che poteva ella dirle per mettere in calma l'anima sua? Essa medesima avea posto quello sciagurato nella terribile alternativa colle sue dure parole e co' suoi rimproveri. Ella tacevasi dunque, ed aspettava in cupo silenzio la volontà del destino.

Ma Yella non durò lungamente in quello stato di perplessità e d'incertezza. Colse il momento che sua madre era assente, e così debole com'era, e non ancor libera dalla febbre, prese la via de' campi. La febbre più che altro la sostenne, e le die' l'energia necessaria a compiere il suo disegno.

Volle domandare alla gente che incontrava per via se sapessero nulla di Vlado: ma non osò proferire quel nome, e tirò diritto senza aprir bocca. Evitando le strade battute, andò, andò, dove il suo destino la sospingeva, senza arrestarsi, senza guardarsi intorno, fino al momento in cui la capanna di Vlado si scoprì innanzi a lei. Ella non v'era stata se non un'altra volta — quel giorno fatale che, presa da una strana vertigine, s'era abbandonata fra le braccia del suo _fratello d'anima_, e avea consentito ad esser la sua sposa dinanzi a Dio.

Ella bussò a quella porta, ma nessuno rispose. I vicini le dissero che Vlado era assente da molti giorni, e che probabilmente non vi sarebbe tornato che dopo celebrate le nozze. — Le nozze? — La povera Yella impallidì a quella risposta. Quali nozze eran queste di cui si parlava? Ella non poteva indovinarlo. — Sarà un pretesto — pensò la disgraziata. — Sarà per certo un rumore ch'egli stesso avrà fatto correre per celare il vero scopo del suo viaggio. Dovrò attenderlo qui, o ritornerò senza costrutto al paese? No: è necessario ch'io lo vegga: è necessario ch'io sappia che accade di lui. Andrò io stessa di là dal confine, dove forse si trattiene aspettando il momento opportuno per soddisfare all'obbligo suo, e mettersi in grazia di mia madre. Per certo l'accuso a torto: a torto sospetto di lui. Egli non osa tornare senza aver eseguita la condizione che gli fu imposta. Egli non pensa che a me, e corre i più gravi pericoli per cagion mia. —

Ella s'ingannava, la poverina, e si nutriva di nuove illusioni. Se non che quelle _nozze_ venivano pur sempre a turbarla, come una parola di sinistro augurio, come un oscuro presagio di nuovi guai. Ella si rimise in cammino inconscia del dove dirigersi: e non so come, si ritrovò per l'appunto sulla linea di frontiera tra le provincie illiriche e il Montenegro. Ella non aveva mai passato quei limiti, ed esitò lungamente prima d'avventurarsi su quella terra infausta che le parea rosseggiare del sangue paterno.

Al momento di oltrepassar la dogana ella s'imbattè in uno de' suoi compaesani che avea veduto altre volte. Era quel milite venuto tempo fa da parte del principe a confiscare la camicia insanguinata e che, sul punto di congedarsi, le si era profferto in così strana maniera. — Conta su di me — le avea detto — se avrai bisogno d'un amico o d'un fratello. — Il milite ebbe qualche difficoltà a ravvisarla, tanto era mutata per la malattia sofferta, e per le angustie terribili ond'era oppressa. Ma appena riconosciutala, si rammentò la promessa fatta, e s'accostò per sapere ove andasse.

— Questo paese non è sicuro per te — le disse.

— Non importa — rispose Yella. — Io devo passare. Ho un affare pressante di là dal confine.

— Lo so bene — replicò l'altro — lo so bene. Ma tanto e tanto faresti meglio a ritornartene a casa. Segui il consiglio d'un amico.

— Grazie, — diss'ella — grazie de' vostri buoni consigli. Ma io devo sapere ad ogni costo dov'è il mio promesso.

— Il tuo promesso, ragazza mia? —

Ella chinò la testa, ed arrossì fino agli occhi.

— Il tuo promesso è un traditore — riprese il milite. — Cattivo fratello, e pessimo compagno per te. Indietro, indietro, non cercar di vederlo: e caccialo dal tuo pensiero, se puoi.

— Egli è morto! — mormorò Yella. — Egli è morto nella intrapresa che s'è addossato. L'assassino di mio padre ha trionfato un'altra volta di noi. Ditelo chiaro. La sua morte sarà la mia morte, ma pure mi sarà meno amara di un tradimento da parte sua. —

— Povera donna — disse il rozzo e buon montanaro. — Mi è duro dovertelo dire: ma il male non ha rimedio, e nulla gioverebbe nasconderlo. Già presto o tardi dovresti saperlo. Su via! ragazza: coraggio, sorella mia. È d'uopo prendere il tuo partito. Vlado si è seduto alla mensa dell'assassino, ha diviso il pane e il sale con lui, e invece di vendicare il sangue di tuo padre e riscattare l'onore della tua famiglia, egli ti sacrificò da vigliacco, accettando la mano d'una sua figlia.

