Part 16
Ma la nostra amica non si adontava di questi motteggi. Rispondeva alla zia con altri proverbj, la eccitava a non disputare dei gusti, e a rispettare i bruchi per amor delle farfalle. Quanto alle male erbe, voleva persuaderla che, vedute colla lente, erano cento volte più belle delle camelie e dei rododendri che costavano tante cure e tanti quattrini.
Tutto questo vi spiegherà facilmente com'essa accorresse con tanta alacrità in difesa del povero Cosimo. La zia, come potete credere, non mancò di raccontar l'avventura, ed eccoci alle solite celie sulle sue singolari predilezioni. Angela sulle prime non vi badò, poi si mise a difendere quel poveretto con tanto fuoco, che le burle cessarono.
Ma le cose non dovevano finir lì. Un medico amico di casa, che s'era trovato presente alla mischia, recò la novella, pochi dì dopo, che la madre del povero nano era morta. Angela impallidì come si trattasse di una persona cognita e cara. Si accusò di non essere accorsa al letto dell'inferma per assisterla e consolarla. Tutta quella sera fu malinconica: la notte non potè chiudere occhio, finchè non ebbe proposto a se stessa di cercar notizie dell'orfano. — Chi sa — pensava — che la Provvidenza non me l'abbia fatto capitare sott'occhio perchè non manchi di un appoggio e di una difesa. Il dottore — soggiunse — m'ajuterà a rintracciarlo, e poi, se il Signore m'ha destinata ad essere l'istrumento della sua bontà, e' saprà bene condurmelo innanzi! —
Fatto con se stessa questo proponimento, la buona Angela potè prender sonno, e dormì tranquillamente sino a giorno.
III.
Il sole di una bella mattina di giugno la risvegliò. Benchè si fosse addormentata più tardi del solito, e avesse dormito un sonno agitato da mille sogni fantastici, non mancò di fare una visita assai sollecita al suo giardino particolare.
Il giardino del sig. B., senz'essere un vasto parco di quelli che sogliono chiamarsi all'inglese, adunava in breve spazio tutte le delizie che una ricca natura e una fertile immaginazione possono dare. Lo Iapelli[5] vi avea fatto prova del suo buon gusto e della sua splendida fantasia. Un lungo calidario rinserrava le più belle piante de' tropici. Una collina, un laghetto, alcune macchie d'alberi rigogliosi e di varia verdura s'alternavano a vaghi compartimenti seminati di piante vivaci d'ogni maniera. Più lontano si stendeva un verziere ricco di alberi fruttiferi e di squisiti legumi. Tutto questo era sparso con vago disordine, sì che ad ogni svolta dei sentieri puliti, l'occhio si trovava dinanzi una prospettiva tanto più amena quanto meno aspettata.
L'angolo più disadorno di questo gentil paradiso rispondeva alla via vicinale, e metteva nei campi per un cancello di ferro. Una capannuccia di paglia con un tavolino e due scranne d'orno piegate a graziosi arabeschi sorgeva accanto al cancello. Era dapprima un canile dove s'accovacciava incatenato un robusto molosso che avea terminato la sua ringhiosa carriera senza lasciar successori nè eredi. Angela aveva ottenuto dal padre che quella casuccia fosse disposta per lei, e le fosse dato il pezzo di terreno inculto che giaceva d'attorno in assoluta e special proprietà. Voi v'immaginerete che la graziosa giovanetta vi coltivasse i fiori più peregrini, e vi spiegasse quel buon gusto e quella eleganza, che al solo vederla si sarebbero dette a lei famigliari. Nulla di tutto questo. Quello spazio di terreno rimase abbandonato a se stesso, anzi si sarebbe detto che fosse stato ingombro a bello studio delle piante più vulgari e più disprezzate dai botanici e dai giardinieri. Le ortiche, i tarassaci, ed altre consimili piante, che gli orticultori battezzano col nome generico di male erbe, si erano date convegno e vegetavano in quel cantuccio in piena tranquillità. Il giardiniere di casa e gli altri famigli lo chiamavano talora l'orto della signorina, e talora il vivaio delle male erbe. Di che Angela non si reputava punto offesa, anzi finì col designarlo anch'essa ora con uno di quei nomi, ora coll'altro.
