Racconti

Part 1

Chapter 13,815 wordsPublic domain

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Nota di Trascrizione: il testo in corsivo è denotato da _trattini bassi_.

RACCONTI.

Proprietà letteraria.

F. DALL'ONGARO

RACCONTI

La Donna bianca dei Collalto. I complimenti di Ceppo. — I due castelli in aria. Il Diritto e il Torto. — Il berretto di pel di lupo. — La valle di Resia. Istoria di una casa. — La giardiniera delle male erbe. La fidanzata del Montenegro. — Gentilina. — Fanny. Il palazzo de' Diavoli. — Un viaggetto nuziale. L'ora degli Spiriti.

[Illustrazione]

FIRENZE.

SUCCESSORI LE MONNIER.

1869.

A CHI LEGGE.

SIGNORI e SIGNORE

I Racconti che vedete qui riuniti sono fratelli carnali delle _Novelle vecchie e nuove_ che mandai per il mondo, anni fa. Anche tra questi ve n'ha di vecchi e di nuovi: c'è il primo che scrissi, _i Complimenti di Ceppo_, e l'ultimo, che fantasticai su' due piedi, dinanzi alla porta della mia casa in una delle ultime notti stellate.

_I Complimenti di Ceppo_, come la maggior parte de' suoi fratelli e sorelle, sono autentici e veri quanto può esserlo ogni altra storia e novella che corre per le stampe e per le bocche degli uomini. Ma perchè fu il mio primogenito, ed ha l'età della ragione, vi dirò come ei nacque e perchè.

Io viveva _in diebus illis_ nella bella città di Trieste, e vi stampavo un giornale col titolo modesto di _Favilla_, e colla epigrafe ambiziosa:

_Poca favilla gran fiamma seconda._

I miei abbonati, sparsi per tutta l'Italia, divenivano a vicenda i miei collaboratori gratuiti. I giornali, in quel tempo, non erano organi del governo o di un partito contro il governo: erano un ricambio d'affetti e d'idee, un amo gittato a caso per pescare, dovunque fosse, un amico del buono e del bello.

Una volta l'amo venne su carico di una grave censura ad uno dei più gentili poeti viventi; censura acerba ma vera, sottoscritta da un nome di donna. Il poeta rispose; la donna replicò col vigore e col senno di un critico provetto. Invitata ad onorare de' suoi scritti il giornale, mandava un altro scritto in cui rivedeva le bucce all'Ariosto, a proposito d'una sua versione o imitazione elegante ma poco esatta di Catullo o di Virgilio, sempre colla medesima firma. Credetti, sulle prime, che quel nome di donna coprisse quello di un letterato barbogio, il quale per rendersi accetto al pubblico usurpasse il nome di una gentil damigella.

Ma fatta un'inchiesta, venni a sapere che l'autore di quelle critiche argute era veramente una donna, e che il nome di Caterina Percoto, ond'erano sottoscritte, apparteneva davvero al libro d'oro della nobiltà friulana.

Ringraziando la mia incognita collaboratrice de' suoi eruditi articoli di critica letteraria, osai pregarla a mutar qualche volta registro; e poichè aveva l'onore di appartenere al sesso gentile, volesse mandarci qualche scritto _da donna_.

Tre mesi di silenzio punirono l'indiscreto consiglio. Poi, sollecitata a rispondere, mi fece significare che non sapeva indovinare che cosa io intendessi per uno scritto _da donna_.

Invece di scriverle una dissertazione, scrissi e le mandai stampato il racconto sovraccennato, dicendole, nel miglior modo ch'io seppi, ch'io le davo in mano l'orditura di una tela ch'ella saprebbe tessere e ricamare meglio di me. Nata contessa, e vivendo alla buona cogli abitanti della sua terra, avrebbe potuto meglio d'ogni altro descrivere i mille aspetti della natura, i costumi, le tradizioni, le vicende, gli affetti di quei campagnuoli.

Dopo un silenzio più lungo, la contessa Caterina Percoto mi mandò il manoscritto della sua prima novella _Lis Cidulis_. Ella aveva non solo compresa, non solo giustificata, ma superata la mia aspettazione.

Il mio raccontino era stato la _cote_ di cui parla Orazio, che affila il ferro, inetta per se stessa a tagliare.