— Voi mentite...: È impossibile! — gridò Yella.

— Io non mento punto, ragazza. Io ti dico la verità per quanto mi sia grave doverti affliggere colla trista novella. Tu hai collocato assai male il tuo amore e la tua fiducia. —

Yella, bianca come un cadavare cadde al suolo priva di sensi. Il rozzo cacciatore che le avea dato, senza apparecchiarvela, un annuncio così crudele, la prese nelle sue braccia e cercò di richiamarla alla vita. — No, non è vero, non può essere — diceva la misera rinvenendo. — È un sogno, è un sogno orribile, ma finirà presto. Non è vero che è un sogno? —

Il cacciatore, spaventato dall'impressione che le sue parole avevano prodotto sulla povera donna, non sapea che rispondere. Egli si tacque, guardandola con un'espressione di pietà affatto nuova per lui.

— Perchè, ingannarmi? — gli diss'ella. — Voi sapete bene che Vlado non può sposare un'altra donna. Sono io la sua sposa dinanzi a Dio. Ogni altro matrimonio è impossibile.

— Va dunque — replicò il cacciatore. — Forse è tempo ancora, perchè tu faccia valere i tuoi diritti. Va a presentarti al curato del paese, e metti impedimento a questo matrimonio. Tutte le pubblicazioni non sono ancor fatte. —

Questa volta, Yella prese la cosa sul serio. — Mostratemi il cammino — diss'ella.

— Segui questo sentiero — rispose il cacciatore. — Tu vedrai presto comparire il villaggio. Domanda di vedere il curato. Domani è domenica. Egli sarà per certo alla parrocchia. Checchè ti avvenga, vieni a raggiungermi. Io non mi muovo di qua, e se posso ajutarti, sai che ti ho dato la mia parola, ed io non mancherò. —

Yella partì come una freccia dall'arco senza pur ringraziarlo della sua offerta. Passò il confine, seguì il sentiero che le era stato indicato, e in capo ad un'ora vide sorgere all'orizzonte il campanile del paesuccio a cui s'avviava.

Il sole era già tramontato; onde, malgrado il vivo suo desiderio, la povera giovane non osò picchiare ad ora sì tarda alla porta del parroco. Chiese ospitalità alla prima casa che vide aperta, e fu accolta amorevolmente senza subire alcuna domanda indiscreta. L'ospitalità è una delle virtù tradizionali dei popoli slavi.

Ella avrebbe voluto informarsi del fatto ed uscire addirittura d'ogni dubbio, ma non osò dire una sola parola. All'indomani, giorno di festa, si recò cogli altri alla chiesa per ascoltare la messa.

Dopo l'evangelio, il curato, rivolto ai fedeli, proclamò per la terza volta il matrimonio di Vlado e di Mariska.

Un grido acuto coprì queste parole.

Tutti si rivolsero al canto della chiesa da cui s'era levato quel grido.

Non è necessario ch'io dica chi l'aveva gittato.

La certezza della sua sventura avea colpito come folgore la povera Yella. Ella non morì sul colpo — ma perdè la luce della ragione!

VIII.

Un difensore insperato.

Il cacciatore che aveva annunciato a Yella la dolorosa notizia, non vedendola ritornare, avea preso la via del villaggio e la stava aspettando fuor della chiesa.

L'onesto Gregorio era ben lungi dall'immaginarsi una sì trista conseguenza. Era un uomo di cuore, come vedremo, ma d'una tempra troppo rozza per poter prevedere gli effetti di una tale rivelazione sull'animo di una donna. Vi lascio dunque pensare come restasse quando la vide uscir dalla chiesa, accompagnata e quasi portata dalla ospitale famiglia che l'aveva ricoverata. Attonito e fremente s'unì senza dir nulla al tristo corteo, e datosi a conoscere al capo di casa, s'incaricò di ricondurre presso alla madre la disgraziata fanciulla. Era il partito migliore, l'unico partito che rimanesse.

Yella si lasciò condur via senza opporre la minima resistenza, e senza pronunciare una sola parola. Gregorio si teneva anch'egli in silenzio, credendo inutili i suoi conforti. Egli vedeva bene che nello stato in cui si trovava, la povera Yella non poteva più mettere ad esecuzione il disegno che le avea suggerito. Ricondusse intanto alla vecchia madre la sua figliuola, raccontò nella miglior maniera che seppe ciò che era avvenuto, e se ne andò pe' fatti suoi.

