Racconti

Part 23

Chapter 233,914 wordsPublic domain

Che poteva egli fare il povero Vladica? Trovar maestri che volessero recarsi costà per fondarvi un collegio, costava troppo per le sue finanze. Onde cambiò d'idea. Pregò i principi suoi mecenati, l'imperator delle Russie, l'imperatore d'Austria e il re di Baviera a voler ammettere qualche dozzina di giovani montenegrini ne' lor collegi di Vienna, di Monaco, di Pietroburgo. Credo infatti che ne ottenesse alcun che, e forse questi giovani missionarj indigeni avranno portato nella _montagna nera_ gli elementi della letteratura e della filosofia cosacca e tedesca. Per disgrazia il Vladica non campò tanto da raccogliere il frutto dell'opera sua.

Ma non fu questo il solo espediente a cui ricorresse mentre fu in vita. Egli avea riconosciuto la grande utilità dei viaggi: e come non poteva far viaggiare tutto il suo popolo in persona, si limitò a farlo viaggiare in figura. Voglio dire che viaggiò egli stesso per sè e per altri. Ogni anno a Trieste, ogni due anni a Vienna, ogni tre a Pietroburgo. Riuscì per tal modo a far conoscere in quelle tre capitali i pregi e i difetti del suo principato, sul quale correvano e corrono ancora idee così storte. Quanto a lui, convien dire che ne traesse profitto. Egli ritornava sempre più gentile e aggraziato; mercè alle dame di quei paesi che s'erano incaricate di educare il suo cuore a' più nobili affetti.

Io lo conobbi al teatro una sera che madamigella Fitz-James ballò la Gisella. Il principe vescovo andò in visibilio e compose in onor della silfide parigina un grazioso ditirambo ch'io tradussi subito in versi italiani, e pubblicai ne' giornali, ciò che mi valse l'amicizia e la stima dell'illustre poeta. Credo che m'avrebbe decorato d'un ordine, ma non ce n'era alcuno nel principato. Poco male per esso e per me. Io mi ricorderò sempre della sua affabilità, del suo brio, della sua nobile alterezza, e del piacer che provava a parlarmi del suo paese e de' suoi disegni filantropici. — Voglio — ei diceva — che la _montagna nera_ divenga uno Stato modello.

— Come farete voi, monsignore — diss'io. — Voi siete solo, e non avete a' vostri ordini tutti i mezzi di cui dispongono gli altri sovrani.

— Farò ciò che posso — rispose. — Tirerò al segno colla mia gente, beverò con essi, mi farò un poco simile a loro, per piegarli alla mia volontà, e impadronirmi del loro spirito. Così ho fatto finora, e così son pervenuto ad ammansare i più fieri. Se insorgeranno difficoltà troppo gravi, farò un viaggio, e piglierò nuova forza per continuar nell'impresa. —

Devo a questi colloqui col Vladica quel poco ch'io so sulla natura e sui costumi del Montenegro. Noi siamo così uniformi e fatti a stampo in Europa, che c'è molto da guadagnare a conoscere certe razze primitive e selvagge; se non altro per variare i nostri racconti, e uscire dalla consueta monotonia. Noi siamo come le medaglie e le monete, che a forza di passare di mano in mano e di tasca in tasca, hanno perduta l'impronta. Di qui nasce che ci annojamo, e diventiam nojosi ognor più. Un giorno ch'io deplorava questa disgrazia e declamava con maggior fuoco contro la monotonia della vita prosaica, il buon prelato ghignò sotto i baffi piacevolmente e promise di darmi un saggio di quella poesia primitiva e un po' selvaggia di che gli parevo sì vago.

Ed ecco l'origine del racconto arcivero ed arcimontenegrino che ho l'onore di sottomettere alla cortese attenzione dei lettori.

II.

La camicia insanguinata.

Il Vladica non era punto socialista.

C'era però un'eredità che avrebbe volentieri abolita fra la sua gente. Vo' dire l'eredità del sangue. Mi spiego. Presso alcune tribù slave, ed anche in qualche isola italiana, come la Corsica e la Sardegna, l'antica legge del taglione si considera tuttavia come giusta. Mano per mano, piede per piede, testa per testa. È la giustizia del popolo ebreo. Se non che Mosè sottopose la costumanza a certe regole, e in ogni modo c'era un tribunale, un'assemblea, un sinedrio più o men numeroso che l'applicava.

