Part 19
Angela rispose senza pensare: — Orfano, abbandonato da sua madre per morte, da suo padre per colpevole incuria, bisognava bene che alcuno s'incaricasse di lui. Il Signore, diss'ella, provvede ai pulcini della rondine: ma non sempre agli orfani della razza d'Adamo. —
Il conte sorrise all'arguta e vivace risposta della fanciulla, e le augurò la forza e la costanza di adempiere a questo magnanimo ufficio. — E come probabilmente — soggiunse — il numero degli orfani sarà sempre più grande del numero dei tutori, vi prego a volermi associare all'opera degna. —
Egli non pensava, dicendo queste parole, che a farle uno de' soliti complimenti: ma Angela le prese sul serio, e si propose di mettere alla prova a suo tempo le buone disposizioni del vicino.
Questi però apparteneva al numero di quegli uomini che, larghi a parole, sono difficili a confermarle co' fatti, e trovano sempre una ragione o un pretesto per trarsi d'impaccio. Egli aveva adottato un'ammirabile scappatoja per ischermirsi dall'incommodo d'esser coerente a se stesso: la morale. Guardate dove andava a cacciarsi l'ipocrisia! Un tempo fa, un uomo che avesse viaggiato l'Europa si piccava d'aver lasciato qua e là i pregiudizi nativi. Ora i viaggi sogliono dare un'altra piega allo spirito. L'uso del mondo, il conversare con ogni genere di persone, la necessità di non cozzare con le opinioni divergenti del prossimo sparge le parole del viaggiatore d'una tinta di pedanteria che innamora. A forza d'approvar tutto e tutti, ei perde la propria opinione individuale, e dissimula questo pratico scetticismo con una vernice di moralità che serve di condimento ad ogni genere di discorsi. Il conte d'Andria lasciò l'Italia stordito, e vi tornò moralista. Ei s'era posto nella categoria di quelli che si professano i salvatori della morale, della religione, della famiglia. Non vo' dire che fosse profondamente corrotto e pensatamente ipocrita come i creatori di questa formula; ma la ripeteva così per _bon-ton_, e la trovava assai comoda per darsi un'aria d'importanza e di singolarità fra' suoi concittadini. Era una specie di diplomazia sociale, divenuta alla moda fra i nobili, un _argot_ delle persone distinte.
Dopo aver data dunque un'approvazione la più cordiale alle generose parole di Angela, trovò il modo, parlando agli altri, di versare un po' d'acqua sul fuoco e di elevarsi di un grado, spacciando le solite topiche sulla miseria crescente, sulla cancrena che divorava la società, sulla corruzione de' costumi presenti, sulla immoralità che corre le vie e si predica su' teatri, ec., ec. — Se si volesse — diss'egli — prendere sotto la propria tutela tutte le femmine di mal affare e tutti i trovatelli della città, quale posto rimarrebbe ai poveri virtuosi ed onesti? Quanto più si studia la società — conchiuse il nostro filosofo — tanto più si divien fatalista. Bisogna avere il coraggio di applicare alle miserie umane il famoso adagio degli economisti: _lasciar correre, lasciar fare_. Chi muore a vent'anni e chi nasce colla spina dorsale fuor d'equilibrio, certamente aveva ad espiare qualche peccato d'origine. Io dico che, in massima, gli uomini di senno hanno a pensare ai sani e agli onesti, lasciando alle anime eroiche, ai cuori angelici, come il vostro, madamigella, la virtù evangelica di correr dietro all'agnella errante, e di raddrizzare le gambe ai cani. —
Angela non era donna da lasciarsi allucinare dalle forme più o meno garbate di questo ragionamento. Ella sentì come per istinto l'egoismo che si copriva sotto questo mantello d'ipocrisia, e non mancò di replicare al signor moralista: — Ma quando la miseria e l'infermità non dipendono da vizio originale, ma da vizio effettivo di qualche padre, dimentico dei propri doveri e della propria parola? —
Il conte era ben lontano dall'immaginare che questa fosse un'allusione a lui stesso. Rispose dunque senza esitare, che in questo caso chi era l'autore del male dovea ripararvi. E qui giù un altro squarcio di morale sulla responsabilità personale e sulla santità del dovere. Questo però non distolse la giovanetta dal suo proposito, e tornato il discorso sul povero Cosimo, trovò modo di dire al conte che il nome della madre era Teresa: una povera guantaja morta probabilmente d'inedia e di crepacuore pochi anni prima.