Per solito era a questo che riserbava l'ultima visita, ma questa visita era più lunga e più affettuosa delle altre. Indossato un semplice accappatoio, e postosi sulla bionda testa un largo cappello di Firenze, scendeva dalle sue stanze in giardino, che appena l'ortolano cominciava le sue cotidiane faccende. Entrava nella serra, s'inebriava di quelle fragranze meridionali, dimandava il nome e la patria di questa o di quella pianta, ne ammirava le forme e i colori, ma per lo più conchiudeva: — Poverina! quanto saresti più vegeta e più contenta ne' tuoi paesi! —
Il giardiniere scuoteva il capo, quasi offeso da tale esclamazione. Sosteneva che la pianta in istato selvaggio non sarebbe sì bella, e che doveva alle sue cure intelligenti lo splendor de' colori e la ricchezza della corolla. Forse era vero: ma la signorina non pareva sempre disposta a concederlo. Ella aveva un culto particolare per la natura semplice e primitiva. Di più, come ho già accennato, quei fiori rigogliosi e superbi le parevano un'aristocrazia prepotente che usurpava l'aria, la terra, le cure e gli omaggi alle altre produzioni più umili, ma non meno perfette. Quindi, pur ammirando quei morbidi gigli, quelle superbe ipomèe, quelle fantastiche parassite dei tropici, i cui fiori bizzarri somigliano a strani insetti, a peregrine farfalle, vi passava sovente dinanzi con una specie d'indignazione, e credeva compiere un atto di giustizia accordando la sua preferenza all'erbe più modeste e ai fiori più negletti da' dilettanti. Allora si ritirava nella sua capannuccia, e s'intrecciava un mazzolino cogli occhi di bue e colle volgari pratelline, che crescevano a dovizia nel suo vivajo delle male erbe.
Quella mattina era proprio di tale umore. I pensieri e i sogni della notte ve l'avevano predisposta. Ma quale non fu la sua sorpresa quando, cogliendo certi fiorellini di parietaria che coprivano i pilastri del cancello, vide accovacciato al di fuori il povero nano. Gittò un grido di maraviglia, che il miserello reputò di paura, tanto che s'affrettò di chiederle scusa.
Come era egli costì? Era caso o pretesto? Ella non isperava di rivederlo sì tosto, benchè sì vivamente lo desiderasse. Pensò senz'altro che la provvidenza gliel'avesse mandato.
Cosimo però non v'era venuto a caso. Gli era riuscito sapere il nome e l'abitazione della sua protettrice, e avendo una commissione per lei, s'era avvisato di attenderla a quel cancello, non osando picchiare alla porta del suo palazzo.
— Povero Cosimo! — disse Angela. — Ho saputo la tua disgrazia. M'immagino, sai, quanto debba dolertene. Anch'io ho perduto mia madre! —
Il garzoncello, serio e commosso, voleva rispondere e non sapeva. Trasse di sotto alla veste il borsellino di Angela, avvolto diligentemente in un foglio, e glielo porse senza parlare attraverso il cancello.
— Che è ciò? — disse Angela. — Rifiuteresti il mio dono?
— Oh! — rispose il fanciullo — che dice mai! La povera mamma, poco prima di spirare, sapendo la sua carità, vi ha posto dentro una carta molto importante e l'anello che teneva in dito, e mi ordinò di portarglielo, appena fosse passata in vita migliore. Io non ardivo presentarmi al suo palazzo, e da due giorni l'aspetto qui. —
Angela aprì frettolosa il borsellino, lesse un foglio che era una promessa di matrimonio scritta e firmata dieci anni innanzi, e dentro al foglio trovò un cerchiellino d'oro che non esitò punto a mettersi in dito. Quanto alla carta, ignorandone l'importanza, la ripose nel borsellino, aspettando un altro momento a chiarirsene.
— Il suo dono — riprese Cosimo — mi bastò a prestarle gli estremi soccorsi, a farle dire una messa di requie e a collocare una croce sulla sua fossa. Mi resta una moneta che starà sempre sospesa intorno al mio collo in memoria della sua bontà... e della povera madre mia. Addio, madamigella! Iddio le dia tutto il bene che merita. —
E in così dire si allontanò per andarsene.
— Fermati — gridò Angela. — Dove vai ora, povero orfano? —
Il fanciullo s'arrestò perplesso, ma non rispose.