Presso i Morlacchi, gli Albanesi e altre tribù semibarbare si fa poco conto di questa formalità. Supposto che vi sia tagliata la testa, tocca al vostro fratello, a vostro figlio, a un vostro parente qualunque, l'obbligo di vendicarvi applicando la legge del taglione, e pigliandosi, quando glie ne venga il destro, il capo del vostro avversario. Così si risparmia la spesa del processo e la custodia del prigioniero.

Capirete che il Vladica dopo aver percorsa l'Europa civilizzata non poteva più tollerare questo stato di cose. Egli si adoperò dunque a tutt'uomo per sopprimere una giustizia sì spicciativa, e porre un po' di norma ne' giudizj e nelle pene. Non so quanto vi sia riuscito; poichè certi pregiudizj e certe tradizioni secolari sono difficili a sradicare, non solamente sulla _montagna nera_, ma nelle pianure più fertili e più fiorenti del mondo.

Che ne sappiamo noi, popoli civili e morali, dell'effetto che può produrre sugli animi la vista di una _camicia insanguinata_, sospesa come una reliquia nella nostra sala, nella nostra camera, nel luogo più intimo della casa? Quella camicia tinta del sangue di nostro padre, di un nostro fratello, di un figlio, esposta dì e notte dinanzi a' nostri occhi, come avviene fra quelle tribù primitive, avrebbe la virtù di scuotere e d'irritare le indoli più miti e i caratteri più temperati del nostro secolo e del nostro paese medesimo.

Il Vladica volse dunque il pensiero a raccogliere quei sanguinosi trofei, e ne fece un _auto-da-fé_, più cristiano e più meritorio degli altri. Fu un _colpo di Stato_, al quale si può accordare una pienissima approvazione.

Non vo' dire con questo che l'atto del Vladica fosse approvato da tutti. Si gridò, come sempre, alla novità, al sacrilegio, alla violazione dei _diritti acquisiti_ e dei costumi degli avi. Tolta la camicia, non fu tolta la cosa. Il giuramento fu osservato e posto ad esecuzione come per lo innanzi: ma il primo passo era fatto, e la superstizione avea perduto il suo idolo.

In una capanna posta sull'estrema frontiera del Montenegro, non lungi da Cattaro, le guardie incaricate di raccogliere le camicie insanguinate, ebbero molto da fare prima di strapparne una dalle mani di due povere donne. Esse la riguardavano come una santa reliquia, come un talismano prezioso.

— È di mio marito — diceva la vecchia.

— È di mio padre — soggiungeva la più giovane singhiozzando.

— Me l'hanno ucciso al di là della frontiera, e gli hanno tagliata la testa.

— È la nostra sola eredità, e guai a quello che la toccherà, prima che l'omicidio sia vendicato, e il colpevole abbia pagato colla sua testa quella del padre mio. —

Era una scena tragica. I due militi esitavano dinanzi al dolore di quelle due sventurate, prive d'ogni sostegno, e inasprite dalla miseria.

— Voi non potreste vendicare il vostr'uomo, — dicevano. — Lasciate questa cura alla giustizia. Ci sono giudici e tribunali al di là del confine. Il Vladica si farà sentire, e il reo pagherà le pene del suo delitto.

— No: — gridava la vedova. — Non è già al di là dal confine ch'ei deve pagarmi la testa di mio marito. Qui, qui, ci faremo giustizia noi stesse.

— Come? Voi non avete parenti, voi siete due povere donne!

— Non mancheremo per questo d'un vendicatore — soggiunse la vecchia implacabile. — Io non darò la mano della mia Yella se non a quello che mi porterà il capo di Stenovich.

— Io non ho fratelli di sangue, — disse la giovane — ma ho un fratel d'amore che compirà tal dovere. Ei me l'ha promesso. Portate pur via la camicia, non per questo mio padre resterà senza vendetta. —

La madre fece un nuovo sforzo per impedir la confisca del suo retaggio: si appellò alla religione dei due esecutori. — Voi siete Montenegrini, — diss'ella — voi sapete che cosa voglia dire una testa recisa a tradimento, e data in pascolo ai corvi. Che fareste voi, se vi trovaste nel mio caso? —

I due militi non sapevano che rispondere a siffatta interpellanza. Essi avevano comune la patria con quelle infelici. Ma gli ordini erano precisi e assoluti, e li eseguirono ad ogni costo.