Ma il rozzo montanaro non era uomo da dimenticare la sua promessa. Ei non aveva parole ma fatti. L'aspetto di quella misera, lo stato deplorabile in che l'aveva lasciata, l'ingiustizia e il tradimento di che era vittima, tutto ciò l'aveva profondamente indignato e commosso. Da quel momento egli considerò la povera abbandonata come fosse sua sorella o sua figlia, e giurò seco stesso, che se non poteva rimediare a tanta disgrazia, almeno avrebbe vendicato l'oltraggio da lei indegnamente sofferto.

Presa ch'egli ebbe una tale risoluzione, la chiuse in se stesso, aspettando il tempo e il luogo di metterla ad effetto. Tuttavia non volle lasciar intentato ogni mezzo legale, e senza ben rendersi conto del suo progetto, s'avviò un'altra volta al villaggio ch'era stato teatro del tristo avvenimento.

Ei si recò difilato dal parroco, e dopo avergli esposto in poche parole la dolorosa storia, dichiarò che il nuovo matrimonio era impossibile e nullo, e ch'egli veniva appunto per mettere l'impedimento.

Il parroco lo ascoltò senza punto sconciarsi. Disgraziatamente non era uomo di molto ingegno. Pusillanime e mal compreso della santità e dei doveri del suo ministero, si contentò di domandare a Gregorio con qual diritto, e in virtù di qual titolo si presentasse per impedire un tal matrimonio. Era egli il fratello, il cugino, un congiunto qualunque della ragazza? — Le cose non si fanno punto a questo modo nella mia parrocchia, — soggiunse il curato. — Vlado è libero: non esiste alcun matrimonio anteriore contratto dinanzi alla Chiesa: le tre pubblicazioni sono state fatte regolarmente come prescrive la legge civile e canonica. Voi vedete dunque che la vostra opposizione è affatto intempestiva, illegale. I due sposi sono gente per bene e timorata di Dio: sembrano fatti proprio l'uno per l'altro. La ragazza è non solo mia parrocchiana, ma mia figlioccia. Ha una dote assai ragguardevole, e voi v'ingannereste a partito se pretendeste mandare a monte una unione sì bene assortita.

— Ma l'altra, — rispose Gregorio — l'altra disgraziata che è già sua sposa dinanzi a Dio, e che sarà perduta senza rimedio, s'egli manca alla sua promessa, e dà la mano a questa donna?

— Deploro la sua disgrazia — soggiunse il parroco, — deploro la sua disgrazia, ma non so che fare per lei. Alfine è una forastiera che non è nemmeno cattolica, e che non posso considerare come una mia pecorella. Del resto se si tratterà di una qualche indennità, la famiglia è assai ricca, e non vorrà negarle qualche soccorso, se ne ha bisogno. M'incarico io stesso di presentare la sua domanda, e sarò lieto di terminar quest'affare alla buona, senza scandali inutili e senza ricorrere ai tribunali. —

Queste parole fecero sorgere un'altra idea nel cervello del nostro Gregorio. Egli pensò al Commissario, e vedendo che non poteva ottener nulla di buono da questa parte, si dispose a fare una visita a un avvocato di sua conoscenza per consultarlo su questa faccenda.

L'avvocato, com'era facile a prevedersi, s'informò immediatamente se vi fosse nulla di scritto dalla parte di Vlado. Gregorio non ne sapeva nulla, ma non si usa molto scrivere in quei paesi, e Vlado poteva ben essere illetterato del tutto.

— In tal caso — disse l'avvocato — non c'è molto da fare nè da sperare. Il Commissario non suol ammettere facilmente la prova verbale: non giudica che sui documenti scritti e firmati. Vi consiglio a risparmiarvi il disturbo e la spesa.

— Dunque non c'è più giustizia al mondo? — sclamò Gregorio. — Si può dunque tradire e abbandonare impunemente una poverina che s'è fidata sulla parola? _Pazziavira!_ Le cose non passano a questo modo fra noi! —

Egli proferì questa interiezione tradizionale con tale accento, che l'avvocato n'ebbe paura. — Dio vi salvi, avvocato mio — disse Gregorio, ricomponendosi a stento. — Dio vi salvi! Avrete nuove di me! — Così dicendo rimise in testa il suo colpacco e partì maledicendo al tempo e alle parole perdute senza costrutto.

Senza mettere tempo in mezzo se ne andò difilato alla casa della sposa. Chiese del padre di lei, dicendo d'aver a parlargli di cosa importante.

