Part 20
»P.S. Il direttore ignora il nome e l'abitazione di quella giovane. Onde forse non ci vedremo più, nè voi potrete conoscerla. Vivrà e morrà ignorata in qualche convento cattolico, aspettando la sua metamorfosi. Non ci pensiamo più. La sua visita e il breve colloquio avuto con lei mi avrà almeno servito a considerare più a fondo questa pagina della vita umana, e a mettermi forse sulla via di sciogliere un problema che resta ancora insoluto. Leggete, Angela, il libro che vi spedisco. Esso vi mostrerà l'origine di queste mie fantasie, ed aprirà forse un nuovo orizzonte anche al vostro pensiero.»
XIV.
_Angela a Cosimo._
«Mio caro Cosimo,
»Entra, ti prego, nel mondo reale, nel mondo presente per leggere questa lettera, e per darmi chiara e netta la tua opinione intorno ai fatti e ai disegni che ti comunico.
»Non si tratta del mio giardino, nè delle mie piante, nè del piccolo mondo che nasce, cresce e si trasforma con esse. Si tratta di me stessa, si tratta di te e di un'altra persona che fu finora quasi straniera a noi due, e che può divenire o un vincolo di unione più intima, o una causa di guai per entrambi.
»Tu non t'imagini ch'io parli del conte Alberto. — Che ha egli di comune con noi? chiederai tu. Egli ebbe qualche parte, e fu occasione della mia venuta a Parigi e della cura a cui mi son sottoposto; ma non veggo che altri vincoli mi leghino a lui! —
»Sì, mio caro Cosimo, tu hai con esso rapporti strettissimi: rapporti che ignori, che forse sarebbe meglio per te l'ignorare, ma che le circostanze mi fanno un dovere di rivelarti. Volevo aspettare a manifestarti a voce un mistero che deve avere una grande influenza sulla tua vita: ma il maestro che ho consultato mi consiglia a scrivertene senza indugio, e, dopo matura riflessione, mi ci sono risolta.
»Ricorderai di avermi consegnato da parte della tua povera madre un cerchiellino d'oro che ho sempre portato in dito, ed un foglio piegato diligentemente nel mio borsellino che mi rendesti al cancello del parco. Non so se tu sappia che foglio è codesto. Tu eri troppo giovane quando rimanesti orfano, e forse tua madre, la tua prima madre, non ha creduto doverti palesare fin d'allora il secreto della tua origine. Ora sappi che quel foglio contiene una promessa di matrimonio e il riconoscimento anticipato di un figlio. Quel figlio probabilmente sei tu: il nome segnato a tutte lettere appiè di quest'atto, è quello del conte Alberto d'Andria.
»Io non vi ho fatto attenzione al momento che gittai gli occhi la prima volta su quella carta, nè potevo imaginare con qual disegno la povera moribonda mi avesse confidato quel documento. La contessa d'Andria veniva qualche rara volta a visitare mia zia, ma io sapevo appena ch'ella avesse un figlio che viaggiava da molti anni in lontani paesi. Più tardi, dopo la tua partenza, quel nome mi colpì, cercai nella mia mente dove l'avessi inteso o veduto, e mi risovvenne del foglio che mi avevi affidato. Compresi confusamente di che si trattasse, e ne feci parola a don Arnaldo, che rischiarò i miei dubbj e mi persuase allora a tacere, aspettando consiglio dal tempo e dalle circostanze.
»Ora il tempo e le circostanze m'impongono di dirti ogni cosa. Il conte d'Andria mi ha domandata in isposa. Mio padre non ha ancora risposto affermativamente, dicendo di volermi lasciar libera nella scelta: ma la zia trova convenientissimo questo partito, e fra lei e la contessa mi circondano di un vero assedio perch'io mi decida pel sì.
»Io non ho pensato mai fino ad ora al matrimonio. Le mie piante, i miei studj, le mie fantasie, l'amore che ho per mio padre e dirò ancora per te, riempirono finora il mio cuore, e non mi lasciarono nè tempo nè spazio per pensare a scegliere, come dicono, uno stato. Sono stata fino a quest'oggi felice: chi mi assicura se lo sarò in avvenire?
