Part 11
— Mia cara mamma, — soggiunse Marta con un tuono di malinconica tenerezza insolita in lei. — Mia cara mamma! Che cosa s'ha da fare a questo mondo, e fra gente così malvagia? meglio finirla una volta, credetemi. Io ci ho già pensato. Iddio abbia compassione di me!
— Tu sei fur di te medesima, Marta! Tu non parli certo da senno! Alla fine poi tutto questo può essere una ciancia, una favola inventata dalle male lingue.
— Oh! no, mamma. Era destino, vedete. Voi stessa ne siete persuasa nel vostro interno. Oh! sono stata ben pazza a non prestar fede alle vostre parole, quando mi poneste in guardia sul carattere di Federico. Ora lo conosco assai bene! Da quell'uomo là non poteva venirmi che male. Andiamo, andiamo in chiesa. Pregate per me, madre mia! pregate per la vostra povera Marta! — Così dicendo la sventurata diede in un pianto dirotto, e non proferì più parola.
La vecchia voleva chiamar la fante per pagare il suo conto; poi pensò meglio di non darle occasione di ciarle, e si recò ella medesima al banco, dicendo alla figliuola che l'attendesse costì. Marta, come si vide sola, si scosse, asciugò le lagrime, bevette un bicchiere di vino quasi volesse reagire contro la sua debolezza, e nascose destramente il coltello entro la manica del vestito. A qual fine precisamente, nol so; forse non lo sapeva in quel punto ella stessa.
Quando tornò la madre, ella era già sulla porta, e tutte e due s'avviarono frettolose alla chiesa.
Quivi preso a parte il vecchio sacrestano, la povera Marta trasse fuori le due candele, e gli ordinò di collocarle dinanzi all'altare della Madonna. Vi aggiunse un rotolo di denaro per una messa da celebrarsi all'istante, secondo la sua intenzione. Il sacrestano prese le candele e il denaro e se ne andò senza aggiungere parola. Le due donne s'inginocchiarono dinanzi all'altare indicato, e stettero lungamente aspettando. Uscì finalmente il prete e cominciò a celebrare la messa. Marta stette tutto quel tempo immobile, cogli occhi fissi all'altare, come trasognata ed estatica. Il suo pallido volto era suffuso d'un rossore febbrile, e chi l'avesse attentamente considerata, avrebbe letto ne' suoi lineamenti le traccie di un gran dolore che tormentava quell'anima profondamente.
Levatesi finalmente di là, s'incamminarono per uscire. Incontrato sulla porta della chiesa il sagrestano, la giovane gli si accostò e gli chiese l'abitazione di quel parrucchiere triestino che dovea ammogliarsi tra breve. Il vecchio gliela insegnò. — E quando seguiranno le nozze? — domandò Marta, come per semplice curiosità.
— Credo domenica, — rispose l'altro. — Le pubblicazioni sono già fatte. Sareste voi sorella di quel buon giovane? Che sì che indovino? Andate, andate, gli farete una grata sorpresa. La sua bottega è già aperta.
— Grazie — disse Marta, dissimulando profondamente la sua emozione. — A rivederci fra poco. Badate che le due candele devono ardere fin che ce n'è. Gli è voto.
— Non dubitate, buona ragazza. Andate con Dio. —
Così dicendo egli rientrò nella Chiesa, e le due donne si mossero difilate verso la bottega del parrucchiere. Per via, la madre maravigliata del nuovo contegno della fanciulla, le domandò che cosa intendesse di fare.
— Non lo so, madre mia: ma il Signore m'inspirerà. Intanto io voglio vederlo: voglio vedere che cosa saprà rispondermi. Oh certo! il sagrestano dice bene: gli dobbiamo fare una grata sorpresa.
— Ma tu farai qualche scandalo: tu ti lasci trasportare dalla passione. Abbi riguardo. Non ci facciamo scorgere in questo paese. Già non si guadagna nulla a codesto.
— Oh! io credo che guadagneremo, mamma! Lasciate fare a me! — Così dicendo le due donne entrarono nella bottega di Federico. Egli stava accomodando i capelli a se stesso per non perdere il tempo, finchè capitasse alcun avventore. Viste le due donne, restò sbalordito. Egli non s'aspettava per certo codesta visita importuna. Passarono alcuni istanti senza che nessuno dei tre pronunciasse parola. Il primo a rimettersi fu il barbiere, e fissando gli occhi sul volto di Marta, le domandò brutalmente: — A che venite voi qui? — Ma non appena ebbe proferita codesta frase, s'arrestò spaventato e abbassò gli occhi, non potendo sostenere lo sguardo di lei.
