Part 12
— Stiepo, — disse una sera Matilde, — bisogna avere un po' di compassione al povero Ivo. Egli ha forse paura dei lupi perchè non si è mai trovato al cimento. Conducetelo fuori a caccia con voi: addestratemelo un po' quel caro ragazzo. — Ivo era presente e arrossì fino agli occhi.
— Matilde, — diss'egli, — comandate ch'io esponga la mia vita in vostra difesa, e vedrete se il coraggio mi mancherà.
— Bel difensore che avrebbe trovato! — soggiunse Stiepo: — un giovane di ventidue anni che non si è ancora procurato un berretto. Comperategliene uno, — diss'egli a Matilde, — comperategliene uno voi che avete denari. Oppure senti, Ivo, cugino mio. Io ho veduto un bel gatto che ruzzava ier sera qui dattorno. Cacciagli una palla ne' fianchi quando ei si sarà accovacciato. Diremo ch'è stato il lupo, e non porterai più quel vigliacco berrettino di lana. —
La fanciulla cervellina si mise a ridere sguaiatamente, poi tornò sulla prima idea, e persuase colle buone i due cugini ad andarsene insieme alla caccia del lupo che si progettava a quei giorni.
Ivo non mancava veramente di qualche coraggio, nè accresceva coll'immaginazione, come sogliono i paurosi, la realtà del pericolo. Più volte l'avea affrontato con sufficiente calma e n'era uscito sano e salvo. Ciò che mancavagli era quel sangue freddo che non si lascia sopraffare da un accidente improvviso, quella dote che non è sempre coraggio, che non dipende dalla forza del volere, ma è dono libero della natura, o conseguenza delle prime impressioni infantili: quel colpo d'occhio sicuro che vede in un attimo ciò che è da farsi e lo fa. Questa facoltà preziosa ei non l'avea mai potuta acquistare per quanto cercasse d'abituarcisi. Un colpo di fucile, un tuono non preceduto dal lampo, un cane che gli corresse tra' piedi, lo facea trasalire. Bisognava avvisarlo di tenersi all'erta; allora egli diveniva un uomo. Quindi consentì di prender parte alla caccia, preparò il fucile, le munizioni, ed era apparecchiato ad affrontarsi non solo co' lupi, ma co' leoni, se fosse stato mestieri.
Se non che il suo rivale aveva risoluto di farne strazio, d'esporlo a nuove risate, di perderlo affatto nell'animo di Matilde. Fatto il suo progetto, gli si pose a' fianchi, volle visitare la carica coll'intenzione di sottrarvi le palle: ma l'altro se n'avvide e ricaricò. Di lì a non molto, al primo braccare de' cani, Stiepo si diede a gridare: — Al lupo! — e cominciò a ridere vedendo il cugino impallidire, e spianare il fucile prima di scorgere cosa alcuna. Più tardi i lupi si mostrarono davvero: tutti scaricarono l'arma: ma non restò ferito che un cane, un bel bracco della Matilde, memoria del padre suo. Era difficile a dire chi l'avesse colpito: ma come ben potete pensare la colpa fu addossata ad Ivo, il quale costretto a dissimulare, sentì versarsi nell'anima quanto aveva di fiele. Accorse al povero Lampo ferito, e si pose a medicarlo. Intanto ch'egli si occupava di questo, un altro lupo snidato dalla sua tana veniva a lui difilato. Egli balzò in piedi, ma non fu a tempo d'imbracciare il fucile. — All'erta! — gridò Stiepo — occhio alle spalle! — e mentre Ivo volgevasi dalla parte che gli era indicata, Stiepo gli aveva colpito il lupo sui piedi. Il feroce animale rotolò due volte sul terreno. Immaginate la confusione del giovane. Egli rimase impietrito, mentre gli altri cacciatori furono tutti sopra la belva, e stavano per finirla. Stiepo vedendo che aveva solo le gambe infrante, gli gettò un laccio scorsoio e risolvette di condursela a casa vivente — ognuno può immaginarsi a qual fine.
Ritornando dalla caccia, i due rivali si trovarono insieme non lontani dalla barella dove con gli altri arnesi da caccia stava il cane ferito, e il lupo colla musoliera alla bocca. Ei metteva sovente un urlo represso di dolore e di rabbia che nel silenzio della notte poteva metter paura anche a' men timidi.
