Part 40
— Affè me l'han detto l'altra sera appena tornato in paese, ma credevo che fosse una chiacchiera; perchè, vi ricordate, l'anno scorso quanti bei fiori tutti d'accordo le abbiamo recato sulla porta?
— Fu un vero trionfo. Chi era che le combinava così bene l'anno scorso?
— Ve' lì Nardo e il Rosso e Giacomo....
— Perdono, interruppe quest'ultimo, Giacomino non c'entrava.
— Ah no, no! Tu eri a Manzinello a custodire l'amorosa.... e davano in uno scroscio di risa. L'altro continuava:
— Sulla sua porta l'anno scorso si appendeva una ghirlanda di gelsomini, poi un mazzolino di mammole con un magnifico garofano nel mezzo, che diceva bella e modesta ad un tempo, a lei la salvia, la cannella, la luisa; a lei una rosa di maggio che avevamo in primo ben rimonda dalle spine, perchè per giudizio di tutti ell'era la meglio ragazza dei dintorni e non si poteva trovare dove attaccarle un biasimo.
— E l'Armellino, oh come era lieto di quella nostra sentenza!
— Ti ricordi, quando fra le foglioline di timo che avevamo sparse sulla soglia per la minuzzata s'accorse di qualche spiluzzico di reseda che quel briccone del Rosso ci aveva gittato per entro a dinotare l'amore allora segreto, ma di cui egli nella sua malizia aveva già qualche barlume?
— E ci guardava con tanto d'occhi per sapere come fosse venuta fuori; e invece di negare, nella sua ingenuità spiattellava ogni cosa.
— Povero Armellino, e adesso soldato!
— Come soldato? Egli era meco nella nota!
— Soldato ti dico.... Va cambio per disperazione! E nel proferire questa parola Giacomino si alzò indispettito e piantò con impeto la ronca nel tronco d'un'acacia.
In questo mezzo avevano terminato di disporre ogni cosa, e i panieri erano già pieni di mazzolini e di ghirlande. Alcuni avvicinati rivedevano il lavoro e andavano notando:
— Questo per la Peppa, l'altro per l'Annina; quando uno osservò:
— E per la Menicuccia che cosa le avete apparecchiato?
— Chi è questa Menicuccia?
— Sta in fondo alla villa, una piccola sui quindici, piuttosto bellina, che alla sagra di Madonna di Strada faceva l'occhiolino al terzo e al quarto...
— Adesso ci vengo: porta per solito una pezzuola scarlatta,.... non sa dire una parola con garbo, in ricambio ride e sorride.... Ma vorresti metterla fra le ragazze da marito?
— O bella! è lei che ci si mette.
— Per la Menicuccia, gridava Giacomino, una rosa inodora e un mazzo di trucioli!
— Bravo! ben trovato! I trucioli esprimono al vivo il desiderio dell'armadio nuziale, che la poverina già comincia a sentirsi nel cuore.
— Su dunque, prendete i cesti, intonate le canzoni, e apriamo la marcia per Soleschiano.
— A Soleschiano! gridavano in coro.
— Adagio un momento, si faceva a dire il Rosso interrompendo quella foga; non mi pare ben pensato. Vorrei farvi osservare....
— Fermi tutti! e si ascolti il dottore della compagnia.
— Ecco, continuava il Rosso, a Soleschiano devono già averci sentiti; e poi a quest'ora avranno avuto notizia dei fatti di Manzinello. Noi abbiamo qui certi mazzolini che forse laggiù non troveranno troppo di buon odore. Se Giorgio, se il Moro, che so io? se i fratelli della Menicuccia fossero ad aspettarci.... È vero che noi abbiamo tutti la ronca, ma se ci toccasse di dover darla a gambe, e perdere i cesti, e spandere senza costrutto per la villa i nostri fiori e le nostre ghirlande che ci costano tanta fatica!...
— Siamo in quindici, pauroso!
— Osservo che laggiù potrebbero essere più di quindici, replicava il Rosso, e non amerei dimani alla messa grande comparire con qualche battufola sul mostaccio.
— Or bene, spícciati, e fuori il tuo consiglio.
