Part 22
Fu il punto culminante della sua vita. Vi è nel successivo sviluppo di un fiore un istante brevissimo in cui le sue foglie, i suoi stami, il suo profumo prendono un'armonia di forme, un'intensità di vita ineffabile. Un momento dopo tutta quella grazia, quella freschezza, quella espansione declinano. Quel fiore ha vissuto. Lo stesso avvenne di Cosimo.
Giacinto venne a interrompere questa breve felicità recando alla padroncina una lettera che era stata portata poc'anzi.
Era una lettera, come ognuno facilmente indovina, del conte Alberto.
È facile presupporre che la lettera di Angela non era stata straniera all'accoglienza che Cosimo aveva ottenuto quella mattina. Ma, pur lasciando alla natura il merito principale di quel risultato, il conte non era tale da lasciarsi sfuggire una buona occasione per farsi un merito presso alla desiderata fanciulla. Le scriveva dunque che il foglio che avea trovato rientrando la sera antecedente avea mutate le disposizioni in cui l'aveva lasciato il colloquio avuto col padre di lei. Come non riconoscer per figlio un essere qualunque ch'ella avea risguardato ed amato per tale? Chiedeva dunque il permesso di considerare quel giovanetto come un vincolo comune, come un'arra della sua adesione all'adempimento dei suoi più vivi desiderii. Nella giornata egli si proponeva venire per prendere, d'accordo col signor Lanzoni, le necessarie misure intorno al formale riconoscimento di Cosimo; gradisse intanto l'omaggio che a lei ne faceva, e l'espressione rispettosa de' suoi sentimenti. La lettera era garbata e piena di quella eleganza di forme che l'uso della società sa trovare; pure, in quel momento non poteva che far discendere dal loro cielo quei due cuori poetici. Ella fece ad Angela l'effetto che farebbe su noi una polizza da pagare dopo un breve ed effimero godimento.
Angela parve rassegnarsi alle conseguenze che prevedeva, e cercare negli occhi di Cosimo e nella espressione della sua felicità la ricompensa di un sacrificio che prevedeva inevitabile in un tempo più o meno lontano.
Ma gli occhi di Cosimo dimostravano in quel momento una ben diversa emozione. Un'idea che fino allora non si era formulata nella sua mente, un'idea che le speranze e i timori di quei giorni avevano soffocata nell'animo suo, brillò allora come un lampo sinistro alla sua fantasia. Egli non osò pronunciare una sola parola: ma il mortal pallore che coprì le sue gote, il sudor freddo che bagnò la sua fronte spaventarono la povera Angela che, senza vedere il fondo della cosa, ne intese abbastanza per sentirne ella stessa un brivido involontario per tutte l'ossa.
Tutte queste emozioni così diverse, così straordinarie avrebbero sopraffatto una più forte natura che non era quella di Cosimo. Ei soccombette. Angela, spaventata, dovette richiamare Giacinto che lavorava poco lontano, e tutti e due sorressero Cosimo, e lo condussero nella sua stanza in uno stato di crisi nervosa che durò lungo tempo prima di permettergli l'uso de' sensi. Il signor Lanzoni ne fu avvertito, e informato della visita che avea fatta e delle conseguenze felici che ne aveva ottenute, attribuì quel deliquio alla gioia improvvisa, allo sforzo fatto, alla notte vegliata. Obbligò il giovanetto a coricarsi, a prender riposo, e riporre in calma i suoi spiriti. Permise ad Angela di rimanere presso all'infermo, finchè avesse mostrata disposizione a dormire, e, senza dirlo, mandò a chiamare il dottore.
