Part 13
Entrò in trattative direttamente col conte, e le condizioni ch'ei voleva porre ad un contratto matrimoniale furono tali che il padre ricusò sempre di palesarle apertamente contentandosi di chiamarle non solo stravaganti ma pazze. Pochi giorni dopo si seppe la nobile risoluzione di Antonio, e il conte si lodò di averla scappata bella niegando nuovamente la sua creatura a quel mentecatto.
Intanto la transazione co' creditori era avvenuta. Antonio si gloriava di non conservare altra ricchezza che il suo pennello, e noiato di vivere in mezzo a uomini che parlando o tacendo lo battezzavano per imbecille, determinò di fare un giro pe' contorni, e giunto nella valle di Resia, comperatovi un poderetto colle modeste reliquie de' suoi tesori, vi si accasò.
Nessuno l'avea più veduto da ben quattr'anni. Si diceva bene ch'egli s'era lasciata crescere la barba, che vestiva alla foggia di que' valligiani, che aveva sposata una ragazza di Resia già madre d'un figlio e vedova prima che moglie; che eccitato da' suoi amici a ripigliare la sua tavolozza, l'avea sempre negato, sdegnando di dipingere quelle stesse prospettive che aveva d'intorno e che gli sarebbero state largamente pagate da' committenti.
Quanto al conte di V. e a madamigella Sofia, il primo ne parlava sempre con affettata compassione; l'altra osservava sul conto di lui un ostinato silenzio. Le trattative ch'erano corse ultimamente fra loro rimanevano un mistero e davano argomento a molte e diverse congetture; nelle quali se il nostro pazzo faceva una triste figura, madamigella non ne faceva una migliore. Per dicifrare questo arcano mi determinai di farle una visita dalla quale speravo i necessari schiarimenti, giacchè io pensavo pur sempre che la strana risoluzione di Antonio o in un modo o nell'altro doveva ripetere l'origine da quella donna.
III.
Un colloquio ad un ballo.
Presa questa risoluzione non mancai di porla ad effetto, e mi feci annunziare al conte e alla contessa di V. M'intrattenni lungamente con essi de' miei viaggi, e di que' nonnulla che ognuno può figurarsi. M'informai della salute di madamigella Sofia, e mi fu detto che, tranne un po' di malinconia, ella era perfettamente felice. Nessuno mi fece parola di Antonio, ed io non doveva parlarne con esso loro; cosicchè dovetti congedarmi senza aver potuto incarnare il mio disegno. Alcuni giorni dopo ricevetti un viglietto d'invito ad una _soirée dansante_ ch'erano soliti bandire di tratto in tratto per farvi brillare la fanciulla, e v'andai colla speranza di cogliere questa volta un momento opportuno per favellarle.
Ella comparve infatti in tutta la pompa di una disinvolta civetteria; raccolse i complimenti, i baci, le strette di mano dalle amiche invitate, raggiante di vanità soddisfatta. Le fui presentato, e sulle prime non fece attenzione al mio nome e mi balbettò le solite frasi insignificanti. Io disperava di lei. Quando nel riposo di un _vals_ ebbi il destro di nominarle la valle di Resia, ella mi guardò fiso, ed io lei. Impallidì e senza rispondere una parola cercò cogli occhi una sedia per adagiarvisi. Io la condussi a un divano segregato dalla folla, e le sedetti accanto.
Sofia non ignorava l'antica amicizia che mi legava all'infelice Antonio, e capì bene ch'io non aveva proferito a caso il nome del luogo dov'egli s'era ricoverato. La pregai di rinunciare alla prossima quadriglia e di concedermi quel quarto d'ora di colloquio ch'io non avrei saputo come ottenere in altra occasione. Assentì.
— Voi sola, — le dissi — voi sola potete spiegarmi le ragioni che indussero l'infelice mio amico a quella strana risoluzione. Ho sentito raccontare mille stravaganze da lui commesse, le quali potrebbero non essere tutte pazzie. Ma quanto al nuovo congedo ch'egli ebbe dalla vostra famiglia, madamigella, non ho inteso parlarne in modo soddisfacente. Oh! egli è bene infelice se l'amor lungo che vi portò, i sagrifici, i miracoli che fece per sollevarsi fin presso a voi non valsero ad ottenergli un qualche ricambio di affetto....