Solamente il più giovane dei due s'avvicinò alla ragazza, e le disse. — Se il tuo fratel d'amore mancasse alla sua promessa, ricorri a me. Io mi chiamo Gregorio. Domanda di me a Cettigne, ed io vendicherò tuo padre. Ciò basta. Ora lasciaci eseguire gli ordini del nostro capo. Qua la camicia: voi avete la mia parola! —

III.

I fratelli d'anima.

Ho dimenticato d'informarmi chi fosse l'infelice montenegrino che si volea vendicare, e qual fosse stata la causa della sua morte: ma Yella era una bella e degna figlia della montagna, dai lunghi capelli d'ebano, dai grandi occhi neri, dalle forme svelte e robuste. Ella portava altieramente il suo berretto rosso, ornamento particolare della vergine slava, fino al dì delle nozze. L'abbigliamento della montenegrina è ricco e sfarzoso; tutto ricamato a musaico, fin la camicia e le calze. La sua dalmatica, aperta ai due lati, è tessuta a mille colori, e coi più bizzarri arabeschi. Le _opanche_ intrecciate di sottili liste di cuojo, somigliano ai sandali antichi; e cinti e collane, e un arsenale intero di ninnoli di stagno e d'argento la cuoprono quasi tutta. Il suo berretto rosso è guernito di zecchini d'oro, infilzati e applicati all'intorno. Il patrimonio della ragazza si trova così esposto agli occhi di tutti, e ognuno sa la donna e la dote che sposa.

Yella aveva le vesti assai belle ed ornate, ma gli zecchini del suo berretto non erano molti. Suo padre non aveva avuto il tempo necessario per compiere la sua corona; quindi gli sposi non si facevano innanzi, e la giovanetta correva risico di conservare il suo berretto rosso più a lungo che non avrebbe desiderato.

Non crediate però che non ispirasse qualche simpatia nel paese. Ella aveva un fratello d'anima, un _pobratimo_, come lo chiamano in lingua slava. Noi civilizzati non sappiamo punto che specie di parentela sia questa. Non abbiamo nè _pobratimi_, nè _posestrime_, cioè a dire sorelle d'anima, sorelle adottive.

Questo che accenno è un costume ancora vigente fra' dalmati, fra i morlacchi, fra i serbi. Due giovanotti, due fanciulle, e spesso ancora un giovane ed una giovane contraggono questa specie d'unione fraterna che il prete benedice all'altare, e consacra dinanzi a Dio, come un vero matrimonio dell'anima. È un patto d'affetto e di difesa reciproca in caso di pericolo e di bisogno. L'amore non ha che fare in codesti legami. È raro che un _pobratimo_ richiegga d'amore la sua _posestrima_: sarebbe una fellonia, un sacrilegio, un abuso di confidenza indegno di perdono e di scusa. Il fratello si consacra alla sorella per la vita e per la morte, la protegge, la difende contro le male lingue, contro i pericoli che potrebbero minacciarla. Le porterà, se fia d'uopo, la testa di quello che le ha fatto oltraggio, e dividerà con essa l'ultimo pane. La sorella alcuna volta rinuncia ad ogni altro affetto, e si consacra per tutta la vita al suo fratello d'amore.

C'è in codesto matrimonio delle anime un profumo di poesia primitiva che si crederebbe perduto, se le tribù dell'Illirio non ce ne conservassero qualche esempio.

Yella, dopo la morte del padre, avea scelto il suo _pobratimo_. Fra parecchi giovani della parrocchia che aspiravano a quest'onore, Vlado l'era sembrato il più degno e il più valoroso. Era troppo giovane ancora, e troppo povero per pensare ad accasarsi; e poi correva fra Yella e lui un grado di parentela, non molto prossimo, ma che sarebbe stato un impedimento canonico in quei paesi ortodossi. Furono dunque fratello e sorella, e la povera orfana potè asciugare le lagrime e affrontar più sicura i pericoli del suo stato.

Ahimè! I bei giorni passarono presto. Vlado non fu degno a lungo della sua confidenza. Il Vladica era molto mortificato di dovermelo confessare. Egli avrebbe voluto citarmi un miglior esempio dei costumi montenegrini, e provarmi col fatto che l'antica fraterna amicizia di Niso e d'Eurialo, d'Oreste e di Pilade, non era spenta nel mondo, e che sussisteva ancora nel Montenegro, anche tra fratello e sorella adottiva.