»Quanto al conte Alberto, pur convenendo de' suoi pregi personali e della sua varia cultura, non ebbi da prima alcuna propensione per lui. Esso è troppo facile a burlarsi di tutto e di tutti, troppo lontano dalle mie abitudini per andarmi a genio. Imaginandomi ch'egli avesse per me quella stessa indifferenza ch'io aveva per lui, ero lontana le mille miglia dal credere che le frequenti sue visite in casa nostra, e l'interesse che mostrava per te, tendessero a preparare il mio cuore a questo disegno. Dal momento ch'io seppi ch'egli aveva conosciuto ed amato la donna a cui tu devi la vita, la mia indifferenza fece luogo ad un altro sentimento ch'io non so ben definire. Talora mi sembra odiarlo come quello che potè abbandonare nella miseria la povera donna che ti fu madre: talora cerco nel mio cuore mille ragioni e mille scuse per attenuare la responsabilità di un tal fatto: l'età inesperta, l'orgoglio materno, mille altre circostanze più o meno probabili, e mi sembra ch'io potrei perdonargli ed amarlo ad una condizione che tu facilmente comprenderai.
»Sa egli che tu sei figlio della donna che amò, sa egli d'essere autore de' giorni tuoi? E in questo caso, è egli disposto a mantenere la sua parola e a riconoscerti per figliuolo? Il documento ch'io tengo in deposito non avrebbe gran forza, giacchè essendo fatto in età minore, il maestro sostiene che non sarebbe considerato come valido innanzi alla legge. Ma innanzi all'onore, innanzi alla coscienza, innanzi alla croce che cuopre il sepolcro della povera derelitta? Dinanzi a te finalmente, che con quel foglio in mano potresti chiedergli un nome, uno stato, una posizione nel mondo?
»Mio caro Cosimo, eccoti informato di tutto. Tu sei ora in grado di riflettere su questo fatto, ed è perciò che mi sono determinata a mandarti il documento che è divenuto un prezioso retaggio per te. Pensaci seriamente, e fammi sapere il partito che pensi di prendere.
»Io avrò la forza di resistere al doppio assedio che mi hanno posto d'attorno e domanderò tempo a risolvere. Terrò in guardia il mio cuore contro ogni avversione ed ogni affetto, finchè non sappia che cosa tu abbia risolto di fare. Senza il consiglio del maestro, alla cui prudenza ho creduto dover conformarmi, saprei a quest'ora che cosa pensare del conte Alberto. Gli avrei mostrato quel foglio, e gli avrei letto in volto, se il suo cuore è onesto e degno d'amarmi. Una sera che la conversazione era caduta sulla misera sorte di certe persone, egli si lasciò andare ad un giudizio, che mi parve troppo duro e crudele verso le donne. Presa da un sentimento d'indignazione, io pronunciai il nome di tua madre, e gli chiesi che opinione avesse di lei. Egli impallidì e rimase un poco perplesso. Ma si rimise ben tosto e mutò discorso. Sua madre, che se n'era avveduta, colse il momento opportuno e si alzò per andarsene. Le cose restarono lì. Ma non rimarrò certo a lungo con questo dubbio sul cuore. Non aspetto che la tua risposta per domandargli una spiegazione sul tuo conto, e saprò allora qual giudizio potrò formare di quei sentimenti di probità che ha sempre sul labbro.
»Quante novità, caro Cosimo! Tu puoi diventare fra pochi giorni il figlio, ed io la moglie del conte d'Andria. Quel dolce nome di madre che tu sei solito a darmi, ti sarebbe egli stato ispirato da un sentimento profetico dell'avvenire? Non ti pare che in tutto questo risplenda la mano della provvidenza? Non basterebbero questi fatti per convincer d'errore il nostro medico che attribuisce quasi tutti gli avvenimenti al caso e ad una cieca fatalità? — M'incontro fortuitamente in un povero bimbo maltrattato da' suoi compagni: mi pongo in sua difesa, gli do i mezzi per soccorrere la sua povera madre ammalata. Questa muore, e mi fa depositaria del povero orfano e del documento che ne attesta l'origine. Il babbo ti riceve in casa, tu cresci con me, ed una singolar simpatia ci rende l'uno all'altro sì cari. Più tardi tuo padre, guidato da un intento che lascio ad altri l'incarico di qualificare, ci capita in casa, ti vede, e senza chieder conto di te, senza saper chi tu sia, contribuisce forse a renderti la salute, e certo a svolgere la tua intelligenza in codesto istituto. Un progetto di matrimonio sta per legare per sempre i nostri destini: e tutto ciò dipende da te, da una tua parola, dal modo onde sarà ricevuta! Ci sarebbe da perdere la ragione, se non vedessimo in questo concorso di circostanze una mano invisibile che conduce gli umani destini, e li subordina ad un fine benefico.