— Ivo, — prese a dire il suo instancabile beffatore: — tu sei stato assai poco fortunato alla caccia: la Matilde sarà adirata con te che le hai ferito il suo Lampo. Affè, era meglio assai risparmiare la polvere.
— Stiepo, — rispose quegli seriamente. — Io non ho ferito il cane. Non dirò chi l'abbia fatto.... perchè.... ma voi dovete sapere meglio d'ogni altro ch'io non lo feci.
— Io? Non so niente, io! Ad ogni modo ei guarirà forse della ferita. Senti, Ivo, giacchè ti deve importare la vita del bracco, dovresti montar tu pure sulla barella perchè il lupo non rompa a caso la musoliera. Senti, senti come freme! Povero Lampo, s'ei mette i denti in libertà. —
La pazienza del giovane toccava gli estremi, ma pure dissimulò finchè giunsero a Capo d'Istria. Qui ei trasse Stiepo in disparte, e guardandolo con freddo e risoluto piglio: — Cugino — gli disse — io ti prego di non permetterti un solo motteggio sulla caccia di ieri. Ricordati che se alcuno riderà alle mie spalle, tutti non rideranno ugualmente.
— Come sarebbe a dire? pretendi tu minacciarmi?
— Io non minaccio alcuno: ti prego a porre un limite alle tue beffe.
— E s'io non volessi ascoltar la preghiera?
— Stiepo, ella non è altrimenti preghiera: è un comando. Tu non dirai nè anco una parola sul conto mio! — E così dicendo lo fissava con quel guardo che annunzia una ferma risoluzione e la forza morale per porla ad effetto. Stiepo ne fu involontariamente un po' sconcertato, e volle sottrarsi all'influenza che quello sguardo esercitava per la prima volta sopra di lui. Cambiò discorso, e soggiunse: — Tu non avrai la Matilde. Ella è figliuola d'un bravo cacciatore, e sceglierà uno sposo degno di lei.
— Non si tratta ora nè di Matilde, nè della sua scelta. Si tratta della tua vita! —
Stiepo voleva ridere, ma l'occhio fiso ed immobile del suo cugino gliene tolse la voglia. Ei gli voltò le spalle e andò a collocare il suo lupo in una stalla deserta in fondo al cortile della sua casa. Là gli trasse destramente la musoliera senza slegarlo però dal laccio che lo teneva assicurato a un grosso anello di ferro fitto nel muro.
IV.
Matilde intanto, come seppe del cane, cominciò a strillare e domandava il nome del feritore. Non so quale de' cacciatori si lasciò sfuggire il nome del disgraziato giovane. — Già doveva esser lui! — gridò la fanciulla irritata. — È stato Ivo veramente? — domandò essa a Stiepo che soprarrivò in quell'istante.
— Ma! — rispose egli imbarazzato. Tutti lo dicono. — Matilde si prese in braccio il suo Lampo, e cominciò ad accarezzarlo e a compiangerlo senza ripigliare il discorso.
Stiepo gioì nel suo interno, perchè credette perduto il suo rivale nel cuore di lei. — Io vi ho condotto un bel lupo vivo in iscambio, — seguiva egli. — Non ha che una gamba rotta; del resto è un bell'animale. Verrete voi a vederlo, Matilde? Voi non siete già donna da pigliarne spavento. Aspetteremo il cugino che se l'è lasciato venire addosso così goffamente. Se il mio fucile fosse stato men pronto, guai alle sue gambe! Ivo sarebbe ora in cura come il povero Lampo. Ma voi me l'avevate raccomandato, ed io non l'ho perduto d'occhio un momento.
— Lo credo, — disse Matilde ironica. Ella conosceva già l'umore dell'uomo feroce. Troppo buona per farsene complice, non era che spensierata, e rideva spesso senza pensare che quelle risa amareggiavano troppo profondamente chi n'era l'oggetto. — Sì, sì, — soggiunse: — aspettiamo Ivo, e andremo a fare una visita al lupo. Già sarà ben legato, eh? che alcuno non abbia a spaventarsene un'altra volta. —
In questo mezzo sopraggiunse Ivo serio serio: salutò Matilde e contenne nuovamente il cugino collo sguardo incisivo di poco prima. Matilde, senza far mostra d'accorgersene, lo comprese. — Voi mi avete ferito il cane — gli disse con aria dubbiosa fra la stizza e il rimprovero.