E questo vi spieghi perchè _i Complimenti di Ceppo_ mi sono cari, e perchè mi applaudo segretamente di averli scritti e stampati. Senz'essi forse la contessa Caterina Percoto avrebbe continuato a scrivere le sue elucubrazioni erudite, e l'Italia aspetterebbe ancora la sua gentile e simpatica novellista.

La _cote_ d'Orazio, affilando l'altrui stile, affilò pure il mio. Noi scrivemmo a prova racconti e novelle, dipingendo ciascuno le proprie impressioni, e commentando i fatti cotidiani di cui eravamo testimoni, o che ci arrivavano, comunque fosse, all'orecchio. Io ritraeva più spesso la città co' suoi vizj; essa la campagna e le sue modeste virtù. Poco ella prese da me: io molto da lei, massime i colori che resero accetta la mia _Rosa dell'Alpi_, ristampata da ultimo di là dell'Atlantico, e data come testo di lettura italiana ai concittadini dell'illustre Longfellow.

Ecco come nacque il mio primo racconto, e come fu seguìto dagli altri. Fate loro buon viso, o lettori, se non foss'altro, perchè furono stimolo ed occasione a cose migliori.

L'AUTORE.

_Firenze, 20 luglio 1869._

LA DONNA BIANCA DEI COLLALTO.

I.

Gli uomini più saputi e più accorti del nostro tempo, udendo parlare di leggende, di tradizioni, d'apparizioni, si contentano di sorridere, e danno dei semplici, per non dir altro, ai nostri nonni che vi prestavano tanta fede. I filosofi, gli storici, i poeti fecero fino a' nostri giorni altrettanto, o al più al più, questi ultimi ne traggono qualche visione o qualche ballata per loro divertimento, quando hanno vuotato il sacco delle loro liriche appassionate o disperate, e delle lor querimonie contro il secolo positivo. La gente semplice, grossa, ignorante, benchè per un certo pudore sorrida anch'essa della propria credulità, pur si compiace ancor troppo di tali racconti, per credere che ne rida di buona fede.

Non so in quale di queste classi vorranno mettermi i miei lettori, nè in quale dovrò metter loro. Per ciò che mi concerne, dirò candidamente che non ebbi mai paura di streghe nè di folletti: aggiungerò che i miei sonni infantili non furono mai nè dall'aia, e molto meno dalla madre blanditi con queste favole. E pure, essendomi trovato sovente in luoghi e fra persone assai diverse, avendo l'abitudine di studiare i vari caratteri della gente che mi circonda, non ho saputo astenermi dall'esaminare questi fatti dello spirito umano. Dico fatti, perchè ogni opinione, ogni superstizione, ogni credenza, per falsa che sia, è un fatto, in quanto esiste nella mente del vulgo. Esaminando alcune di queste leggende, ci ho quasi sempre trovato sotto una ragione, e spesso tutt'altro che frivola. Credete pure, miei buoni lettori, che una favola destituita d'ogni senso non si trasmette di bocca in bocca, e non dura per secoli. Dico questo non per celia, ma di tutto il mio senno, e se ho raccolto di quando in quando alcuni di questi fatti e ho procurato di raccontarli alla meglio in prosa od in versi, non ho inteso di contar pure favole, o almeno, ho scelto fra queste le poche che mi parevano celare alcun che di morale e di significativo.

Questi pensieri mi giravano per la mente l'altr'ieri, recandomi da Conegliano a Collalto per visitare il teatro di una di codeste leggende. — Come! direte: tu facesti un viaggio per recarti costà? o che forse t'aspettavi di vederti apparire la Donna Bianca? A chi vuoi far creder codesto? — Io non ebbi mai il vezzo di voler far credere checchessia; meno a voi, miei lettori, che siete gente fina e aliena da ogni credulità. E il viaggio ch'io dissi, per quanto vi paia strano e ridicolo, non è per questo men vero; e aggiungo che, senz'esso viaggio, io non avrei oggi l'onore d'intertenermi con voi.

