Racconti

Part 4

Chapter 43,908 wordsPublic domain

«Oggi appunto compiono quattr'anni. Questo breve spazio di tempo ha operato per me una grande rivoluzione. Ho cangiato paese, il modo di vivere, le persone che mi circondano, perfino il pensiero; anzi mi pare di non ritrovar più me stessa in me.... Avevo penato da principio ad assuefarmi alla vita del chiostro. Parlavano una lingua a me straniera; non c'era una creatura che mi amasse! Sognavo ogni notte i baci di mia madre, le carezze di mio padre, i giuochi e le corse gioite co' miei fratellini. Quell'aria così fredda, quel cielo sempre fosco, quei volti tutti sconosciuti mi agghiacciavano il cuore.... Un po' alla volta mi ci sono avvezza; amai la mia prigione, ed ora il più dolce de' miei piaceri è il rammemorare gli anni infantili ivi passati. — Oggi quattr'anni fu un giorno solenne. L'amica dell'anima mia, Beatrice, dedicavasi a Dio! Ci avevano vestite di bianco. E a molto tempo che noi aspettavamo con ansietà questo giorno, vi ci eravamo apparecchiate colla preghiera e col digiuno: vegliai tutta la notte, piansi e pregai.... Oh se oggi potessi ricordarmi tutti i pensieri di quella vigilia! — Il mio cuore non è più lo stesso. — Parmi ancora sentire la fredda brezza dell'alba e vederne il languido crepuscolo. Le campane sonavano a festa, la chiesa arredata come ne' dì solenni, tutte già alzate le monache, e noi liete correnti pe' chiostri bramose di rivedere finalmente la nostra amata Beatrice. Mi ricordo che mi tolsi all'allegria e prima della funzione mi ritirai sola in coro e pregai per essa.... Oh se io potessi sentire ancora l'affetto di quella preghiera! Era innocente l'anima mia, e la mia voce alzavasi a Dio come la fiamma della lampada perenne che arde dinanzi al suo altare, e mi pareva che fosse accetta. Venne il momento della funzione, tersi la faccia lagrimosa e andai ad unirmi alle altre alunne, che mi aspettavano per accompagnar la novizia. Dacchè aveva cominciato il suo anno di prova, noi non l'avevamo più riveduta. Ci avevano fatte inginocchiare in capitolo con un cereo acceso in mano di rimpetto ai banchi delle monache. I nostri occhi erano volti alla porta: si apre; credevamo fosse lei, era invece la Badessa coi veli rabbassati e tutta chiusa nel suo maestoso ammanto; ella venne a sedersi nella sua cattedra a destra dell'altare. Pochi minuti dopo guidata dalla maestra delle novizie e seguita da due fanciulline coronate di fiori, l'una delle quali portava una ghirlanda di spine, l'altra il Crocefisso, comparve la Bice. Era vestita da un magnifico abito di raso bianco, coi capelli leggiadramente annodati, sul cui nitido nero spiccavano molti brillanti e il prezioso diadema a cui era raccomandato il velo che le ombreggiava le spalle. Era pallida, e in atto modesto teneva chinate al petto le potenti pupille. S'inginocchiò sul damasco che avevano apparecchiato per lei, e dopo breve preghiera, si cominciò a disporre la processione. Portava la croce una giovane monachella che aveva professato l'anno innanzi; seguivano a due a due, colle mani incrociate sotto lo scapolare, le altre suore, ultime le più vecchie; dietro ad esse la Badessa, indi noi accompagnate dalle nostre maestre. A misura che si svolgeva, la processione passava dinanzi al banco dove noi inginocchiate aspettavamo la nostra volta. Così Beatrice, quando mi passò dappresso, potè strignermi una mano, e susurrarmi un affettuoso: _Prega per me!_ Mi balzava il cuore con una commozione che non ispero sentire più mai! Quando entrammo in coro, l'organo suonava devoto e alcune voci come di angeli cantavano il _Veni Sponsa Christi_. Ardevano tutte le lampade e numero infinito di ceri. La chiesa di fuori era piena di gente, ed alcuni curiosi si vedevano affollati alle grate delle finestre che si aprono ai lati dell'altare, e che in quel giorno erano senza cortina. Prendemmo il nostro posto, e la novizia s'inginocchiò nel mezzo del coro sul banco ivi apparecchiato per lei. Tutte le particolarità di quella funzione mi stanno ancora in mente come se vi avessi assistito pur ieri. Vedo la folla dei curiosi dar luogo al Prelato che col suo pastorale e con devote parole chiamava la giovinetta al suo cospetto; la vedo avanzarsi timida, odo la sua protesta, l'ho presente quando si toglieva dalle mani gli anelli e dal collo e dalla testa i brillanti, e calpestava tutti quei muliebri adornanenti; indi le tagliavano i capelli, le velavano il capo ed il mento, la cingevano d'una corona di spine, la vestivano di povera lana, le strignevano i fianchi con una fune; e mentre le monache intonavano un salmo di gioia, mi par ancora vederla tutta lieta correre a baciarle una per una. Ella aveva consumato un gran sacrifizio, e la sua fronte era serena, e da' suoi occhi come da limpido ruscello traspariva la contentezza della sua anima. Dedicavasi a Dio sul più bel fiore della giovanezza, voleva consumare tutta la sua vita nel tempio del Signore come il candido cereo che sull'altare gli arde in olocausto. Tal pensiero allora mi pareva bello e gentile. Sparirono quegli anni di preghiera e d'innocenza, altri palpiti commossero il mio povero cuore, imparai altri affetti.... Ragioni splendenti m'insegnarono a ridere di quel mio primo devoto desiderio; ma queste ragioni non han potuto svellermi dalla memoria quei giorni, e spesso, quando la mia anima geme oppressa dal dolore a cui la sorte mi ha condannata, vedo un coro di pudiche monachelle che salmeggiano nel crepuscolo mattutino: odo le monotone lor voci che in quella solitudine posatamente ripetono le divine parole che a Dio cantavano gl'inspirati profeti, e sento che in mezzo a loro potrei forse ancora aver pace!...»