— Tu hai però il babbo, n'è vero? —
Cosimo chinò il capo e negò.
— Un fratello, un parente?
— Nessuno, signora.
— E come vivrai? Chi avrà cura di te? —
Il fanciullo girò gli occhi al cielo quasi dicesse: Dio c'è per tutti. Procurerò di guadagnarmi il pane.
— La mamma mi mandava all'asilo, e vi ho imparato a leggere e a scrivere... ma un mestiere... alfine ce n'è tanti dei mestieri. Farò il cenciajuolo.
— Il cenciajuolo?
— O quello o un altro: tanto ch'io viva... e se non potessi riuscire... laggiù dove sta ora mia madre, c'è luogo anche per me. Perdonate, signora, se vi attristo con queste idee.
— Vuoi tu venire da noi? Abbiamo tanta gente per casa. Uno più, uno meno... dirò al babbo che ti prenda.
— Io non saprò far nulla.
— Sì, sì, ajuterai il giardiniere ad annaffiare le piante. Aspettami, ch'io ritorno. —
Angela, come potete pensarlo, andò difilata dal padre che stava appunto vestendosi, gli raccontò la cosa e ottenne senza fatica la grazia. Senza aggiunger parola, cercò le chiavi del cancello, corse giuliva ad aprirlo, ed introdusse il povero Cosimo che, come trasognato, obbediva macchinalmente alla sua salvatrice.
IV.
— Mancava questo coso al vivaio di mia nipote! — disse la zia tra la beffa e la stizza.
Tutti i famigli, massime le serve, fecero eco con una risata all'osservazione della signora, riservandosi a lodare la carità della padroncina quando l'occasione fosse venuta di poterlo fare senza dar torto alla dama.
Angela intanto era ita in traccia del giardiniere che armeggiava tra i vasi delle sue serre. Cominciò dal lodargli alcune delle piante più nuove e più peregrine; poi gli fece rimprovero di non averle preparato il solito mazzetto odoroso che accettava da lui. Giacinto si scusò secco secco, colle molte faccende, colla stagione che non andava a suo genio, colla pioggia che tardava a venire, ec., ec. E cominciò tuttavia a raccogliere qualche violetta di Parma, qualche eliotropia, qualche verbena per risponder col fatto al rimprovero della padroncina.
— Ebbene, per ringraziarvi del vostro mazzolino, e per mostrarvi che non sono la vostra nemica, vi ho procurato un allievo, un garzonetto che vi darà una mano nelle cose più facili, vi scriverà correttamente i titoli delle piante, e vi aiuterà ad annaffiarle. Siete contento?
— Come! Un altro giardiniere! Oibò, signorina. Un giardiniere deve esser solo. Noi abbiamo i nostri segreti, e non vogliamo cedere ad altri il frutto delle nostre esperienze.
— Via, via. Questo poveretto non vi ruberà certo il mestiere — soggiunse Angela sorridendo. — È un povero gobbino, un orfanello che ho preso sotto la mia protezione. Riguardatelo come uno di quei fusti quasi secchi per cui raddoppiate le vostre cure. Ve ne sarò grata, e visiterò più spesso le vostre orchidee. Siamo intesi! Or ora ve lo conduco. —
Il giardiniere in sostanza non era malcontento di avere una persona che lo aiutasse nelle faccende che gli andavano crescendo sotto le mani. Ma quando vide quel meschinello pensò che non avrebbe potuto fare gran conto dell'opera sua. Tuttavia la padroncina l'aveva sì rabbonito, che non trovò nulla a ridire, e gli diede subito a ripulir certi arbusti dalle foglie gialle di cui li aveva screziati l'inverno.
La natura avea voluto dare un esempio di giustizia distributiva compensando le forme disgraziate del giovanetto con una intelligenza pronta ed una rara felicità di memoria.
Il dolore avea maturato assai per tempo quel povero fanciullo, tanto che a dieci anni aveva i caratteri d'un adulto. Il suo pallore e l'espressione indefinibile delle sue labbra dicevano già la sua storia e rivelavano l'anima sua. La sua fronte ampia e prominente gli attirava l'attenzione e la benevolenza di tutti quelli che l'osservavano.
