Part 18
Il moto monotono della diligenza che saliva lenta lenta le oblique svolte dell'alpe favoriva questa specie di sonnambulismo nel nostro Cosimo. Il conduttore sonnecchiava abbandonando alle guide sperimentate e ai postiglioni il governo del suo piccolo mondo. Alcuni viandanti erano scesi per superare a piedi una parte dell'erta. Cosimo s'era dimenticato nel suo angolo, perduto nelle sue fantasie, passando dalla veglia a quel sonno leggiero e pieno di visioni che ci sorprende alcuna volta in viaggio.
Ebbe un sogno assai strano, che doveva lasciare una traccia profonda nella sua immaginazione. Gli pareva di assistere alla creazione del mondo. Un vecchio venerando, come sogliono rappresentare nelle Bibbie illustrate, il Dio di Mosè, plasmava colle sue dita medesime il primo uomo, il quale di mano in mano che prendeva forma e figura, assumeva un aspetto che gli parea di conoscere. Quando il Signore, compiuta l'opera sua, gli soffiò lo spirito vitale, e quella statua meravigliosa aprì gli occhi e la bocca, Cosimo ravvisò le dignitose e leggiadre sembianze del conte d'Andria. Per naturale associazione d'idee, codesto nuovo Adamo mangiava il suo pomo e peccava. E Cosimo udì una voce gridare al colpevole: «Poichè non obbedisti a' miei comandi e abusasti delle tue facoltà contro gli ordini miei, io ti punirò ne' tuoi discendenti. Quelli che nasceranno da te non porteranno più l'impronta delle mie mani, ma obbediranno al fortuito accozzamento della materia.» Il colpevole restava perplesso al suono di queste parole, ma si riaveva ben tosto; e come per isfidare l'Altissimo, raccolta la creta che era rimasta, si provò a formare colle proprie mani un altro uomo a immagine sua. Ma l'argilla molle e stemperata non rispondea all'idea. La statua non sorgeva dritta e disinvolta come quella ch'era stata plasmata da Dio. La faccia avea bene qualche vestigio della prima creazione, ma il basso era sconcio e contorto in misero modo. Ne naque infatti un aborto, quest'essere deforme prendeva anch'esso una faccia non nuova. Il poveretto ravvisava in quel mostro informe se stesso!
Fu preso da tale spavento che si svegliò.
La carrozza era giunta sulla sommità del Cenisio. La brezza del mattino svegliò i viaggiatori ch'erano rimasti al loro posto. Gli altri giungevano trafelati dai sentieri laterali che avevano preso. Il moto, le grida, la magnifica prospettiva che si apriva allo sguardo, tutto ciò venne opportunamente a interrompere le tristi allucinazioni del giovanetto.
Il sole vestiva d'una luce rosea le vette de' monti circostanti. Cosimo salutò quella luce consolatrice, e veduto in un seno della montagna una selvetta di rododendri, ne colse un ramoscello fiorito per offerirlo in dono al suo angelo tutelare. Era tanto preoccupato dei suoi pensieri e delle sue fantasie, che avea dimenticato di trovarsi a tanta distanza da lei, e in procinto di abbandonare l'Italia. Gli cadde di mano quel ramo e risalì tutto accorato in vettura.
IX.
Lasciamo per un momento la parola ai nostri due amici. Ci spiace solo non aver ritrovato la prima lettera che Cosimo scrisse, appena giunto a Parigi, rendendo conto delle accoglienze che ricevette all'Istituto ortopedico, e delle buone speranze che il direttore gli aveva date. Queste notizie avevano rallegrata tutta la famiglia Lanzoni, ed Angela s'era assunta l'incarico di rispondere a Cosimo. Ecco la sua lettera tale e quale:
«Milano, 15 settembre 185...
»Fratello mio,
»Il babbo mi fece leggere la tua bella lettera, e mi lasciò il piacere di risponderti. Siamo tutti in festa per le buone accoglienze che ti furono fatte dal direttore dell'Istituto che mi sembra già di vedere, e che io amo da questo momento per la cura che prende di te. Dio voglia, mio caro Cosimo, che le nostre speranze non abbiano a restare deluse, e che tu possa uscire al più presto da cotesta casa più forte e più diritto della persona. Quanto al cuore e alla mente, ci basta che tu conservi la natural rettitudine che mostri fin qui!