Qualcuno saliva le scale.... Ei getta il libro, ed è in un attimo nell'altra camera seduto sul sofà e, tenendo il respiro, accompagnava coll'orecchio teso quella pedata, finchè udì crocchiare l'uscio in fondo al corridoio. Prese allora il cappello e giù in due salti nel cortile, e poi fuori in istrada. Stava per svoltare l'angolo, quando vede lungo il muricciuolo, che fa parapetto alla via, una figura di donna, e ravvisa la cameriera di Massimina.

— Siete voi, Marietta? e la vostra padrona? ei chiese quasi involontario.

— Zitto! È uscita, e devo aspettarla qui.

— A quest'ora? e dove?...

— In quel casale colaggiù. La poverina non mangia nulla: un po' di latte di capra è il meglio che appetisce: qui non ne hanno, ed ora che sono tutti fuori è andata sola a provvederlo in segreto per non far dispiacere ai padroni di casa.

— Non le dire di avermi incontrato — e tirò innanzi. La porta del casale era aperta e d'intorno al fuoco si vedevano tre fanciulli cenciosi, una povera donna e l'alta ed elegante figura di Massimina, che dritta in piedi tra quella squallida miseria pareva l'angiolo della consolazione. Il dottore, situato in modo da non essere scoperto, si fermò a guardare. Apparve un vecchio e con passi tremanti le portava un fiasco di latte. Ella lo prese, mise in mano a lui alcune monete ed uscì velocissima. Non vide il dottore che gli avesse dato, ma il vecchio cadeva inginocchioni piangendo e baciava la terra ch'ella aveva toccato coi piedi, e la donna e i fanciulli consolati pregavano per lei.

VI.