— No, Matilde, — rispose: — vi giuro ch'io non l'ho ferito. Qui Stiepo può assicurarvene, — e lo interrogò cogli occhi.
Stiepo non rispose parola.
— Chi tace conferma, — disse Matilde. — Orsù io spero che la ferita non sarà grave. Andiamo a vedere il lupo del nostro amico. Voglio provare s'egli ha faccia da spaventarmi, quel brutto animale. — Detto questo, passò il suo braccio sotto quello d'Ivo, e mossero tutti insieme verso la casa di Stiepo contigua a quella di lei. Si fermarono dinanzi al forte cancello che chiudeva la stalla dove la irritata belva stava fremendo. Quando ella vide appressarsi la gente, urlò più forte, e si slanciò verso l'uscio con occhi di bragia. Quivi s'accosciò perchè le gambe ferite non la reggevano, ma mostrava i denti e arruffava il pelo del collo in modo da metter paura.
La figlia del cacciatore tremava tutta, ma volle fare la coraggiosa, e cominciò a stuzzicarlo agitando il grembiale, di che l'animale urlava e guatava più torvo che mai. Stiepo si trasse il suo berretto: — Forse e' conoscerà il pelo del suo fratello — diss'egli, e l'accostava allo steccato. Matilde sbadatamente prese il berretto e lo sporse verso la bestia. Il lupo diede un salto e l'addentò. Matilde fu per caderne svenuta.
— Imprudente! — gridò Ivo.
— Il mio berretto! — disse Stiepo, e si volse per cercare qualche istrumento per riacquistarlo.
— Ah! tu se' in pensiero per il berretto, cugino mio! — Così dicendo una felice idea balenò alla mente d'Ivo: guardò Matilde quasi volesse attingere nel suo sguardo il coraggio necessario all'impresa, pose la sinistra sulla traversa delle sbarre, e saltò dentro col coltello sguainato nell'altra mano. In un lampo fu sopra il lupo, il quale, lasciato il berretto che teneva ancora fra' denti, si slanciò al petto del giovane, ma questi lo afferrò al collo colla mano manca, e gli cacciò nel cuore due volte lo stile. La belva cadde riverso. Ivo afferrò il berretto, se lo calcò sulla fronte, e col petto sanguinoso pel morso del lupo, balzò fra gli attoniti spettatori d'un altro salto.
Tutto ciò fu l'affare di due minuti.
Matilde avea gittato un grido che mostrava chiaro la secreta disposizione dell'animo suo verso il giovane. Appena lo vide salvo, gli s'appiccò al braccio insanguinato con ansia affannosa. Stiepo taceva pallido ed umiliato.
— Cugino Stiepo, — gli disse Ivo con calma. — Spero che non vorrai contendermi il berretto che ho conquistato senza bisogno d'uncino. Hai là una pelle di lupo che ti regalo per fartene un altro. —
Il giovane Ivo era sublime in quell'atto. C'era sul suo volto l'alterezza d'una nobile vendetta: le sue labbra sottili s'agitavano sotto l'ombra dei baffi nascenti. Nessuna donna avrebbe dubitato allora a quale dei due cugini dovesse dare il proprio affetto; e Matilde prese fin da quel momento la ferma risoluzione di darsi a lui. —
V.
A questo punto della narrazione, uno de' miei barbuti uditori uscì a domandarmi come il feroce Stiepo avesse tollerato l'affronto. — Io, nel suo caso — aggiunse egli — avrei menato del randello sul capo del mio rivale, e così avrei riguadagnato il berretto, e il cuor di Matilde.
— La prima delle due sarà probabilmente avvenuta, io risposi. Anzi il pronipote d'Ivo Milovich non mi dissimulò che il suo proavo fu segno di molte violenze. Lo irritato cugino tentò più volte strappargli di fronte il bene usurpato trofeo: più volte lo assalì a mano armata, e tentò la riscossa. Ma l'altro era uomo _avvisato_, e come suol dirsi, _mezzo armato_: e la metà della forza che per avventura mancavagli, gl'infondeva l'amor di Matilde la quale oggimai sospirava il momento che il conte di Pisino suo protettore consentisse al suo matrimonio con lui. Con ciò ella seguiva l'istinto della donna, e dava la preferenza al più coraggioso dell'animo. Tra la forza morale e la fisica a lungo andare non v'è chi non s'affidi meglio alla prima. Il coraggio materiale di Stiepo avea ceduto all'ostacolo; la forza vera, la tenacità del proposito, la instancabile volontà è onnipotente nel mondo. Ivo era comparso agli occhi di Matilde un eroe e avea saputo mantenerla in quest'opinione. Ella lo amò tanto quanto prima s'era divertita a beffarlo: perchè s'accorse che lo scherno era ingiusto, e voleva giustificare se stessa e compensarlo a prezzo d'affetto.