»Ad ogni modo, qualunque sia per essere la soluzione di questo nodo, vi è una cosa che resterà: l'affetto ch'io ho per te, e il conforto di aver obbedito all'istinto che mi parlò in tuo favore.
»Tu mi hai dato il nome di madre, e tua madre io sarò, quand'anche il sentimento di padre mancasse in colui che te lo deve per obbligo di natura. Sì, Cosimo mio, tu mi sarai fratello, amico e figliuolo, come vorrai, sotto qualunque nome ti piacerà di chiamarmi.
»Prendi dunque la tua risoluzione senza preoccuparti del tuo avvenire. Sia che tu risani, sia che resti nella situazione di prima, io ti ho posto nel numero degli esseri sfortunati ai quali ho consacrato le mie più tenere cure; e questo solo titolo, ancorchè altri tu non ne avessi, mi ti farà sempre caro sopra gli uomini più ricchi e più accarezzati dal mondo.»
XV.
Non è difficile imaginare l'impressione che questa lettera ebbe a fare sull'animo mobile e sui nervi delicati di Cosimo. Le rivelazioni ch'essa conteneva erano tali da scuotere fortemente anche il carattere più tetragono. L'orfano, il trovatello ritrovava impensatamente l'autor de' suoi giorni: il povero paria si risvegliava figlio di un uomo ricco, nobile, ragguardevole. Dinanzi alla natura, se non dinanzi alla legge, egli era Cosimo d'Andria!
Una fiamma d'orgoglio e di gioia balenò ne' suoi occhi, e suffuse d'improvviso rossore le sue guance e la fronte. Steso sul suo letto di clinica, si trovò tutto bagnato di sudore, e così fuor di sè che non sentiva e non ricordava nè manco la steccatura e la posizione forzata e violenta in cui era.
Rilesse più volte la lettera del suo angelo tutelare, e il documento importante che vi era unito. Ad ogni lettura nuovi lumi sprizzavano e nuove idee germogliavano nel suo cervello. Tutto ad un tratto, chi fosse stato presente, avrebbe veduto quel vivo colore far luogo ad una subita e mortal pallidezza. Alla gioia di aver trovato un padre, succedeva il timore che quest'uomo potesse ricusare di riconoscerlo. Non aveva egli abbandonata la madre, non l'aveva lasciata morire d'inedia e di vergogna sul suo letto di dolore? Non s'era egli forse allontanato dal paese per isfuggire alle conseguenze di questo legame? Ora qual probabilità che, reduce da sì lunghi viaggi, e seccatoglisi il cuore fra tante avventure e fra lo spettacolo de' vizj umani, fosse per venire a migliori sentimenti, e volesse abbracciar come figlio in faccia alla società un povero gobbo, ludibrio della natura e della fortuna?
E tuttavia ei non poteva metter in dubbio nè pur un istante d'essergli figlio. Tutto ad un tratto gli tornavano in mente certe tronche parole udite di tempo in tempo dalla sua povera madre. Quando l'aveva mandato all'asilo perchè imparasse a leggere, gli aveva detto che a suo tempo gli avrebbe fatto conoscere una scritta da cui poteva dipendere il suo destino. Evidentemente la carta di cui la povera donna intendeva parlare era quella che gli stava allora dinanzi agli occhi. E non gliel'aveva mostrata prima, poichè all'età in cui trovavasi quando morì, non aveva notizia alcuna del conte, e non lo credeva ancora maturo per comprenderne l'importanza. La buona donna, consegnandola ad Angela, era stata ispirata da un istinto quasi divino.