Ei non poteva scegliere un momento migliore. Il futuro suocero stava ancora seduto a mensa col nuovo sposo. Avevano desinato insieme, e fumavano tranquillamente la loro pipa della digestione. La vecchia madre, e la vispa Mariska erano occupate a sparecchiare. Le donne non si mettono a tavola fra gli Slavi di que' paesi, soprattutto quando ci sono ospiti in casa.

Gregorio non era conosciuto, ma secondo il costume del luogo, gli fu recato un bicchiere e una lunga pipa di gelsomino. Egli non volle toccare nè l'uno nè l'altra. Permettetemi — disse — che prima di accettare il bicchiere dell'ospitalità, io vi esponga l'oggetto della mia visita.

— Parla — disse seccamente il capo di casa.

— Io sono Gregorio Marcovich di Cettigne, cacciatore di professione, e proprietario di parecchi campi e di una casa. Vengo a domandarvi la vostra figliuola in matrimonio.

— Non ho altre figliuole che quella — rispose il padre di Mariska. — Mi spiace che tu venga troppo tardi. Ella è già maritata, ed ecco il suo sposo.

— Maritata? — chiese con tuono di sorpresa Gregorio.

— Le gride sono fatte, e non manca più che la cerimonia.

— Manca dunque qualche cosa — osservò Gregorio. — La cerimonia non si può fare, perchè il vostro genero ha un'altra moglie.

— Un'altra moglie? — domandarono nel medesimo tempo quattro voci meravigliate.

— Sì, un'altra moglie — replicò con voce ferma Gregorio. — Mio cugino Vlado, che vedete qui, ha un'altra moglie al Montenegro. Non so se il matrimonio sia stato celebrato dinanzi al prete, ma so di certo che è sacro ed inviolabile dinanzi a Dio.

— Come si chiama questa moglie? — domandò Mariska con una cert'aria d'incredulità e di malizia.

— Si chiama Yella — disse Gregorio. — Domandalo al tuo promesso, che la conosce meglio di me.

— Con qual diritto t'impicci tu de' fatti miei — saltò su Vlado. — Tu faresti meglio, cugino Gregorio, a levarti di là.

— Non parlo con te — replicò Gregorio. — Vengo a domandare la mano di questa ragazza che mi piace; e siccome son libero d'ogni impegno anteriore, ho qualche speranza d'essere preferito. Ad ogni modo non tocca a te di rispondere. Tocca alla giovane qui presente, e a' suoi genitori.

— Codesto è uno scherzo indecente — disse il padre di Mariska. — Se c'è impedimento legale, dirigetevi al signor curato. Il sant'uomo vedrà nella sua saggezza che sia da fare. Quanto a me, io mantengo la mia promessa, e non muto parere. Io non so chi sia questa donna di cui mi parli, e se non hai altra cosa a soggiungere, quella è la porta.

— Possibile! — disse Gregorio — levandosi dalla scranna. — Possibile, che tu non conosca codesta donna: ma certamente devi avere conosciuto il padre di lei! Mio cugino Vlado potrà informartene meglio.

— Tu vieni in casa mia per provocarmi — disse il vecchio, alzandosi anch'egli, e gittando fiamme dagli occhi.

Tutti si alzarono, e qualche cosa di serio stava per iscoppiare: ma le due donne s'interposero, e Mariska ch'era la vera padrona di casa, riuscì colle sue moine a calmare la collera del padre e a rimetterlo sulla scranna. — Non veggo la ragione di tanto strepito — disse la civettuola senza cuore e senza carattere. — Ecco un nuovo partito che si presenta. Sia il benvenuto come gli altri. Noi non siamo Montenegrini, ma non per questo abbiamo dimenticato il costume de' nostri antichi. È permesso di disputarsi la mano di una donzella fino al dì delle nozze. Chi non la sa conquistare sui suoi rivali, non è degno di lei. Io accetto dunque questo giovane nel numero di quelli che aspirano alla mia mano, e si vedrà al paragone s'egli n'è degno. In ogni caso egli siederà al convito nuziale, e fino a quel giorno, vada con Dio.

— Grazie, ragazza — disse Gregorio con voce ferma. — A rivederci, cugino. Il destino deciderà. —

Dicendo queste parole, salutò gravemente, ed uscì.

IX.

Il torneo nuziale.

— Bisogna ch'io vi spieghi, mio caro, — mi disse il Vladica — che cosa intendesse la bionda Mariska, quando ammise Gregorio alla prova del _paragone_.

Fra i popoli slavi che non hanno adottato i vostri costumi, i due avvenimenti più notabili della vita sono le nozze e i funerali. Le une e gli altri si festeggiano con banchetti omerici che durano parecchi giorni, e ai quali prende parte quasi tutto il comune: perchè tutti qual più qual meno, sono congiunti di sangue o d'affinità, quando si tratta di far baldoria.