Successe un altro momento di silenzio, finchè la giovane simulando una grande tranquillità ed un tuono di voce amorevole, rivolse all'attonito barbiere queste parole: — Federico, tu mi dimandi che vengo a far qui? Io non saprei risponderti bene. Io non lo so. Ma tu devi dirmi se sono vere le voci che corrono. M'hanno fatto credere che tu ti mariti presto, che sono già fatte le pubblicazioni, e che la sposa si chiama Giustina, non Marta; ch'ella è stata finora la serva o altro d'un signore di questa città, non l'onesta operaja che viveva a fianco della sua vecchia madre a Trieste. Sono vere, Federico, queste novelle?
— Io non devo render conto ad alcuno de' fatti miei....
— T'inganni. Tu devi render conto ad una persona che non intende rinunciare ai propri diritti. Sappi ch'io sono venuta per questo.
— Tutto è finito fra voi e me: non ve l'ha già detto il signor B.?
— Il signor B.? Io non ho a fare nulla col signor B. Io voglio sapere dalle tue labbra medesime se tu hai dimenticato, non dico i tuoi doveri verso la mia povera madre, ma i tuoi giuramenti verso di me. Ah! tu credi ch'io sia per soffrire che un'altra donna si chiami tua moglie? No! Federico. La tua moglie son io.
— Voi? In qual chiesa vi ho dato la mano? — chiese lo sfrontato parrucchiere con ironia.
— Tu mi chiedi in qual chiesa? Iddio ha forse bisogno di chiese per ascoltare le promesse e i giuramenti delle sue creature? Io sono tua moglie, Federico, io porto meco un documento irrefragabile de' nostri legami: io son madre! — Ella proferì quest'ultima frase con voce bassa e soffocata. Federico impallidì nell'ascoltarla, ma si ricompose tosto, e si sforzò di fare un cotal riso beffardo e bestiale che mostrò tutta l'abbiettezza dell'anima sua. — Madre? — egli disse. — Me ne consolo assai! Così non vi mancherà un appoggio nel padre del vostro figliuolo, qualunque egli sia.... Il signor B. v'aiuterà a ritrovarlo. —
Le due donne inorridirono. Marta non potè parlare, chè la rabbia e l'angoscia le soffocò la parola. Ma la vecchia che avea taciuto fin allora, s'avventò come una furia sul barbiere, e lo fece indietreggiare verso un angolo della stanza. — Infame — gridò. — Ricorreresti tu alla calunnia? Chi ci ha fatto conoscere, dì, quel tuo signor B. degno complice delle tue scelleraggini?
— Se ve l'ho fatto conoscere, non v'ho mica ordinato che vostra figlia dovesse frequentar la sua casa. Però io non voglio ora farvene carico. Ognuno è padrone di fare ciò che gli aggrada. Vuol dire che voi ci avrete trovato il tornaconto.
— Taci, vile calunniatore! — saltò su Marta che s'era riavuta. — Taci! Non inventare dei torti che rendano meno infame la tua condotta. Tu sai bene che menti! tu sai bene che non sei degno di guardarmi in faccia!
— Ebbene! sì! So che non son degno di voi, e per questo ho pensato di lasciarvi in libertà e di dar la mano ad un'altra. Andate via ve ne prego. Può essere ch'ella capiti qui, e capite bene.... siamo in un paese piccolo. Io non ho bisogno di scandali. Andate colle buone....
— E s'io non me ne vo' colle buone?...
— Ci anderete per forza. Orsù...
