Racconti

Part 21

Chapter 213,818 wordsPublic domain

»Io credo, signor conte, alla provvidenza. Credo ad una legge suprema che collega fra loro i casi e le azioni che pajono più fortuite. Il secreto dunque che venni a conoscere, i sentimenti di affezione che mi stringono a questo infelice che mi fu confidato, l'essermi da una parte trovata sua protettrice e sua madre, mentre voi mi proponevate, forse senza saperlo, di unire i vostri destini co' miei, tutto ciò mi sembra condotto dalla mano di Dio, e preparato ad un fine ch'io rispetto prima ancor di conoscerlo pienamente.

»Da quattr'anni e più io porto in dito un anello, povera e dolorosa eredità che mi venne da una donna che amaste, e che certo vi amò. Con questo anello, che dovette essere pegno e sacramento d'affetto, io ebbi in mia mano un foglio sottoscritto da voi in un'epoca, nella quale la prudenza mondana non aveva soffocato gl'impeti generosi del cuore. Questa carta e il secreto che cela, furono un mistero anche per me fino a questi ultimi giorni, in cui, per una strana associazione d'idee, il vostro nome mi balenò alla memoria, e mi trovai depositaria di un documento che vi risguarda sì davvicino.

»Non so qual sia la forza legale di questa promessa, nè credo che Cosimo, il mio figlio adottivo, sia disposto a prevalersene dinanzi alla legge. La sua prima idea, com'egli stesso mi ha detto, era quella di presentarsi a voi senz'altro contrassegno che il nome della sua povera madre. Poco gl'importa di acquistar un nome nel mondo, ed uno stato più comodo e indipendente. Quello che gl'importa, quello che è condizione di vita per l'anima sua, gli è d'aver trovato il cuore e l'affetto d'un padre, e di poter abbracciare senza vergogna e senza rancore l'autor de' suoi giorni. Io credo, conte Alberto, ch'egli non s'inganni nella sua aspettazione. Io medesima ne sono così certa, che non credo necessario d'aggiungere le mie preghiere, nè di porre il pronto riconoscimento di questo povero sfortunato come condizione ad un vincolo, dal quale voi dite dipendere la vostra felicità.

»Aggiungo solo che non potrei mai riporre la mia nel legarmi ad un uomo che potesse esitare un istante a compiere un dovere sì sacrosanto.

»Qualunque sia la piega che avrà preso o sarà per prendere il colloquio di questa sera, io non volli attenderne l'esito, prima di aprirvi tutto intiero l'animo mio. Iddio voglia ch'io non abbia a pentirmi di aver secondato un primo istinto dell'animo. Ora aspetterò con calma la vostra risposta.

»ANGELA LANZONI.»

XVII.

Il signor Lanzoni era uno di quegli uomini buoni che riserbano la loro energia alle circostanze un po' gravi della vita, diversi in questo da certi faccendieri che, a sentirli, sono tutti fuoco e tutti cordialità; ma ne usano e abusano tanto nelle occasioni più frivole, che ne mancano poi sul più bello. Codesto è fuoco di paglia che poco dura e poco riscalda; mentre l'altro è la fiamma viva e durevole di un ceppo verde, che è un po' lento ad accendersi, ma poi ti consola a lungo e ti giova.

Non appena vide entrare il conte Alberto, se gli accostò con aria franca e severa, e lo pregò di passare nel suo gabinetto dove aveva a intertenerlo di cosa importante.

Il conte rispose con un semplice inchino contegnoso ed affabile, e passarono entrambi in uno stanzino appartato, dove il padre di Angela soleva rinchiudersi pe' suoi studj ed affari. Il conte non ignorava nè il ritorno di Cosimo, nè i sospetti che pesavano sopra di sè: sapeva che presto o tardi una spiegazione diveniva necessaria. Era dunque preparato alla lotta, e piuttosto che rimetterla ad altro tempo, accettò volentieri il colloquio che doveva risolverla. Aspettò dunque la prima parola del suo interlocutore senza inquietudine e senza curiosità.