Il vecchio pescatore di Capo d'Istria conserva ancora il berretto del suo fortunato trisavolo: quel berretto che fu per più generazioni argomento d'uno di quegli odii morlacchi che si propagano di padre in figlio. Oggimai della stirpe di Stiepo non resta più che una donna, e questa è appunto la moglie del mio cronista.
Sulla fine del racconto, Semitella era già deserta: tutta la gente era ritornata alle proprie dimore: e da lungi il mare rifletteva il chiaror de' fanali che precedevano a Capo d'Istria le ultime brigatelle d'amici, i quali probabilmente avranno meglio impiegato il loro tempo.
LA VALLE DI RESIA.
I.
Un pazzo.
Io rivedeva la mia diletta penisola dopo dieci anni di vario pellegrinaggio. Ad ognuno che abbia cuore credo inutile il dire s'io la ritrovassi più bella. A quelli che non hanno patria, a quelli che amano tutto ciò ch'è straniero, per ciò solamente ch'è straniero; a quelli che s'attaccano senza discernimento all'ultima cosa che veggono, solamente perchè è l'ultima; a tutti gli uomini, dico, che appartengono a codeste tre classi, io non dirigo per ora le mie parole.
Salutata dunque la terra natale, vi cercai gli amici della mia gioventù, e fra questi Antonio M., valente pittore, e veramente artista dell'anima, il quale m'aveva cinque anni prima lasciato a Parigi, e del quale non m'era giunta alcuna notizia in appresso.
Il primo a cui ne chiesi conto, fu il marchese del Rio, nostro comune amico, e mecenate d'un tempo. Egli mi guardava ed esitava a rispondermi come chi avesse a dare una trista notizia.
— Buon Dio! — sclamai — sarebbe morto?
— Morto dell'intelletto — rispose. — Da quattro anni egli è pazzo.
— Pazzo...! Oh! egli non doveva mai rivederla. Perchè non ascoltò i miei consigli? perchè non rimase con me? Oh! povero amico! — Così dicendo proruppi in lagrime; dimenticai il marchese; non gli chiesi i particolari di questa sciagura, ed egli ebbe la discrezione di andarsene senza congedo.
Dirò perchè questa trista novella non mi sembrasse punto inverosimile.
Antonio M. era nato per essere artista, benchè le circostanze in cui si trovò nell'infanzia non fossero le più favorevoli all'arte. Egli era figlio di un fortunato negoziante, e secondo tutte le apparenze doveva ereditarne uno stato agiato e tranquillo. Gli agi e le ricchezze sogliono giovare a tutt'altro fuorchè all'educazione di un artista. Egli fu accarezzato, lusingato, applaudito da' suoi precettori, ogni suo scarabocchio aveva l'impronta del genio: egli era senza più un Raffaele risorto. — Buon per lui che la provvida mano della sventura venne in tempo a soccorrerlo. Le speculazioni del padre corsero il loro stadio; decaddero; ruinarono. Egli dovette fallire a molti suoi creditori. Antonio rimase a vent'anni ricco di molte speranze, di molta presunzione, di molte abitudini molli e delicate, povero di tutt'altro: ma egli era artista, cercò nell'arte un sollievo contro l'avversità, e di meschino dilettante che era, si mise sulla via per divenire pittore. E lo divenne. Gli dolse certo dover abbandonare le consuetudini fra cui era stato allevato: gli dolse sentir mutate in biasimi le prime lodi che riceveva; ma gli giovò la sua naturale noncuranza, e d'altra parte i proprii disinganni non arrivarono a farlo sconfidare di se medesimo. A ventidue anni egli dipingeva passabilmente la figura, coloriva un ritratto con molto garbo, e viveva modestamente del suo.
