Racconti

Part 15

Chapter 153,839 wordsPublic domain

Intanto egli mi presentò alla società col titolo di sua sposa, mi trovai fatta segno di onori, di adorazione: non c'era festa a cui non fossi invitata: tutte le barriere aristocratiche cederono all'onnipossente forza dell'oro. Le assicuro che quando il mio cocchio scorreva strepitando nell'atrio della mia casa, io sentiva in me stessa un certo che di strano e d'indefinibile che non è agevole a imaginare. In pochi anni la ruota della fortuna m'aveva trasportata dal posto più infimo al più sublime. Io avrei voluto allontanarmi da quel luogo che mi ricordava la bassa mia origine: ma parea che il destino mi condannasse ad averlo sempre presente! Me felice se avessi saputo approfittarne.

Dalla loggia più nobile io assisteva sovente ai pubblici spettacoli, e all'opera più volentieri: sia che mi allettasse la novità, sia perchè l'opera è quel genere di rappresentazione che esige minor coltura ad essere gustato. Ed io, comecchè sostenuta da un po' di spirito naturale, era pur sempre la figlia del calzolaio. Cantava negli _Orazi_ di Cimarosa il basso Ferrari. M'innamorai pazzamente del suo fare, della sua voce, forse delle sue vesti. Colsi il momento che il marchese s'era allontanato dalla città, e rientrai una sera in compagnia dell'amante.

Entrando fragorosamente nell'atrio, una ruota del cocchio urtò nell'angolo della baracca dov'ero nata. Un gelido presentimento m'entrò nel cuore, ma una carezza d'Orazio rassicurommi, e sostenuta dal suo braccio salii volando le scale, e i piedi d'un cantante calcarono i tappeti del mio nobile sposo.

Egli lo seppe. Volle rimproverarmene: non era più tempo. Io era invasata, impazzita, innamorata. Il terzo piano di quella casa medesima era appigionabile: io superai altri dieci scalini, e mi parve di toccar il cielo col dito, quando libera da ogni riguardo, ho potuto abbandonarmi in braccio alla mia passione. —

Qui sopraggiunse alla vecchia avventuriera un forte accesso di tosse che minacciò di distruggere ogni miglioramento. Io non le permisi di seguitare il suo racconto, e ne fu rimessa la fine al domani.

CAPITOLO IV.

Terzo piano.

La notte avea calmato il dolor fisico che aggravava il petto alla mia singolare ammalata: ma il racconto delle sue avventure incominciato il giorno innanzi, benchè non era probabile ch'io ne fossi il primo depositario, le avea lasciato sul volto le tracce d'un profondo abbattimento morale. Ella mi espose il suo stato e come avesse passato la notte, ma pareva disposta a lasciarmi partire senza riprendere il filo del suo discorso. Nè io certamente l'avrei forzata a seguire, non volendo per tutto l'oro del mondo ritentare la piaga che non sembrava ancora cicatrizzata. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nelle miserie.... se pure poteva dirsi felice quel tempo che ella s'era vista trabalzare dalla fortuna in sì rapida vicenda di condizioni.

Quando fui per congedarmi, e prendevo il cappello e la mazza in un angolo di quell'oscura soffitta, ella mi seguì collo sguardo, e quasi se ne fosse ricordata in quel punto: — Non volete — disse — udire il seguito della mia storia?

— Io credeva d'esser troppo indiscreto a domandarvene, buona donna. D'altronde non mancherà tempo.

— No, no, riprese, io voglio dirvi tutto, e se ne provassi qualche acerba trafittura, la risguarderò come una salutare espiazione delle mie follie, e de' miei traviamenti. —

Io mi sedetti, e senza aggiunger parola mi posi ad ascoltare.

— Quel tristo presagio che mi colpì ritornando dal teatro, s'avverò nella maniera la più crudele.