Non andò molto che Cosimo si assopì, ma non fu già questo quel sonno benefico che ristaura e risana. Fu un nuovo periodo, una nuova fase della crisi che l'avea colto. Angela, che per un momento lo credette addormentato davvero, si dispose sulla punta de' piedi a lasciare la stanza. Ma un gemito sordo e straziante partì dal petto profondo dell'ammalato. — Non partire, non lasciarmi, Angela della mia vita. Pochi momenti mi restano a vivere sotto queste forme disgraziate e già prossime a sciogliersi. Rimani! Tu sola mi potresti comprendere! Tu sola attenuare la pena del mio passaggio a una nuova esistenza.... —
Angela si fermò come fosse sotto l'influenza di un comando magnetico. Si assise accanto al letto di Cosimo senza parlare, e pose la sua mano fresca e lieve sulla fronte di lui secca e ardente per febbre. A poco a poco i lineamenti dell'ammalato si ricomposero in una calma serena. La pelle sotto la mano di Angela si coprì di un dolce madore. Quella specie di catalessi divenne sonno, ma il viso e la bocca continuarono ad atteggiarsi a varia espressione, come uno specchio dinanzi al quale passassero varie e diverse prospettive, ora amene e ridenti, ora selvagge ed ingrate.
Cosimo continuò a parlare come sognando, ma senza dirigere il discorso alla sua suora di carità. Ei vedeva certamente nei suoi sogni la bella inglese della quale avea tenuto parola in una delle sue lettere, e parea l'esortasse alla solitudine. — No, Evelina, — diceva — voi non potreste mai esser riamata dell'amore che meritate. Quella macchia originale lo impedirà. Rassegnatevi a passare la fase presente del viver vostro senza le divine consolazioni di un amor corrisposto. Che fa? Se avrete espiato con opere degne il peccato materno, rivivrete presto più bella ed immacolata un nuovo periodo vitale: avrete uno sposo che v'ami, e figli sani e leggiadri ad imagine vostra. Vivere senza amore.... non è vivere.... ma amare senza poter esser riamato è un inferno. Dio vi guardi dalla disperazione!... — Qui ci fu un'altra pausa durante la quale il sonnambulismo di Cosimo s'interruppe, o almeno non si manifestò con modi e con parole sì lucide.
Angela assisteva con un profondo accoramento a queste involontarie rivelazioni di una passione, che in istato di veglia il povero Cosimo non avrebbe mai palesata. Credette che il contatto della sua mano fosse causa di quella specie di allucinazione, e si provò a ritirarla. Ma i lineamenti dell'infermo si contrassero tosto dolorosamente, onde la buona giovanetta non osò insistere, e tornò alla prima attitudine. Da lì a un istante i primi fenomeni di calma si riprodussero, e il sonniloquo rivolse a lei la parola quasi vegliando, ma senza aprir le palpebre, e senza aver coscienza del proprio stato. — Ascoltatemi — disse — ascoltatemi bene. Vi racconterò una storia meravigliosa. Avete voi conosciuto mia madre? La chiamavano nella contrada la bella Teresa. Era guantaja di professione, ma meritava di essere una regina. Tutti quelli che la vedevano n'erano presi d'ammirazione e d'amore. Fra questi.... un giorno.... una domenica la vide il contino. Erano fatti l'uno per l'altra: giovani e belli ambidue. Il conte diceva nel suo cuore: Oh! se tu fossi nata nobile e ricca! La Teresa diceva dal canto suo: Oh! se tu fossi un buono ed onesto operajo! Ebbene: il conte divenne operajo e la sposò. Ma non potè cambiare l'animo suo. L'animo rimase sempre orgoglioso, e si vergognò ben presto di aver potuto amare e sposare una povera guantaja! Egli era tutto pieno di sè, e superbo sopra tutto della propria bellezza. Un giorno che il suo animo era più che mai compreso da un ingiusto disprezzo verso l'umanità.... gli nacque un figliuolo, che fu il figliuolo del suo disprezzo, e lo animò del suo spirito impregnato di questa mala e perversa abitudine. Ne nacque una mala erba, una euforbia velenosa, uno sterpo infecondo nel quale i succhi vitali circolavano a stento, e il germe imbozzacchito non poteva svolgersi nè in fiore nè in frutto. Il conte arrossì dell'opera sua, e si vergognò della donna che senza saperlo gli avea dato mano a compirla.... La donna morì, il figlio morì.... Sì, ve lo giuro, morì! Che poteva egli fare sulla terra? Egli non poteva nè amare, nè essere amato. Le sue labbra non avrebbero mai potuto proferire la parola _amore_.... —
Dicendo queste parole gli occhi del povero delirante s'impregnarono di lagrime: nè queste lagrime furono sole. Angela pianse anch'essa silenziosamente, guardando con soave espressione d'amore l'essere straordinario che avea da canto.