Rosa ogni giorno acquistava vigore. Ell'era in quello stato di convalescenza in cui il corso pericolo fa più preziosa la ricuperata salute, e in cui il cibo ed il sonno divengono così saporiti che sono voluttà. Le cure amorose di Giacomo, la sua compagnia, il perdono del padre che egli le aveva ottenuto, e la speranza di vedersi presto unita a quell'ottimo giovane per cui la gratitudine le accresceva affetto, facevano sì che ella trovasse sempre più dolce e cara la vita. Cominciava ad alzarsi, e il dottore le aveva promesso di lasciarla andare a messa pel dì della Madonna. Giacomo consumava il suo giorno tra la propria famiglia e lei; l'amava ogni dì più, parevagli d'aver egli salvato quella giovine esistenza; il bene ch'ella godeva era suo, viveva in lei ed eragli divenuta cara a misura dei patimenti e delle angosce sofferte. Ma non era lieto.... Aveva dei pensieri pel capo; stava talvolta le ore intere senza proferire parola. Nella sua famiglia pativano di miseria; più volte s'accorse che la cena che le due donne gli riserbavano era cavata dalla lor bocca, e che i fanciulletti stentavano il pane. Erano sparutelli, quasi nudi, ed egli comprendeva i lunghi lor pianti e tristamente gli suonavano nel cuore. Era venuto in paese con qualche soldo di risparmio e con una somma affidatagli dal suo padrone perchè provvedesse legname. Comperò invece polenta pei suoi, provvide ai bisogni di Rosa ed intaccò ciò che non era suo. Sperava alcun poco nella prossima venuta del fratello; ma il suo bel sogno di piantar casa, metter su bottega da legnaiuolo e condur moglie era già quasi svanito. Venne la vigilia della Madonna. Le mandrie scendevano dalla montagna, la via di Paluzza era tutta ingombra. Venivano giù a processioni a processioni, e udivi un continuo tintinnio di quelle infinite campanelle misto al belato delle capre ed al muggire delle stanche giovenche. I pastori affranti da lungo viaggio seguivano lenti quell'immenso torrente di bestiame. Erano tre mesi che mancavano dalle lor case; tre mesi di una vita durata allo scoperto e quasi nomade, e pur su que' volti squallidi e rifiniti dalla fatica vedevi un raggio d'ineffabile allegria. Tornavano alle lor mogli, ai figli, alla famiglia, e dappertutto ti si mostravano donne e fanciulli che lor venivano incontro, e ad ogni istante udivi un dolce salutarsi, e voci piene di affetto e di consolazione. Giacomo col più grandicello dei nipoti era anch'egli sulla via. Ravvisò il fratello da lungi che veniva colla mandria di compare Giovanni, corse ad abbracciarlo; e dopo il reciproco interrogarsi e narrare, continuavano insieme la strada.

— Tornano magre quest'anno, osservò Giacomo.

— Le capre non c'è tanto male, ma le armente!... disse l'altro: abbiamo dovuto contentarsi delle due prime poste; non è stato possibile a nessuno salire al terzo casone. Ier l'altro, quando siamo partiti, c'era ancora tanto di neve. È stato sì poco caldo quest'anno, che la neve non s'è potuta liquefare.

— Anche le biade han sofferto per mancanza di caldo.

— Pur troppo sono indietro! Le migliori che ho veduto in tutta la via sono coteste — e additava la campagnuola di Piano. Davvero hai fatto bene a metterti a un mestiere: le annate corrono sì scarse, che in questi nostri monti non si campa.

Giacomo si sentiva serrar il cuore.

— Ho tanto fatto, continuava l'altro, per conservare queste due armente.... e quest'anno purtroppo prevedo converrà mangiarle.

— Non siete andato al monte colle mandrie di compare Giovanni?

