Racconti

Part 14

Chapter 143,899 wordsPublic domain

Ullania soffrì queste due sventure con un dolor muto e profondo che sarebbe stato preso per indifferenza nelle nostre città dove le apparenze son tutto, e dove un vestito bruno dispensa da ogni altro officio di condoglianza. Ella non pianse; solamente le sue palpebre si tinsero di vermiglio, e non proferì parola. Io mi provai ad usare con essa le solite formule e a ripeterle le ordinarie consolazioni. Ella mi ascoltava con un mesto e doloroso sorriso che qualche volta mi fe' sospettare ch'ella pensasse ad una fiera risoluzione. Seppi dappoi ch'io non m'era ingannato, e che ella pensava veramente a gittarsi da un altissimo picco, per troncare una esistenza sì miserabile. I consigli del confessore, o altro che fosse, mitigarono a lungo andare la sua tristezza, ed ascoltò più volentieri le mie parole. Io le parlavo talora in italiano, talora in russo (avrai osservato che il dialetto di questa tribù slava ha molta somiglianza col russo): ma ciò che le rese più intelligibili le mie parole fu un principio di simpatia che andava di giorno in giorno ravvicinando le anime nostre. Una circostanza la rinforzò. Ella era rimasta, come t'ho detto, priva di tutto. Morto il vecchio, non restava alla povera donna che la sua casa e il breve orticello che la circonda. Com'io m'accorsi delle strette in cui si trovava, volli largheggiare nel fitto ch'io non aveva pattuito, e la invitai a dividere la mia mensa.

Ella stette lungamente sul niego, e un giorno mi dichiarò non esservi che un mezzo solo che potesse indurla ad accettare i miei benefizi: acquistarne il diritto. Da lì ad un mese il parroco benedì il nostro matrimonio: ella mi portò in dote la sua casa, il suo orticello, il suo cuore e tutto l'amor suo. Io non ti farò l'elogio di Ullania, nè ti dirò quanto sia felice con essa. Un paio di giorni che tu passi in nostra compagnia, basteranno a convincertene.

— Non dubito punto di quanto mi dici, e tutto ciò andrà bene fino a che tu rimarrai nella Resia. Ma come si troverà la tua bella sposa, quando sarà fuori dal suo elemento? La società non potrà mai perdonarti questa scelta.

— Oh! quanto alla società, io farò di bei quadri per essa. Mia moglie l'ho sposata per me non per gli altri.

— S'intende.

— D'altronde mia moglie non temerebbe già il confronto delle tue belle contesse. Anzi non vi ha luogo ad alcun paragone. Ella sa l'arte difficile di tacere quando non importa che parli, e chiamata a rispondere, possiede un dono che la più fina educazione non può sempre insegnare: il buon senso.

— Pure tu non vorresti esporla a' sarcasmi delle nostre pietose damine. Gli hai provati tu stesso se pungono. Credimi, mio buon amico, il mondo ti avrebbe lodato se l'avessi tenuta come modella, ma non ti perdonerà mai d'averla presa per moglie.

— Pur troppo: ma che cosa ha più a fare il mondo con me? Ecco il mio mondo; ecco il mio universo: ecco la mia famiglia. Io n'ho abbastanza di tutto il resto. Voglio vedere se io posso verificare una pagina de' nostri romanzi: voglio comporre un'egloga di tutta la vita che mi rimane.

— Avrai tu il coraggio di rinunciare agli onori che potresti procacciarti coll'arte tua?

— L'arte mia mi procaccerà qualche cosa di più nobile e di più piacevole ancora. Io la coltiverò d'ora innanzi secondo il mio gusto, non secondo la moda. Le mie pitture saranno una manifestazione della vita intima. Io vo' dipingere la mia felicità; e quelli che vedranno i miei quadri, si risolveranno forse ad imitare l'esempio mio, a rischio di passare per pazzi. —

Il nostro dialogo fu interrotto dall'amabile Ullania che venne ad invitarci alla cena. Sedemmo a un deschetto parcamente imbandito d'erbaggi, di cacio e di burro, e qui fui presentato per nome alla padrona di casa che ne faceva schiettamente gli onori. Ella mi ringraziò di non aver dimenticato l'amico. — Egli m'ha più volte parlato di voi — soggiungeva: — ma diffidava di rivedervi, giacchè voi eravate così lontano, e mio marito non pensa ad abbandonare la sua nuova patria.