— Signore, — ella m'interruppe — voi mi conoscete assai poco, se credete ch'io non fossi disposta a riamarlo. Ma io sono figlia, e mio padre è inflessibile ne' suoi voleri. D'altronde poteva egli vedere la sua unica figlia congiunta ad un miserabile?
— Ad un miserabile? che dite mai? madamigella: Antonio era ricco: aveva fatto immensi guadagni coll'arte sua. Voi avreste trovati in casa dell'artista tutti gli agi della casa paterna.
— Voi dunque ignorate le condizioni ch'ei proponeva al contratto matrimoniale?
— Quali condizioni?
— Ch'io avrei consentito a seguirlo immediatamente nella Resia dov'egli aveva stabilito di dimorare. Quanto alle sue ricchezze, egli le aveva tutte disposte a pagare i debiti paterni, contro i consigli di tutti gli uomini di senno, e di mio padre medesimo che non credevano punto necessario quel passo. Egli rimaneva colla sua tavolozza, e con l'incerta speranza che la fortuna avesse seguitato a favorirlo. La mia dote avrebbe potuto guarentirci dalla miseria, ma egli la ricusava: egli voleva trarmi lungi dalla mia famiglia, lungi dall'Italia, e le sue maniere erano tali che pareano giustificare le voci che s'erano sparse ch'egli avesse ancora il cervello disordinato. Io non vi dirò se, abbandonata a me stessa, sarei stata capace di accettare la sorte ch'ei mi offeriva; ma voi potete ben pensare che mio padre non l'avrebbe permesso giammai. Quando ricevette la nostra dichiarazione, diede nelle più pazze escandescenze contro mio padre e contro di me. Chiamò lui avaro, e me vana. Disse che l'amor vero non si trova più che fra le selve, e fra i barbari, e ch'egli sarebbe andato a cercarlo colà. Così dicendo scosse la polvere da' suoi piedi, e dichiarò ch'ei non avrebbe mai più riveduta la nostra casa. Qualche mese dopo ci fu riferito ch'egli si trovava nella valle di Resia, dove avea dato la mano alla vedova di un bandito, e commesse mille altre pazzie.
— Ma il vostro cuore? madamigella...
— Oh! non insultate al mio cuore, signore!... Io l'amavo quell'infelice, e sa Iddio a quali sagrifici saprei sottopormi per renderlo alla società.
— Io voglio credervi perchè siete donna alfine e non potete essere estrania a una giusta e nobile compassione. Io confidavo, madamigella, nel vostro cuore: speravo che voi m'avreste dato mano a restituire al mio povero Antonio il senno smarrito.
— Oh fosse pure! ma non è più tempo s'egli è vero ch'egli sia legato ad un'altra donna.
— Forse potrebbe non esserlo. Io me ne chiarirò ben presto. Forse egli non v'ha per anco dimenticata. Un primo amore non si dimentica mai. Promettetemi, madamigella, che voi coopererete con me.
— Ma come?
— Io parto domani per la valle di Resia; vi rivedrò al mio ritorno: datemi la vostra parola che vi presterete alla sua guarigione.
— Io sono certa che voi non vorrete compromettermi. Vi do la mia parola. —
Così dicendo per dissimulare la verità, ossia la qualità del discorso che ci aveva occupati, entrammo nel ballo e girammo a tondo cogli altri finchè la danza venne a finire. Allora io le strinsi la mano quasi per rammentarle la sua promessa, e lasciai la casa del conte di V. contento della buona piega che la cosa pareva prendere.
IV.
La nomina del Cameraro.
L'indomani io mi posi in viaggio tutto solo per la valle di Resia.
Questa convalle che s'apre circa venticinque miglia da Udine, e si stende per una buona lega circondata da montagne altissime come da forti antimurali, segna il confine dell'Italia al nord-est. Quirico Viviani l'avea fatta argomento d'una poetica descrizione in un romanzetto che pubblicò, intitolato: _Gli ospiti di Resia_. La lettura di questo libretto può forse aver indotto il mio povero amico a cercare un asilo in quella valle segregata dall'Italia, e pure rinchiusa fra la sua cinta, e fra quella popolazione semplice e più presto slava che italica. L'arte che professava, il suo amore per il paesaggio potevano avervi contribuito. Io era sul punto di vederlo e Dio sa in quale stato! Perciò mi avviavo con animo perplesso e pure ansioso a quella volta, come chi teme un pericolo e pure s'affretta ad affrontarlo perchè inevitabile.