Noi non oseremo commentare nè quello sguardo, nè quelle lagrime. La compassione d'un'anima delicata e gentile è così vicina all'amore! Ma se nello stato di tensione magnetica, le anime si comunicano mutuamente i lor sentimenti, Cosimo dovette aver avuto in quel momento, se non la certezza, almeno una consolante speranza d'essere amato. Checchè ne fosse, la posizione di Angela cominciava ad essere imbarazzante. Non ci avea pensato fino a quel punto, ma dopo i singolari vaneggiamenti del giovanetto, il natural pudore della buona fanciulla cominciava a colorar le sue gote e a renderla più perplessa che mai.
Fortunatamente il dottore sopraggiunse, accompagnato dal signor Lanzoni e dal conte Alberto. Cosimo, benchè assopito, se ne accorse, prima ancora che Angela udisse i lor passi sopra le scale. Entrati che furono nella stanza, chiesero ad Angela come avesse riposato l'infermo. — Da oltre un'ora — rispose — è assopito a quel modo. Ma non è un sonno tranquillo. Delira sovente e parla fra sè. —
Il medico lo guardò attentamente, gli sentì la fronte, gli tastò il polso, senza che l'infermo aprisse gli occhi o facesse il più piccolo movimento. Era una vera catalessi. Senza essere soverchiamente credulo alle meraviglie del magnetismo animale, il dottore aveva avuto sovente occasione di esaminarne i fenomeni, e li avea creduti degni di studio coscienzioso e profondo. Era stato informato dal conte Alberto dello stato di esaltazione in cui l'avea posto il colloquio della mattina: e benchè ignorasse i particolari del fatto, non durò fatica a farsi una diagnosi esatta della condizione dell'ammalato. Gli fece respirare dell'etere, e ben presto lo scosse da quel morboso assopimento in cui lo vedeva.
Risentitosi il poveretto girò intorno gli occhi spaventati come colui che fino allora non aveva avuta coscienza di sè, nè del luogo dove giaceva, nè delle persone che avea dattorno. Domandò che ora fosse, e veduto il sole alto, ebbe un'idea di aver dormito e sognato fino dalla sera antecedente. Ma la presenza del conte Alberto lo rassicurò. Gli tese la mano, che quegli strinse affettuosamente nella sua. Ma entrato nella realtà della vita, sentì più forte il suo male, e i sintomi della febbre cerebrale si mostrarono sì manifesti, che il medico ordinò tosto un'emissione di sangue.
Cosimo si prestò a questo e agli altri trattamenti energici a cui fu sottoposto con una rassegnazione affatto indolente e passiva. Si sarebbe detto, ch'ei fosse già preparato a soccombere al morbo improvviso che l'avea colto.
XX.
Abbrevieremo più che si possa questa parte dolorosa del nostro racconto. Che giova insistere sui particolari di un'agonia di cui tutti oggimai possono prevedere lo scioglimento!
Il nostro povero amico rappresenta in se stesso la lotta di quei due principj che continueremo a nominare lo spirito e la materia. Questa misteriosa antinomìa che si manifesta più o meno in tutti gli esseri senzienti, era giunta in lui al massimo grado di tensione e di violenza.
Seguendo a chiamare le cose coi nomi che tutti intendono, la battaglia dell'anima e del corpo era in esso una trista ed ereditaria fatalità. Svolgete in un organismo difettoso e viziato la forza morale: questa, non potendo giugnere a crearsi organi nuovi, o frangerà il suo vaso d'argilla, o imprigionata, suo malgrado, ritorcerà la sua energia sopra se stessa, esagererà il suo principio, e proromperà in delirio e in pazzia.
Se quella fatal lettera non fosse mai caduta nelle mani di Angela, e Cosimo avesse continuato ad ignorar la sua nascita, egli sarebbe rimasto contento nell'umile sua condizione, o forse, a forza d'ingegno, di studio e d'amore, sarebbe giunto a crearsi un'esistenza poetica in cui la stessa singolarità avrebbe avuto le sue gioje e le sue secrete consolazioni.
La sua sventura, quella che fece più duro e fatale il conflitto, fu di trovare nel proprio padre un rivale, un rivale che non potea confessare, e contro cui non poteva e non voleva combattere. Si rassegnò dunque a cedere il luogo, e a morire.