Un animo portato a risalire sempre alle cause misteriose dei più piccoli fatti, non poteva non ravvisare in questa catena di eventi l'azione d'una provvidenza suprema. — Mi farò ben riconoscere, — gridò egli — mi farò ben riconoscere! Egli troverà, se non nelle mie fattezze, certo nell'anima mia la traccia di un'origine non volgare. —
Ma qui un'altra serie di pensieri si avvicendava nella sua mente. Ricordava sua madre ridotta alla miseria, alla solitudine, obbligata a sopportare l'insulto della gente onesta per aver creduto alla lealtà di un alto personaggio, per averlo amato, per essere divenuta la madre del figlio di lui! E il suo viso cominciò a rinfiammarsi, ma questa volta di collera e d'indignazione. — Io lo condurrò — diss'egli — sulla fossa dove riposa la benedetta spoglia della madre mia, ve lo farò inginocchiare, l'obbligherò a domandarle perdono e a dichiarare su quella croce d'averla sposata dinanzi a Dio. E vi scriverò sopra una pietra: «Qui giace la contessa Teresa d'Andria, morta di dolore sul fior dell'età!» —
Poi tornava alla lettera d'Angela, la rileggeva e cercava d'indovinare quello che non v'era espresso abbastanza chiaro: cioè la maniera con cui considerava quest'uomo. — L'amava ella? Poteva ella amarlo e dargli amnistia del passato, quand'anche egli avesse voluto e potuto mitigarne le conseguenze? Ma egli era sì grande e sì bello! Aveva un'aria di dignità e di bontà che comandava il rispetto e l'amore. Egli è fatto, pensava Cosimo, per non temere, per non trovare rivali nel mondo. —
Ma qui un sentimento ancora più amaro, un sentimento ch'egli provava per la prima volta, s'impadroniva di tutto lui. Era un sentimento che teneva dell'avversione, dell'odio, un sentimento d'invidia e di gelosia. Non ch'egli potesse qualificarlo per tale, non che fosse in grado di confessarlo nè pure a se stesso. No. Il povero Cosimo non aveva ancora coscienza di aver per Angela altro affetto che quello di fratello e di figlio. Or come avrebbe potuto riconoscere e odiare un rivale nell'uomo che tutto ad un tratto gli si presentava qual padre? Tuttavia, chi volesse dare un nome a quel misto di sospetto e di ripulsione che sentiva nell'animo e turbava la sua imaginazione, non potrebbe chiamarlo altrimenti che gelosia. L'unione possibile di suo padre con quella che nominava con sì soave espressione d'affetto la madre dell'anima sua, doveva parergli il sommo della sua felicità, la suprema delle sue speranze: eppure questa combinazione non gli era mai venuta alla mente. Egli odiava l'uomo che stava per usurpare nell'animo di Angela un affetto al quale s'era abituato per modo da considerarlo come un suo dritto. Quel vago sentimento di simpatia che aveva risentito per quella bella straniera che gli era apparsa, trovava ora il suo compimento. L'imagine di quella giovanetta e quella di Angela si confondevano in uno come il profumo di due fiori diversi in una sola fragranza. Gli è che tutta la sua natura si era risentita a questa subita rivelazione, e tutti gli affetti, fino allora confusi e come nuotanti in un'atmosfera ideale, aveano acquistato nome e realtà. Egli usciva dal mondo dei sogni per urtarsi contro le scabrosità della vita effettiva: era come un ente fantastico che prendesse ad un tratto consistenza e figura, moto e passione.