»Questa è la risposta ufficiale ch'io ti fo, come segretaria della famiglia, ed anche, vedi onore! del signor conte d'Andria, che continua a prendere il più vivo interesse per la tua guarigione. Sul conto di questo signore avrei anzi a communicarti qualche altra cosa che ti risguarda più da vicino, ma preferisco parlartene a voce più tardi.
»Ora bisogna ch'io ti dica un po' delle cose nostre, del nostro giardino, delle nostre povere piante che sono ora immerse in quello stato di sonno e d'inerzia a cui le condanna l'inverno. Hai tu pensato, Cosimo, tu che cerchi sempre il perchè delle cose, hai tu ben pensato a questo periodo della vita vegetativa, e ai vari fenomeni che lo distinguono? Si suol dire che codesta è la stagione morta. Forse è morta per noi, che siamo privi del gradito spettacolo che presenta la natura nella pienezza della sua efflorescenza. Ma per le piante, a mio credere, è tutt'altro che morta. È un riposo apparente e necessario ai grandi misteri della germinazione e della trasformazione degli esseri. Come si può chiamar sonno e letargo quello del germe che dentro al suo duro guscio e alle sue molte membrane supera l'abisso che divide la semplice cristallizzazione dalla vita organica, e quello del bruco che nella oscura tomba in cui si è sepolto, fabbrica lentamente le sue ali, e le screzia di sì vivi colori per passare dalla vita di rettile a quella più nobile di farfalla? Tu che sei solito applicare all'uomo tutte le fasi della vita delle piante e degli animali, quale analogia trovi tu fra il sonno degli alberi e il nostro, fra la lunga letargia del verme che si prepara alla seconda sua vita, e le vicissitudini a cui ci condanna l'età? Qual è il nostro inverno, quale la nostra primavera? Perchè la pianta si rinnova e si ringiovanisce ogni anno, e noi non siamo giovani che una volta? Ho un bel domandare al maestro la ragione di queste cose. Egli non fa che rispondermi: _misteri, misteri!_ Il dottore, che non vede altro che materia nel mondo, non ha una risposta più chiara da darmi. Vorrei ben sapere che cosa ne pensi tu. Quante volte non abbiamo noi trovato una spiegazione che gli altri non avevano saputo indicarci! Pensaci su nelle lunghe ore d'ozio e d'immobilità a cui ti condanna la cura intrapresa, e dimmi il tuo pensiero che s'incontrerà probabilmente col mio. Intanto eccoti le notizie che chiedi.
»Giacinto ha già ritirato ne' suoi stanzoni tutte le sue piante. È tutto intento ad esaminare il termometro, e a misurar loro il grado di calore che chieggono, a ventilarle, ad annaffiarle, a muoverle di sito perchè abbiano la luce e l'esposizione più conveniente a ciascuna. Povero Giacinto! Io non lo condanno. Egli cerca di render men trista la deportazione e l'esiglio a quelle povere vite avvezze ad espandersi sotto lo splendido cielo de' tropici, tra le folte foreste primitive del Messico, nelle acquidose convalli dell'Orenoco e del Gange. Mi sono proprio riconciliata con lui dacchè penso che quelle povere raminghe non viverebbero senza le sue cure, senza le sue stufe, senza l'aria tiepida che tratto tratto fa penetrare nelle serre più calde. Comprendo ora che egli pure alla sua maniera si presta ad un'opera di carità verso questi esseri innocenti e sfortunati, a questi re dell'Asia in esiglio. S'egli ammalasse, o se lo prendesse un'altra volta l'estro di andarsene, bisognerebbe pure ch'io ripigliassi l'opera sua, e sa il cielo se io saprei conoscere la natura e i bisogni di tutte queste piante così diverse. Rendiamogli dunque giustizia e facciamo pace con lui.