— Avevo un grosso debito con lui.... e voglia il cielo che le donne non l'abbiano di già rinnovato! — Qui si fece tetro ed ammutirono entrambi. Quando furono a casa la madre narrò tosto della biada provveduta col danaro di Giacomo. Il fratello rimase prima sorpreso, e poi talmente grato e commosso che non rifiniva dai ringraziamenti.

— Oh Dio mio! caro Giacomo, andava esclamando, tu mi hai proprio redento! aveva una tal passione di dover far danaro di quelle due bestie.... Ora poi compare Giovanni può nettarsene la bocca! È un pezzo ch'ei fa all'amore alla Beleetta. Sono stato in montagna per lui e vorrei sperare d'aver pagato il mio debito; che se avesse ancora pretese, gli darò il vitellino della Picotta. — E di lì a poco ripigliava: Quest'inverno tu ti fermi in paese, n'è vero? Sposi la Rosa, noi l'ameremo come una sorella, lavoreremo tutti uniti, tu tornerai al mestiere, intanto crescerà la canaglia, e formeremo una famigliuola di grazia di Dio, che ha ad essere una vera benedizione.

Tali parole erano coltellate al cuore di Giacomo. Fu più volte per narrargli com'era ita la faccenda; ma al vederlo così contento non gli pativa l'animo di turbarlo. Almeno, ei diceva tra sè, lasciamolo cenare in pace questa sera, e dimani gliela conterò. Andati a dormire, Giacomo pensava a' suoi casi. Non potè serrar occhio in tutta la notte; pentivasi di non aver subito detto che quel danaro non era suo, pentivasi di averlo toccato. D'altra parte gli sanguinava il cuore all'idea di dover privare la sua povera famigliuola di quelle due mucche unico bene che possedeva, e gli si presentavano alla mente i nipotini nudi, chiedenti pane, e udiva quei pianti prolungati ch'ei bene sapeva che valessero. Vedeva sua madre malaticcia, cadente, strascinar nell'indigenza di tutti gli ultimi giorni; e Rosa? Avrebb'egli avuto cuore di sposarla così, senza avere di che mantenerla? Farla stentare come la sua povera cognata? E se un suo figlio, un biondino delicato e tenerello, amore d'entrambi, avesse dovuto piangere, com'egli si ricordava di aver udito quelli di suo fratello? Ah, ch'ei voleva piuttosto patire tutta la sua vita, ma patir solo! Risolse dunque di lasciarla, d'essere galantuomo, e di compensare col lavoro delle sue braccia il dolore e il sacrifizio ch'era nella necessità d'imporre alla sua povera famiglia. Si alzò con questo proponimento, e rassettatosi del suo meglio andò a Cedarzis per accompagnare a messa la Rosa. La trovò già pronta.

— Andiamo fino a Fiellis? interrogò essa tosto che lo vide.

— Appunto, è sagra colassù quest'oggi; ma per voi sarà forse troppo lontano....