Giunto al luogo dove la Fella sgorga vorticosa dalle gole de' monti e si scarica nel Tagliamento, lasciai a sinistra la via da me più volte percorsa, che conduce nel centro della Carnia, e mi volsi a destra seguendo i tortuosi meandri della montagna.
Avevo a sinistra il torrente assai povero d'acqua, ma le diffuse ghiaie e gli sterpi sparsi qua e là, i massi dirupati dall'alte cime, attestavano il suo furore, come un campo di battaglia, cessata la mischia, serba le prove del miserando conflitto. Le spalle dei monti che sorgevano quasi a perpendicolo da ogni parte dove mi volgessi, erano affatto infeconde. Benchè sul principio dell'estate, le più alte cime erano coperte ancora di neve, e i più bassi declivi mostravano poche traccie di vegetazione, macchie ed eriche di fredda ed inamena verzura. Non pareva già quello il vestibolo d'un Eden, ed io cominciavo a credere che fosse stata una vera follia abbandonare i colli del Friuli per cercare questi orrori selvaggi non desiderabili ad altri per avventura che ai banditi, o a coloro che vi fossero nati e cresciuti.
Di mano in mano però che mi venivo accostando a Resiutta, penultima porta d'Italia verso Pontebba, il pendìo della montagna andava animandosi di più forte e rigogliosa vegetazione; si alternavano gli abeti ed i faggi, le macchie nerastre si facevano più larghe e più morbide e l'occhio poteva arrestarsi senza spavento sulle alte mura di granito che fiancheggiavano quella via.
A Resiutta intesi che poche miglia mi separavano dal villaggio principale della Resia, e lasciato il calesse m'avviai a quella volta, che già il sole precipitava all'occidente.
In poco d'ora la meravigliosa convalle mi si aperse dinanzi come una scena teatrale quando si leva il sipario. Non era già una vallata della Svizzera; non era nemmanco una delle più belle ed amene della Carnia e della Carintia. Da per tutto appariva la mano del cataclisma ch'era passata, sa il cielo in qual'epoca, su quel paese. Sporgevano qua e là vasti ed enormi macigni, forse franati dai monti, forse lasciati scoperti ed ignudi dalle acque che rapirono nel loro corso la vegetabile terra. Ma ciò non ostante una molle e delicata verzura appariva qua e là. I meli fiorivano, l'immaturo frumento s'alternava ai macchioni di pini e di larici, la mano del coltivatore lottava colla natura e vinceva. Il mite clima, l'aere trasparente, la qualità delle piante, tutto annunziava l'Italia, ma l'ultimo suo confine. A levante s'elevava il monte Canino per ben 8000 piedi sul mare, nuda roccia e bianca d'eterna neve. A tramontana avresti potuto notare il rapido passaggio onde la natura compiacquesi segregare la terra italiana dalla germanica. Di qua le case sono costrutte di pietra, coi tetti mollemente inchinati: dieci passi più lungi non odi più parola italiana, non vedi più vestigio di vegetazione, le case elevano i loro tetti acuminati come nelle terre settentrionali. Vi sono luoghi dove potresti toccare colla destra l'Italia, e la Germania colla sinistra.
Io ero penetrato fino al principale villaggio. Avrei voluto abbattermi in alcuno di que' valligiani e chiedergli conto del mio povero amico: ma le capanne e le case erano tutte deserte o abbandonate alla guardia di piccoli fanciulletti dai quali non potevo sperarne alcuna informazione sicura. Il sole cadeva in mezzo a larghi flutti di nuvole porporine; e dirimpetto le campane di Resia sonavano a distesa come intendessero salutarlo. M'avviai alla chiesa della valle dove tutto il popolo doveva essere raccolto per qualche solennità. Mi sovvenni ch'era appunto il giorno dedicato a san Marco, e mi passarono rapidamente nella memoria altri tempi ed altre feste; e per un momento m'illusi, pensando che questa valle potesse essere stata preservata dai terribili avvenimenti che segnalarono la fine dell'ultimo secolo e il principio del nostro.