Io partecipo al dolore del buon prelato e vorrei poter sopprimere questa pagina della mia storia: ma la verità ha i suoi diritti, ed io intendo di rispettarli, per quanto mi costi. Del rimanente: non tutti i _pobratimi_ somigliano a Vlado, e l'eccezione non distrugge la regola.

Vlado dimenticò dunque assai presto che la sua _posestrima_ doveva essere tanto sacra ed inviolabile per lui, quanto una sorella carnale. Ella era giovane, bella, confidente fin troppo. Il vincolo contratto permetteva loro di vedersi, di parlarsi sovente, e in casa, e fuori in mezzo ai boschi ed ai campi impregnati delle vive fragranze di quelle valli. Questa dolce consuetudine prese a poco a poco un altro carattere. Si amarono non come fratelli, ma come fidanzati, e come sposi prima d'aver consultato e i parenti, e il sacerdote. — Non fu già la bianca colomba — disse il Vladica, — che palesò i loro amori; fu il nero corvo dalle male nuove che ne die' l'annunzio al villaggio. —

Sulle prime non si prestò piena fede alla dicerìa. Yella era sì buona e sì modesta che avrebbero sospettato di tutt'altri che di lei. Ma l'invidia e la gelosia hanno gli occhi aguzzi, e, non che scoprire l'altrui difetto, se lo figurano dove non è. Una ragazza del paese men bella delle altre, e forse anche meno pudica, fu lieta di poter confermare la voce corsa, e denunciò la povera Yella alla indignazione e alla vendetta delle altre. — Udrete un uso crudele che vige ancora fra noi — disse il Vladica. — Io vorrei poterlo abolire, come quello della _camicia di sangue_; ma la cosa è d'un'indole più dilicata, e temo far peggio! —

IV.

Il berretto rosso.

Parlo di quello che le vergini slave sogliono portare fino al dì delle nozze.

Questo berretto, guernito di monete d'oro, non è per esse un semplice ornamento. È un distintivo d'onore, ad un tempo, e una dote. Chi vuol trovare gli ultimi zecchini di San Marco, non ha che a recarsi nel Montenegro, e li vedrà ancora infilzati intorno al collo, o intorno al berretto rosso delle giovani da marito.

La Montenegrina è altera del suo berretto, e lo considera come sacro. Guai a quella che continuasse a portarlo, quando ne ha perduto il diritto! Sarebbe un'usurpazione, un sacrilegio.

Yella era pur troppo in questo caso. Quel berretto le pesava sulla fronte, e avrebbe voluto deporlo, quando i maligni sorrisi delle compagne l'avvertirono, come avvenne alla Margherita del Faust, che il corvo avea fatto sentire il suo grido sinistro, e che il suo fallo non era più un secreto per il paese.

Povera Yella! Ella non osava gittare uno sguardo nel suo avvenire. Amava Vlado: ma una voce secreta le aveva già detto che non era riamata con pari affetto. Dopo quel giorno in cui gli avea dato l'ultima prova dell'amor suo, ella non lo vedeva già più come innanzi. Sulle prime ei cercava una ragione, un pretesto per giustificare l'indugio. Ora non si dava più pensiero di questo: e le settimane e i mesi passavano, e la sventurata sentiva avvicinarsi la fatale epoca in cui le sorde voci che circolavano non si potrebbero più smentire, in cui la sua povera madre avrebbe conosciuto il suo fallo e la sua vergogna.

La vecchia Montenegrina non ne sapeva ancor nulla. Era una donna dei vecchi tempi: carattere duro ed austero, inasprito viepiù dalla solitudine e dai disastri. Amava l'unica sua figlia, come l'orso della montagna il suo parto: ma l'avrebbe piuttosto veduta morire, che macchiarsi di un fallo.

Yella, dal canto suo, avrebbe anch'essa anteposta la morte ad una rivelazione che pure diveniva ogni dì più irreparabile e più vicina. Intanto ella conservava il suo berretto virginale, preferendo mentire a se stessa ed al mondo, anzichè portare l'ultimo colpo alla sua povera madre. Così passavano i giorni senza prendere un partito, senza cercare un rimedio, senza rendersi conto dell'indomani. Vlado poteva e doveva riparare il suo fallo: ma debole e irresoluto temporeggiava egli ancora, e aspettava l'acqua alla gola, senza fare un passo per prevenire il pericolo.