Or dunque, lasciata Conegliano alle spalle, sur un leggero calesse io m'indirizzavo verso Collalto. Aveva il sole di fronte, il quale precipitava al tramonto. A sinistra l'immensa pianura della Marca, a destra i bellissimi colli che dolcemente s'innalzano, verdi, pampinosi, festanti, curvandosi in mille forme, digradando e sfumandosi nel lontano azzurro del cielo. I colli di Conegliano non hanno invidia a quelli della Toscana, ai Berici, nè ai Lombardi. Un pittore, sia pure d'immaginazione la più ricca e feconda, non potrebbe nulla aggiungere e nulla togliere al vero, per figurare in tela l'ideale dell'Eden. E chi crede ch'io esageri, non ha che a fare il riscontro.

Spiccato in nero dalle roscide tinte del tramonto, mi sorgeva di rimpetto il castello di San Salvatore. Quando dico castello, intendo un paese; chè questa non è punto una delle solite ruine che piacciono ai paesisti. Il castello di cui parlo è ancora in perfettissimo stato, e più abitabile e abitato che mai. La principesca famiglia da cui si nomina ci viene a passare l'inverno in numerosa comitiva, e vi fa operare continui ristauri, che se non giovano all'arte, giovano al comodo. Un ampio terrazzo s'innalza dai circostanti edifici, come il tubo di un'immensa _locomotiva_. Verso la sommità si allarga per l'aggetto d'un'ampia cornice, sopra la quale, costrutta in età più recente, si curva la pina a modo di tulipano gigantesco. Perdonate la meschina similitudine; non saprei con qual altra immagine porvi sott'occhio codesto comignolo esagono ch'espande le curve merlature nell'aria, proprio come i petali di quel fiore.

Giace alle radici del colle l'ameno villaggio di Susegana, e di là dolcemente salendo la strada, ti conduce fino allo spazzo dove sorgeva la prima torre a saracinesca. Questa ed altre parecchie di queste torri furono atterrate, atterrate non poche altre costruzioni massiccie che difendevano il castello dalla parte di tramontana. In tempi pacifici, si sa bene che tutti codesti ripari sono più un lusso che altro; pure non può fare che non ci spiaccia la perdita infruttuosa di questi monumenti d'un'altra età. Ma io non intendo di fare il piagnone, tanto più ch'io vengo in traccia di tradizioni e non di ruine.

Feci sostare il cavallo, e salii pedestre fino alla casa d'un uomo, che è quasi lo spirito famigliare, il cronista, lo storico vivente della casa Collalto. Intendo dire il Franceschi, del quale avevo letto parecchie memorie scritte con sobria e sensata erudizione. Io lo conosceva poco più che di nome: ma la gente che scrive ha il suo passaporto con sè; e poi come pensare che in quelle amene colline, presso a quel bel castello, non istesse proprio di casa la cortesia? Chiesi del Franceschi, e mi guidarono a lui.

Dopo le oneste e liete accoglienze, inteso che la prima cagione del mio viaggio era un punto di erudizione, l'ottimo cancelliere di casa Collalto non tardò un istante a mettere agli ordini miei tutti i vecchi manoscritti che rovistava, i cronisti della Marca che avea raccolti, e nei quali era solito vagliar l'oro dalla scoria delle adulazioni e degli odii municipali. — Libri, pergamene, tutto è agli ordini vostri, diss'egli; e se le lunghe letture vi possono abbreviar la fatica, disponete della mia amicizia come del mio buon cuore.

— Che sapete voi della _Donna Bianca_?

Egli mi squadrò con uno certo sorriso tra il sorpreso e l'ironico. — Donna Bianca? Voi scherzate, non è vero?

— Non ischerzo punto, mio caro Franceschi. Io vi ringrazio infinitamente di tutte le vostre cronache, di tutti i vostri manoscritti, di tutte le vostre memorie storiche, genealogiche ed erudite. Vi domando solo che ne sapete di Donna Bianca?

— Intendo! riprese egli. Dopo aver manomesso il campo della storia, volete fare man bassa anche sulle povere leggende del popolo.

— Per l'appunto, risposi. E dipenderà da voi e dalla gentilezza vostra che io non cominci da quella di Donna Bianca.

— E dàgli con Donna Bianca! Non sapete voi che codesta è una vecchia storia, una storia che deve risalire al duecento!

— Tanto meglio. Le leggende più antiche sono le più belle. Raccontatemi dunque che se ne dice, giacchè, per dirvela, io so poco più del nome.