Angela era troppo inesperta della vita, troppo semplice e buona per prevedere le conseguenze di questa lotta. Sentì coll'istinto del cuore di che si trattava, e più volte fu sul punto di dire al povero nano: — Consolati, io t'amo, io sarò quello che tu vorrai, madre, sorella, moglie, amica, la compagna in una parola della tua vita, l'angelo ispiratore de' tuoi pensieri e de' tuoi sentimenti. — Ma l'arrestava il timore che una tale rivelazione avesse a creare nel povero infermo speranze ed affetti impossibili. Suo padre, sua zia avrebbero essi mai consentito a questa unione stravagante e contraria ad ogni convenienza sociale? D'altronde, ella aveva implicitamente offerta la sua mano al conte Alberto, come condizione, come premio al riconoscimento di Cosimo; riconoscimento ch'ella credeva fino allora l'unico desiderio del suo allievo, l'unico bisogno dell'anima sua. La sua malattia, i fenomeni bizzarri che l'accompagnarono, le scoprirono un altro dolore, un altro ostacolo alla felicità di Cosimo, nè a questi sapeva trovare rimedio efficace, nemmeno col sacrificio di tutta se stessa.
Esitò a lungo se dovesse astenersi da ogni espansione affettuosa, o se fosse più utile far conoscere a quello sventurato che il di lei cuore avea indovinata la sua passione, e non era lontano dal corrispondervi. Così passarono i primi giorni senza ch'ella potesse risolversi a nulla, e la malattia, malgrado tutte le cure de' medici, s'aggravò per modo che si disperava oggimai di poter combatterla e vincerla.
Il conte Alberto era assiduo al letto dell'ammalato come un padre verso l'unico e ben amato figliuolo. L'affetto di Angela era stato d'esempio e di stimolo al suo. Essi lo amavano come fosse davvero un frutto del loro amore reciproco. Cosimo accettava con eguali dimostrazioni di gratitudine le cure di entrambi: ma l'occhio di Angela non avea tardato a scoprire una involontaria amarezza nello sguardo e nell'accento di Cosimo, quando il conte accostavasi a lei e le parlava dell'avvenire che li attendeva.
Questa scoperta la determinò ad aprire a Cosimo tutto l'animo suo. Un giorno ch'era sola con lui, e lo vedeva meno abbattuto del solito, gli entrò a parlare del progetto di matrimonio che pareva così sorridere al conte, gli disse che questa unione le pareva accettabile solo perchè avrebbe continuato ad essergli madre, e a prestargli tutte le cure di cui abbisognava il suo stato.
Cosimo sospirò, e non rispose.
— Perchè non rispondi? — soggiunse Angela. — Tu sai bene ch'io mi son consecrata tutta intera alla tua felicità: tu sai bene che il conte Alberto non sarebbe mai divenuto mio sposo, se non a patto di accettarti qual figlio. E se un altro nome, che quel di madre, ti fosse sembrato più desiderabile, il mio cuore non avrebbe avuto alcuna ripulsa, alcuna ripugnanza a dartene un altro. Tu sai, Cosimo, che le anime nostre si sono intese fino dal primo momento, e che nessun desiderio potrebbe sorgere nella tua, che non avesse un'eco nell'anima mia. Io sono perfettamente libera, o Cosimo, e non consentirò ad alcun legame, se non a patto ch'esso possa contribuire alla tua felicità. —
Cosimo fissò i suoi grandi occhi malinconici sopra Angela, aspirò con tutti i sensi queste parole che rivelavano ad un tempo il suo segreto, e realizzavano il più vivo de' suoi desiderii. — Angela, è egli vero ciò che mi dici? Non lusinghi tu forse con queste parole le ultime e assurde aspirazioni di un moribondo? Amarti, sapermi amato da te! . . . . . . . . . Come hai tu saputo indovinare questo secreto, ch'io sarei morto mille volte piuttosto di lasciartelo intravedere?
— Io lo so perchè amo non meno di te . . .