— Infatti, io consiglierei, proseguiva colui che pareva l'Ulisse della brigata, che s'andasse pure a Soleschiano e cantando anche se vi aggrada a gola aperta, ma che non si regalassero che i fiori e le erbe inconcludenti, tenendo ben guardate nei nostri panieri quelle che potessero spandere qualche effluvio un po' ingrato....
— Oh questo poi no! interruppe Giacomino. Vada per le altre, ma alla Tina, siamo tanti vili se perdoniamo....
— E chi ti dice di perdonare? Da Soleschiano noi passeremo sempre cantando a San Lorenzo. Sul pozzo pianteremo un bel maggio che voglia dire qualche cosa in comune a tutte le ragazze del villaggio; e voi altri là spicciatevi subito a comporlo; poi come se fosse finito sciogliamo la compagnia, e per gli orti e per la campagna quatti quatti torniamo tutti a Soleschiano.
— Subito all'esecuzione! disse Nardo, e secondo una mia idea ecco qui questo bel ramo di oppio che può servirci benissimo per San Lorenzo.
— L'oppio vuol dire lagrime; ma se non ti spieghi meglio!...
— Nei giorni di mercato a Palma, quando si passa mattutini pei villaggi che stanno lungo la via, non è una specie di consolazione il trovare intorno al pozzo già tutte alzate e leste ad attignere le ragazze del paese che ti salutano per nome, che ti offrono da bere, che ti fanno un risolino, o ti dicono una bella parola, mentre ripigli lena per le fatiche del viaggio? — Ridevano, e taluno osservava che a Claujano questo caro conforto del povero viandante non manca per certo: gli è una gloria; sempre folla a quel benedetto pozzo, e garbate e graziose le ragazze.
— Ma a San Lorenzo, ripigliava Nardo, chi di voi ne ha incontrato una sola? Gli è un pozzo deserto e silenzioso come un sepolcro; tutto al più qualche vecchia, o qualche omaccio. Or bene, se attacchiamo dei mazzolini di papavero alle frondi di questa pianta permalosa che appena si tocca piange ad ogni stagione, vorrà dire che la pigrizia delle belle di San Lorenzo fa piangere noialtri poveri diavoli di giovinotti.
— Viva il ghiribizzo di Nardo! — E si misero ad adornare di papaveri l'oppio, intonarono una villotta, e via alla volta di Soleschiano.
Nel villaggio erano aspettati. Alcune ombre si vedevano correr via velocissime rasente i muri, qualche porta gettava per un momento uno sprazzo di luce, poi la si udiva rinserrare di nuovo con cautela, scorgevasi dalle finestre semichiuse qui e colà trapassare qualche lumicino; dall'una parte un leve bisbiglio di voci, dall'altra un fruscio di piedi, o qualche rumore improvviso; una sola casa, quella della Tina pareva affatto abbandonata e sepolta nel silenzio. Fecero le viste di non si addare, e passarono per la villa in marcia ordinata gittando ogni qual tratto una manata di erbe odorose di petali di rosa, di corimbi d'acacia. Sul piazzale dirimpetto al palazzo si fermarono a comporre alcuni canti, mentre tre o quattro deponevano dinanzi a taluna delle case qualche fiore o qualche frasca innocente. Indi ripigliata la marcia si diressero verso il villaggio di San Lorenzo.