— Andiamo intanto a cena, chè mia moglie non brontoli. Sono cose da contarsi dopo aver provveduto allo stomaco. E mia moglie, forse, che è nata in questo castello, ne saprà più di me di cotesta filastrocca.

La proposizione era bella, ed aveva il merito poco comune dell'opportunità. Sicchè non è da dire se fu accettata con tutto il buon garbo che meritava.

II.

«_Bianca_, prese a dire la gentil Caterina, dopo le picciole ritrosie, senza le quali è impossibile che una donna cominci un racconto; _Bianca_, per quanto intesi a dire dall'avola, era il nome d'una orfanella ch'era stata raccolta in casa Collalto, quando la famiglia risiedeva ancora nel castello di questo nome, poche miglia lontano da qui. Qualcheduno sostiene che questo non fosse altrimenti il suo nome di battesimo, ma una specie di soprannome venutole dalla singolare bianchezza della carnagione e dal candore dell'animo. Checchè ne fosse, ella era, secondo l'opinione comune, una graziosa fanciulla, forse raccolta dalla madre del conte Tolberto, o nata costì da qualche affezionato maggiordomo della famiglia. Pareva dovesse condurre nella pace e nell'oscurità la sua vita, e divenire più tardi la moglie di qualche scudiere o paggio prediletto ai signori, e il suo nome sarebbe ora confuso con quello di tante che non si saprà che vivessero, se non quando risorgeremo insieme nella gran valle di Giosafatte. Meglio così per la povera Bianca! Ma la sua trista sorte doveva farla troppo famosa.

»Il conte Tolberto di Collalto, unico figlio di un barbone nominato Schinella, e di una contessa tedesca di cui non resta nè il nome nè il ritratto nel vecchio castello, avea menata a moglie la contessa Aica Da Camino, una famiglia nobilissima della Marca, che anche in tempi posteriori ebbe molto a che fare coi Collalto, a quanto mi viene raccontando il mio signor marito, quando mi crede degna di tanto onore.» — Disse queste parole, fissando il Franceschi con certa aria furbesca ed amabile, che il signor Franceschi dovette farle un inchino.

«Questa Aica, a sentir lui, non si trova ne' suoi alberi genealogici, anzi studiò quindici giorni e più per sapere qual altro nome potesse avere la nobile sposa del conte Tolberto. Quello che è certo si è che Aica è un brutto nome, molto antipatico, e che stava assai bene alla contessa Da Camino che s'imparentò coi Collalto. Corre voce che fosse fantastica, sofistica, brutta e gelosa come, come....»

— Come non siete voi — mi credetti in obbligo di soggiugnere, per toglierla dall'imbarazzo di trovare quel paragone.

La gentil narratrice guardò il marito, sorrise e ripigliò la parola arrossendo.

«La madre del conte Tolberto assegnò la povera Bianca come damigella d'onore alla nobile nuora, il giorno che ella venne ad abitare il castello. Le vantò la sua docilità, i suoi costumi semplici e ingenui, e la grazia con cui sapeva prestarsi ad ogni servigio che spettasse alla sua condizione. Aica la squadrò con aria dispettosa da capo ai piedi, e quel primo sguardo decise forse della sorte d'entrambe. Ringraziò con cerimonia del suo dono la suocera, e s'incamminò nelle sue stanze ordinando alla fanciulla che la seguisse. L'appartamento assegnato agli sposi era, com'è naturale, il più splendido del castello. La camera nuziale metteva in un'altra stanza destinata alla damigella, perchè potesse accorrere ad ogni cenno della signora. Questa stanza esiste ancora nella torre del castello, immediatamente sopra la carcere, ma non fu mai abitata dal tempo che si venne a conoscere l'orribile fatto di cui fu scena.