»Quanto al nostro giardino, esso è in vero molto mutato, e non presenta il gaio aspetto di prima. Non ha più fiori d'alcuna specie e d'alcun colore. Solo la parietaria, prima di perdere le sue foglie, le colora, come la vite, delle più belle tinte di porpora e d'oro che mai si vedessero in pianta. È l'ultimo addio che dà alla natura, è l'ultima bellezza che sfoggia prima di spandere i suoi granellini e prepararsi con essi una vita novella.
»Le altre piante abbandonano le loro foglie inutili che serviranno a preparare un soffice letto e il primo alimento alla giovane generazione. Ma non hanno bisogno nè di stufa, nè d'acqua, nè d'altro aiuto dell'arte. Sopportano la rigidezza del clima, la neve, la bruma, e il gelo stesso senza pericolo. Si direbbe che si stringano l'una contro l'altra, e si scaldino fraternamente a vicenda. Deggio pensarlo, poichè tutto il resto del giardino è coperto di neve come di un funebre drappo; quell'angolo solo è verde, e la neve si è dovuta squagliare per lasciare il respiro alle nostre povere pianticelle. Io credo che ciascheduna a parte non sarebbe bastata a vincere quello strato di ghiaccio: ma tutte insieme, cooperando bravamente, vinsero la neve e si procurarono la vista del cielo. Osservo che le piante indigene solamente, le così dette _male erbe_, hanno il coraggio e la forza di lottare contro il rigore della stagione. Quelle piante forestiere a cui demmo un asilo, sono già ite, e non è ben certo se le vedremo ripullulare più tardi. Così è, caro Cosimo. Ogni terra ha il suo germe particolare, e, benchè si presti sovente a nutrire figli non suoi, tuttavia conserva la sua predilezione pei proprii. Ti ricorda di quel rosajo del Bengala, che Giacinto, per farci una burla, aveva innestato al piede di una rosa canina? Il rovo ha fatto la burla a lui. Il nobile straniero seccò, e dal ceppo sorsero due o tre polle selvatiche che daran presto delle belle rosacce semplici, ma gentili più delle sue.
»L'altr'ieri recandomi a salutare quel luogo che verdeggiava solo come un'oasi in mezzo al deserto, ho trovato la nostra capanna abitata. Indovina da chi? Te lo do in cento.
»Tu non hai certo dimenticato quella povera gatta magra, spelata, tutta piaghe, che hai salvata dalle mani di quei tristanzuoli che la tormentavano, e veniva poi a ruzzarci d'intorno come per gratitudine? Ebbene, mio caro amico, l'altr'ieri, guardando nella capanna, vidi due occhi gialli che splendevano nell'angolo più remoto, e udii un miagolìo che mi fece riconoscere la nostra vecchia cliente. Appena mi vide, mi venne incontro circondata da tre gattini vispi e scherzosi. Dapprima pareva in sospetto; ma poi, come mi ebbe ravvisata, si rabbonì, e mi permise di accarezzare i suoi figliuolini. Essa è ancora lì, e vi si è accasata comodamente. Vado tratto tratto a vederla e le porto qualche vivanda per la sua famigliuola. Lo faccio non tanto per amore di questi nuovi ospiti che cercarono un asilo presso di noi, quanto perchè non vorrei che la necessità la spingesse a dar la caccia a due poveri pettirossi che svolazzano sul tetto della casuccia, e sembrano disposti a collocarvi il loro nido.
»Quanto agl'insetti che un tempo popolavano il nostro compartimento, non li veggo più. Certamente hanno cercato un ricovero sotto la terra o nei crepacci della muraglia. Negli angoli interni ci sono più di cento crisalidi che aspettano i primi tepori di primavera per rompere la loro prigione e spiegare il volo. Un istinto secreto deve avvertirle che l'aria è ancor troppo rigida, e che le piante hanno perduto i lor fiori.