— Guarda qual conto io fo delle tue parole! Così dicendo s'adagiò sopra uno dei seggioloni che occupavano il mezzo della bottega. — Ella verrà qui, tu dici? Tanto meglio! Io voglio vederla in viso questa perla, questa rivale che tu mi dài. Sedete, madre mia, sedete anche voi. Sarete stanca, povera mamma, approfittate dell'ospitalità di vostro genero. —
Federico fremeva di rabbia. Non potendo sostenere l'aspetto di Marta, tornò ad inveire contro la vecchia, facendosi verso la porta, sia per evadere, sia per chiamare man forte. Ma la vecchia robusta lo afferrò per un braccio e lo scagliò nuovamente verso il fondo della bottega. In quel momento una donna di circa trent'anni, s'affacciò alla porta. Era Giustina. Il sagrestano l'aveva avvertita di due parenti di Federico venute espressamente per visitarlo, onde s'affrettò a farsi riconoscere per la futura sposa di lui. Un suo cugino e futuro compare dell'anello l'accompagnava. Visto il parapiglia, s'arrestarono un poco, poi tra per curiosità, tra per difendere il barbiere che pareva avesse la peggio, entrarono e chiesero la ragione della contesa.
— La ragione? — gridò la vecchia inferocita dalla violenza dell'atto: — la ragione? —
— Non le credete nulla! ella è una pazza, una ubriaca, — sclamò Federico riavuto dal suo sbalordimento.
— A chi dici tu pazza? — gridò Marta rizzandosi in piedi. — Rispetta mia madre, Federico, rispetta mia madre, che potrebbe farti cacciare in prigione con una sola parola. — Poi volgendosi alla Giustina; — ah! — disse con un sorriso pieno d'ironia, voi sarete la sua sposa?... io vi faccio sapere, buona donna, che costui non può prender impegni con altri. Egli è mio marito.
— Giustina, non prestate fede alle loro parole. Andate via di qua, pregate qualcheduno che venga a liberarci da queste pazze.
— Se vai via di qua, sarà meglio per te — disse Marta alla sua sbigottita rivale. — Va via di qua, e non tornarci mai più, proverai che cosa può fare una pazza! — Così dicendo mosse due passi verso di lei con piglio minaccioso, e risoluta di venire alle vie di fatto. Giustina non se lo fece dire due volte, e se ne andò strascinando con sè il suo compagno. Federico rimase nuovamente solo colle due prime venute. Tanta era la violenza della passione in tutti e tre, che una lunga pausa successe a questa scena bizzarra e terribile.
Marta si ricordò in quel momento dell'arme che avea portata seco nella manica del vestito: se ne ricordò quando concepì il disegno di venire alle mani colla rivale. Una specie di vertigine occupò la sua mente. Tutto ciò che v'era stato di più provocante nel dialogo corso tra lei e Federico le passò dinanzi al pensiero come un'orrenda visione. Ella perdette la coscienza di se medesima, e divenne come sonnambula. Immaginò che tutte le autorità del paese, convocate da costei, sopravvenissero là, e la traessero a forza lungi da quel luogo. Immaginò di vedersi condotta come una pazza per le contrade di quella città fra le grida e gli scherni del popolaccio. Non potè sostenere quest'idea, ed anzichè prevenir questo fatto, pensò a vendicare l'oltraggio che le parea inevitabile. Abbracciò strettamente la madre senza piangere, senza parlare, come uscita di senno. Poi spiccatasi da lei si volse tutta mansuetudine a Federico — Non aver paura, — gli disse — non aver paura di me, Federico. Se la sorte ha destinato che tu sposi un'altra, sposala pure. Ti domando perdono delle mie furie di poco fa. Separiamoci in pace, Federico, separiamoci in pace, prima che venga gente. Oh! non vorrai tu darmi nemmeno un abbraccio prima ch'io ti lasci per sempre? — E così dicendo accostavasi a lui che non sapeva rendersi ragione di un tal cambiamento, e se ne stava perplesso e balordo in fondo alla stanza.