Non avevano appena oltrepassata l'osteria, che Soleschiano come rianimato tornava al movimento e alla vita. Si spalancavano gli usci, udivi a chiamarsi per nome, ad interrogarsi; alcuni curiosi si facevano ad esaminare le foglie e le erbe sparse per la via, e avresti notato più d'una vocina gentile che dall'alto di qualche finestra scendeva ad intromettersi al cicalare della piazza. Durò il tramestio finchè arrivarono le notizie di San Lorenzo. Allora quietati, ognuno si ritirava in santa pace alla propria dimora, e pochi minuti dopo si avrebbe potuto giurare che tutto il villaggio dormiva. Una creatura peraltro faceva eccezione, la Tina. Affatto sola, ritirata nella sua cameretta ella aveva passato alcune ore di mortale angoscia. Aveva messo il fanale fuori della porta, e seduta sovra una cassa colle mani incrociate in grembo e colla testa bassa come chi si sente colpevole, continuava a star lì immota senza osare porsi a letto. La finestra aperta lasciava entrare il lume della luna che scherzava sul pavimento dipingendo in mille bizzarre forme le mobili foglie del gelso gigantesco piantato dinanzi alla casa. Era un pezzo ch'ella pensava tremando al giugnere di quella notte, ma non si sarebbe mai immaginata di doverla affrontare così sola; Giorgio le aveva fatto tante promesse, e Giorgio non era venuto! Nel villaggio, dopochè aveva lasciato l'Armellino, ella non aveva amici. Le stesse compagne d'infanzia da qualche tempo la sfuggivano, ed ella sentiva troppo bene nel cuore com'era diventata per tutti un oggetto di disapprovazione e di disprezzo. Povera Tina! così dolce di modi, così bella e serena, come mai l'era fallito l'amore? Pensando al suo passato, le pareva impossibile che l'avessero dimenticata, ma non ardiva accertarsene col farsi alla finestra. Aveva sentito i canti dei giovanotti andar via allontanandosi nella direzione di San Lorenzo, poi l'agitarsi del villaggio di Soleschiano e i passi e il rumore di chi andava su e giù per la via, e una voce che diceva: — Netta anche la porta della Tina! —
II.
Il silenzio della notte era tornato, l'aria non le portava più se non il leve mormorio della Manganizza e i canti degli usignuoli nel viale; nondimeno non poteva persuadersi che fosse finita. Una volta le parve di sentire come avvicinarsi un passo guardingo, e fatta di ghiaccio senza neanche alitare stava in orecchi: l'ombra delle foglie del gelso ch'ella vedeva a' suoi piedi nel chiaro della luna s'agitò un istante in modo assai strano. Appendevano una qualche frasca a quell'arbore, od era stato un improvviso buffo di vento? Ma non appena aveva potuto quietare il battito del cuore per queste subite e forse vane paure, che udì assai distinto alcune pedate che venivano da diverse parti; poi un bisbiglio di voci sommesse e un fruscio fra il fogliame del vicino viale, e tacere ad un tratto il canto degli usignuoli, indi cangiarsi in quel fischio lamentevole che mandano le femmine quando si vedono gente dappresso e tremano sul nido impaurite pei loro piccini. Non era più dubbio, tornavano; e di lì a pochi minuti, se l'angoscia glielo avesse permesso, ella avrebbe potuto raccogliere buona parte di questo dialogo, che s'intavolava proprio sotto alla sua finestra.
— Non sono, ti dico!
— Ma questa mattina li ho veduti io co' miei occhi: erano due bei giranei, la casselletta col garofano che le ha regalato quella bestia dell'Armellino, e un'altra tutta folta di basilico.
— Oh bella! Si sarà sentita sulla coscienza il peccato e per prevenirne almeno in parte la punizione, li avrà tirati in camera.
— La finestra è aperta; mi darebbe l'animo di scalarla e andarglieli a tòrre magari di sotto al letto. Ma vuoi scommettere ch'ella s'è cavata dai freschi coll'andarsene a dormire fuori di casa, ed ha portato via tutti i suoi fiori immaginandosi già che questa notte noi glieli avremmo devastati?
— È facile: altrimenti quel bravaccio di Giorgio si sarebbe lasciato vedere, credendo d'imporci con quei suoi baffi colore di sorcio; ma i fiori non può averli portati con sè, e neanche nella camera, adesso che ci penso, non devono essere; avrebbe chiuso le impòste; li avrà nascosti in qualche campo.
— E allora come si fa a trovarli fuori?
— Aspetta; parmi d'aver veduto qui dappresso un seminato di canapa. Io ho buon naso; intanto che vengono gli altri, andiamo a cercarli. — E si allontanavano. Quando furono vicini al campo indicato, il Rosso cavò fuori il suo moccichino, lo distese per terra e razzolando colle mani lo riempiva di sabbia e di minuti sassolini.
— Che diaccine vai ora facendo? chiese l'altro meravigliato.