Il conte arrossì, ma si ricompose all'istante. I viaggi sono eccellenti per dare una certa disinvoltura nei casi difficili. E la contessa d'Andria, che fino allora avea badato all'arazzo che trapungeva, venne in soccorso del figlio, chiamando Angela a sè per consultare il suo gusto sopra una tinta delle sue lane.
Così destramente fu rimessa ad altro momento una rivelazione di cui Angela sola avea il segreto, e che un oscuro presentimento la persuase a rimettere a migliore occasione.
Intanto passavano i giorni ed i mesi, senza che nulla venisse a portare la luce in questo mistero. Le lettere che Angela inviava al prigioniero dell'istituto ortopedico erano sempre affettuose, lettere di sorella e di madre ad un tempo. Ci duole non poter offerire alle nostre lettrici tutta questa corrispondenza come fu scritta. Ciò prolungherebbe di troppo il nostro racconto, e ne muterebbe il carattere. Non resistiamo però alla tentazione di riportare due lunghi frammenti del giornale di Cosimo, che servono mirabilmente a indicare lo sviluppo della sua intelligenza, e per quali gradazioni insensibili la sua fantasia lo traeva a dare al problema della sua esistenza una soluzione che ognuno apprezzerà colla indulgenza che merita un organismo imperfetto e lottante contro una dura fatalità.
XII.
_Cosimo ad Angela._
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«Giorni sono una famiglia inglese venne a visitare lo stabilimento, non per semplice curiosità, come sogliono, ma per esaminare la realtà di certe cure maravigliose.
»La famiglia era composta di un vecchio gentiluomo, di un giovanetto vispo e ben disposto, e di due giovani _misses_ alte e snelle della persona, come la gentile levriera che le seguiva legata al guinzaglio.
»Una di esse, che parea la più giovane, portava il viso scoperto, uno di quei visi britannici che somigliano alle camelie. L'altra copriva la faccia di un denso velo azzurro che ne celava interamente le forme. Mi corse tosto al pensiero che quella bella damina celasse sotto il suo velo qualche deformità, e non andò guari ch'io potei sincerarmene. Passando vicino al mio letto di Procuste, quella bella e nobile giovanetta si fermò per guardarmi, e parve prendere il più vivo interesse alla mia posizione. Mi chiese di qual paese fossi, e inteso ch'io era italiano, mi domandò con puro accento toscano, e con un tuono di voce soavissimo, da quanto tempo io fossi sottoposto a quella cura, se provassi molto disagio a quella postura, e se ne sperassi un buon risultato. Risposi che la cura era men dolorosa che non paresse, poichè l'attitudine forzata in cui mi vedeva non durava molto, ed anche in questo intervallo, la lettura e il pensare temperava la noja di quella dura immobilità. Quanto all'esito, non lo sperava molto felice, nè me ne preoccupavo gran fatto. Dissi che mi trovavo lì più per altrui volere che per il mio, e che non credevo di tanta importanza la forma del corpo, da doverle sacrificare a lungo l'attività dello spirito e l'aria libera della campagna.