Questi entrò senza esitazione nell'argomento. Rifece in poche parole la storia del povero orfano, per qual accidente, orfano e sconosciuto, l'aveva accolto in sua casa, educato e curato fino allora a sue spese. — Voi stesso — disse — vi avete contribuito coi vostri consigli, colle vostre commendatizie a Parigi. L'interesse, l'affetto che mostraste per un incognito, per un trovatello, non verrà meno, io spero, quando saprete che questo giovanetto vanta qualche attinenza più intima con voi.... —

Il conte Alberto affettò una certa sorpresa, e fissò gli occhi in aria d'interrogazione nel signor Lanzoni.

— Il giovanetto — continuò questi — avea perduto la madre in quei giorni medesimi ch'io lo raccolsi. Questa disgraziata si chiamava Teresa, una guantaja che voi non avrete certamente dimenticata. Essa lasciò per solo testamento e retaggio all'infelice fanciullo un cerchiellino d'oro, e un documento sottoscritto _Alberto d'Andria_... una promessa di matrimonio quando aveste raggiunta l'età maggiore... —

Il conte non potè impedire che il sangue gli colorasse di subito rossore la fronte: ma nel medesimo tempo si strinse nelle spalle, e sorridendo nell'imbarazzo visibile della sua posizione: — Mio caro suocero, — rispose — voi siete un uomo di mondo: foste giovane voi stesso ed esposto a tutte le seduzioni, a tutti i pericoli della gioventù. Non crederei che voleste dare più d'importanza, che non ne merita, ad una scapataggine da fanciullo. D'altronde, quella povera donna è morta da oltre a quattr'anni, e non veggo a che si volesse o potesse invocare una lettera scritta in un momento di passione e....

— Conosco il mondo — riprese il signor Lanzoni — e sono stato giovane anch'io, come dite. Ho imparato pur troppo, non per mia propria esperienza, grazie a Dio! ho imparato che le povere donne hanno torto a fidarsi alle parole e alle promesse dei loro amanti, massime se minorenni. Ma questo non giustifica e non iscusa l'abuso che si fa della loro credulità. Se la povera Teresa conservò con tanta cura quel foglio, e lo lasciava con tanta solennità all'infelice orfanello, certo ella avea preso sul serio una tale scrittura, e voi non gliel'avrete rilasciata senza un perchè.

— Ma in fine.... non veggo bene a che tendono le vostre parole, mio caro signor Lanzoni....

— Dite davvero? — ripigliò questi. — Io sperava invece che mi avreste compreso senza attendere più lunghi discorsi. Speravo che il cuore vi avrebbe posto sul labbro una parola affettuosa e onorevole.... speravo che mi avreste domandato di vedere quello sfortunato, che l'avreste stretto al seno come figliuolo, riparando, comecchè tardi, con questo riconoscimento, l'incomprensibile abbandono in cui lasciaste la madre sua!... Se mi sono ingannato... ditelo... Io non intendo farmi il procuratore legale di questo infelice, e cesso all'istante da ogni ingerenza in un affare che non m'appartiene. Perdonate l'imbarazzo e il fastidio che vi recai, se non alla qualità di suocero che mi avete prematuramente attribuita, almeno all'affetto quasi paterno che questo povero orfano mi aveva ispirato, prima di saperlo vostro figliuolo....

— Mio figliuolo! Questa è una supposizione che manca affatto di fondamento. La madre sola, se fosse in grado di parlare, potrebbe avere un qualche titolo ad attestarlo. Non veggo ch'egli abbia gran somiglianza con me, nè il sangue si fece sentire, ch'io sappia, nè in me nè in lui, quando ci siamo incontrati la prima volta qui in questa casa medesima... quando non voleste interpretare in questo senso l'interesse affatto gratuito che ho mostrato per esso. Buon Dio! Non vorrei farmi accusatore d'una donna che potè per qualche momento ottenere la mia affezione.... ma alfine, io non vantavo alcun diritto all'esclusivo amor suo... e altri padri potrebbero forse reclamare con egual titolo....

— Basta — interruppe il sig. Lanzoni; — veggo ch'io mi sono ingannato sulle vostre disposizioni e sul vostro carattere. Io non conobbi la madre del mio pupillo: ma non mi dà l'animo di sentirne insultata la memoria dall'uomo che si dichiarava pronto a farla sua sposa appena le leggi glielo avessero consentito!...