— Ah! taci, taci per carità . . . che nessuno lo sappia, che nessuno lo immagini mai! I miei voti sono soddisfatti, io ho raggiunto il fine della mia vita! . . . È troppo tardi, è troppo tardi! . . . — E qui si abbandonò ad un pianto dirotto che non lasciò più luogo alla voce, ed egli non potè più articolare parola.
Dopo un lungo intervallo, raccogliendo con supremo sforzo i proprj pensieri, e prendendo un tuono grave e solenne: — Angela — soggiunse — tu dài ora l'ultima prova alla nuova dottrina dell'immortalità di cui ti ho scritto e parlato sovente. Io son vicino più che non credi a toccare le soglie di quel mondo sconosciuto che rischiarerà una nuova fase della nostra esistenza. Posto fra il confine d'una vita che mi sfugge, e di un'altra che m'attende, io non posso più dubitare d'una giustizia futura che completerà la presente. La terra è un purgatorio, ove noi scontiamo le colpe passate, e ci affiniamo per meritare un migliore destino. Vi sono vite che compiono armonicamente la loro carriera, quando l'anima e i suoi organi esterni si corrispondono mutuamente. Sono quei germi ben naturati che fioriscono e fruttificano secondo la loro specie crescendo d'anno in anno in forza e in bellezza. Ma ve ne sono altri che, per mancanza d'opportuno alimento, e per cause che l'occhio umano non può discernere, abbozzano e muojono prima di avere il loro completo sviluppo. Io sono uno di questi ultimi. L'uomo è un germe che ha la coscienza di se medesimo, che ha un principio libero e attivo di cui deve render conto a se stesso e al supremo ordinatore della natura. Tu hai elevato l'anima mia a tanta nobiltà di sentimenti, di pensieri e d'affetti, che non potevano più svilupparsi negli organi difettosi che ho sortito nascendo. Qualunque sia la legge misteriosa che mi condanna ad una morte immatura, io non me ne lagno e non accuso l'ingiustizia della fortuna. Sento che io non posso morir tutto intero. Una parte di me, la parte migliore, sopravviverà alla presente esistenza, e si creerà un corpo più acconcio ad elevarsi e progredire nell'immensa scala degli esseri umani. Questa fu per me fino ad ora un'ipotesi consolante: ora è divenuta una fede. Il tuo amore mi mancava a persuadermi di quest'alta e universale giustizia: tu me lo accordi.... ebbene! io muoio contento e sicuro di rinascere migliore! —
Non era la prima volta che Angela udiva ragionare di questa palingenesi umana. Ella vi prestava attenzione come ad una graziosa e soave ipotesi, come ad una spiegazione razionale del dogma della vita avvenire. Ma giammai fino allora Cosimo aveva fatta una professione così esplicita della sua fede. Ella la udì col rispetto che si deve alle parole supreme d'un essere amato che sta per trovarsi al cospetto del misterioso avvenire. Si contentò di consigliare a Cosimo di non abbandonarsi più che non convenisse a queste divinazioni dell'infinito che stancano la mente e tolgono al cuore il necessario riposo. Non pensasse ad abbreviare la presente esistenza prima del tempo...
— No, no — riprese Cosimo. — Vedi, io sono oggimai tranquillissimo. Aspetterò senza dolore e senza impazienza la legge del tempo. Dammi quella pozione amara che ho ricusato finora di prendere. Ora non ne sentirò più l'amarezza. Vo' prolungare quanto potrò questa fase della mia vita che tu hai sparso di tanta dolcezza e di tanti conforti! —
Malgrado questa calma apparente, il medico sopravvenuto più tardi trovò cresciuta la febbre, e indebolita la fibra dell'ammalato. Egli non lo diceva ancora, ma era facile leggere ne' suoi sguardi accigliati che poca speranza oggimai più restava di guarigione.
Così passarono ancora parecchi giorni. Cosimo aveva ottenuto di lasciare il letto, e di coricarsi sopra di un seggiolone che faceva collocare dinanzi alla finestra del giardino, per vedere le cime degli alberi e gli uccelli svolazzare di frasca in frasca pieni di quella vita che a lui veniva insensibilmente mancando.