»La mia visitatrice chinò il capo a queste parole, e mi parve che sospirasse sotto il suo velo. Dopo qualche istante di silenzio e di esitazione, prese il partito di scoprirsi il volto, e compresi la ragione di quel sospiro. La povera signorina avea deturpata la guancia sinistra d'un enorme macchia bruna che avea portata nascendo. — Siamo stati — mi disse — assai maltrattati entrambi dalla natura. Non so quale de' due sia più da compiangere. Tu almeno puoi lusingarti, di risanare, ed hai libera da ogni deformità quella parte dell'uomo dove l'anima ha impresso il suo sigillo divino: io non potrò mai guardare alcuno, ed esser veduta, senza eccitare il riso o la pietà. Tutti i medici di Londra e di Parigi mi dichiararono essere affatto impossibile levare dal volto questa macchia originale che mi deforma. —
»Io la guardava fisso, senza poter trovarmi una parola di consolazione che credessi efficace. Ella riprese: — Addio, mio caro compagno d'infortunio: intendo che cosa vuoi tu dirmi con quella lacrima che brilla ne' tuoi occhi. Mi ricorderò sempre di quanto m'hai detto intorno all'efficacia del pensiero e della lettura. Sarà una consolazione nella mia solitudine.
»Detto questo calò rapidamente il suo velo, mi strinse forte la mano ch'io le porsi, e raggiunse la sua famiglia che intrattenevasi col direttore all'altra estremità della sala.
»La vista di quella sfortunata giovane, e le sue meste parole mi lasciarono nell'anima una grande tristezza. Ho sempre dinanzi agli occhi l'espressione malinconica del suo sguardo; mi sembra d'udire la sua voce affettuosa e la grazia ineffabile delle sue parole.
»Intesi dire ch'ella era venuta a Parigi per consultare i più celebri medici della Francia intorno alla possibilità di una cura; e che, nel caso probabile di una risposta negativa, si proponeva di farsi cattolica e prendere il velo in un monastero. Il padre e la sorella n'erano desolati, ma la risoluzione della sfortunata parea irrevocabile. Compresi allora che cosa aveva inteso di dirmi accennandomi la consolazione della solitudine, e ne fui più che mai rattristato. Non è la solitudine e il perpetuo riflettere sopra se stessa che potrà consolarla: ma la vita attiva e l'esercizio di qualche arte che le sollevi il pensiero, e lo storni dalla propria infermità.
»Ora intendo, mia cara amica, il pregio della bellezza, massime in una donna. Povera giovane! Ella dovette provare ben duro lo scherno, e ben crudele la compassione del mondo! Troverà ella un'anima angelica, come la vostra, per offerirle quelle consolazioni che partono dal cuore, e scendono ad esso?
»Dacchè vidi quella povera damina, mi torna in mente quella celebre questione agitata fra il dottore e l'abate, intorno al passo di Foscolo che, classificando i beni della terra, attribuiva alla bellezza il primato sopra la virtù e le ricchezze. La virtù infatti dipende da noi, la ricchezza non è sempre necessaria per esser felici, e ad ogni modo la fortuna può essere il frutto della perseveranza: ma la bellezza è un dono gratuito di Dio che possiamo perdere ed abusare, ma non potremmo mai procurarci con tutti i tesori di Creso e tutti gli sforzi dell'ingegno e dell'arte. La bellezza è proprio un raggio della divinità. Io me ne accorsi quando vi vidi, o madre mia; quando quel vostro divino sentimento di compassione e d'affetto era così bene espresso e significato dalla soavità delle vostre sembianze!
»Ringraziate Dio, madre mia, di quella perfetta corrispondenza che passa tra le doti del vostro spirito e le forme del vostro corpo. Non veggo perchè gli uomini e le donne ne vadano tanto orgogliose. È un dono gratuito della natura, al quale non ebbero alcuna parte, come non hanno colpa i deformi dei difetti che hanno portato nascendo....
»Povera _miss_! qual colpa d'origine, o qual dura fatalità la condannava, prima che nascesse, a portare quella stimmata obbrobriosa! Ecco un altro di quei _perchè_ che ci tormentano senza pro! Ho letto qualche libro per sapere la causa di queste macchie mostruose, ma le mille ragioni che ne danno non mi sembrano concludenti.