Marta avvicinandosi a lui, senza far motto gli gettò le braccia al collo, e lo strinse fortemente come convulsa. In quel momento sentì accorrer gente alla porta della bottega. La madre che era stata fino allora attonita aspettando l'esito di quella scena, la chiamò a nome. Fu come un lampo. Senza ritirar le braccia incrocicchiate dietro al collo di Federico, Marta aveva brandito il coltello nascosto, come dissi, entro la manica sinistra dell'abito, e gridando: — traditore! — con un movimento improvviso l'avea cacciato nel cuore del suo promesso, che gettò uno strido e cadde rovescio. Era morto. Marta senza più curarsi di lui, e brandendo ancora il pugnale insanguinato, si volse alla gente che affollavasi all'uscio e cercò qualcheduno cogli occhi stralunati e furenti. La vecchia mezza morta dallo spavento afferrava invano il braccio della figliuola: questa non vi poneva mente, non la vedeva. Pallida, le gote tremanti, chiamava un'altra donna che non era presente, chiamava Giustina. — È spenta, è spenta, — gridava — una delle due candele che ardeva innanzi a Maria... una è spenta! vedo il lucignolo che fuma ancora!.. L'altra... l'altra arde ancora, ma per poco. Dove sei, scellerata donna? Oh! tu hai paura, non è vero? Non aver paura, no! Non è già la tua vita che dipende da quella candela, è la mia!.. Ella muore. — Così dicendo rivolse contro il suo petto il coltello, e due o tre volte tentò di trafiggersi: ma la stecca del corsetto deviò la punta micidiale e le impedì di finirsi. Sentendo che non riusciva nel suo disegno e vedendosi circondata, cambiò improvvisamente pensiero, e alzando il pugnale contro i più vicini si fece largo fra la folla e uscì furibonda nella contrada. Il popolo le schiamazzava dietro: — ferma, ferma, — ed ella tanto più accelerava il passo lungo la via, senza guardarsi mai dietro. La contrada metteva al mare. Un piccolo molo per uso de' pescatori stendevasi alquanto fra l'acqua. Ella l'occupò prima che alcuno potesse impedirglielo, e pigliando la rincorsa si lanciò nel mare gridando: — è spenta anche l'altra! —
Un vecchio pescatore che rattoppava le reti nella sua tartana, levandosi al tumulto e al tonfo che avea sentito nell'acqua non lontano da lui, si gettò prestamente a nuoto, e riuscì ad afferrare la veste della sciagurata giovane, la trasse a riva affatto priva di sensi, e solo dopo alcune ore, ebbero effetto i pronti soccorsi che le furono prestati. Ella si risentì vicino alla madre, nella camera stessa del pescatore che l'aveva salvata, ma non pareva serbasse alcuna memoria dell'accaduto. Vedendo sul proprio seno l'apparecchio che il chirurgo aveva applicato alle due non mortali ferite che s'era fatte, ne chiese conto alla madre, accusando un dolore a quel luogo, e credendo d'esser precipitata giù da una scala. Corsero alquanti giorni prima che riacquistasse davvero la coscienza del suo delitto....
Delitto?
Certo che fu delitto dinanzi al Codice. L'equità umana però che distribuisce con altra legge il _diritto_ ed il _torto_, farà più mite giudicio di quella misera.
Il Tribunale di Trieste riconobbe anch'esso molte circostanze attenuanti, e la povera Marta non fu condannata che a qualche anno di carcere, abbreviato anch'esso da una grazia sovrana.
Credo che ai lettori basterà questo. Gli altri personaggi di questa istoria non sono tali da ispirare nessun interesse, e nessuna curiosità.
NOTA:
[4] _Sessola_ nel dialetto triestino e veneto significa una specie di pala ricurva di cui si servivano i droghieri e i fornai per tramutare lo zucchero, la farina, i grani da un recipiente all'altro, simile al _bozzolo_ de' mugnai, e alla _gottazza_ dei barcaiuoli.
IL BERRETTO DI PEL DI LUPO.
I.
Il mare che varia in cento guise la costa occidentale dell'Istria, ora lambendone le sponde selvose, ora addentrandosi con seni profondi: qui largo e diffuso, là frastagliato da isolette e da scogli verdi d'ulivi e di mirti, a poche miglia dalla rada di Trieste circonda Capo d'Istria come di due braccia amorose, e ne farebbe un'isola se la mano degli uomini non l'avesse qua e là congiunta alla terra. Quel braccio che la limita a mezzodì è tagliato da un sentiero che conduce all'oratorio della _Madonna di Semitella_, forse diminutivo del nome latino _semita_.
La terza domenica dopo Pasqua ha luogo la solennità di quella chiesetta; e quando la stagione il permette, gl'Istriani delle terre vicine vi concorrono in folla, e non pochi cittadini della stessa Trieste vi prendono parte. Alcuni anni sono, il vapore gettava l'àncora alle nove del mattino in mezzo alla rada, e scaricava nella lieta città oltre a cento allegri pellegrini che andavano al Santuario a sciogliere un voto, preparandosi intanto divotamente chi in qualche casa ospitale, chi nelle affaccendate osterie.