La morte del povero Ernesto che forse era stata affrettata da' miei capricci voleva una vendetta, ed io la provai condannata ad amare, alla mia volta, con tutta la forza dell'anima, con la piena certezza di profondere i tesori della mia tenerezza ad un uomo che non sapeva, e forse non poteva apprezzarla. Io aveva sacrificato al nuovo mio amante un ricco e splendido collocamento: egli non dovea pagarmi ben presto che della più nera ingratitudine. Io vissi con esso lui più mesi bevendo nei suoi occhi l'amore e inebriandomi degli applausi che il pubblico tributava al suo canto: non avrei cangiato la mia sorte con chicchessia. Mi avvenne allora di fare la conoscenza della celebre Catalani, la quale nella prima aurora della sua gloria, divideva i trionfi del mio tiranno. Io aveva sortito dalla natura una buona voce. Sedotta dal clamoroso successo che la musica cominciava a ottenere, lusingata dalla speranza di parteciparne i trionfi, incoraggiata dalla medesima Catalani, forzata da colui, la cui volontà m'era divenuta comando, io presi alquante lezioni di canto, ed apersi una _soirée_ settimanale nelle mie stanze, nella quale doveva dar saggio delle mie forze e della mia virtù musicale.

Alcuni ricchi inglesi dilettanti di canto e splendidi donatori vennero a tributare alla mia voce e più forse alla mia bellezza i loro omaggi. In pochi mesi io mi trovai ricca quanto bastava a poter condurre tranquillamente il resto della mia vita con lui. Ma non era già questo il suo pensiero. Egli voleva ch'io battessi assolutamente il teatro; m'indusse a realizzare tutto quello ch'io possedeva in virtù del primo mio matrimonio, ed io mi lasciai indurre ad affrontare il giudizio d'un pubblico, il quale era già reso difficile dal merito eminente della Catalani. Quel mostro al quale m'abbandonavo colla più spensierata fiducia, dovea certamente aver preveduto l'obbrobrio a cui i suoi consigli m'avevano esposta. Io non fui risparmiata dal pubblico; ho raccolto fin dalla prima sera una larga mèsse di fischi, ben dovuti alla mia presunzione. Chiusa nella carrozza io me ne ritornava al mio terzo piano, e aveva bisogno di nascondere il mio capo avvilito in seno dell'amicizia e dell'amore. Delusa! L'appartamento era stato improvvisamente spogliato dei più ricchi ornamenti; le mie gemme, i miei tesori, tutto m'era stato rapito. Voi v'immaginate da chi. Una nave che stava alla vela trasportava per l'alto mare tutte le mie ricchezze, tutte le mie speranze, l'ultimo filo che mi legava ancora alla vita, e che avrebbe forse potuto condurmi a salvamento.

Non mi fu possibile aver più contezza di quell'infame. L'avvilimento e l'obbrobrio mi circondavano; il punto favorevole della mia fortuna era passato per non tornar più. Mi gittai di là a pochi giorni sul letto deserto dove una lunga malattia distrusse le reliquie della mia bellezza, e quel poco di denaro che lo scellerato non aveva avuto il tempo di portar seco. Convalescente ancora dovetti sloggiare da quell'appartamento ed ebbi un ricovero presso una vedova che viveva con due figliuole nel quarto piano di questa medesima casa: qui sotto, signor mio, sotto questo miserabile granaio che mi aspettava nell'ultimo stadio della mia vita.

CAPITOLO V.

Quarto piano.

Il mio soggiorno nel primo, nel secondo e nel terzo piano di questa casa, non può chiamarsi che un rapido passaggio; e queste splendide reminiscenze passano nella mia immaginazione come una veloce fantasmagoria. Il quarto piano doveva offerirmi un asilo più modesto e più lungo, tanto che rispondesse ai primi quindici anni d'innocenza e di noncuranza; quando avevo un padre, un padre come ve lo descrissi, ma pure un padre. Oh! ve l'assicuro, signor dottore, io darei tutta la mia vita, comprese quell'epoche più venturose, per un solo di quei giorni, tutte le gioie inebrianti dell'amore e dell'ambizione, per una di quelle carezze infantili; tutte le gemme che circondarono le mie braccia e la mia fronte per uno di quei nastri ch'io ricevevo senza rimorso! Nel quarto piano mi trovai inopinatamente madre di quelle due sfortunate le quali perdettero da lì a poco tempo la propria. Vi lascio immaginare quali tristi esperienze del mondo e della società io doveva comunicare alle due sorelle le quali avendo esercitato il mestiere di crestaie, erano pur troppo disposte a trarne profitto.... Non si stanchi la vostra pazienza d'ascoltare lo stadio più compassionevole della mia carriera, la storia dei vent'anni ch'io passai con esse e poi.... resterà libero al vostro cuore di concedermi una lagrima di pietà o l'ultima esecrazione che aggraverà la mia vita. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quando io fui a questo punto del giornale manoscritto che per caso m'era capitato alle mani, e cominciavo a provare un vivo interesse, voltai carta, desideroso di conoscere la fine di questa storia o romanzo che fosse. Ma il foglio susseguente era stracciato, e misi invano sossopra tutto quello scartafaccio, e tutto lo scrittoio del buon dottore per rinvenirlo. Dovetti starmi contento a formare le mie supposizioni, e a completare colla fantasia la lunga lacuna. Ma siccome io posso aver fatto qualche giudizio temerario, non vorrei rendermene responsabile presso i miei lettori, e lascio all'immaginazione di ciascheduno la libertà d'indovinare ciò che manca.