Povera Yella! Ella aveva scelto assai male il suo fratello d'anima e il compagno de' giorni suoi. Aveva sperato un protettore, e non avea trovato che un uomo da nulla, incapace di sacrificio.

Il Vladica lo designò nella sua lingua con una parola più energica che non sapremmo tradurre.

Intanto, una nuova umiliazione pendeva sul capo di Yella. Le sue compagne, più di lei vereconde e guardinghe, soffrivano a malincuore ch'ella osasse comparire alla chiesa col distintivo delle fanciulle. Vige ancora nel Montenegro, e presso le tribù slave circonvicine una tradizione antichissima, secondo la quale le vergini di una parrocchia s'arrogano il diritto di strappare il berretto rosso dalla fronte di quella che avesse notoriamente mancato alle leggi della verecondia. Una specie di tribunale si aduna in secreto, e proferisce la sua sentenza. Fatto ciò, le giovani più virtuose del paese aspettano sulla porta della chiesa la povera vittima, e quivi la spogliano a forza dell'ornamento virginale che più non merita. Questa terribile cerimonia era già quasi dimenticata in quei luoghi. Yella non vi aveva posto pensiero, e forse non ne aveva contezza. Ma le disgrazie non vengono mai sole, e la poverina, già abbastanza punita del fallo, era destinata a vederselo rinfacciare pubblicamente in un modo sì atroce.

Era la domenica delle Palme. La chiesa era gremita di gente. Yella non avea potuto trovare un pretesto per non venirci. Ella ci venne infatti col suo berretto rosso in compagnia della madre, e si pose in un angolo della chiesa, quasi avesse un presentimento della prova che l'attendeva. Ella pregava e piangeva in silenzio, colla faccia nascosta fra le palme, umiliata dinanzi a Dio e dinanzi al mondo più implacabile ancora per certe colpe pur degne più di pietà che di pena.

— Il Salvatore non era lì — disse il Vladica — per dire a quelle disgraziate: _Chi di voi non è senza colpa, non getti la pietra alla sorella caduta!_ — Esse uscirono dalla chiesa, e si adunarono sulla porta in aspettazione della povera Yella. Questa uscì l'ultima cogli occhi bassi e col rosario tra le mani. Fu arrestata, fu presa per le braccia, mentre la più brutta e robusta del crocchio le tolse il berretto dal capo, e gittatolo a terra, lo calpestò con feroce dispetto.

Yella si sentì mancare, e per la prima volta della sua vita cadde priva di sensi. La povera madre impallidì per la collera, volle gittarsi sulla esecutrice della fiera sentenza: ma la trista verità brillò come un lampo sinistro dinanzi alla sua mente, e le tolse il coraggio e le forze. Le spietate fanciulle non perdonarono all'infelice madre i rimbrotti e gli oltraggi. — Voi avreste dovuto averne più cura — le dissero. — Riconducetela a casa: ella ha avuto il trattamento che meritava. —

Yella aprì gli occhi e li volse lentamente d'intorno. Ella cercava alcuno nella folla, ma invano. Vlado non era presente. Forse, se fosse stato testimonio dell'orribile punizione, o l'avrebbe impedita, o si sarebbe presentato come sposo della tradita. — Sarebbe stato il suo dovere — soggiunse il Vladica — e mal per lui so non l'avesse compiuto. Vi hanno vigliaccherie che non si commettono impunemente nelle nostre montagne. Yella avrebbe trovato un vendicatore nel tempo stesso che avea subìta la sua condanna. Ma Vlado non era lì, e la poverina non osò nominarlo! —

V.

Di là dal confine.

— Noi pure abbiamo una frontiera ad ogni piè sospinto — diceva il Vladica. — Qui la Turchia, là la Servia, costì l'Austria. Una volta c'era San Marco, antico nostro alleato. Abbiamo avuto molti secoli di gloria al tempo de' Veneziani. Il Turco non osava imbizzarrire, perchè sapeva che toccare il Montenegro, era tirarsi addosso le galere della repubblica. I Dalmati erano allora nostri fratelli, correvano gli stessi rischi ed avevano gli stessi privilegi con noi.