— Non lo condanno più — le risposi — dacchè conosco le ragioni che ve lo legano. —

Così terminata la cena, mi ritrassi in una graziosa cameretta che mi era stata assegnata, e mi coricai domandandomi: è pazzo?

VI.

Un quadro.

— E dove sono i tuoi nuovi dipinti? ho gran desiderio di vederli — diss'io la mattina seguente ad Antonio. — Questa vallata è magnifica! mi dà il prurito di por mano alla tavolozza. Che paesaggi! che frondeggi! che montagne! Tutto qui deve ispirare il pittore.

— Hai ragione; — risposemi — ma tu non ti figuri l'effetto che mi produssero questi grandiosi prospetti.

— E quale?

— Mi persuasi a poco a poco che il paesaggio è più difficile che ogni altro genere di pittura, che queste scene magnifiche non ponno restringersi a una breve cornice senza perdere la loro espressione, e che un quadro senza espressione manca di quell'elemento che è la prima condizione dell'arte.

— Ma tu condanni dunque tutto il nostro secolo che va pazzo per il paesaggio?

— Ben detto: va pazzo. Ma non però condanno coloro che amano il paesaggio: li compiango piuttosto. Coloro che vivono nelle capitali, che non escono dalla loro casa, che vogliono trovarci tutti gli agi della vita, tutto il mondo rinchiuso fra quattro mura, questi hanno ragione d'amare il paesaggio. È sì spontaneo nell'uomo il desiderio di respirare l'aria aperta de' cieli, e di vivere in seno della natura, che non può rinunciarvi senza averne sotto gli occhi una immagine che lo illuda un momento e lo inganni. Il paesaggio è per i cittadini: ma per noi, per me che veggo le grandi scene della natura in tutta la loro pompa, che cosa è mai una tela impiastricciata di verde? Oh! io amo l'aria che respiro, l'acqua che si muove, gli alberi agitati dal vento, e i monti praticabili da' miei piedi!

— Addio dunque pennelli e colori.

— Al contrario. Mi sentii qui rinascere il mio primo gusto per la pittura storica. L'uomo e la donna possono ancora somministrar materia al pittore, e sempre più lo potranno, quanto la nostra vita andrà perdendo della sua primitiva e spontanea poesia. Abbiamo a dipingere gli affetti umani, per quelli che gli vanno dimenticando: abbiamo a dipingere la vita intima, la vita domestica, perchè questa sola non cesse a quelle maniere convenzionali che hanno già tolto ogni fisonomia all'uomo dinanzi agli altri uomini. Le arti devono una volta intendere la loro missione, devono ammaestrare, non esser paghe del solo diletto, del solo sterile diletto degli occhi. Sali meco alcuni scalini e vedrai il mio piccolo studio. —

Il quadro ch'io mi vidi dinanzi rappresentava un combattimento fra un contrabbandiere e tre doganieri nella gola di un monte. Il pover'uomo aveva forse voluto schermirsene, ed era caduto sotto ai loro colpi. Una donna bellissima nel suo fiero dolore si era posta fra il corpo dello sposo, ed eccitava gli assalitori a finirla insieme con lui. Com'era potente l'espressione di questa figura! Ella stringeva una pistola della quale aveva disarmato il consorte, e la gettava sdegnosamente a' loro piedi. Non era già una delle solite aggressioni di assassini, le quali non sono per ordinario che una rappresentazione inutile d'un orribile fatto. Qui un'idea morale ti parlava altamente, e compiangevi l'avidità di quel misero il quale per desiderio d'un lucro illegale, aveva esposto la propria vita non solo, ma quella di una donna amante, d'una moglie, forse di una madre.

— La conosco questa donna — diss'io.

— Povera Ullania! — rispose Antonio: — dopo di essersi lungamente opposta alla spedizione del marito (nè lo aveva sposato se non a condizione che lasciasse il periglioso mestiere), dopo di avere adoperato invano le minaccie, le preghiere, le lagrime per distornelo, ella aveva voluto accompagnarlo. Pareva che un funesto presentimento l'avesse avvertita della sventura che l'attendeva. Quando furono sorpresi dai doganieri, ella s'inginocchiò dinanzi al marito che si preparava a difendersi, e lo volle obbligare alla fuga. Non era più tempo. Allora ella si collocò dinanzi a lui come per essergli scudo, e fu sfiorata dalla stessa palla che ferì lui mortalmente. Stavano per ammanettarla e condurla in prigione; ma mentre se ne schermiva, ed essi esitavano dinanzi ad un dolore ed una ferocia sì disperata, sopravvenne alcuno e i doganieri avevano pigliato il più prudente partito fuggendo. Ella restò lì accoccolata senza parola, finchè dovette accompagnare alla sepoltura il cadavere dell'estinto consorte.