Il giornale ripigliava con queste parole ch'io pongo religiosamente come le ritrovai. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . c'ingiunse di lasciar libere quelle stanze ch'egli aveva intenzione di purgar da ogni mal odore, affittandole a un povero ritrattista che sarebbe venuto ad abitarvi fra otto giorni in compagnia della sua onesta e virtuosa famiglia.

— E così — soggiunsi io — voi saliste ancora alquanti gradini e veniste ad abitare il soffitto di questa casa.

— Appunto signore, — rispose la vecchia — e qui dimoro fin da quel tempo, guadagnando il pane colle mie mani, un pane scarso ed incerto, bagnato dai miei sudori e dalle mie lagrime, le quali se basteranno mai ad espiar le mie colpe, non potranno così facilmente eguagliar la gravezza delle mie miserie. Io ho l'ufficio di spazzar tutti i giorni quei cento e venti scalini che voi aveste la bontà di salire per recarmi i vostri conforti, e che per quanto gravi vi siano parsi, non potrebbero mai suscitarvi la centesima parte dell'amarezza che risvegliano nell'anima della povera Margherita.

— Consolatevi — io dissi: — meglio un pane guadagnato colle proprie fatiche, che una ricca fortuna da doversi scontare co' rimorsi. Finalmente questa casa non ha alcun piano superiore che vi resti a salire.

— Tranne il cielo — rispose piangendo la vecchia con una tal aria di compunzione che poteva renderla degna di questa novissima delle umane speranze.

POSCRITTO.

C'era nel giornale una data assai posteriore che suonava così: Margherita B. nata nel 1712 in una baracca posta al pian terreno d'una casa di questa città, passata successivamente al primo, al secondo, al terzo ed al quarto piano della medesima, cessava di vivere nel 1770 per una lenta febbre cagionata non tanto dalle assidue fatiche, quanto da una condizione morale che si può desumere dalla sua storia. Le mie cure e i soccorsi d'una mano benefica sconosciuta poterono protrarre d'alcuni anni la sua vita che veniva meno ogni giorno, finchè chiuse gli occhi più tranquillamente che forse non avrebbe potuto sperare. Era stata vittima di un vivace carattere, lasciata in balìa dei suoi capricci, senza alcuna educazione, e senza la tutela d'una madre che potesse supplirvi colle virtù dell'esempio e dell'affetto. Un amore corrisposto per civetteria, un altro tradito per egoismo furono i due fatti che la sospinsero nell'abisso. La mano della sventura e la voce dei rimorsi aggravarono gli ultimi anni della sua vita, restituendole però quella placida rassegnazione che la rese meno infelice. Le sue strane vicende ebbero teatro, e si legano per modo ai varii appartamenti ch'ella abitò, che la sua storia può chiamarsi senza stranezza: _la storia d'una casa_.

LA GIARDINIERA DELLE MALE ERBE.

I.

Chi di voi, cari amici, non è stato testimonio d'alcuno di quegli atti di spensierata crudeltà onde i fanciulli sogliono aggravar la disgrazia di un loro compagno maltrattato dalla sorte o dalla natura?