Ma il cuore non è impunemente poetico. Antonio doveva amare, amare passionatamente, infelicemente, come suole accadere agli artisti: egli doveva imbattersi in una donna che non era fatta per lui; ed amarla, idoleggiarla, adorarla quanto meno ella mostrava comprendere questa poetica idolatria, da cui si trovava perseguitata.
La contessa Sofia di V. era del bel numero una di quelle fredde creature, in cui le arti e le consuetudini sociali distruggono molte doti ingenue della natura, surrogandovi l'affettazione di tutte. Ella aveva imparato la virtù dalle opere di M^a. de Genlis, la grazia dal maestro di ballo, il contegno dalla sua governante, lo spirito dalle conversazioni e dai dizionari, le lingue, non so quante fossero, da' suoi precettori, la musica dalle note. E tutto questo sapeva passabilmente e brillava fra tutte, perchè era ricca, nobile e bella: tre splendide prerogative che non hanno sempre lo stesso valore prese separatamente, ma in cumulo non possono mancare di un successo nel mondo.
Antonio M. non nobile per natali, non d'altro ricco se non della sua onestà e della sua tavolozza, la vide al teatro, l'ammirò ad una veglia, le parlò ad una pubblica esposizione di belle arti dinanzi ad un proprio quadro che ella e tutti lodavano. In quel momento parvegli di poter innalzarsi fino a lei e sperò di ottenerla. Prima che fosse chiusa la pubblica mostra, egli espose sotto le forme della Speranza un ritratto parlante di Sofia, opera improvvisata sotto l'influenza di un amore vulcanico. Il padre di lei comperò questo quadro, ed ebbe l'imprudenza di dar per maestro di pittura alla figlia il mio povero artista. Dico povero, ed egli ringraziava la fortuna come avesse tocco il cielo col dito.
Non racconterò la storia del suo amore. Progredì come doveva in lui, vero, ardente, indomabile; in lei dapprima civetteria, poi vanità, poi niente. Egli osò domandarne la mano. Gli si rise in faccia. La fanciulla ebbe l'ordine di non più vederlo; fece un po' l'afflitta, lo fu anche; ma obbedì da buona figliuola, e accettò con gioia i doni e le carezze paterne, premio della sua figliale docilità. Antonio ammalò, ebbe un lungo delirio assai prossimo alla pazzia. Risanato partiva da quel luogo al mio fianco, inconsolabile sempre, ma però rinsavito. Tutto questo racconto era necessario, o lettore, acciocchè intendessi come all'annunzio ch'egli era impazzato, io mostrassi più dolore che maraviglia. Egli era stato quattro anni in mia compagnia senza dar segno di smarrimento, ma un carattere come il suo, per natura bollente, quando ha sofferto ne' suoi primi anni una scossa terribile come questa che ho raccontato, ne resta con una tinta di tristezza per tutta la vita. Volsi subito il pensiero ad informarmi di tutte le particolarità di tale ricaduta, per vedere se l'amicizia potesse un'altra volta porvi rimedio.
II.
Fatti e parole.
Ma dove si trovava questo povero amico, e di qual genere era la sua nuova pazzia? Queste domande io avevo dovuto rivolgere al terzo ed al quarto per desumere, se fosse possibile, il vero dalla opinione dei più.
Mi fu risposto ch'egli trovavasi nella valle di Resia, un paese, a quanto mi dicevano, abbastanza salubre; ma inameno e inospitale, circondato da monti sterili e altissimi, ove non si poteva penetrare che per difficili e scabrosi sentieri; abitato da un'orda di barbari, d'origine, a quanto dicevasi, slava; luoghi e genti, in una parola, che solo un pazzo poteva scegliere per dimorarvi. Non avevo per anco veduta la valle di Resia, e non potevo trovare molto improbabile la pittura che me ne facevano.