»Il matrimonio del conte di Collalto colla Caminese era stato, come suole avvenire tra' signori, più un affar diplomatico che un legame di simpatia. Quelle due famiglie ricorrevano spesso alle nozze, quando sentivano il bisogno di collegarsi insieme più strettamente, o contro i conti di Gorizia, o contro le altre città della Marca, che in quel tempo facevano tanto strepito, quanto adesso non ne menano i principi più potenti. Ma il cuore se la intende assai poche volte colla politica, dice il mio signor marito; onde avvenne che i due nobili sposi s'accorsero in breve che non erano fatti l'uno per l'altra. Il carattere del conte Tolberto era mansueto, indulgente, amorevole, tutto l'opposto di quello di Aica, la quale aveva tutti i cattivi numeri della famiglia da cui discendeva. In due mesi la nuora e la suocera non si guardavano più, se non nelle grandi cerimonie sacre o profane; e il povero conte Tolberto aveva adoperati inutilmente tutti i suoi mezzi per riconciliarle fra loro. Vedendo alfine che non poteva piegare a niun modo l'indole intrattabile della moglie, e che, se più rimaneva al castello, ne sarebbe seguita qualche rottura, pensò di cogliere il primo partito che gli venisse offerto per allontanarsi di là, e recarsi alla guerra. Egli preferiva i pericoli e le fatiche dell'armi a quegli astii familiari e incessanti che gli toglievano la sua cara tranquillità. A quei tempi le occasioni di menar le mani non si facevano attendere lungamente. Uno di quei signori, credo il conte di Gorizia, devastava il Friuli: il Conte s'unì in lega co' suoi vicini, e si disponeva a partire per combattere il nemico comune.

»La mattina della partenza, vestito di splendide armi, picchiò alla porta della consorte per prender commiato da lei. La Contessa stava assisa dinanzi ad uno specchio, mentre la Bianca, con pazienza instancabile, le accomodava i capelli. La gentil Bianca non le era stata concessa a quell'umile ufficio; ma l'altiera signora, quasi mettesse la sua gloria a far pesare il suo giogo sulla modesta orfanella, le prescriveva a bello studio i servigi più bassi; tanto più dal giorno che il conte Tolberto s'era avvisato di rimproverarle colla sua consueta dolcezza quei modi superbi ed indebiti. Aica s'era così contentata di chiedergli se la damigella fosse stata assegnata a lei sola od a lui? Or dunque, Bianca era lì architettando, secondo i capricci della dispettosa dama, gl'indocili crini che la natura le aveva dato, come emblema del suo carattere.

»— Si parte? domandò la Contessa senza guardarlo.

»— Il dovere di cavaliere me lo comanda, rispose il conte. Ma voglio esser certo che noi ci lasciamo senza rancore, mia nobile Aica. Mi sarà conforto alla lontananza, che mi troverò in compagnia de' vostri congiunti, e potrò combattere al loro fianco. Anche lontano da voi, il vostro pensiero mi seguirà. — Così la squisita cortesia del conte Tolberto procurava di velare agli occhi della dispettosa consorte il vero motivo della partenza. Ma costei non era tale da lasciarsi prendere a quelle dolci parole; e benchè le fosse tutt'uno che il conte se ne andasse o rimanesse al castello, non mancò di esacerbare per quanto era in lei quel congedo.

»— Desidero, disse, che la mia memoria si dilegui al più presto dalla vostra mente: già non potrebbe che darvi noia. Andate, signore, e dite a' miei nobili fratelli ch'io sono felice! — Un accento d'amara ironia trapelava da queste parole ch'ella declinò l'una dopo l'altra senza alcuna emozione e senza rivolger lo sguardo dallo specchio che le stava dinanzi. Tutt'ad un tratto parve colpita da alcun che di strano e d'inaspettato. Il suo volto, naturalmente pallido, allibì più che mai; stette immobile riguardando lo specchio, come quella piastra esercitasse sopra il suo spirito un orribile fascino. Ella vedeva sorgere sopra il suo il viso candido ed amoroso di Bianca: vide i suoi begli occhi inturgidirsi e circondarsi d'un dilicato rossore: una lagrima invano repressa velò la nera pupilla, e rigò quelle guance come una stilla di rugiada sopra il candido marmo d'una statua. Bianca non pensò a nasconderla nè ad asciugarla. Forse non sapeva nè pure di spargerla, certo non s'accorse che altri stava guardandola, e nel suo cuore gliene faceva un delitto mortale. Aica non alitava dinanzi allo specchio rivelatore: ella voleva saperne di più, e seppe infatti più che non avrebbe voluto.