Giunto dinanzi alla chiesa assistetti ad uno spettacolo inaspettato. Tutta la popolazione, composta di duemila tra uomini e donne, stavano schierati dinanzi alla porta. Il vecchio parroco sostenuto a destra e a sinistra da due giovani sacerdoti s'avanzò fino alla gradinata esterna della chiesa, e in una lingua non molto dissimile dalla slava arringò i circostanti, poi bevendo un sorso da una gran coppa che gli fu presentata, la porse ai notabili della valle che gli stavano più d'appresso gridando nel suo linguaggio: — Viva il vecchio Cameraro! — Tutto il popolo ad una voce rispose a quel viva. Codesto Cameraro uscì allora dalla folla, si presentò alla popolazione acclamante, e la ringraziò con brevissimo complimento dopo avere bevuto dalla medesima coppa che girava di mano in mano. Il parroco dichiarò com'egli avesse presentato la sua resa di conti annuale, e fosse stato riconosciuto irreprensibile per ogni rispetto. Il popolo tornava alle acclamazioni.
In questo venne presentata al venerando pastore una scheda, e compresi ch'essa doveva portare il nome del candidato, cioè del nuovo Cameraro che si doveva eleggere. Il parroco spiegò gravemente la scheda e declinò al popolo ansioso e perplesso il nome di Antonio M.
Lascio pensare ai lettori che cosa si passasse nell'animo mio quando mi venne inteso quel nome. Non ero ancora riavuto dal mio sbalordimento ch'io vidi il mio amico vestito colla casacca resiana avanzarsi a lenti passi alla volta del parroco. Una salva di applausi risonarono da ogni parte; a cui mi fu forza aggiungere un grido non saprei dire se di sorpresa o di gioia.
Intanto l'antico Cameraro traeva una grande tabacchiera d'argento, e la consegnava rispettosamente nelle mani del suo successore, come fosse l'emblema della sua dignità. E questi con pari rispetto la riceveva prostrato in ginocchi e ricambiava un bacio di pace col parroco, e coll'antecessore già decaduto.
Fatto questo, si fece girare nuovamente la coppa, e tutti libavano, e il popolo rispondeva sonoramente con applausi sempre crescenti. — Quand'ecco il nuovo dignitario domandò la parola e con molta unzione e con elegante maniera dichiarò agli astanti che accettava l'incarico che gli veniva conferito; che, quanto era in lui, non avrebbe mancato di adempierlo con zelo e con fedeltà, che implorava l'assistenza del Cielo e la sua benedizione sopra se stesso e sulla intiera popolazione. Proferì questa breve arringa nella lingua del paese, con tanta franchezza e disinvoltura come se l'avesse appresa dalla nutrice; e mi pareva di vedere Lord Byron quando sulla tomba di M. Bozzari fu ammesso alla greca cittadinanza, ed accettò il comando del suo reggimento. Compiuta la cerimonia io volevo lanciarmi al collo dell'amico mio, ma egli non m'aveva punto riconosciuto, e s'era dileguato alla clamorosa gioia de' circostanti che non cessavano di festeggiarlo.
Intesi allora da uno di quegli abitanti qual fosse l'ufficio del Cameraro. Il Cameraro non era gran fatto molto diverso del nostro amministratore dei beni ecclesiastici, o fabbriciere. Ma nella valle di Resia ad un simile officio andava aggiunta una specie di protettorato che il Cameraro accordava alla chiesa. La tabacchiera, insegna della sua dignità, era il gazofilacio ove venivano deposte le volontarie oblazioni dei devoti a pro' del culto divino. Di tali oblazioni il Cameraro dovea rendere un conto assai rigoroso allo spirare dell'anno, e non meno degli usi a cui erano state adoperate. Siccome però cotal dignità non veniva conferita se non a quelli che godevano la stima di tutti, così il Cameraro esercitava una grande e benefica autorità per tutto il tempo del suo reggimento, il quale cominciava e finiva colla descritta solennità.
Io ne trassi una conseguenza, che Antonio non doveva essere sì pazzo quanto mi si voleva far credere. Io non do fede mica alla infallibilità delle popolari elezioni, ma pure come si poteva pensare che un tale incarico fosse a pieni voti confidato ad un mentecatto? Così rallegrato da una buona speranza, m'avviai alla casa del parroco per abbracciare l'amico mio.