— Ha ella veduto questo quadro?

— L'ha veduto, e fu dinanzi a questa tela ch'ella pianse dirottamente per la prima volta, e il suo cuore sentì sollevarsi dal peso che l'avrebbe forse condotta a qualche terribile fatto. Ora ella lo vede talora con una mesta tenerezza, e mi perdonò d'averlo dipinto, perchè esso può servire d'esempio a coloro che antepongono quella vita avventurosa alla pacifica cultura de' campi.

— Certo è una buona lezione.

— E non è la sola ch'io m'affatico di dare a questi arditi valligiani. Ho comperato a vilissimo prezzo alcuni ritagli di terreno che rimanevano incolti e selvaggi qua e là nella valle. Li ho fatti sgomberare da' macigni ond'erano sparsi: li ho seminati di gelsi, di viti, e d'altre piante fruttifere. N'ho confidata la cura ai più poveri abitanti della vallata, e me li coltiveranno a metà finchè colla loro diligenza si rendano degni di possederli per intiero. Alcuni cominciano già a fare altrettanto per se medesimi, perchè con questa povera gente più vale l'esempio che le parole, onde ho speranza che tutti distingueranno a poco a poco i propri vantaggi. Vedrai fra poco le belle viti che in un anno han rampicato su pei macigni che servono loro di appoggio. E i mori, questa fonte novella di prosperità per le vicine provincie, vestiranno in breve tutto il pendìo meridionale di questo vallone. Io n'ho fatti già dispensare oltre a diecimila a tutti quelli che me gli hanno chiesti. —

Io guardava il mio amico con meraviglia e non potei restarmi dall'esclamare: — E questo è l'uomo che si battezza per pazzo! —

— Oh! — rispose egli — il nome di pazzo non fa male a nessuna riputazione. Da gran tempo il mondo si ostina a darlo a tutti quelli che ripongono il loro piacere nel far bene al prossimo, e sacrificano un godimento personale alla pubblica utilità. Ma questi pazzi, _pour le bonheur du genre humain_, come dice un poeta francese, questi pazzi continueranno ancora ad esistere finchè la vera virtù non sia sbandita affatto dal mondo. Perdonami queste altere parole, e piuttosto l'applicazione ch'io ti sembrerò farne a me stesso: perdonale all'amicizia. Perchè, per quanto sia vero che il bene dee farsi per sè, tuttavia ci è forte eccitamento l'approvazione di quelli che ci amano. Finora io non avevo che un cuore che mi intendesse, quello d'Ullania: ora ne avrò due finchè tu resterai nella Resia.

— Ne avrai mille perchè mi farò banditore....

— Di che? Lascia lascia che ignorino questi fatti coloro che non farebbero che beffarsene, o almeno sarebbero convinti ch'io non sono condotto che dall'ambizione o dall'interesse. Guai chi aspira all'approvazione universale! —

Egli terminava queste parole quando Ullania compariva sulla porta dello studio tenendosi fra le braccia il bambino. Ricambiato un semplice ed affettuoso saluto, io feci avvertire ad Antonio come codesto quadro abbisognasse di un riscontro, ed io, soggiunsi, ne propongo l'argomento. Dipingerei te stesso nell'atto di piantare un gelso monumentale destinato a ricordare la nascita del tuo figlio. Il gelso per quanto cresca in poco tempo, non potrà che in capo a molti anni spandere un'ombra abbastanza larga, e significherà che l'agricoltore è ancora quello che pensa a quelli che verranno, che prepara ai suoi figli uno stabile domicilio, e una povera, ma placida vita e operosa. Una donna ti starà d'accanto e annaffierà la pianticella....

— E questa donna sarà vestita alla resiana senza dubbio.

— Cosa insolita per un pittore, ch'ei possa conservare il costume ad un quadro contemporaneo senza offendere l'arte.