— Voi siete ingiusto, signor Lanzoni. Voi spingete le cose agli estremi. Vediamo. Vi sono legami che possono parer naturali e indispensabili in certi momenti della vita, ma che un po' di esperienza e di riflessione ci dimostra impossibili. Dareste voi la vostra Angela al primo pezzente che si presentasse alla vostra porta, a quello, per esempio, che mi vorreste appioppare per figlio? Codeste sono utopie. Mi guardi però il Cielo dal voler affatto abbandonare questo infelice. Sono pronto a dividere con voi l'ufficio e la spesa della sua educazione. Gli troveremo un ricovero....

— Un'educazione, un ricovero egli lo ha già trovato senza di voi. Ma egli vuole un nome, vuole un padre, vuole riabilitare la dubbia riputazione che il vostro abbandono ha fatto a sua madre!... Egli ha lasciato Parigi per questo, voleva correre a casa vostra con quel documento alla mano, e gettarsi nelle vostre braccia, nella fiducia di trovare in voi l'affetto e il cuore di un padre. Io non volli permetterlo: ho voluto prima parlarvene. Ora conosco che ho fatto bene: ho evitato uno scandalo, e salvato quel povero visionario dalle dolorose conseguenze di un subito disinganno. Andate pure, signor conte. Tutto è rotto fra noi.

— No, signor Lanzoni. I nostri rapporti, i nostri disegni non ponno rompersi per questo incidente. Vedremo qual forza daranno i tribunali a quel documento. Io son pronto a rassegnarmi alla legge: se pure, riflettendo più maturamente alla cosa, non vedrete voi stesso la convenienza ch'io provvegga in altro modo alla sorte di questo infelice, senza pregiudicare alla prole legittima ch'io speravo e spero ancora ottenere da vostra figlia.

— Mia figlia! Non v'illudete, signore. Quand'anche io potessi transigere su questo punto, voi la conoscete ben poco, se v'imaginate di trovarla più condiscendente di me. D'altronde, io l'ho lasciata libera di se stessa. Non disporrò mai nè del suo cuore nè della sua mano senza consultare la sua volontà. Ma io la conosco più di voi. S'ella fosse stata presente, come voleva, al nostro colloquio, sapreste a quest'ora la sua risoluzione.

— Ma insomma, vorrebbe ella mai consentire a ricevere in casa come figliuolo quel povero contraffatto?

— Ella gli fu madre finora di fatto. Essa medesima era depositaria di quella lettera di cui mi fece un mistero sin qui. Ella la rimise giorni sono a Cosimo senza consultarmi. La sua intenzione non può dunque esser dubbia ad alcuno....

— È dunque un rifiuto mascherato?...

— Forse non è che una prova a cui volle sottomettere il vostro cuore. Il vostro cuore ha parlato.

— No, signor Lanzoni. Non è il mio cuore che ha parlato finora. È la ragione, la fredda ragione. Lasciatemi riflettere; riflettete voi pure alle conseguenze di questo fatto. Vedremo domani. —

Il padre di Angela crollò il capo, ma non volle chiudere ogni adito ad una miglior conclusione di questa vertenza. Entrarono ambedue nella sala dove le due vecchie signore stavano intertenendosi sul soggetto medesimo, mentre il dottore e don Arnaldo giuocavano in disparte agli scacchi.

Rimasero un quarto d'ora prendendo il tè, senza aprirsi nè da una parte nè dall'altra, e senza trovare un altro soggetto alla conversazione. La contessa fissava ora il signor Lanzoni, ora il conte Alberto per indovinare il risultato del loro colloquio: ma non essendo riuscita ad appagare la sua curiosità, domandò il cappello e lo scialle, e invocò il solito pretesto dell'emicrania per ritirarsi prima del tempo.

Il conte le diede il braccio e partirono.

XVIII.

Mentre da una parte e dall'altra si tentava di preparare una soluzione soddisfacente all'intricato viluppo, Cosimo, che n'era divenuto il protagonista, non poteva perdonare a se stesso di aver affidato ad altri la cura di troncare il difficile nodo.

Chiuso nella sua stanza, con quel documento prezioso spiegato dinanzi a sè, non poteva risolversi a coricarsi, non isperava di prender sonno, non potea riposare il pensiero in un'idea, in un partito qualunque. Sapeva che in quel momento medesimo si trattava del suo destino, che una parola del conte Alberto stava per decidere, o aveva forse deciso una questione che oggimai era divenuta vitale per lui.