Questa trasformazione di Cosimo, preparata lentamente dalle sue letture, dalle sue riflessioni, dal progresso medesimo dell'età, doveva compiersi e manifestarsi alla lettura di quei fogli, come al tocco d'un magico talismano. Egli era, un'ora prima, fanciullo: ora si sentiva già uomo. Domandò che gli fossero tolte le fasciature: balzò dal letto, gli parve d'essere cresciuto d'un palmo, d'esser forte e robusto, e capace di difendere i suoi diritti e le sue ragioni. I suoi compagni di clinica furono tutti maravigliati di codesta insolita vivacità che mostrava. Lo credettero sulle prime in preda al delirio, perchè parlava ad alta voce, in italiano, come avesse presente qualche persona. Il sorvegliante della sala ne avvisò il direttore che accorse e gli chiese perchè avesse abbandonato il letto più presto del solito. Cosimo rientrò allora in se stesso e rispose con calma che certe notizie che aveva ricevute d'Italia l'avevano commosso e turbato, sì che avea sentito il bisogno di levarsi e di muoversi.
Si pose allora alla sua scrivania per rispondere alla lettera d'Angela. Ma credendo di ravviare il filo de' suoi pensieri, la febbre sopita si ravvivò. Non fu possibile che trovasse parola da mettere in carta. Si levò da sedere, si pose a misurare a gran passi la camera, e tutto ad un tratto, come avesse preso una risoluzione, esclamò: — Bisogna andare! Che scrivere? che scrivere? Bisogna andare. —
XVI.
Questa irruzione di pensieri, di affetti, di sentimenti diversi ed insoliti, non venne meno un istante nell'animo di Cosimo, finchè non fu giunto a Milano.
Nel primo viaggio che fece, due anni innanzi, fanciullo ancora, inconscio, per dir così, di se stesso, passava dolcemente dalle realtà della veglia alle tranquille allucinazioni de' sogni: ora ei tentò inutilmente di prender sonno. Allora egli era come sospeso nel vago, come lanciato nell'azzurra libertà de' cieli senza alcun legame di sangue che lo tenesse avvinto alla terra: ora egli sapeva di avervi radice, ora conosceva suo padre, l'autore de' giorni suoi, dal quale però non potea prevedere come sarebbe accolto fra poco.
Come gli parvero lunghi quei due giorni e quelle due notti che spese in viaggio! Quanto maledì la catena delle Alpi e le altre circostanze che aveano ritardato all'Italia il vantaggio delle strade di ferro! L'anima sua avrebbe voluto isolarsi dagli organi materiali e volare, come l'elettrico in un istante lungo le fila metalliche, alla sua mèta! Passate le Alpi, passate le pianure subalpine, ei vide il Po, rivide il Ticino! Attraversò sull'imperiale della tardigrada diligenza i verdi ed irrigui prati lombardi. Ma invano cercava cogli occhi Milano, invano sperava discernere fra la densa atmosfera gli aerei pinnacoli del poetico Duomo!
Alla fine, dopo averlo cercato da lungi, se lo trovò dappresso. Milano non è, come alcune città d'Italia, fabbricato sopra un piano eminente. Ti sorge improvviso dinanzi agli occhi, come un'oasi dell'arte e della civiltà. _Ecco Milano! Ecco Milano!_ fu il grido unanime di tutti i Lombardi che si trovavano nei varj scompartimenti della vettura. Chi si soffregò gli occhi, chi rassettò i suoi vestiti, chi cercò il suo cappello, chi raccolse il bagaglio per non perdere un minuto all'arrivo: tutti ravvivarono, rasserenarono il viso, come segue dopo un lungo e nojoso viaggio, quando ci avviciniamo al luogo desiderato.