Egli menava la sua vita nel giardino e negli stanzoni delle piante. Mostravasi di un'attività e di una docilità a tutte prove col giardiniere, non tanto per cattivarsene l'animo, quanto per corrispondere all'intenzione della sua benefattrice. Chi ha un po' di pratica del giardinaggio, sa che quest'arte non lascia un momento disoccupato. Ma sia che Giacinto non si fidasse della di lui abilità, o non volesse arrischiargli qualche operazione un po' delicata, Cosimo aveva qualche ora di libertà. Prendeva allora in mano i cataloghi e i manuali di botanica e d'orticoltura che Angela gli avea confidato, e in pochi mesi, raffrontando i titoli ai soggetti, s'era impadronito di tutta quella strana e ridicola nomenclatura. Giacinto trasecolava di tanta memoria, e cominciò a guardarlo con gelosia: tanto più ch'egli era uomo di pratica più che di scienza, e spesso gli avveniva di storpiare quei nomi in modo da far ridere fino la sua padroncina.
Guardate ingiustizia della fortuna! Il povero Cosimo che si era fatto perdonare la sua forma sgraziata, trovava ora nei proprj meriti un'altra sorgente di tribolazione. S'egli non avesse saputo leggere o non avesse avuto alcun desiderio d'apprendere, il giardiniere non avrebbe pensato a perseguitarlo: ora invece non lasciava passare occasione per rendergli più amara la vita. I titoli ch'egli scriveva erano mal fatti, perchè erano scritti come voleva il catalogo, non come il giardiniere li pronunciava! E quando Cosimo gli metteva sotto gli occhi il libro per convincerlo del suo errore, il giardiniere tutto ingrognato borbottava: — Novità, novità! Non sanno creare piante nuove e si dilettano di mutare i nomi. Gran sapienti del cavolo! — E quest'ironia cadeva non tanto sugli autori dei libri, quanto sul capo innocente del nostro tribolatello.
Egli non avrebbe però pensato a richiamarsene. Era già avvezzo a rassegnarsi a strapazzi più forti. Ma un giorno Angela si trovò presente ad uno di questi litigi, e non si potè astenere da prender le parti del suo protetto. Il giardiniere si ostinò nel torto, e nel suo stolto orgoglio chiese la sua licenza, adducendo che già non c'era bisogno di lui, dacchè v'era in casa quel sapientone.
Angela non volle prender la cosa sul serio, ma dichiarò al giardiniere che da quel giorno Cosimo era addetto al suo servigio particolare.
— Egli lascerà le vostre serre, e non si occuperà che del mio compartimento.
— Tanto meglio! — replicò il giardiniere. — Così saprà arricchire il catalogo di nuovi tesori! —
Angela, che non avea tollerato l'insulto fatto a Cosimo, tollerò colla solita sua bontà le sciocche parole dirette a lei stessa. — Appunto, appunto, — soggiunse. — Hai inteso, Cosimo. Vieni meco laggiù. Noi faremo il catalogo delle male erbe, e t'insegnerò a disegnarle e a classificarle! —
Detto, fatto. Cosimo seguì la sua protettrice in quell'angolo remoto del parco ch'essa prediligeva, dove egli, s'era appostato ad attenderla. La bizzarra fanciulla non l'aveva ancora messo a parte della vera cagione che l'avea mossa a quella singolare coltura. Non andò molto però che il suo discepolo indovinò l'istinto della sua protettrice.