Una sera, mentre il sole tramontava sereno, e colorava dei caldi suoi raggi le bianche e leggiere nuvolette che vagavano sull'orizzonte, Cosimo chiese di vedere il conte Alberto. Egli venne in compagnia del padre di Angela. Prendendo allora la mano di questa che oggimai non l'abbandonava che per brevissimi istanti: — Mia madre — disse — mi vi ha lasciato in eredità. Io non sono stato un tesoro per voi, ma voi siete stata un tesoro inapprezzabile per me. Io me ne vado consolato dalle vostre cure, dal vostro affetto. Ma mi resta ancora a compiere una parte della mia missione su questa terra. — Così dicendo pose la mano di Angela che stringeva in quella del padre suo. — Ecco — egli disse — il testamento del povero Cosimo. Amatevi, e come mi foste madre e padre finora o d'affetto o di sangue, conservate entrambi questo carattere anche dopo la mia partenza. Chi sa? Io rinascerò sulla terra per completare la mia esistenza. Forse rinascerò vostro figlio, e il primo frutto della vostra unione sarà forse una riproduzione della mia vita sotto auspicj e con elementi migliori. Chiamatelo Cosimo in memoria di quello che oggi vi lascia. A rivederci! —
Angela piangeva dirottamente. Il conte Alberto e il signor Lanzoni avevano anch'essi umidi gli occhi di pianto. Le due mani che il moribondo aveva congiunte rimasero strette, ed egli spirò di lì a poco contemplando quell'unione come un pegno delle nuove speranze che la morte vicina facea germinare nell'anima sua!
NOTA:
[5] Iapelli, celebre architetto padovano, autore del caffè Pedrocchi, e ordinatore di parecchi giardini all'inglese, che si ammirano ancora nel Veneto.
LA FIDANZATA DEL MONTENEGRO.
I.
Il Vladica.
Ho conosciuto, non sono molti anni, a Trieste questo singolar personaggio. Principe e vescovo della _montagna nera_, riuniva in sè i due poteri, spirituale e civile della repubblica; e com'era il miglior tiratore del paese, e viaggiava armato come un aiduco, si potrebbe dire senza esagerazione che cumulava cogli altri il poter militare. Giammai capo d'uno Stato fu più assoluto e più compiuto di lui.
Aggiungasi che la natura pareva l'avesse fatto a bella posta per ciò. Ei superava di tutto il capo i begli uomini che l'attorniavano: qualità ragguardevolissima in dritto principesco, poichè la Storia Santa ci dice di Saule ch'ei dovette a cotale procerità della persona d'esser eletto re d'Israele. Egli era un asinajo della tribù di Beniamino in quell'epoca che il popolo di Dio, volendo, come le rane d'Esopo, esser retto da un re, scelse, d'accordo con Samuele, il più grande e più robusto uomo della tribù.
Ignoro se la cosa si passasse a quel modo, quando la repubblica del Montenegro si mutò in principato, e cominciò la dinastia dei Petrovich. Dirò solo che il Vladica ch'io conobbi, era ad un tempo il Saule e il Samuele di quei paesi, e univa a' due caratteri sopraddetti alcun'altra qualità che forse mancava al primo re d'Israele, poichè egli era oratore e poeta egregio, e parlava il più puro illirico della costa. Inoltre, siccome nelle sue frequenti escursioni in Europa aveva esperimentato i vantaggi della civiltà moderna, gli era nata in mente la singolare idea di farne partecipi coloro di cui governava l'anima e il corpo.
L'impresa non era delle più facili: ma pure, se dobbiam credere a lui, ci riuscì mettendo in opera certi argomenti ch'io non vo' giudicare. Prima di tutto ei pensò a circondarsi di un senato che lo aiutasse nell'opera. Poi, vedendo i paesi nostri riboccar di giornali e di libri, che governavano l'opinion pubblica, ei comperò una stamperia e la installò nel suo palazzo medesimo. Quivi si fe' giornalista e editor responsabile d'un giornale politico e letterario destinato a spandere pel paese i fiumi dell'eloquenza e i lumi della civilizzazione. Credo che fosse il primo libro stampato in quei paraggi. Il Vladica credeva aver raggiunto il suo scopo, ma non tardò ad avvedersi che mancava una cosa: mancava cioè nei montenegrini il potere e la volontà di approfittarne. Pochissimi di essi sapevano leggere.