Fra questi una brigatella d'amici, della quale io facevo parte, appena il calor del meriggio ebbe dato luogo alla fresca temperatura del vespro, s'incamminava per quella viuzza al luogo della Sagra, frequente ancora dei mandriani e dei villici dei contorni, mezzo brilli di vino, di amore e di danza. Sopra il dolce ed erboso declivio della collina, distinti alquanto, ma non separati, dalla folla baccante si spiegò la tovaglia, e si celebrò la festa a mo' del paese, facendo onore alle abbondanti provvigioni che avevamo recate con noi. Bello il vedere da quella eminenza la rosea mandriana contornata il viso dal candido e ricamato mesero ascoltare con cedente riserbo le proteste dell'innamorato _Paulano_. Così chiamansi colà i terrazzani, stirpe tra italiana ed illirica, che veste ancora le brache larghe, sciolte al ginocchio, e il fulvo berretto di pel di lupo, parte integrante dell'abbigliamento nazionale, quando non cuoprono il capo coll'immenso cappello di feltro, che è la divisa solenne.
Terminato il pasto rituale, frenato dall'imbrunir della notte il divagamento degli occhi, i motti e i discorsi piacevoli cominciarono ad intrecciarsi con vena inesauribile. Si parlò di tutti e di tutto, non omettendo i baffi e la barba, che cominciava allora a ricrescere sul mento dei giovani aspiranti alla gloria di gagliardi e di liberali. — Il più erudito fra noi, benchè per la dignità del carattere non avesse ancora lasciato crescere il folto onore del mento, cominciò a tessere la cronologia delle barbe, e riscontrò una coincidenza curiosa tra le barbe lunghe e il culto alla musa di Dante. — Quando gli uomini, ei disse — ebbero il mento vestito di barba, amarono sempre e coltivarono la _Divina Commedia_. All'epoca invece dei menti rasi e della cipria, voi sapete che Dante era tenuto per barbaro, e appena si chiamava poeta. —
Questa peregrina erudizione fece un po' sorridere le nostre donne, le quali non furono mal paghe di poter giustificare coll'esempio di Dante le loro simpatie per la barba. Peccato che Dante non la portasse lunga quanto Pietro Bembo e Leonardo da Vinci! Tutto considerato, le nostre gioviali compagne non avevano torto a prediligere quell'ornamento virile. Non può negarsi che la barba lunga non doni alla fisonomia dell'uomo un'aria maschia ed austera, che piace e piacerà sempre alla donna. Quelle che si compiacciono di certi tisicuzzi sbarbatelli, credete pure che nel loro interno se ne fanno beffe, o li amano come si ama un cagnolino, un gattino, un pappagallo. La donna non ama davvero se non l'uomo che può difenderla: l'ama robusto, ardito, terribile. La donna non vuol guardare dall'alto al basso il suo eroe. S'inganna talora, perchè sotto l'aspetto del lione può celarsi anche l'asino, e il coraggio non abita sempre nelle membra più vaste. Volete udire una storiella a questo proposito?
— Si tratta sempre di barbe?
— Non precisamente di barbe, ma sibbene di pelo. È l'origine di quel berretto di pel di lupo che vedete portare a quasi tutti gli abitanti dell'Istria.
— Sarà una delle tue.
— Anzi è un fatto che dev'essere conosciuto in paese, e forse alcuno l'avrà udito raccontare altre volte. Quest'oggi, signora mia, mentre voi mi credevate smarrito in qualche giardino d'Armida, io andava invece a caccia d'anticaglie, e m'ingegnavo di raccapezzare dalla bocca di questa brava gente le tradizioni più singolari della popolazione istriana. Ed ecco quanto mi venne fatto d'intendere da un vecchio pescatore intorno a quel berretto tradizionale.
II.