»Addio, caro Cosimo. Vorrei ora parlarti degli uomini, ma che potrei dirti di nuovo? Noi non abbiamo nè trasformazioni, nè mutamenti sensibili. Si ciarla, si giuoca, si danza, si cerca di prolungare il giorno, e d'ingannar la stagione in mille maniere. Ma tutto questo non ha alcuna influenza sulla natura esteriore. Tutt'al più arriviamo ad illuderci e a crearci nell'appartamento uno stato fittizio, una primavera esotica a forza di studio e di spesa. Con qual frutto? Non oso dirlo. Quanto a me, mi diverto qualche volta a sfidare il freddo e la neve per aver la mia parte d'inverno e sentire più tardi tutta la voluttà della bella stagione....»
X.
_Cosimo ad Angela._
«La vostra lettera, angelo della mia vita, mi ha fatto rivivere in un mondo migliore. Voi mi parlate del rigor dell'inverno, di quel riposo fecondo della natura, di quella lotta delle piante, riunite per vincere lo strato di neve che ricopre la terra, e riuscire a respirare l'aria, a rivedere la luce del cielo. Veggo dal mio letto di dolore la povera micia ricoverata colla sua famigliuola nella capannuccia del cancello. Voi avete provveduto senza saperlo ai bisogni di una madre, come io, senza saperlo, l'ho conservata alla nuova generazione che doveva nascer da lei. Tutte le volte che obbediamo a un impulso di benevolenza verso quelli che soffrono, secondiamo una legge misteriosa in virtù della quale tutti i fatti e tutti gli accidenti si collegano con reciproca dipendenza.
»Vorrei potervi descrivere uno spettacolo altrettanto gradevole, ma io sono in un istituto speciale dove si raccolgono e si curano gli esseri più maltrattati dalla natura.
»Non so s'io dica bene accusando la natura di quello che forse è colpa dell'uomo e della società dove nasce. La natura, abbandonata a se stessa, non suol produrre nè storpi, nè gobbi, nè mostri. Codeste anomalie sono rarissime fra gli animali selvaggi, divengono men rare fra' domestici, e sono frequenti fra gli uomini, massime nelle grandi città dove fermentano i vizii che la miseria produce e alimenta. Ho letto questa osservazione nel libro del Leopardi che mi avete dato partendo. È un libro malinconico, ma pieno di sapienza. Quell'uomo doveva avere l'anima bella, quanto il corpo imperfetto e deforme, come si legge nella sua vita.
»Perdonate il disordine delle mie idee. Voi mi conoscete. Quando un pensiero mi pullula nella mente ne tira mille, ed io non riesco a raccapezzarne più il filo. Che cosa voleva io dirvi? Ora mi rammento. Faceva il confronto tra lo spettacolo che voi mi dipingete e quello ch'io devo descrivervi per obbedire al vostro comando. Se sarà tristo e malinconico, non è mia colpa. D'altronde voi non fuggite le sensazioni dolorose, anzi ne andate in traccia per bontà d'animo e per desiderio di mitigarle in altrui. Ah! quanti dolori avreste a consolar qui, quanti disinganni a raddolcire, quanti animi a raddrizzare!
»Il direttore di questo Istituto, è un uomo di un carattere aperto e benevolo. Non ha più di cinquant'anni, ma la sua bella ed ampia fronte è già calva, e tutti i capelli canuti anzi tempo. Sarebbe un bel modello per un profeta o per un apostolo co' suoi occhi profondi, col suo sguardo affascinatore, colla dolcezza severa de' suoi lineamenti. Ei mi sembra intimamente convinto dell'arte sua, e pieno di fede nei miracoli che ne attende.
»L'Ospizio dove alloggiamo ha due compartimenti, l'uno destinato alle donne, l'altro a noi uomini. Ciascun compartimento ha parecchie stanze distinte per quelli che, per la qualità della cura, preferiscono l'isolamento, ed una clinica comune per gli altri che sono sottoposti ad un regime analogo. Nel compartimento dove io mi trovo, siamo in quattordici. Ignoro quante sieno le fanciulle che aspirano nell'altro a riacquistare il dono della bellezza e di una forma migliore.