Misurando a gran passi la camera, tentava di richiamarsi le oscure rimembranze dell'infanzia, evocava nella sua immaginazione le sembianze, le parole, gli atti dell'infelice sua madre. Vi fu un momento che questa evocazione divenne per esso quasi reale: vedeva sul suo letticciuolo la povera donna estenuata e morente; udiva le sue raccomandazioni, i suoi consigli supremi! Tutto ciò gli avea fatto in quell'epoca un'impressione abbastanza profonda: ma non aveva allora che dieci anni, e la vita del pensiero era appena per lui un leggiero barlume. La natura risparmia all'età prima dell'uomo l'intensità dei dolori morali che soverchierebbero le sue forze. A poco a poco quell'impressione s'era attenuata nell'animo suo. Entrato nella casa di Angela, la vista delle nuove cose, lo studio, le occupazioni svariate aprirono alla sua mente un orizzonte più vasto. L'immagine della madre gli si presentava bensì tratto tratto, ma senza distorlo dalle sue solite cure. Ora, nello stato febrile in cui si trovava, in quella forzata solitudine, con quella lettera fatale dinanzi agli occhi, l'illusione fu sì completa, che superò l'effetto che aveva un dì risentito dalla realtà. Inginocchiato alla sponda del letto, si coperse colle palme gli occhi e restò lungamente immerso in una specie di assopimento: si riscosse inondato di lagrime, in uno stato di esaltazione difficile a descriversi. Fra i singhiozzi che scuotevano profondamente il suo petto, proferiva tronche parole di doloroso affetto. Si sarebbe detto che avesse perduto la madre in quel momento medesimo, o che almeno in quel momento sentisse per la prima volta la grandezza della perdita fatta.

Tutto ad un tratto si alzò, si asciugò gli occhi, mutò pensiero, come si vergognasse della debolezza che l'avea sopraffatto. — Piangere? — sclamò, — piangere? Mia madre è morta: le mie lagrime non potrebbero già richiamarla alla vita. D'altronde, io ho un padre, ho un padre da qualche giorno. Io lo conosco, io voglio darmi a conoscere a lui come figlio. Perchè mi sono lasciato persuadere a commettere ad altri questa prima rivelazione di due cuori? Questa non può essere materia di trattative, non può essere argomento di transazioni legali. Questa lettera! Ah! se i miei diritti non avessero altro fondamento che questo, se i miei rapporti coll'autor de' miei giorni non fossero che un diritto dinanzi alla legge, che m'importerebbe oggimai? O il cuore parlerà al cuore, e la voce della natura si farà sentire in entrambi, o noi resteremo stranieri, ed io morrò orfano come vissi, e non tarderò molto a raggiungere la sventurata che mi portò nel suo seno. — Andiamo.... — E si levò per uscire dalla sua stanza. Ma nell'aprire la porta s'accorse che la lucerna ardeva ancora, e ch'egli avea passato la notte senza coricarsi. Aprì la finestra. Era l'alba. Spense allora il lume e stette a guardare i primi albori dell'orizzonte. Il parco avvolto ancora di una nebbia trasparente si spiegava dinanzi al suo sguardo. Riconobbe e salutò ogni albero, ogni macchia, ogni cespo di rose. Una lieve brezza, che gli spirava nel volto, rinfrescò le sue guance e la fronte accesa dal bollor della febbre. Quella calma ineffabile della natura si propagò a poco a poco nell'animo suo. La fantasia diede luogo alla riflessione, e s'accorse che bisognava attendere qualche ora prima di potersi recare alla casa del conte. Si gettò adunque così vestito sul suo letticciuolo, e gustò un'ora di un sonno leggiero e balsamico che ristorò le sue forze e calmò l'eccitamento febrile che l'avea scosso.