Non sono molti anni mi accadde di trovarmi presente ad una di queste scene. Un povero nanino contraffatto della persona, mentre passava per la via frettoloso, s'imbattè in uno stormo di scolarucci che, come uccelli fuggiti di gabbia, scorrazzavano per la via. Urtato non so se a caso o per beffa da alcuno di quegli storditi, si lasciò cadere di mano un boccettino ch'era ito a cercare alla farmacia. Il dolore e la collera che ne provò si manifestarono con modi così grotteschi, che i monelli, anzichè prenderne compassione, cominciarono a riderne e a motteggiarlo. Non era la prima volta che si divertivano alle sue spalle, poichè alcuno di que' tristarelli lo interpellò come una vecchia sua conoscenza. — Che hai, Squasimo'? — disse questi, storpiando per ischerno il nome del gobbino, che, come seppi, era Cosimo. — Gran disgrazia per guaire sì alto! O che c'era nell'orcio? — Nulla, nulla: — soggiunse un altro — t'aiuteremo a raccogliere i cocci: — e così dicendo, l'urtava e gittava a terra.

— La mia medicina! — strillava il misero — la mia medicina!

— Ci vuole altro che una medicina per raddrizzarti le reni! — E qui uno scroscio di risa generali, quasi a nessuno potesse venire in mente il vero motivo di quella disperazione.

— Consolati, Cosimodo! Tanto e tanto morresti gobbo. —

Il povero tribolatello, avvezzo senza dubbio a quegli scherni, guardava immobile, trasognato la boccia infranta senza badare alle beffe crescenti di quegli sgarbati. Ma tutt'ad un tratto perdè la pazienza, e mutando attitudine ed espressione: — Bene! — esclamò: — l'avete rotta: affè di Dio, la pagherete. Fuori tutti i quattrini che avete in tasca! Voi siete ricchi, voi. Datemi il denaro per prenderne un'altra, e presto; se no, vi mostrerò che le mie mani son sane. —

L'improvviso mutamento e la strana pretesa del nano furono accolti, come è da credere, con nuove risa.

— Piglia, Cosimo. Quanto vuoi? — disse il più mariuolo, e sporgendogli il pugno chiuso come per dargli alcun che, gli assestò un sorgozzone di sotto al mento. Fu il segno di una mischia inuguale fra cinque o sei de' più scapestrati, e il povero Cosimo che, tra per la perdita fatta, tra per l'ingiustizia di quegli oltraggi, era venuto una furia.

Un pittore ch'era con me, dilettante di quelle scene m'aveva trattenuto dall'intervenire a tempo fra que' monelli. Qui però l'istinto la vinse, e mi mossi in aiuto del povero gobbino mal capitato.

Era troppo tardi. Egli aveva già trovato una difesa più pronta e migliore in un'amabile giovanetta che passava di là in quel momento. Rapida come un lampo, si era staccata da una vecchia dama che l'accompagnava, e slanciata fra la mischia. D'un colpo d'occhio il suo cuore aveva giudicato da qual parte stava la ragione, da quale il torto. Prendendo la mano del meschinello, e coprendolo fieramente della sua persona, colla sola attitudine e colla nobile espressione del volto impose silenzio a que' mariuoli, e li volse in fuga. Il mio amico pittore se avesse il dono di percepir l'ideale della bellezza, come ha quello di cogliere la brutta realtà, avrebbe avuto costì l'argomento di un magnifico quadro. Ma egli tirava a far denari e adulava il gusto corrente.

Quella giovanetta poteva avere tutt'al più quindici anni. I capelli biondi, gli occhi azzurri, e più l'espressione morale della fisionomia la faceva somigliante ad un angelo: ad uno di quegli angeli costodi che i pittori toscani immaginarono così divini.

Il povero Cosimo, tutto stupefatto di questo ajuto, dovette prenderla anch'egli per una apparizione celeste, poichè si lasciò cadere in ginocchio, e pallido ancora per le diverse emozioni che aveva provato, la fissava cogli occhi brillanti di lagrime, con un sentimento ineffabile di adorazione e di gratitudine.