»Nella sala comune vi sono dieci letti, ed otto soltanto sono occupati. Siamo otto infelici: una galleria di sciancati, di rachitici che espiamo probabilmente non so qual peccato d'origine, e aspiriamo a correggere le ossa deviate dalla loro natural direzione, e a rendere la simmetria perduta ai muscoli del nostro corpo. Ci riusciremo noi? Non sono ancora in grado di affermarlo nè di negarlo. Il direttore ci va consolando con esempi di guarigioni meravigliose: ma per lo più si tratta di fanciulli presi a curare fin dall'infanzia, mentre io e la maggior parte de' miei compagni abbiamo tra quattordici e sedici anni. Le ossa sono dunque alquanto più dure, e la mala conformazione già inveterata. Ci vorrebbe proprio un miracolo a rifarci un corpo valido e sano.
»Quanto a me, voi sapete che venni per obbedire alla vostra volontà, e per non essere ingrato al nuovo tratto di benevolenza del padre vostro. Mi sottometto pazientemente alla cura lunga e dolorosa che mi è prescritta, non tanto perch'io speri approfittarne in me stesso, quanto perchè l'esperienza, buona o trista che sia, torni utile all'arte e profittevole agli altri.
»Figuratevi come io debbo trovarmi, avvezzo com'era alla vita attiva e varia della vostra casa, disteso, per lunghi tratti di cinque o sei ore, sopra un letto, che è un vero letto di Procuste, senza poter muovermi nè a dritta nè a manca. Sono precisamente nello stato di quelle povere piante che Giacinto sforza per mezzo di pali e di vinchi a prendere una forma per cui non son nate. Oggi mi si permette l'uso libero delle braccia, onde posso consacrare una parte della giornata a scrivere e a disegnare. È dunque un giorno di vita attiva: mentre i dì scorsi non vivevo se non col pensiero, e mi nutriva di non so quali strane fantasie, che a voler dirvele tutte vi farebbero ridere e piangere. Sapete che tante volte io m'immergo così profondamente in una idea, che mi par di vedere e di toccare la cosa che immagino! Temo qualche volta di divenire un visionario ed un pazzo! Non vi mettete però in apprensione. Ho il mio talismano sicuro e infallibile contro le divagazioni del mio cervello. Basta ch'io pensi a voi, e mi richiami il vostro bel nome. Così continuate ad essere l'angelo della mia mente, anche a tanta distanza. La vostra graziosa immagine sorride a miei pensieri, come la candida stella polare al navigante smarrito nelle immense solitudini dell'oceano. A voi devo la vita dell'intelletto, a voi quelle serene fantasie che mi trasportano in un mondo migliore! Mia madre mi ha dato un corpo imperfetto e deforme; voi mi avete spirato un'anima giovane e forte, e lieta e magnifica nelle sue idee. Il mondo dove ella vive e si spazia è altrettanto bello e perfetto, quanto la società degli uomini che vivono sulla terra è ingrata ed amara. Grazie a voi che mi svegliaste alla vita del pensiero! Quind'innanzi non vi chiamerò più _sorella_ come mi avete comandato di fare. Voglio chiamarvi _madre_. Sorella non esprime che l'affetto reciproco. Ho bisogno di un nome che indichi meglio i nostri veri rapporti. Voi siete la _madre_ dell'anima mia.
»Non mi domandate dunque quali progressi abbia fatto la cura, e di quanti pollici si sia raddrizzata la mia persona. Parliamo d'altro. Parliamo dello spirito che ha meno ostacoli a superare. In questi quattro mesi mi sono un po' esercitato nella lingua francese. A forza di sentirla parlare, m'ingegno di spiegarmi alla meglio tanto che già cominciano a intendermi. Finora ho sempre letto il Leopardi sul quale ho fatto un mondo di riflessioni, che mi riservo a comunicarvi a voce. Ora assisto alla lettura di qualche libro francese che il direttore medesimo o un assistente ci vien facendo per occupare e divertire il nostro spirito durante l'inerzia forzata e l'attitudine disagevole del nostro corpo.