»Il conte aveva esitato se dovesse rispondere all'acre rimprovero della moglie; poi con un gesto della mano che dimostrava il suo risentimento, s'era incamminato verso la porta. Sul punto di oltrepassare la soglia, s'era rivolto verso le due donne. Aica non fece motto; ma gli sguardi lagrimosi di Bianca si scontrarono con quelli del conte: un lampo d'amorosa intelligenza li unì. Fu un lampo: che il conte era già sparito, e l'orfanella avea ripreso il lavoro per un momento interrotto. Fu un lampo, ma bastò a illuminare di sinistra luce tutto un passato, foriero della folgore che ne scoppiò. Partito il conte, Aica mandò fuori con un forte sospiro l'alito lungamente trattenuto; le sue guance, che s'erano fatte a grado a grado violette, ritornarono livide; s'alzò ritta rovesciando la pettiniera; fissò con occhio di vipera la giovanetta che non poteva indovinare l'origine di quell'ira, ma pure ne fu sgomenta per un secreto terrore che l'investì. Dopo alcuni momenti di silenzio terribile, la contessa ruppe in questa domanda: — Tu piangi? Perchè quelle lagrime? Rispondi, sciagurata, o questo è l'ultimo istante della tua vita. —

»Bianca si sentì soffocare da un sentimento fino allora a lei sconosciuto. Era paura, rimorso, indignazione? Non è facile a dirsi. Forse erano tutte e tre queste cose ad un tratto. Ella chinò il capo come il colpevole colto in fallo.

»— Dimmi tutto, o sei morta, — replicò la contessa. La povera giovane si lasciò cadere sulle ginocchia quasi svenuta. Aica l'afferrò per un braccio e la strascinò semiviva nella camera attigua ch'era, come sapete, la sua. Vi si chiuse con essa, e dopo una lunga ora n'uscì, chiudendola a chiave. Il suo volto era raggiante d'una gioia feroce. Ella avea saputo ciò che temeva, e pur desiderava d'intendere.

Ripassando dinanzi allo specchio, tornò ad affacciarvisi, come per un istinto, non saprei dire se di gratitudine o di terrore. Abbrancò colle mani le chiome scomposte, e le torse intorno alla testa come per dissimularne il disordine. Ma il suo viso aveva un'espressione così sinistra, che ne parve ella medesima inorridita. Ripassando la palma della mano sopra i capegli inegualmente spartiti, e asciugando il sudor freddo che le bagnava la fronte livida e corrugata, — S'amavano, s'amavano, mormorava la contessa fra' denti. Egli l'amava!....

»Si fermò come ascoltando il suono di questa parola; poi, tutto ad un tratto, mise alla bocca un fischietto, e ne trasse un sibilo acuto. Accorse un vecchio maggiordomo, e si fermò sulla porta in aspettazione del suo comando.

»— È partito il conte? — gli domandò la contessa.

»— Partito, Eccellenza: ma non può essere che all'ultima porta.

»— Richiamatelo... no... non monta. Andate. — Affacciandosi al veroncello, ella vide difatti calarsi la saracinesca dell'ultima torre alle spalle del conte Tolberto. Alla testa di cento cavalieri egli seguiva il tortuoso sentiero che mette alla valle. A poco a poco scomparve fra il folto degli alberi, e più non apparivano che a tratto a tratto gli ondeggianti cimieri e gli elmi lucenti, come l'acqua del vicino torrente percossa dal sole. Si staccò dalla finestra, ritornò dinanzi allo specchio, e mormorò di nuovo: Si amavano! In questa parola e nell'accento con cui veniva da lei proferita, più che l'amarezza d'un amore tradito, si sarebbe sentita l'onta dell'offeso orgoglio e la gioia atroce della vendetta. Infatti essa non amava Tolberto, e poco importavale che egli conservasse ad altri un amore che non sapeva apprezzare; ma l'idea che un'orfana oscura e plebea, una persona vile, di cui faceva assai meno conto che del proprio falcone, avesse osato alzare pur il pensiero ad occupare il posto che s'aspettava a lei per diritto di nascita e per patto nuziale, quest'idea le era insopportabile, e non potendo distruggerla in altra forma, pensò di annientar la persona a cui si legava. Bianca era morta nel suo pensiero, nè le restava a determinare che il modo di spegnerla.