La vecchia signora richiamava a sè la fanciulla con aria severa, e volgendosi a' circostanti, pareva volesse scusare l'atto indecoroso a cui s'era lasciata indurre dal suo buon cuore. Ma la giovinetta non badava nè al crocchio che s'era fatto d'intorno a lei, nè ai rimproveri della zia. Fatto alzare il suo protetto, gli asciugava la fronte col suo fazzoletto ricamato, e gli domandava la causa della contesa. Il garzoncello le additò la boccetta infranta, e le spiegò tutto, dicendo che conteneva una medicina per sua madre ammalata, nè aveva più denaro per riparare alla perdita. C'era nella sua voce e nel gesto un dolore sì vero che nessuno, nè anche il mio amico pittore, potè pensare al pretesto. Più di uno pose la mano in tasca, ma anche in questo la giovanetta fu più pronta di noi lasciando in mano al poveretto il suo borsellino.

Intanto la vecchia dama, sempre più malcontenta del contegno della fanciulla a lei confidata, era riuscita ad afferrarla per un braccio e a strascinarsela via borbottando.

— Un'altra delle tue! — le diceva. — Quante volte te l'ho a ripetere! Codeste cose si lasciano fare agli uomini. —

La giovanetta intanto aveva ripreso il suo contegno mansueto, e si scusava arrossendo dell'atto generoso, come altri si scuserebbe di un'azione imprudente e degna di biasimo.

Il suo cuore però le diceva che aveva compiuto un dovere.

II.

Angela, così chiamavasi la giovanetta, era una di quelle nature piene di bontà e di giustizia che farebbero credere alle incarnazioni platoniche degli spiriti puri. Figlia unica, amata fin troppo, come accade, da' suoi genitori, aveva potuto abbandonarsi a tutta la ingenuità del suo istinto. Ma questa libertà, che in altri caratteri suole aprir l'adito a tante cattive abitudini, non avea fatto che svolgere in lei la ricchezza esuberante di un'anima generosa e gentile.

A sett'anni avea perduto la madre. La vecchia dama che abbiam veduto con lei, era una sorella del padre suo, buona donna nel fondo, ma d'un'indole assai diversa dalla nipote, ch'ella avea preso ad istruire in quei doveri e in quei modi che una damigella ricca e ben nata non può impunemente trascurare nella società de' suoi pari.

La giovanetta era docile e attenta, tanto ai consigli paterni, quanto alle ammonizioni troppo frequenti dell'amorevole zia, tutte le volte che questi consigli e queste ammonizioni non le parevano contraddire agl'invincibili istinti dell'animo suo.

Codesta inclinazione, codesto istinto che era la base del suo carattere, la chiave di tutte le sue azioni, di tutti i suoi sentimenti, la induceva a sposare la parte del debole e dell'oppresso in qualunque ordine d'esseri si trovasse. Il fatto di cui fummo testimoni non era punto nuovo nè straordinario per lei. Non poteva uscire una volta senza farsi l'avvocata e la tutrice di qualche animale maltrattato, di qualche povero respinto con troppa durezza, di qualche creatura insomma men favorita dalla nascita o dalla sorte. Angela era nata suora di carità, elemosiniera universale, raddrizzatrice dei torti di tutti i suoi simili. Era stata una fortuna per lei nascere ricca abbastanza per asciugar qualche lagrima, ed esaudire qualche preghiera. Ma guai se il padre e la zia non mettevano freno a questa tendenza, e non le misuravano il denaro di cui poteva disporre. Ella avrebbe dato fondo in un anno, nonchè alla sua dote, a tutto il patrimonio paterno.

Qui però non v'è nulla che possa fare gran meraviglia. Su dieci giovani abbandonati al loro istinto naturale, nove almeno si mostrano generosi e compassionevoli verso gli altri. Pochi sono i caratteri naturalmente avari e impassibili alle altrui sofferenze: ma bene spesso la loro bontà si direbbe frutto d'orgoglio, e le loro largizioni non hanno altro scopo che di sottrarsi all'aspetto della miseria presente.

Angela operava per un sentimento più puro e profondo. Permettetemi di scendere a qualche particolare che ho potuto osservare e studiare più da vicino.

Nata nell'agiatezza, sana ed aitante della persona, circondata fin da bambina di tutte le cure, di tutto l'affetto, il suo cuore s'era aperto alla felicità, come i suoi occhi alla luce. La vita era per lei sì dolce, sì lieta, sì facile, che ogni suo desiderio, prima quasi che nato, era pago. Ella non conobbe per lungo tempo il dolore, nè fisico, nè morale. Allontanata per cura de' suoi da tutto ciò che potesse dargliene l'impressione e l'idea, ella credeva che tutti i viventi, tutta la natura uscita dalle mani di Dio non potesse essere e non fosse che un concerto di lodi e di benedizioni al Creatore, immensamente giusto, misericordioso e benefico.