— Bada bene, Cosimo, — gli avea detto — non vorrei che tu avessi imparato dal giardiniere l'arte di distruggere le piante meno privilegiate. Queste, figliuolo mio, sono tutte male erbe, secondo lui: anche quell'_occhio di Venere_, anche quella _callistegia_, anche quel grazioso _lupino_, tutte male erbe! E ciò perchè crescono spontanee e senza coltura, perchè nascono in ogni luogo, e s'arrampicano su tutte le vecchie muraglie! _Male erbe!_ Quanto a me, vedi, ho un gusto affatto diverso, e trovo che quel fioretto di malva, quella _parietaria_, quel _licopodio_ sono mille volte più belli de' suoi tulipani e delle sue maravigliose _gloxinie_! E poi ti dirò: tu m'intenderai, spero. Che diritto abbiam noi di strappar dalla terra che le vide nascere e le produsse, quelle povere pianticelle? Se si trattasse di sgombrare un terreno incolto per seminarvi il frumento e l'orzo necessari alla vita dell'uomo, non parlerei: ma cacciare in esilio queste creature indigene per cuoprir la terra di ghiaja, o per surrogarvi altre piante di lusso che non hanno spesso altro merito che la rarità, capisci bene che è una vera usurpazione, una specie di tirannia. Gli Spagnuoli e gli Inglesi che sterminarono i primi abitatori dell'America per trapiantarvi i coloni europei, o gli schiavi dell'Africa, partivano dallo stesso principio, e commettevano la medesima iniquità! Tu non puoi comprendere ancora tutto il mio pensiero: ma un giorno m'intenderai meglio. Intanto si va d'accordo nel fatto. Tu devi rispettare tutte le piante che vedi qui. Io le ho ricoverate in quest'angolo, perchè possano vegetare e fiorire tranquille. Tutti dicono ch'è una pazzia: non importa. È una pazzia innocente, n'è vero, Cosimo? Vedo che tu hai più buon senso degli altri! —
Non so quanto il fanciullo avesse compreso di questo grazioso paradosso della sua padrona: ma certo non lo trovò tanto strano nè tanto ridicolo quanto gli altri. Riflettendo, quando fu solo, alle parole della damigella, gli balenò nella mente una singolare analogia, alla quale forse Angela non avea fatto allusione. — Anch'io — pensò Cosimo, — sono una _mala erba_, ed è forse a questo titolo ch'ella m'ha raccolto presso di sè e mi tratta con tanta bontà! —
Questa riflessione servì a svolgere sempre più il sentimento e l'ingegno del giovanetto. In poco tempo aveva annaffiate e ripulite le ajuole del giardinuccio a lui confidato. Di giorno in giorno vedeva sbocciar qualche negletto fiorellino, che guardato d'appresso giustificava la predilezione della fanciulla. Egli cercò tanto nel suo trattato di botanica finchè pervenne a ordinare la maggior parte di quelle piante inedite pe' giardinieri; e giovandosi dei disegni ch'erano sparsi qua e là nel volume, cominciò a delinearne le foglie ed i fiori. A poco a poco rettificò quei disegni col confronto del vero che aveva sott'occhio, e un bel giorno fece vedere ad Angela il primo saggio dell'opera sua. La giovanetta arrossì di piacere e si applaudì della disposizione che mostrava il suo alunno ad imitare la grazia del vero. Gli diede allora pennelli e colori, ed un album dove potesse scarabocchiare a sua posta.
Cosimo aveva davvero l'istinto, come dicono, del colore, e la percezione rapida e giusta della bellezza. In pochi mesi fece meraviglie, e il giorno natalizio della sua benefattrice le presentò la collezione completa delle piante del suo giardino particolare. Egli l'aveva lavorato in segreto, e fu una sorpresa non solo per la famiglia, ma per Angela stessa. Tutti fecero le meraviglie, e il padre che era uomo d'ingegno e di gusto squisito non mancò di notare quello che vi era di veramente singolare e pregevole in quegli abbozzi.
C'era infatti di che stupire vedendo come il semplice istinto e l'osservazione del vero potessero aver fatto cotanto. Gli uomini così detti dell'arte, i pittori d'accademia avrebbero certamente trovato molto a ridire, ma il padre di Angela giudicava coi propri occhi e non colle regole della scuola.
Cosimo non si era limitato alle piante ed ai fiori. Aveva imitato anche gli insetti che vedeva sovente d'intorno a quelli. Nell'ultimo foglio dell'album, sotto alcune foglie di parietaria, il giovane pittore s'era divertito a dipingere un ragno de' giardini, e gli era riuscito sì vero che la zia diede in un grido vedendolo, e retrocedè spaventata.
Fu un vero trionfo per Cosimo, che con bel garbo chiese perdono alla dama della paura che le avea fatta.
Tutti risero di cuore dell'accidente, anche la zia quando si fu un poco rimessa dello spavento, non senza insinuare che c'erano tante belle farfalle da dipingere senza sprecare il tempo e i colori a raffigurare un sì brutto e schifoso animale qual era il ragno.
Cosimo si scusò un'altra volta dicendo che quello era il luogo della soscrizione, e che nessuno avrebbe ravvisato in una farfalla il simbolo del suo nome.