Ora le cose sono alquanto mutate. I Dalmati sono ancora fratelli nostri, ma non obbediscono alle stesse leggi e alla stessa politica. Noi siamo ancora fratelli, ma c'è un cordone di doganieri che ci divide e ci rende stranieri gli uni agli altri. —

Ricordino i lettori che queste cose si dicevano un tempo fa, che non prendessero il mio racconto per una pagina di storia contemporanea. Del resto, se le cose restano ancora qua e là nello stato medesimo, non è mia colpa.

La famiglia che doveva ragione a Yella del sangue versato, viveva al di là del confine: al di là di quel cordone doganale che dava tanta noja al buon Vladica. Era una famiglia ricca e potente per quei paesi. Il capo di casa, autore dell'omicidio, se ne viveva tranquillo, e si faceva beffe della _camicia insanguinata_ che era stata strappata dal corpo della sua vittima, come pegno ed arra di una prossima rappresaglia. Egli era riuscito ad assopire l'affare, e non aveva avuto molestie col proprio governo. Quanto a' parenti dell'ucciso, non se ne dava pensiero. Egli non pensava a superare il confine, e nel caso che alcuno di essi l'avesse a passare, aveva preso le opportune intelligenze co' doganieri, amici suoi, per averne a tempo l'avviso. D'altronde, le due donne erano sole, e senza parenti assai prossimi che avessero interesse a sposare i loro rancori, almeno finchè la fanciulla non andasse a marito.

Noi sappiamo ora a che ne fosse il matrimonio di Yella. Vlado l'avea promesso, l'avea giurato; ma come aveva tradito il suo giuramento di _pobratimo_, poteva tradire anche l'altro da cui dipendeva oggimai l'onore e la vita della sua fidanzata.

Quando egli venne a vederla, dopo lo scandalo del _berretto rosso_, ebbe luogo una scena straziante più facile a immaginare che a descrivere. Yella era ancora ammalata, onde il giovinastro fu accolto dalla madre che l'attendeva in un'attitudine piena di rimprovero e di minaccia. Ella gli narrò ciò ch'era seguìto, e prima ancora di rinfacciargli la sua mala fede, gli domandò dov'egli era quel giorno, e perchè, dopo aver esposta la sua sorella d'anima a tanta vergogna, non si fosse trovato sul luogo per prenderne le difese. Egli solo poteva prenderla fra le braccia, rialzarla da terra, e dichiarare innanzi al popolo ch'essa era la sua fidanzata e la sua sposa.

Vlado ascoltò queste parole in cupo silenzio. Egli ignorava l'accaduto, e l'aspetto di quella povera madre di cui aveva tradita la confidenza, non poteva non destare nell'animo suo, per freddo che fosse, un senso di pietà e di rimorso.

Egli tacque, perchè non poteva rispondere alla domanda che gli era fatta, se non rivelando un'altra viltà. Egli era stato al di là della frontiera, presso alla famiglia dell'uccisore, non per compiere un atto di giustizia, ma per ordirvi una nuova infamia.

Eravi in quella casa un'altra fanciulla, una bionda avvenente ed accorta, che avea saputo attirare nella sua rete il fidanzato di Yella, e farselo amante. Mariska ignorava il delitto di suo padre e i disegni di vendetta che Vlado poteva aver concepito. Ma il padre di lei ne aveva sospetto, e prima di respingere la forza colla forza, s'era provato a scongiurare il pericolo per altra via. Egli accolse il giovane montenegrino con affettata benevolenza, e lo fece sedere alla propria mensa. Era il modo più ovvio di conciliarsi l'animo suo, e di fargli cadere l'armi di mano. — Noi non ammazziamo mai — diceva il Vladica — un uomo che ha diviso il pane ed il sale con noi. —

Vlado si lasciò accalappiare assai facilmente, siccome quegli che non aveva una grande disposizione per le imprese arrischiate, e preferiva amoreggiare colla figliuola, anzichè attentare alla vita del padre.

Incalzato dunque dalla vecchia implacabile, e atterrito dal grido della coscienza, Vlado non seppe rispondere che una menzogna. — Era lontano — rispose — fuor di paese, al di là del confine... Voi sapete bene... se cerco sempre una buona occasione per soddisfare al mio impegno, e meritarmi la mano di vostra figlia. —