Svegliatosi a giorno chiaro, non attese il parere nè il consiglio degli ospiti suoi, temette non ponessero ostacoli impreveduti alla sua determinazione, uscì, s'avviò senza più a casa d'Andria. Bussò, gli fu aperto, salì le scale, chiese del conte Alberto. Gli fu risposto essere ancora nel suo appartamento: tornasse più tardi se volesse alcuna cosa da lui. Chiese d'attendere, dicendo che aveva una cosa importante a communicargli, quanto prima il potesse. Il domestico non aveva, a quanto pare, alcuna istruzione in contrario; onde gli fu permesso di rimanere e di attendere nel vestibolo interno della casa. Mezz'ora dopo fu chiamato e introdotto nell'appartamento del conte Alberto che l'aspettava, preparato più o meno alla scena che non poteva evitare.

Il conte se ne stava seduto in veste da camera dinanzi a un leggìo. La sua faccia era o pareva tranquilla come d'uomo che avesse preso già il suo partito. Cosimo gettò per istinto un rapido sguardo sopra quel volto, e sentì come una mano fredda stringergli il cuore. Il suo primo movimento era stato quello di gettarsi alle ginocchia, tra le braccia di colui che sperava poter nominare col più sacro dei nomi: ma il suo aspetto freddo e impassibile lo arrestò. Pallido, perplesso, tremante, trovò appena la forza di balbettare il nome di padre, e cadde semivivo sulle ginocchia. Il conte non avea preveduto questo esordio: il suo cuore ne fu scosso suo malgrado, si alzò, si avanzò verso Cosimo, e lo sollevò da terra visibilmente commosso. La natura avea parlato e sconcertati inopinatamente i calcoli dell'egoismo. Il giovanetto, aprendo gli occhi, s'incontrò con quelli del padre suo, e diede in un pianto dirotto che compì l'opera e fu per decidere del suo destino.

Ma improvvisamente la contessa, avvertita senza dubbio di questa visita, entrò nella stanza. Arrossì di collera e di dispetto vedendo l'attitudine e indovinando le disposizioni del conte. — E voi — prese a dire — e voi, figlio mio, vi lasciate sorprendere dagli intrighi di codesto visionario? Davvero che non metteva conto di viaggiare per tanti anni l'Europa, per prestarsi con tanta bonarietà ad una tale commedia. Non abbiamo noi fatto abbastanza per questo povero aborto? —

Cosimo si levò impetuosamente a queste parole e stava per rispondere alla nobile donna: ma Alberto non gliene lasciò il tempo. Pregò la madre a lasciarli soli un istante, e l'assicurò che nulla avrebbe fatto o risolto senza dipender da lei. La contessa non osò insistere, e gettando su Cosimo uno sguardo minaccioso e sprezzante, si ritirò nella stanza vicina, lasciando socchiusa la porta.

Cosimo s'accorse dell'impressione sfavorevole che questo incidente aveva lasciato nel conte Alberto; ma non si perdette d'animo, e tratta di tasca la lettera sottoscritta dal conte: — In nome di mia madre — sclamò, permettetemi di chiamarvi padre; chiamatemi figlio una volta, e tutto sarà dimenticato. Mia madre vi perdonerà dal cielo, ed io vi adorerò sulla terra senza esigere, senza chiedere, senza desiderare altra cosa.

— Calmatevi, — rispose il conte. — Io son disposto a fare per voi le parti di padre. Non ho aspettato la presentazione di quel documento per darvi qualche prova dell'interesse che sento per voi. Quel documento non potrebbe conferirvi alcun titolo nuovo alla mia benevolenza. Io ho conosciuto la sfortunata che vi ha dato alla luce; non vo' negare di aver avuto per essa un attaccamento che mi potè indurre ad un passo irriflessivo... a promettere una cosa che non dipendeva da me il mantenere. Vi hanno forse fatto credere che la legge avrebbe riconosciuta la validità di quella promessa...

— No, no — interruppe Cosimo. — Nessuno mi ha fatto credere questo. S'io non ho alcun diritto sul vostro cuore, non ne spero, non ne imploro altri. Prendete, signore: ecco il testamento della povera madre mia: ecco la lettera che mi ha fatto conoscer mio padre. Che voi mi riconosciate o no come figlio, i miei sentimenti non possono esser diversi da quel che sono. Credetemi, padre mio, non vengo a chieder da voi nè titoli, nè fortuna. Fossero anche scritti nel modo più valido e più legale su questo foglio i diritti più sacri e più incontrastabili, ecco il conto che ne farei. — Così dicendo lo lacerò in cento pezzi e lo gettò dall'aperta finestra. — Ora non vi è più — riprese — nessun indizio, nessuna prova della mia nascita, dei nostri rapporti. Per questo io sono venuto nella vostra presenza, eludendo la vigilanza e opponendomi forse alla volontà de' miei protettori. Ho lasciato parlare il mio cuore. Mi appello al vostro, e aspetto ai vostri piedi, qualunque sia per essere, la parola che farà di me o un figlio felice o un orfano sventurato. —