»Da otto giorni ci vien letto un libro nuovo scritto da un sansimonista chiamato Giovanni Reynaud. È un libro nuovo davvero, almeno per me, e credo anche per voi. Il suo titolo è: _Terre et ciel_; e, contro il vezzo moderno che impone alle opere i titoli più stravaganti, quest'opera parla davvero del cielo e della terra, ma sotto un punto di vista affatto straordinario. Non posso dire d'intender tutto, perchè il libro è molto scientifico, ed è scritto in uno stile molto sublime: ma quello che non intendo, a forza di pensarci, riesco a intravederlo e a indovinarlo da me medesimo nel silenzio della notte.
»Questo libro mi dà la chiave di molti dubbi che hanno finora tormentato e affaticato il mio spirito; e mi pone in grado di soddisfare assai meglio ai nostri _perchè_. Non ardisco ancora entrare nell'argomento, perchè tante idee nuove e meravigliose mi fanno come nuotare in un'atmosfera insolita e sconosciuta. Sono come abbagliato da una luce più forte che gli occhi non valgono a sopportare. Ma appena mi sarò avvezzato a questo nuovo elemento, vi scriverò una lunga lettera che vi aprirà un nuovo mondo.
»Per oggi restiamo ancora nel vecchio, che la vostra bontà mi renderà sempre più caro d'ogni altro.»
XI.
Il giorno che questa lettera fu ricevuta in casa Lanzoni, fu giorno di festa per Angela.
Quel tenero nome di madre, che il povero nano avea trovato nel fondo del suo cuore per esprimere l'immenso affetto di gratitudine che sentiva per lei, la commosse e inorgoglì al tempo stesso. Quel nome rivelò a lei medesima la natura del sentimento che provava per esso. E benchè pochi anni corressero fra l'età sua e quella del suo pupillo, ed ei sapesse sovente trovare col suo naturale ingegno e col suo istinto meditabondo certe ragioni ch'erano sfuggite a lei stessa e al suo precettore, pure si sentì degna di questo titolo, perchè aveva realmente esercitato l'ufficio di madre verso il povero trovatello diseredato dal mondo e dalla natura.
Quella bizzarra predilezione per ciò che gli altri disprezzano a torto, quell'amore per le creature meno privilegiate, trovò la sua più nobile espressione nell'affetto che sentiva per Cosimo. Da questo momento tutte le cure che soleva prodigare ai varj vegetabili ed animali men favoriti, si concentrarono in uno. Ella divenne tutto ad un tratto più seria, passò dalla puerizia all'adolescenza del cuore, assunse una gravità che, senza nulla togliere alle sue grazie native, le dava la dolce maestà della donna sollevata al grado di sposa e di madre.
La sera, quella lettera dovette essere letta nel picciolo crocchio d'amici che frequentavano casa Lanzoni. Il conte v'era presente e non mancò di congratularsi con Angela del buon esito delle sue cure verso il povero orfano.
La conversazione s'aggirò, com'è da pensarlo, sul contrasto tra un sì bello e sì pronto ingegno e una conformazione sì difettosa, sulle cause probabili del male e sull'efficacia dei mezzi adoperati alla guarigione. Il dottore non isperava molto dalla cura ortopedica a cui Cosimo si era assoggettato sì tardi. Il conte raccontava casi mirabili e stravaganti di guarigioni ottenute anche in una età più provetta. Angela stava in fra due, ma non osava abbandonarsi a troppe speranze. Del resto, ella lo avea preso a proteggere così malconcio, e pensava che se le fosse comparso dinanzi trasfigurato, certo ne avrebbe goduto, ma non le sarebbe parso più quello. Il suo ufficio di madre avrebbe fatto luogo ad altri rapporti ch'ella non potea prevedere. Nè la sua immaginazione, nè il suo cuore poteva dunque imaginarselo differente.
Le diverse opinioni che si esprimevano sul suo conto, l'interesse che tutti mostravano avere per lui, lo sviluppo precoce della sua intelligenza, la lettera singolare di cui si era fatta lettura, tutto ciò avea concentrato l'attenzione sul povero nano assente, e il conte d'Andria non potè a meno di chiedere ad Angela il tempo e il modo onde lo sfortunato avea chiesto e ottenuto asilo e protezione presso di lei.