Cosimo divise cogli altri per un momento l'ansietà della gioja. Ma tutto ad un tratto si rabbrunì. Dove andrebbe egli? Dove dirigerebbe i suoi passi? A qual porta picchierebbe a quell'ora così d'improvviso? Egli non aveva annunziato il suo ritorno ad alcuno, nè pure ad Angela. Non era probabile che il direttore dell'istituto ortopedico si fosse affrettato a darne conto alla famiglia Lanzoni: nè, se pure l'avesse fatto, la lettera sarebbe potuta giungere prima di lui. L'idea fissa che l'avea dominato era quella di andar difilato a suo padre, di farglisi conoscere, di abbracciarlo con infinito amore, o giudicarlo con tutta la severità di un orfano a cui si ricusa il diritto più sacro. Ora, al momento di presentarsi al conte d'Andria, al momento di squadernargli dinanzi agli occhi quel documento che stringeva nelle mani convulse, l'animo, prima così risoluto, esitò. La diligenza si arrestò nel vasto cortile della stazione: tutti erano discesi, e s'avviavano in direzioni diverse: egli restava ancora incerto e come trasecolato al suo posto. Riscosso alla voce del conduttore, discese, e domandò se la famiglia Lanzoni dimorasse molto lontano. Nessuno gliene seppe dare contezza. Lasciò il suo fardello nell'officio del corriere, ed uscì alla ventura. Raccapezzando le vecchie reminiscenze, riuscì ad orientarsi: dico vecchie reminiscenze, poichè nei due anni che stette assente, egli erasi fatto più adulto di sei: tanto i sentimenti e le idee s'erano svolte e mutate in quella sua rapida pubescenza. Alla risoluzione che avea presa d'indirizzarsi alla casa del conte, era succeduta, immediatamente la volontà istintiva di bussare a quella casa, dov'era già stato accolto qual figlio. Quasi senza saperlo, seguendo una guida interiore, si trovò dinanzi al cancello delle _male erbe_. Sperava vedervi il suo angelo, ma trovò il loco deserto. Stette alcun tempo come smemorato guardando, senza vedere alcuno, senza udire alcuna voce, nè alcun rumore. Era infatti troppo tardi, perchè alcuno si ritrovasse in giardino senza un motivo. Girò allora a sinistra, e riuscì alla porta anteriore della casa. La portinaja durò fatica a ravvisarlo, ma com'egli l'ebbe chiamata per nome, conobbe la voce, e gittò un grido di meraviglia. Salite precipitosamente le scale, la porta dell'appartamento si spalancò, e il povero orfano si trovò quasi svenuto nelle braccia di Angela, che, a caso, o per un presentimento secreto, era venuta ad aprire.
Egli non arrivava inatteso. Il direttore avea scritto e la lettera era giunta fin dal mattino. Angela non si era punto maravigliata del partito che aveva preso, e fu contenta di saperlo a tempo per prevenire il padre e la zia della causa vera di quel repentino ritorno. Il padre si fece serio, e rimproverò la fanciulla di avergli celata fino allora una circostanza sì grave. La zia andò sulle furie, volle negare o porre in dubbio la realtà di quel documento. Poco dopo era uscita di casa, per interpellare il conte e la contessa sopra questo imbroglio che veniva improvvisamente ad attraversare i suoi fini, o almeno a complicare la situazione. Checchè ne fosse, dopo una mezz'ora appena, ecco giugnere la contessa in casa Lanzoni, e poco appresso il conte Alberto medesimo. Il padre e la zia di Angela volevano tener celato il ritorno di Cosimo, tanto per tastare il terreno, e vedere qual fosse il consiglio migliore. Ma Angela insistette presso il padre, perchè si venisse in chiaro senza indugio della verità della cosa, e si sapesse a dirittura la risoluzione del conte. Codesta era, diceva ella, la pietra del paragone alla quale voleva sottometterlo prima di dichiararsi per il sì o per il no. Il signor Lanzoni non volle però accondiscendere a tanta precipitazione. Egli conosceva un po' meglio le cose del mondo, e nell'interesse stesso di Cosimo riserbò a se medesimo la cura di trattar quest'affare a quel tempo e a quel modo che avrebbe giudicato migliore. Cosimo dunque dovette rassegnarsi, ed Angela, dopo di essersi lungamente intertenuta con lui, anzichè prender parte, come soleva, alla conversazione, si ritirò nella sua stanza, meditò qualche istante, e si pose a scrivere al conte la lettera seguente:
«Signor conte,
»Ho promesso a mio padre di non trovarmi presente alle spiegazioni che questa sera probabilmente vi sarebbero chieste intorno al povero giovanetto che vi deve la vita. Se non mi aveste fatto l'onore di domandarmi in isposa, mi rimarrei forse straniera a questa dilicata questione. Ma non avendo risposto con un rifiuto, e non avendo ancora preso un partito definitivo intorno alla proposizione che mi faceste, crederei mancar di franchezza lasciando ad altri la cura di palesarvi l'animo mio.