— Codesto berretto — continuai, — sia esso veramente formato colla pelle d'un lupo, o con quella d'altri animali che gli somiglino, non divenne già sì comune per semplice volontà della moda, come alcuna di voi, belle donne, potrebbe credere. Esso è una specie di trofeo, nè più nè meno com'è stata per Ercole la pelle del lione Nemèo. Vi fu un tempo, m'ha detto il mio pescatore, che nessun Istriano avrebbe potuto ornarsi di quel berretto, senza essersene procacciata la pelle col proprio valore, purgando la penisola istriana d'alcuna di quelle belve. Sapete che i lupi sono ancora abbastanza frequenti nell'Istria, e udii raccontare di certe caccie solenni e strepitose, a cui prendevano parte tutti i cacciatori di queste terre: i quali cominciavano a battere il paese dalla radice del _monte maggiore_, avanzandosi grado a grado verso il mezzodì come in linea di battaglia non interrotta, finchè, ricacciati codesti voraci animali all'estremità del _capo promontore_, ne facevano una vera carneficina. Fino a memoria del mio vecchio istorico, l'aver ammazzato un lupo, vuoi con una palla di moschetto ben aggiustato, vuoi con un colpo di randello, era una specie di vanto patriottico fra' pastori, e chi non avesse avuto intorno alla fronte codesta spoglia, testimonio irrefragabile del proprio coraggio, non poteva nè anche sperar fortuna in amore. In quell'epoca, o gentili donne, il coraggio era ancora un requisito necessario per ottenere i vostri favori. Il Morlacco non era reputato degno della sua sposa se non la rapiva dalla casa paterna: e nelle cerimonie nuziali di quella stirpe c'è ancora un simulacro di battaglia che ricorda quell'uso.
Ivo Milovich era un antico proavo della famiglia del pescatore sopra lodato. Egli non m'ha detto l'epoca in cui fiorì: ma da certi miei dati, mi azzardo a conchiudere che saranno presso a poco due secoli. Del resto mi riservo ad accertare la data ogni qual volta fosse per sorgerne un dubbio. Figlio unico di donna veneziana, avea ricevuto nascendo l'indole dolce e timida della madre, la quale educata a Venezia, al solo nome d'un lupo, tremava tutta come se n'avesse avuto il morso alla gola. Siccome da bambino egli era un po' troppo vispo e bizzarro, la madre non avea miglior mezzo a farlo star cheto che minacciarlo del lupo: di che il giovanetto, come suole accadere, n'ebbe a ricevere una impressione sì forte nella tenera fantasia, che impallidiva ogni qual volta sentisse parlare di lupi. I suoi compagni, senza pietà per questi involontari movimenti dell'immaginazione, si divertivano alle sue spalle e lo spaventavano spesso, appostandosi la notte dov'ei doveva passare, e urlandogli dietro come sogliono i lupi. Il povero Ivo era un vero tribolatello: ei non capitava mai un po' mal disposto della salute in una brigata d'amici che alcuno, e spesso per maggiore strazio una donna, non gli chiedesse: — Che hai, Ivo, che mi sei sì basito? Hai visto il lupo? — E a queste parole si levava un riso a cui non c'era risposta.
III.
Tra i beffatori del povero Ivo il più implacabile era un suo cugino chiamato Stiepo, giovinaccio atticciato e robusto, il quale era andato a caccia fino da fanciullino, condottovi dal proprio padre, e di tredici anni avea già guadagnato il berretto. Il qual berretto stava pur bene alla fronte maschia e alla bieca fisonomia di quel ragazzone dalle folte basette fulve e dai fulvi capelli che cadevangli in due arruffate treccie, a mo' de' Morlacchi, sopra le spalle.
Questi due cugini avevano già il seme d'una cordiale antipatia fra di loro, e non ci voleva più che una rivalità d'amore per renderli nemici davvero l'uno dell'altro. E l'occasione, come potete credere, non tardò.
Era venuta ad abitar Capo d'Istria una fanciulla chiamata Matilde, figlia del capo-caccia de' conti di Pisino, natagli nel castello e lì allevata quasi signorilmente colle damigelle della contessa. Avvezza al piglio soldatesco del padre, vecchio cacciatore, e degli amici di casa, era più inclinata a ridere della timidezza d'Ivo, che a prenderlo in affezione. Ma dall'altra parte nè anche il carattere rozzo e bestiale di Stiepo poteva far breccia nell'animo suo: poichè l'educazione, o meglio la consuetudine del castello l'avea resa un po' delicata, e non amava i costumi selvaggi del giovane bieco, benchè si accordasse di sovente con esso nel farsi beffe dell'altro.
Rimasta orfana da poco, viveva come padrona presso una vecchia parente. Il conte di Pisino in benemerenza de' paterni servigi le aveva assegnata una modesta pensione a titolo di dote, sicchè ell'era un partito assai desiderabile per la gioventù del paese.