V.
È pazzo?
A pochi passi dalla canonica m'imbattei in uno di que' giovani preti che avevo veduti al fianco del parroco, il quale veniva appunto a nome di esso e del Cameraro ad invitarmi ad una piccola refezione. Trovai sulla porta quest'ultimo, che mi si gettò al collo, e mi abbracciò con una straordinaria effusione di allegrezza. — Io t'avevo ben riconosciuto, — mi diss'egli — ma non ho voluto interrompere una pubblica solennità per lasciare libero corso all'espansioni dell'amicizia. Ed ho voluto provarti anche un po'! — Provarmi? — Perdonami. Ho osservato alcuni venuti per curiosità a vedere codesta funzione, riderne fra loro come d'una pazzia. Imbecilli che non sanno vedere altro che la corteccia delle cose! Ti confesso che se ti fossi trovato fra costoro, io.... avrei avuto minor desiderio di rivederti! Ora entriamo che siamo aspettati. —
Entrammo insieme, e presi parte al banchetto rituale, ordinaria appendice d'ogni solennità, massimamente fra i popoli d'origine slava. Alcune ore dopo il mio amico ed io fummo accompagnati alla modesta sua casa. Io non potevo a quando a quando non domandare a me stesso: è pazzo? Non voglio aggiungere per ora la risposta. I miei lettori saranno in istato di darla liberamente per se medesimi.
Risposi in brevi parole alle interrogazioni dell'amico mio sulle vicende che avevo corse dopo la sua partenza dalla Francia, sulle ragioni del mio ritorno, ecc., ecc., cose tutte che interessavano a lui, ma che non si legano al mio racconto. Soddisfatto ch'io l'ebbi, mostrai desiderio di sapere dalla sua bocca medesima quanto m'era stato svisato dalle pubbliche ciarle.
— Hai veduto, cominciò egli, madamigella Sofia di V.? — Mi fece questa domanda con aria sì tranquilla e indifferente che non dubitai di rispondere il vero. — Ringrazio il Cielo — egli soggiunse — di non averla obbligata ad essere la moglie del Cameraro di Resia. Ella ne sarebbe restata molto mortificata stasera! e forse si sarebbe beffata del fatto mio, come la figlia di Saul quando vide il suo sposo Davidde ballare ed arpeggiare dinanzi all'arca.
— N'hai tu così trista opinione?
— La scuserei: perchè coll'educazione che ha ricevuto, ella non sa distinguere il bene dal male, se non dietro la pubblica opinione. T'è noto ciò che costituisce la riputazione d'un uomo secondo lei e secondo i suoi pari. Saper sottrarsi al ridicolo. Io invece ripongo qualche volta la grandezza nel saperlo affrontare.
— Mi consolo che tu la giudichi con tanta severità e nel tempo stesso con tanta indulgenza. Da ciò m'accorgo che t'è perfettamente uscita dal cuore.
— Mio buon amico, a trarmela affatto dal cuore non sarebbe bastato il conoscerla. Io m'ero accorto già che non mi avrebbe mai fatto pienamente felice; e pure l'amavo: l'amavo per abitudine, per necessità, per puntiglio. Le donne del suo carattere, le donne fredde e civette, sono terribili, amico mio. Possono maltrattarci un mese, usarci ogni sgarbo, mancarci di fede, farsi gioco di ciò che v'ha di più santo... e poi farci dimenticar tutto con uno sguardo, con un sorriso! Ti ripeto ch'io la conosceva già quando partii per la Russia, e contuttociò tu sai perchè lavorassi, perchè ammucchiassi i denari, perchè ambissi una decorazione ed un titolo. Io ritornai in Italia tutto pieno di lei, e fui sul punto di sagrificare l'onor mio, la riputazione di mio padre, i miei gusti, la mia vita..... ad una che non mi amava, ad una che non avrebbe fatto il più piccolo sagrifizio per me.
— Ma ora non saresti forse troppo severo?