Il garbo che traluceva in queste parole e la modesta allusione alla propria deformità, terminò di guadagnare al giovanetto l'animo del padre di Angela, che da quel momento pensò seriamente a coltivare un ingegno che si manifestava con sintomi sì felici.
V.
Il ragno!
Che fatalità inesplicabile pesa su questo povero insetto! Tutti lo fuggono, tutti lo abborrono, tutti lo schiacciano. Al solo suo nome le labbra più gentili e benevole si torcono ad un atto di ribrezzo e di odio. Un ragno! Si direbbe che il Creatore l'abbia maledetto nell'ira sua in compagnia del serpente, ponendo un'eterna ed implacabile inimicizia fra esso e la donna! Eppure il ragno non ha, ch'io sappia, tentato nè la madre Eva, nè alcuna delle sue figlie. La mitologia ha ben raccontato la storia della superba ricamatrice mutata in ragno da Pallade: ma certo l'avversione che ispira generalmente quel povero tessitore, non potrebbe derivare dalla vendetta ingenerosa della gran Dea.
È egli più brutto e più malefico degli altri animali? Il ragno è tutt'altro che brutto, o almeno non tutti i ragni son brutti. Quello de' giardini, per esempio, è distinto di colori vivissimi, e ingrandito colla lente spiega una simmetria di disegni e un'eleganza di tinte che noi raccomanderemmo alle nostre lettrici. Quanto alla sua natura velenosa e malefica, non vi è un fatto, cred'io, che la provi. La stessa tarantola, sul morso della quale si scrissero libri e trattati, è ora dichiarata pressochè inoffensiva. L'opinione comune è dunque affatto gratuita: è un'ingiustizia, una calunnia sociale. Fosse anche brutto, fosse anche venefico veramente, non è certo la bruttezza nè la malignità che lo costituisce come il paria del regno animale.
Sarebbe forse perchè vive d'insidia, perchè tende le sue reti, perchè vi accalappia la preda di che nutre se stesso e la innumerabile sua famiglia?
La ragione onorerebbe il sentimento della mia pietosa interlocutrice, ma non mi sembra calzante. Ogni animale nasce Nemrod nella sua sfera particolare.
Tal quaggiù dell'altrui vita si pasce, Altre a nutrirne condannata l'egra Vita mortal che il ciel parco dispensa!
Nè voi, gentil damigella, sarete punto disposta a difendere la mosca che spesso incappa tra quelle reti insidiose, benchè la mosca sia molto più bella del ragno, e nella scala degli esseri forse più perfetta di lui. Non vi è dunque alcuna buona ragione che giustifichi o scusi l'odio generale che pesa sul ragno, e il bando che si vorrebbe infliggere a questo infelice insetto dal vasto regno della natura.
Angela, voi lo indovinate, non subiva nè anche in questo il giogo della comune opinione. Il ragno era per essa un animale industrioso e paziente, e l'amava anche prima che Vittor Ugo avesse scritto nelle sue _Contemplazioni_:
J'aime l'araignée et l'ortie Parce qu'on les hait.
Ella si guardava bene dal lacerar la sua tela, che si poteva ammirare in tutta la sua integrità e simmetria in quell'angolo del giardino dove l'ortica medesima aveva ottenuto un asilo. L'ortica poi, giacchè il poeta francese l'ha messa insieme col ragno e la onora dell'amor suo, la nostra eroina la favoriva anch'essa per due ragioni che sfuggirono al poeta de' paradossi: la prima perchè nutre colle sue foglie una delle più belle farfalle che volino per l'aria, la _piccola pavonia_, che spiega nelle ali leggiere tutta la magnificenza dell'uccello caro a Giunone: la seconda, perchè aveva osservato che l'ortica cessa di pungere quando mette fuori i suoi fiorellini e s'appresta a celebrar le sue nozze.
Tutto questo però parlava alla ragione più che all'istinto. L'istinto di Angela è mirabilmente riassunto in quei due versetti. Ella amava le creature di Dio in ragione dell'odio ingiusto onde le vedeva aggravate.
Queste idee sorte naturalmente l'una dall'altra aveano formato il fondo della conversazione che animò i pochi amici raccolti la sera del giorno stesso presso il padre di Angela.