— E se vuoi dipingere me stesso, non mi dipingere, te ne prego, vestito alla francese, che farei ridere gli spettatori, ma prestami una delle tue giubbe che sono più comode e più ragionevoli....

— Ma intanto, signori, — soggiunse Ullania — si potrebbe anche far colazione! Mi spiace interrompere le vostre ispirazioni.

— Oh! no, ripres'io. Una buona colazione in quest'aria benedetta, non è cosa profana come sarebbe altrove.

— E poi dov'è l'amicizia e l'amore e la virtù, la ispirazione non manca mai!

ISTORIA DI UNA CASA.

DAL GIORNALE DI UN MEDICO.

UN PO' DI PROEMIO.

Io non corro la città in una superba carrozza magnificando ai nobili malati e alle isteriche dame i misteri della omeopatia, o consigliando loro le terme degli Euganei, le acque di Recoaro o di Biarriz. Avendomi una sincera esperienza insegnato a confidare nella virtù di pochi e volgari rimedi, i farmacisti non m'hanno voluto creare un'alta riputazione e sono sempre restato medico della povera gente. La cosa che più mi grava dacchè divenni vecchio, è salir nei soffitti a pericolo sempre di rompermi le gambe, o la testa, a trovarvi ammalati squallidi, e senza quattrini, a cui la ricetta migliore sarebbe un cibo più sano e più sostanzioso.

Jer l'altro, 13 ottobre, fui pregato da una povera donna a visitare una sua buona amica che giaceva gravemente ammalata. Non esitai punto e mi rassegnai a salire ben cento e venti scalini, finchè in un quinto piano, sopra un miserabile cuccio vidi le sparute sembianze d'una vecchia settuagenaria alla quale si poteva applicare quel verso di Byron:

Guancia di pergamena, occhio di pietra.

Ella si sforzava a parlare e a spiegarmi i sintomi della sua malattia, ma dopo poche parole la prese una tosse ostinata, sì ch'io l'ho consigliata a tacere. Assiso accanto a lei, procurai di congetturare la qualità del suo male dai fenomeni che si alternavano sulla sua faccia. Ho potuto saperne abbastanza quanto alla malattia; ma avvezzo a cercar qualche cosa di più, mi parve di ravvisare su quelle sembianze le traccie d'un'antica bellezza e tutti i sintomi d'una vita avventurosa, o come direbbero i moderni, drammatica. Quel giorno non era cosa prudente interrogarla; ma l'indomani, essendosi calmata la tosse, e un po' eccitate le forze vitali, gittai sbadatamente una domanda sulla passata sua condizione, e le domandai da quanto tempo trovavasi in quella casa.

— Vi nacqui — rispose — e da settant'anni non ne sono uscita mai. — Potete credere s'io rimasi balordo trovandomi ingannato a tal segno nelle mie congetture; e fui per mandare al diavolo Lavater e Gall, e la lunga mia pratica a indovinare dai lineamenti esterni, le interne rughe dell'animo.

— Nata e vissuta in questa soffitta? — ripresi.

— No signore, — sospirò la vecchia — nacqui nel pian terreno, sotto una scala, e non venni a morire quassù, se non passando per una serie di sventure e di guai. Tal quale mi vedete ho avuto anch'io la mia storia, e s'io potessi narrarvela, la credereste un romanzo. —

Udendo queste parole restituii nel mio pensiero al fisionomo e al frenologo la loro reputazione; e giacchè non aveva alcun'altra visita che mi premesse, e le mie gambe sentivano il bisogno di riposarsi, la pregai volesse mettermi a parte di queste strane avventure, aggiungendo, per celare d'una maschera filosofica la mia curiosità, che forse la conoscenza della sua vita mi gioverebbe a fare una diagnosi più giusta della sua malattia.

CAPITOLO I.

Pian terreno.