Il conte non resistette alla toccante eloquenza di quest'atto e di queste parole. Sollevò un'altra volta da terra il povero Cosimo, lo strinse carezzevolmente fra le braccia, e le sue labbra mormorarono involontariamente il nome di figlio.

La contessa era stata spettatrice di questa scena dalla porta socchiusa. Ella aveva veduto con gioja fatto a brani quel foglio ch'ella avrebbe comperato a prezzo d'oro. Oggimai le pareva d'esser sicura da ogni pericolo, da ogni scandalo, da ogni processo. Non pensò dunque ad intervenire un'altra volta in quel colloquio che credeva senza conseguenza.

Ma ella s'ingannava di tutto punto. Cosimo, obbedendo a un impulso del cuore, ad un istinto di generosità naturale, avea tocco sul vivo l'animo impreparato del conte. Questi si era munito di tutte le ragioni e di tutti i cavilli per ribattere una domanda legale: ma non avea saputo resistere al grido della natura, alla voce arcana del sangue, a quella prima fonte di bontà che l'amor di Teresa gli avea aperto nel cuore. Tornò per un momento giovane, affettuoso, immemore della vanità e delle fredde convenienze sociali. Trovò nella fronte, negli occhi, nel nobile atteggiamento di Cosimo una reminiscenza toccante della donna che aveva amato, e un lampo di somiglianza con se medesimo. Non pensò, non s'accorse che aveva dinanzi, che stringeva fra le braccia un povero contraffatto che la cura ortopedica avea reso poco diverso da quel di prima. In una parola il ghiaccio era rotto: Cosimo avea vinto.

— Vanne — gli disse il conte, — ritorna a' tuoi protettori. Di' loro come t'ho accolto. Oggi verrò a trovarti colà, e c'intenderemo d'accordo sul partito da prendersi per l'avvenire. —

XIX.

Reduce a casa Lanzoni, Cosimo, fuor di sè per la gioja, domandò di Angela. Era nel suo giardino, nel giardino delle male erbe. Corse a lei difilato, e tutto acceso in volto e raggiante per l'ottenuto trionfo, le gridò da lungi, appena la vide: — Madre mia, madre mia! Ho un padre; ho ritrovato mio padre! —

Entrarono entrambi nella capannuccia di paglia che sorgeva presso al cancello di ferro e sedettero. Egli ne avea ben mestieri. La novità e la grandezza delle emozioni aveano soverchiato le sue deboli forze. Stette un buon quarto d'ora senza poter raccontar chiaramente alla sua madre adottiva ciò che aveva ottenuto. Quando narrò del documento lacerato e gittato dalla finestra, Angela lasciò cadere due grosse lagrime, ed abbracciò il povero e generoso suo allievo con tutta l'energia dell'affetto. Egli l'avea indovinata, avea giustificato le sue speranze, le sue previsioni; era degno di lei!

Quel bacio, quell'amplesso, quella tenera e viva espansione della bella giovanetta posero al colmo, raddoppiarono la gioja, la felicità dell'orfano fino allora diseredato, e che ora tutt'ad un tratto toccava l'apice dei suoi desiderii. Questa nuova febbre di giubilo che commosse l'anima sua, insueta a tali emozioni, si dipinse negli sguardi, nella fronte, in tutti i lineamenti del viso, sì che in quel momento ei brillò di una bellezza morale, di un'espressione così ineffabile, che sorprese la sua protettrice medesima, avvezza pure a considerarlo attraverso il prisma della sua materna benevolenza. Ah! l'umana natura ha bisogno della felicità per manifestarsi nella sua vera sembianza!

Cosimo taceva guardando la sua giardiniera, quella che l'avea coltivato, con una tale espressione di tenerezza, che tutti gli affetti più dolci di figlio, di fratello, di amante vi apparivano e splendevano insieme.