»È caso, dicono i medici: ma questo non è rispondere. La mente umana insiste a voler trovare la causa di ogni effetto e il fine d'ogni cosa. E dove la ragione e l'esperienza non danno una soluzione plausibile, è lecito domandarla alla tradizione, alla fantasia, e creare un'ipotesi.
»Sarebbe ella condannata quella povera inglese ad espiare una colpa de' suoi genitori? Qual colpa? E che giustizia è codesta che punisce i figli per la colpa de' padri?
»Il libro che vanno leggendoci, e di cui vi ho parlato altre volte, ha una risposta soddisfacente, ammessa che sia la sua dottrina della trasmigrazione. L'autore di _Terre et Ciel_ pretende che la vita de' nostri maggiori si riproduca in noi stessi, e che le anime umane passino per differenti corpi, modificate dai meriti e dai demeriti della vita anteriore. Non so se si possa ammettere questa ipotesi in buona coscienza: ma quanto al caso presente, si dee confessare che si avrebbe una base per conciliarla colla provvidenza e colla giustizia suprema.
»Il male che uno sopporta non sarebbe da considerarsi come un vero male, ma come un'occasione e uno stimolo al bene. Per esempio, la giovane di cui parlo, potrebbe espiare in questa vita la colpa della vanità e dell'orgoglio a cui l'anima sua sarà soggiaciuta nelle fasi precedenti, per cui passò. La espia imparando a sue spese, come le altrui sventure e gli altrui difetti si devono compatire, non dileggiare. Questo sentimento di pietà che prima le mancava, perfeziona ora l'anima sua e la rende degna di riprendere, dopo questo periodo di prova e di educazione, la bellezza di prima, resa più pregevole per la nobiltà de' pensieri e la bontà degli affetti.
»Compiango il Leopardi di non aver considerato le miserie umane sotto questo aspetto, certo più consolante, e forse più vero. Se vi è un Dio, non può essere certamente autore del male. Infinitamente giusto e infinitamente buono, non potrebbe permettere il male nè pur come pena dei tristi, se questa pena non tende e non giova a farli migliori. Il male dunque non è che un ostacolo al bene ed uno stimolo a conseguirlo, un appoggio a procedere innanzi nella via della perfezione. È come l'acqua che resiste più o meno alla barca che la va solcando: ma senza la resistenza che oppone, il remo non avrebbe appoggio, nè la barca medesima l'equilibrio. Io considero il male come un'inerzia. Bisogna vincerla: e per questo è necessario di agire, di muoversi, di combattere e svolgere nella lotta continua, le nostre facoltà naturali che, senza questo esercizio, languirebbero inerti.
»Mi spiace che non potrò più rivedere quella bella giovane. Vorrei farle parte di queste riflessioni e persuaderla a levare il suo velo, ad affrontare arditamente lo scherno del mondo, a porgere consolazione e soccorso a tutti quelli che sono più disgraziati di lei, a farsi un'anima bella e perfetta per l'abito della carità, onde rivivere in seguito felice di doppio merito e di doppia virtù!» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
XIII.