— Quell'oscuro ricettacolo ove abita il portinajo, e vi tiene la sua bottega di ciabattino, e vi mangia e vi dorme tranquillo finchè gl'inquilini più girandoloni vengano a risvegliarlo, quello mi vide nascere, signor mio, e fu il teatro della mia giovinezza. Perdetti di cinque anni la madre, buona donna, di cui conservo un'oscura reminiscenza, e che per bene della sua figlia avrebbe dovuto morire qualche anno più tardi. Restai dunque sotto la custodia del mio povero padre, che avea bisogno di ubriacarsi tutti i giorni, e sotto quella di tutti i servitori degli appartamenti superiori che andavano e venivano per quell'andito. Vivace, petulante e facile ad appassionarmi di tutto, a ridere e a piangere in un minuto, io stuzzicava l'uno, teneva broncio all'altro, danzava sulle ginocchia del maggiordomo, e mi avvinghiava colle braccia carezzevoli intorno al suo collo.

Giunta ai dodici anni m'accorsi che tutti mi portavano un certo affetto; e guardandomi d'attorno io medesima, mi vergognai per la prima volta dei luridi cenci che mi vestivano. Io non avea una madre che mi assettasse i capelli e andasse superba di pormi addosso una gonnella nuova ed un nastro intorno alla vita. E vedeva tutti i giorni andar su e giù le fanti e le cameriere delle dame che albergavano nel palazzo tutte linde, tutte eleganti da non invidiare le loro padrone. Ne provai una indicibile gelosia e posi in opera tutti i mezzi per migliorare il mio abbigliamento. Pregai per un fazzoletto, diedi un bacio per un vestito, sparsi una lagrima per un grembiule: ma senza pensare che i vezzi di una donna possono formare il suo capitale.

Così passai il terzo lustro della mia vita, divenuta l'oggetto di vivaci persecuzioni ai lacchè, di rapida maraviglia ai passeggieri, di frivola compiacenza a mio padre, e di sterile compassione alle vecchie dame che mi vedevano sulla porta del loro palazzo, e prevedevano la mia perdizione senza darsi pensiero di prevenirla.

Mio padre cedè al soverchio uso del vino, divenne imbecille e morì. Io non avevo pensato mai ch'ei dovesse mancare; e quando lo vidi freddo e inanimato sopra il suo letto, potevo appena credere alla realtà della mia disgrazia. Quando poi ne fui certa, diedi in dirotte lagrime e avrei sinceramente desiderato di seguirlo nel suo sepolcro. Povero padre mio. Solamente allora conobbi d'aver avuto in te l'unico sostegno della mia vita! Solo allora sentii d'amarti, e forse le lagrime che versai, furono il primo tributo della mia tenerezza, che ricevesti quando tu non potevi più goderne.

Viveva al primo piano una vecchia signora mezzo cieca la quale aveva bisogno d'una fanciulla che l'accompagnasse alla chiesa. Credette di fare un atto di beneficenza verso di me che non le fosse infruttuoso del tutto, e m'offerse di prendermi seco. Così di quindici anni io abbandonai il mio giaciglio sotto la scala, e posi piede in un agiato appartamento, abitato dalla mia benefattrice e da un nipote erede futuro delle sue ricchezze. Ecco il primo passo che la mia disgrazia, o la mia fortuna, come vorrete chiamarla, mi fece fare. Io appresi un po' a leggere, a scrivere un vigliettino d'amore: ebbi migliori alimenti, migliori vestiti, e fui salva dall'impertinenze dei venti o trenta servitori che albergavano nei cinque piani di questa casa.

CAPITOLO II.

Primo piano.

Ernesto, così chiamavasi il nipote della mia benefattrice, era un bel giovane biondo, di una salute fievole e delicata, alla quale non avea recato alcun giovamento la vita metodica del collegio. La buona zia l'avea richiamato presso di sè, e lo circondava di tante cure che il povero giovine non avrebbe potuto dimenticare neppure un momento la sua infermità. Quando io gli ministrava lo sciloppo di lichene, o il suo bicchiere di latte d'asina, egli fisava sopra di me quei suoi grandi languidi occhi azzurri come aspettasse la sua salute piuttosto dalla mia vista, che dalla medicina ch'io gli apprestava. Era impossibile che non sorgesse negli animi nostri una reciproca simpatia. Non vi dirò già ch'io l'amassi com'ei mi amava: credo anzi che la compassione, l'interesse, la consuetudine più che l'amor vero m'inducesse a sofferire pazientemente le sue carezze e i suoi giovanili attentati.