La perdita della madre, morta nel dare alla luce un bambino che non potè sopravviverle, fece uscire dal suo sogno beato la giovanetta. Come! Nel momento ch'ella si aspettava di avere un fratello, un altro oggetto dell'amor suo, la poverina s'era veduta innanzi due spoglie inanimate, due tristi trofei della morte! La morte! Ella non aveva ancora saputo che fosse morire! Quali severe lezioni ricevette la poverina ad un tratto! Aveva appreso che tutto non era nel mondo gioja, vita ed amore. Avea veduto soffrire e morire!

Questa dura esperienza non alterò punto l'indole sua, ma diede una nuova piega al suo cuore, e vi fe' nascere un sentimento di pietà che ancora non conosceva.

Più tardi le occasioni di esercitar quest'affetto si fecero più frequenti. Affidata a mani straniere, benchè amorevoli, uscita da quell'atmosfera di luce e d'amore in cui era cresciuta fino allora, venne a conoscere che il mondo è tutt'altro che una terra promessa, che gli uomini sono tutt'altro che fratelli tra loro, che il concerto che si levava d'intorno a lei non era punto un inno di lode e di benedizione all'Eterno.

Non dirò per quali fatti e per quali successive esperienze ella facesse un'altra dolorosa scoperta. Vide, o le parve vedere, che la lotta e la guerra sono da per tutto; che il mondo è diviso in due campi: umili e prepotenti, oppressori ed oppressi, felici e sventurati. Perchè questa sì gran differenza, perchè questo eterno conflitto d'interessi, di desiderij, d'idee? Ella non poteva formulare, nè risolvere quest'ardua questione; ma il suo cuore la sentiva e ne serbò l'impressione la più dolorosa.

Evvi un momento nella vita in cui il cuore s'apre ad una rivelazione interiore; in cui un pensiero si leva nella notte profonda dell'anima, come un sole che illumina il mondo, e le dà l'intelligenza di tutto ciò che prima era passato dinanzi a noi, come i colori dinanzi ad un cieco, e i mille suoni della natura ad un sordo.

Una volta che la bambina ebbe l'intuizione di questa lotta tra i deboli e i forti, tra i felici ed i miseri, guardò e la vide ripetersi ad ogni momento, dovunque volgesse lo sguardo. Chiese un giorno a sua zia perchè distruggesse i bruchi che rodevano le foglie degli alberi; domandò al giardiniere perchè strappasse con tanta ferocia le piante che sorgevano spontanee fra i suoi garofani. Non hanno essi quei bruchi tanto diritto di vivere quanto gli uccelli dell'aria? E che colpa hanno codeste povere piante per esser chiamate male erbe e sterminate dal suolo, dove la mano di Dio le avea seminate?

Questo sentimento, per difetto di una risposta soddisfacente, diveniva a poco a poco un tormento per l'animo della strana fanciulla. E nella sua bizzarria credeva compiere un atto di giustizia prendendo sotto la sua special protezione i bruchi più ispidi, i ragni più mostruosi, i cardi e le ortiche del suo giardino.

Non già ch'ella non sapesse apprezzar la bellezza. I bei fiori, le variopinte farfalle, i bei cavalli che correvano per la via, tutto ciò che vedea di leggiadro, di nobile, di luminoso, la empiva di gioja e d'entusiasmo: ma quando vedeva tutti gli omaggi, tutte le ammirazioni piover su questi, e gli altri oggetti fatti segno, senza lor colpa, d'odio e disprezzo, il suo cuore si ribellava contro siffatti giudicj, e diveniva ingiusta verso le cose belle, a forza di pietà per le brutte. Quindi il padre, la zia, e le persone che frequentavano la sua casa, le avevano dato per celia il nome di giardiniera delle male erbe.

— Ogni simile ama il suo simile, — le diceva talora la zia. — Tu devi crescere come un'ortica, e innamorarti di un ragno. —