_Cosimo ad Angela._
«Voi esigete ch'io vi scriva, e intanto mi raccomandate di non abbandonarmi alle mie visioni, alle mie fantasie, alle mie stravaganze. Ma come posso io fare altrimenti? Io non ho qui un giardino a mia disposizione, nè un gabinetto di storia naturale, nè un piccolo pezzetto di terra di mia proprietà per dare un asilo alle _male erbe_ che gli altri calpestano! M'è d'uopo adunque di rivolgere la mia attenzione su questo intricato gineprajo de' miei pensieri, e coltivare e classificare le male erbe che germogliano nel mio spirito. Voi deste asilo e conforto alla parte di me materiale e deforme: siate altrettanto indulgente alle allucinazioni strane che formano la mia vita interiore. Buone o triste che siano, non sono esse alfine la parte più nobile di me stesso? Che cosa è il mio corpo se non l'organo spesse volte inetto ad esprimerle? Voi che amate il profumo, qualunque, dei fiori che dite esser l'anima loro, e vi affaticate a interpretare il canto degli uccelli e i suoni inarticolati degli animali, non disprezzate, vi prego, o madre mia, questi vaghi sogni incoerenti che possono essere il primo balbettare di un'anima infante in cerca della verità e della giustizia. Vorreste ch'io mi limitassi a darvi conto del mio stato di salute e dei progressi che va facendo la cura? Il medico è molto soddisfatto, e mi assicura che in qualche anno di letto di Procuste io mi farò dritto e bello come un Apollo! Quanto a me, malgrado la sentenza di Foscolo che considera la bellezza come il primo de' doni e la più invidiabile prerogativa dell'uomo, non posso persuadermi che tale vantaggio meriti di essere conquistato a sì caro prezzo. Io ho le mie idee su questo argomento, e se non temessi che aveste a darmi sulla voce un'altra volta, sarei tentato a comunicarvele. Ebbene! perdonatemi, e ascoltatemi. Sarà l'ultima volta ch'io vi trascino a queste indagini stravaganti e temerarie.
»Io credo, madre mia, che non riacquisterò mai nè la forza nè l'avvenenza. La mia infermità non è effetto d'un accidente: è un vizio di conformazione che ho portato nascendo. L'anima mia non ha saputo o non ha voluto fabbricarsi un corpo più sano e più bello. Ciò non può essere un effetto del caso, nè il decreto d'una cieca fatalità. Una legge giusta, universale, severa deve presiedere a questi fenomeni. L'anima nostra sceglie forzatamente gli elementi del suo corpo, e li sigilla della propria impronta, li configura ad imagine e similitudine sua, non secondo il capriccio del caso, ma secondo un istinto di giustizia che la ritiene in quelle condizioni che ha meritato nella vita anteriore, e che potranno meglio servirla a progredire nel bene.
»Poniamo il caso. L'uomo che mi ha generato era dominato da una smisurata vanità, da un orgoglio colpevole de' suoi vantaggi personali unito a un disprezzo ingiusto delle altrui infermità sì fisiche che morali. Egli riprodusse se stesso trasmettendo il fiore dell'anima propria ad un figlio. Questa parte di lui che si stacca dal cespo, improntata di questa viziosa abitudine, si assimila e si costruisce un corpo in armonia de' suoi proprj appetiti. Il padre è punito nel figlio in quella parte di lui che soppravvive al sepolcro.
»Se la punizione fosse sterile e dettata dalla vendetta, sarebbe ingiusta. Ma quest'anima, dotata d'un istinto progressivo, ha la facoltà di migliorare le sue propensioni, espia i trascorsi paterni che sono i suoi proprj trascorsi, e impara a sue spese la pietà delle altrui sventure, meritando così di essere assunta in una condizione migliore in un'altra fase della vita individua, legata alle misteriose evoluzioni della specie umana.
»In questa ipotesi, io non sarei dunque che un abbozzo destinato a perire o a riprodursi con altri organi, e con un corpo migliore, quando lo avrò meritato colla mia rassegnazione, colla mia pietà, colla mia carità verso gli altri.
»Non so se questa opinione sia ortodossa. Sottoponetela al senno teologico di don Arnaldo, il quale troverà nelle Scritture o nei Santi Padri, o almeno nei libri degli antichi filosofi qualche traccia di queste mie fantasie. Voi sapete ch'io sono docile a' suoi responsi, e mi sottometto volentieri a' suoi buoni consigli. Nel caso ch'egli trovi che la mia opinione sia conciliabile colla dottrina cristiana, o almeno con quella di Pitagora e di Platone, vi prego a comunicarmelo per mio conforto. Questa mia ipotesi mi sembra molto consolante per quegli infelici che sono costretti a portar la pena di colpe che in apparenza non hanno commesse.