Quanto al mio povero amico, egli era ritornato nella sua patria oppresso da una specie di nostalgia; sia che il solo amore del suo paese ve lo richiamasse, o un resto della sua infelice passione. Egli ritornava in Italia ricco di un bel nome e di non mediocre peculio. Quando corremmo in compagnia la Germania, l'Inghilterra e la Francia egli s'accorse non meno di me qual fosse il genere dominante in quelle nazioni, e pensò bene di trarne profitto. La pittura storica era caduta in dispregio perchè pochi oggimai la trattavano con quella coscienza e quella dignità che domanda. D'altronde non si tratta già più di ornare vaste gallerie e magnifiche sale: le ambizioni dell'età nostra sono di raccogliere molte cose in poco spazio: vogliamo più verità che poesia, e una verità più fisica che morale: quadri di genere, prospettive, paesaggi, ritratti. Antonio M. sapeva bene che la poesia della pittura non si trovava in queste fedeli rappresentazioni della realtà. Sapeva bene che le prove fotografiche non sono quadri, e che l'artista deve, per così dire, fondere nel suo cuore gli elementi del vero che la natura gli somministra prima di riprodurli potentemente sulla tela. Ma vedendo gli uomini per lo più incapaci di tale discernimento, anteporre un magro paesaggio ed una prospettiva a quei quadri ch'ei s'ingegnava di trar dalla storia e di animare col soffio creatore dell'arte, sdegnoso per natura, e non abbastanza artista per comandare al suo secolo, venne ad una non nobile, ma utile transazione col gusto dei più, e dipinse prospettive, paesaggi, alberi e case, nevi e rupi, e specchi d'acque e torrenti, e marine e burrasche, e tutto ciò che la natura gli offeriva non dirò di più bello, ma di più singolare, cercando non già l'espressione e la vita, ma i contrasti i più saglienti e più inverosimili.
In tre anni egli collocò in tutte le gallerie, in tutti gli album, in tutti i gabinetti alcuni di questi quadri che egli schizzava a vapore e ricopiava secondo che gli venivano commessi da questo e da quello. Le sue maniere nobili e disinvolte, quell'_à plomb_, ossia quella tinta d'impertinenza che il primo suo stato gli aveva lasciate, lo facevano accetto nelle brillanti conversazioni. Le commissioni e i quattrini fioccarono per lungo tempo, e se l'avesse desiderato, avrebbe potuto far pompa d'una medaglia, d'un titolo, o d'un nastro all'occhiello del suo vestito.
Ricco e celebre egli mi significò il desiderio di ritornarsi in Italia, per cercarvi, mi disse, nuove ispirazioni, e per dipingere secondo il suo gusto, dopo avere adulato l'altrui. Ci accomiatammo a Parigi, e partì. Giunto alla terra natale, cominciarono le sue stravaganze e le sue pazzie, le quali, per quanto ho potuto raccogliere, si riducevano a tre principali. Una mattina egli ricevette la visita dell'avv. B., il quale gli comunicò come il padre suo nell'ultimo fallimento avesse voluto provvedere all'onesta sussistenza di lui, sottraendo cautamente agli avidi creditori un capitale di 150,000 lire. Egli aveva creduto bene non confidarlo alla sua giovane età e a quei principii di morale poetica di cui lo sapeva invaso, l'aveva quindi depositato in mani prudenti e sicure; ed ora ritornato dai suoi viaggi egli poteva prevalersene senza suscitare sospetto alcuno, e senza concitare contro di sè le insaziabili pretensioni di mille arpie che non avrebbero mancato di porre in campo diritti sopra diritti. Antonio M. accettò il portafoglio dove erano raccolti i titoli della sua nuova ricchezza; compensò l'avv. B. del servigio fedele che aveva prestato, e la mattina appresso fece convocare i creditori del padre, perchè avessero ad essere soddisfatti, per quanto bastasse la somma sopraccennata, e quella di che l'avevano arricchito i propri lavori ch'ei voleva pure consacrare a quest'uso.
Alcuni giorni prima di questo avvenimento egli aveva trovato, rientrando, una carta da visita dal conte di V. È facile a immaginare quanto ei dovesse meravigliarsene. Seppe che la bella Sofia rimaneva ancora nubile nella casa paterna, avendo o essa o i parenti suoi rifiutati parecchi partiti di matrimonio, che non erano sembrati abbastanza convenienti alla vanità degli uni, o alla capricciosa ambizione dell'altra. Ei non mancò di restituire la visita al conte, rivide la sua pericolosa allieva in tutta la pompa della sua bellezza, s'accorse in breve che cinque anni di più, la sua fama e le sue ricchezze, avevano modificato le disposizioni del padre e della figliuola, e subodorò la facile adesione che una sua nuova domanda avrebbe ottenuto. Ma egli vedeva con altra lente quella superba bellezza d'un tempo, e prima di cedere alla tentazione, volle sottoporla ad una dura esperienza.