— Ti dico ch'i' ho buon naso e che il basilico ha buon odore. — Poi si mise a girare per la canapa, e come se l'avesse incensata gittava per tutti i versi manate di sabbia, indi annusava col muso all'aria a guisa di bracco. Nardo rideva, e fermo sul ciglio del fosso stava guardando a quelle tante parabole di sassolini che illuminati dalla luna parevano goccioline di acqua o di argento liquefatto cadenti ad innaffiare quel luccicante quadrato di verde.
— Ci siamo! gridò il Rosso, il basilico risponde, — e veniva fuori trionfante con in braccio la cassetta. — Eh! ho trovato anche gli altri, sono lì dappresso. Sapevo bene che il basilico chiacchierone avrebbe fatto la spia! — Infatti quella povera inconsapevole pianticella percossa dai sassolini aveva mandato un così acuto getto di profumi che valse subito a tradirla e a discoprire i compagni. Si misero a trasportarli sull'interrato che circonda il Rovere dirimpetto all'osteria. Erano tutti intenti a questa faccenda, quand'eccoti dal villaggio un repentino urlare di voci adirate, un dágli, un accorr'uomo, un parapiglia da non dirsi. Nardo lascia andare la cassetta e spaurito si mette anch'egli a gridare. Il Rosso non vuol altro, salta il fosso e via a gambe su pel viale. Nel frattempo ch'essi erano andati a cercare le casselle della Tina, gli altri avevano quasi terminato d'infiorare a lor modo il villaggio già affatto immerso nel sonno, e fatti franchi dall'esito dell'impresa fino allora felice, giugnevano in piena sicurezza a quell'ultima casa. Contenti di poter finalmente sfogare il rancore che tutti d'accordo portavano alla sfortunata fanciulla, senza più oltre aspettare i due che mancavano, s'erano già posti all'opera. Avevano vuotato i cesti e andavano sciorinando sul terreno le loro frasche e i fiori d'ogni sorte. Un povero figliuolo a cui pareva spirito il mostrarsi più degli altri accanito, con gioia maligna, come se avesse sperato farsi udire da lei, enumerava ad alta voce il tristo significato di quelle tante erbacce. Quando giù dal moro, come un fulmine salta l'Armellino, e datogli due sonori scappellotti, gli ordina di rimetter tosto nei cesti tutto quell'arsenale di porcheria, e di sgomberare sull'istante. Voleva far resistenza, ma un altro più potente scappellotto lo persuase, e chinatosi per terra rapidamente obbediva. Gli altri sbigottiti da quell'improvvisa ed inaspettata comparsa, parte s'erano dati alla fuga, parte gridavano arrabbiati, ma non osavano affrontarlo, perchè egli aveva cavato la ronca, e così fattamente tremava e gli uscivano dagli occhi tali scintille di concentrato furore da far temere chi sa qual tremenda esplosione. A qualche passo di distanza s'erano peraltro aggruppati diversi, e bestemmiavano minacciosi e s'aizzavano l'un l'altro per farsi alla zuffa e vendicare l'insulto. Giacomino stupefatto, che di tutta quella scena non aveva potuto capir nulla, se non l'inopinata presenza dell'amico, quando potè un poco raccapezzarsi gli si fece dappresso e chiese con voce calma fissandolo arditamente:
— Che ti abbiamo fatto noialtri per maltrattarci in cotesta maniera?
— E a voialtri che cosa importa della Tina, che venite qui a rompermi l'anima, a crescere dolore sovra dolore? Via tutti per Dio, se no vi caccio a coltellate!
— Ma non sai tu che siamo in quindici, e che potremo bene tenerti fronte, se non avessimo pietà d'un povero pazzo?
— Sì!... sclamò egli improvvisamente mutando tenore. Sì! pazzo! l'hai detta. Ma tu una volta, Giacomino, mi volevi bene.... Và, persuadi quei monelli ad andarsene: che mi lascino in pace! Ad essi la Tina non ha fatto nulla. Son io il tradito.... E poi che importa, s'ella non può più amarmi? Quante ore felici non ho passate io qui!... Adesso, in questo mondo sono di troppo.... fra pochi giorni vado via per sempre. Non offendete questa povera creatura che mi è stata tanto cara.... Oh Giacomino! Ti prego per la nostra amicizia, per amore della mia memoria, fà che anch'essi la rispettino! — E si gettò a piangere sul petto dell'amico, che intenerito lo strinse fra le braccia.