»Tornando a me stesso, io mi considero dunque come un abbozzo, come uno sgorbio del mio spirito che, per virtù de' contrasti, e per propria dolorosa esperienza, s'addestra e si affatica a rendersi degno di scegliere e scolpirsi in avvenire un corpo migliore. Lasciatemi dunque subir la mia sorte. Questo periodo della mia esistenza sarà forse destinato a compiersi in pochi anni, forse in pochi mesi, e si compierà forse tanto più presto, quanto più avrò perfezionato me stesso, e meritato di rinascere sotto forme migliori.
»Mi torna involontariamente al pensiero la povera giovane inglese che ho veduto pochi dì sono. Vi scrissi nell'altra mia ch'io non reputava la solitudine di un chiostro il miglior partito a cui potesse appigliarsi. Altre considerazioni più mature mi fanno mutar pensiero.
»Mi sono domandato: E s'ella, vivendo nel mondo e trovandosi a contatto colla società, s'innamorasse di qualche giovane, che non apprezzasse le sue qualità morali, e rifuggisse dall'idea di corrispondere all'amor suo? Se avesse una rivale più avvenente di lei, o almeno non condannata a portar sulla fronte quella specie di stigma, oggetto di compassione e di riso? Se, nel conflitto di questi eventi ella venisse a disperare di se medesima e de' suoi fratelli, e l'anima sua, invece di prendere argomento dal suo difetto ad affrettarne il riscatto, si lasciasse trascinare a passioni irose, a colpevoli invidie, ad amare e sterili recriminazioni? Forse quella buona _miss_ avrà misurato nel suo pensiero tutta la profondità di questo abisso, e diffidando delle sue forze per lottare nel mondo contro questi pericoli, avrà preferito di passare nella solitudine questa fase effimera di una esistenza immortale, che sa per istinto dover essere riservata ad assumere forme migliori.
»Mi astengo dunque dal condannare la sua risoluzione, almeno finchè non ne conosca i motivi. Deh! perchè non potete voi conoscerla, parlarle, consolarla, consigliarla? Forse a voi confiderebbe il secreto dell'anima sua, vi confiderebbe le sue illusioni, i suoi disinganni. Domanderò al direttore il suo nome e il suo domicilio. Chi sa? Il nostro incontro medesimo potrebbe non esser fortuito. Noi forse ci ritroveremo, e potremo consolarci e consigliarci a vicenda o in questa vita o nell'altra!
»Iddio le perdoni la terribile prova di amare senza essere amata! Meglio chiudere sterilmente questa esistenza interinale, e liberarsi da un corpo che non serve ai bisogni e agli istinti dell'anima nostra, lasciarlo dissolvere, e passare, nell'ora stabilita dalla provvidenza, ad informare un'argilla migliore.
»Non fate leggere, vi prego, questi miei sogni d'infermo al vostro circolo. Leggeteli solo al maestro, che non riderà delle mie fantasie. E se credete ch'egli ne rida, non comunicatele nemmeno a lui. Leggetele da sola e sul serio. Per ridicole che possano parere, vi assicuro che non le ho meditate ridendo. Non so perchè: ma dopo la visita di quella inglese, i miei pensieri, che si svolgevano senza pena nell'animo mio, e, non riferendosi che a voi, erano impressi di quella serenità che voi portate sulla fronte e nel cuore, ora invece pigliano una tinta più scura e più dolorosa.
»Non avevo mai pensato all'amore. Ora ci penso, a proposito di quella bella e sfortunata creatura, che forse è destinata a sentirlo senza poter ispirarlo. Che dura fatalità! Ma non vo' rattristarvi di più con queste supposizioni, e fo punto per oggi.