— No, mio caro amico; io l'ho messa alla prova. La sua casa mi fu aperta quando si seppe ch'io era stato insignito di un ordine, ch'io tornava ricco d'oro e di gloria, e che il mio patrimonio si poteva sottrarre dalle mani de' creditori di mio padre. Allora non c'erano carezze ch'ella non mi prodigasse; non c'era esitazione; il suo cuore era mio, era sempre stato mio; ella non aveva aspettato che me! Ma quando seppe ch'io doveva rinunziare al mio titolo, ch'io voleva rinunziare alle mie ricchezze, ch'io non poteva offrirle che il cuore e la vita errante e venturosa dell'artista, ella si fece scudo del dissenso paterno; e forte una seconda volta della sua sommissione, si ritirò nelle sue stanze, e fui congedato per sempre da quella casa. Allora apersi gli occhi, ascoltai il comando dell'onore e del dovere; mi chiusi nella mia onesta povertà, giurando di non ammogliarmi finchè non avessi trovato una donna che avesse pregiato nel povero artista le ricchezze del pensiero e del sentimento... una donna com'io l'ho trovata!
— Trovata! Nella valle di Resia?
— Nella valle di Resia.
— E da qual tempo data la tua fortuna? — chiesi, non dissimulando una certa aria di dubbio e d'incredulità.
— Io sono padre da un mese, soggiunse tranquillamente Antonio. Or ora vedrai la mia sposa. — Così dicendo rientrammo nella casa, dalla quale ci eravamo allontanati durante questo colloquio, passeggiando all'incerto lume del crepuscolo che si protraeva vivace e fantastico dietro i monti, indorati sull'orlo da' suoi ultimi raggi. Ci venne incontro sul limitare della modesta dimora una bella e svelta figura di donna, portante fra le braccia un bamboletto. Come ci vide ci salutò abbassando leggermente il capo, o piuttosto gli occhi sotto le nere e lunghe ciglia che li segnavano, e silenziosa si trasse in disparte, senza ch'apparisse però alcun indizio di imbarazzo sopra i tranquilli e severi lineamenti della sua faccia. Portava intorno alla testa ed al collo un fazzoletto non molto dissimile dal costume lombardo, e il restante del suo abbigliamento non s'allontanava dall'usanza resiana se non nel colore. Una gonna scendente fino alla noce del piede, una tunica più corta e senza maniche, che la moda si compiace di raccomandare sotto altro nome alle nostre dame, e un giubbettino abbottonato dinanzi fino alla cintura, e assettato al collo e alle braccia fino ai polsi. Tale è il costume universale delle donne resiane, le quali però non l'usano se non bruno, mentre la moglie di Antonio l'indossava di color bianco.
Una fiammicella brillante ardeva sul largo focolare e ci consigliava a sederci d'appresso, poichè il nostro colloquio a cielo aperto non ci aveva permesso d'avvertire l'irrigidire dell'aria dopo il tramonto. Antonio mi fe' portare il vispo mammoletto il quale diede in improvviso pianto al vedere una faccia straniera, per cui la madre fu pronta a raccorselo al seno, e si ritrasse altrove per calmarne gli incessanti vagiti. Restati soli, Antonio così ripigliò il suo racconto:
— Io mi partivo dalla città noiato, stomacato delle ciarle che correvano sul mio conto, e degli stolti giudicii onde erano state interpretate le mie risoluzioni. Il conte di V. e la sua _società_ avevano dipinto coi più lepidi colori la mia condotta. Credi tu ch'io non sappia d'essere stato battezzato per pazzo? Pazzo sarei stato, signori, se avessi rinunciato a questa tranquillità pei vostri fumi, e per le vostre nobili consuetudini!
Io non visitava la Resia se non per osservarne i costumi, per trarne qualche quadro di paesaggio, per togliermi alla beffarda compassione ch'io leggeva sul volto di chi mi incontrava per via, per essere solo. Le case di questa vallata bastano appena alla numerosa tribù, ed io ebbi albergo in una di esse che da pochi giorni era restata senza padrone. Egli era perito in una gola delle vicine montagne, e avea lasciato un vecchio padre e una giovane vedova sprovveduta d'ogni soccorso. Quest'ultima tu la conosci. Il vecchio non sopravvisse molto a suo figlio, e morì pochi giorni dopo di avermi offerta l'ospitalità ed ottenuti i miei vani conforti. Al suo letto di morte egli mi raccomandò caldamente la desolata nuora, e passò.