Non si maravigli, signor mio, s'io mi servo di questa parola: sofferire. Trasportata da quel misero bugigattolo in un ricco appartamento, io aveva assunto involontariamente quel contegno circospetto e schifiltoso ch'io vedeva prendere alle damigelle di qualità: contegno che non mi fu difficile conservare, giacchè, come dissi, il mio cuore non era tocco. A questo modo io martoriava senza saperlo o senza pensarci il povero Ernesto, il quale vittima de' miei capricci passava dall'eliso all'abisso in poco volger d'ore, ora credendosi amato, ora accorgendosi della mia indifferenza per tornar ad illudersi quando mi fosse piaciuto di lusingarlo con uno sguardo o con una dolce parola. Io era ben trista, non è vero?.. Ne sono stata severamente punita più tardi, come le dirò, se le piacerà d'ascoltarmi.

Questa specie di altalena alla quale i miei capricci e la mia civetteria condannavano il povero Ernesto, dovette influire sinistramente sulla debole sua salute, cosicchè dopo alcuni mesi ei fu costretto dai medici a mettersi in letto, dal quale non doveva uscire che per passare al sepolcro. Egli abbandonava il languido capo sul suo cuscino, e le sue guancie pallide si soffondevano tratto tratto di quella porpora che annuncia già prossimo lo stadio fatale. La sua zia pregava assiduamente perchè egli potesse sopravviverle, ereditare i suoi beni, trasmettere il suo nome ad altre generazioni. Povera signora! Le sue preghiere non dovevano essere esaudite.

Quanto ad Ernesto, egli non conosceva, come accade, il suo stato; anzi sperava sempre nell'indomani, e perseverando sempre ad amarmi, gli pareva che s'io l'avessi riamato, avrebbe in un momento ripigliato le forze e la sanità. Un giorno comunicò alla zia l'amore che mi portava, e il progetto di unirsi meco in matrimonio. La vecchia trattò sulle prime questa dichiarazione come uno di quei vaghi e mutabili desiderii che assalgono i tisici, e temporeggiò. Questa misura accrebbe i tormenti del giovine e spinse agli estremi la sua malattia: cosicchè la vecchia, quando non fu più tempo, vinta dai suoi scrupoli e dalla forte affezione che gli portava, condiscese ch'io fossi dichiarata sua sposa; ed egli mi pose l'anello nuziale alla sponda di quel medesimo letto, sul quale due giorni dopo giaceva freddo cadavere.

Eccomi dunque vedova prima che moglie, ed obbligata a vestire il lutto per la morte del marito, prima che la ghirlanda nuziale avesse incoronato il mio capo.

Non le dirò di non aver sentita nell'animo mio questa perdita. A sedici anni, non può fare che un fondo di bontà non tenga il luogo dell'amore nell'animo di una fanciulla. Io piansi anche, ma non tanto che le lagrime nuocessero alla freschezza de' miei colori. Mi trovai fatta segno a mille discorsi; e questa specie di celebrità mi giovò a progredire nella mia carriera, finchè mi trovai, di là a pochi mesi, nel piano superiore fidanzata al vecchio marchese di Roccabruna.

CAPITOLO III.

Secondo piano.

— Ella è forestiero, signor dottore, e mi conviene raccontarle un po' per le lunghe alcune circostanze della mia vita che per un tratto di tempo misero in faccenda tutte le lingue della nostra città. Io vestiva ancora a bruno per la mia singolare vedovanza, quando ricevetti la visita del marchese Alfredo di Roccabruna, nobile siciliano, che avea da un anno preso a pigione l'appartamento più ricco di questa casa. Quando io dovetti restituire la visita rimasi abbagliata dal lusso che vi regnava, dai lucidi mobili di _bois de rose_, dai tappeti di Persia onde erano coperti i pavimenti di quelle stanze. Il vecchio furbo, il quale conosceva la vanità femminile ed aveva imparato qual sia la porta per cui diamo accesso all'amore, non mancò di far pompa di tutti quei ricchi e seducenti apparati. Alle corte: egli mi offerì la sua mano. Io chiusi gli occhi alle grinze che lo coprivano, alle sue narici corrose, diceva, da' suoi viaggi di mare, e tenendoli volti a quei candelabri, a quegli arazzi, a quel lusso delicato ed elegante, strinsi quella mano che m'offeriva, e condiscesi ad esser sua moglie, quando il tempo che le convenienze prescrivono al lutto, fosse passato. D'altronde egli pure doveva aspettar certi documenti dal suo governo, senza i quali non potevano aver luogo le nunziali formalità.