— Oh sono quattro passi! Fa una giornata di paradiso, e poi io sto così bene.... E mossero entrambi alla volta di Fiellis. Rosa infatti aveva bella cera, quantunque non fosse più così rossa nè così fresca come prima che ammalasse. La sua tinta s'era fatta più chiara, i suoi begli occhi neri non avevano riacquistato tutto il loro splendore: erano un po' languidi, parevano più lenti, e quando poi si fisavano su Giacomo avevano un non so che di così affettuoso, di così soave.... la gratitudine e la semplicità del suo amore vi tralucevano come da limpido specchio. Anche la sua voce aveva perduto quel brio e quel correre degli anni fanciulleschi, s'era fatta più mite, e dava più di rado in iscrosci di risa; invece una tinta di leggiadria malinconica ne ingentiliva il colore. Pareva insomma che la natura si fosse compiaciuta di gettare su lei risanata un candido velo dalle cui pieghe leggere traspariva più graziosa la splendida Rosa di prima. Arrivarono a Fiellis proprio sul punto che s'incominciava la messa. Il Prevosto apparato solennemente era già sull'altare, fumavano gli incensi, e di mezzo a quella nube azzurrina alzavasi un _Kirie_ devoto cantato d'alcuni semplici montagnuoli, che non intendevano quelle greche antichissime parole consecrate dal culto; ma le cui voci erano pure come la fede che professavano. La chiesa era zeppa di gente, che ti offriva un contrasto singolare. In quella remota villetta posata sulla cima della montagna, come il nido dell'avoltoio, nel verde di quegli abeti che paiono inaccessibili all'uomo, od almeno tanto lontani dallo strepito del mondo civilizzato che t'immagineresti d'esser finalmente nel grembo della natura ancora vergine ed intatta, tra le mura di quella rustica chiesetta, dinanzi all'altare povero d'arredi e di cera, e non ornato che di fiori campestri, vedevi una moltitudine di giovinotti in guarnacchino di velluto con calzoni attillati, coi capelli alla _renaissance_ e col fare e coi modi cittadineschi. Fiellis, come la maggior parte delle ville della Carnia, manda la sua gioventù a vivere fuori di paese, ed il mestiere che a preferenza si scelgono è il sarto. Appena son essi in istato di camminare da sè, emigrano, vanno a Venezia, in quelle lucide botteghe imparano a trattar l'ago e le forbici, e ritornano coi costumi e coi vestiti affatto disformi. Il dì della Madonna ne aveva richiamati molti, e lì li vedevi malamente contrastare col rozzo vestire e co' modi ingenui delle lor madri e sorelle. Se a questa messa solenne qui cantata avesse assistito quel tale che dimandava, perchè la Carnia non aveva un poeta, la risposta veniva assai facile. Dall'epoca in che il superbo despota romano obbligò i Carni ad emigrare, continua ancora il tristo costume. Lasciano essi i lor monti e consumano gli anni dell'affetto nel tumulto cittadino, indi ritornano a profanare la semplice lor patria coi vizi della società, e Dio li ha puniti, e non hanno un poeta. — Rosa cogli occhi fisi nella sacra funzione faceva correre i grani del rosario che le pendeva dalle mani piamente incrociate. Giacomo non poteva pregare, era distratto, inquieto: andava pensando al modo di tenerle discorso della sua risoluzione. Fin dalla mattina aveva fermato di farlo nell'accompagnarla a casa; ma ora che il punto si avvicinava, avrebbe voluto trovar qualche pretesto per poterlo ancora protrarre. Come mai dirle ch'ei la lasciava? Quali parole avrebbero potuto mitigare il dolore di questo abbandono? Ah! ell'era guarita, era sì bella, e non doveva esser più sua! Uscirono di chiesa, e il povero giovane nell'offrirle l'acqua benedetta tremava tutto e si sentiva mancare. Sulla piazzetta c'erano altre donne state a messa, conoscenti della Rosa, che la salutarono e si congratulavano con lei risanata: fecero un po' di strada in compagnia. Egli era impaziente, avrebbe voluto che andassero, e temeva di restar solo. La fanciulla s'accorse di qualche cosa ch'ei le avesse a dire, e come se fosse stanca lasciò andar innanzi le altre e si sedette: ma a Giacomo la parola non veniva. Stettero un pezzo ivi seduti cogli occhi fisi nella magnifica prospettiva che lor s'apriva dinanzi e che forse non vedevano nè l'uno nè l'altra. Ripresero il cammino, ed egli guardando giù fiso una svolta del viottolo ch'entrava in un boschetto di giovani abeti, e si propose di non passar quel sito, senza aver parlato. Quando vi giunsero, fe' cenno di sostare.

— Ma non sono mica stanca, disse la fanciulla.

— Sediamoci, Rosa, ho voglia di parlarvi.... ed esitava. Voi sapete se io vi voglio bene!... E si fisavano entrambi, e il lungo loro sguardo diceva più delle parole. Eppure, continuava egli, io deggio lasciarti!...

— Ma perchè?

— Povera Rosa! Non piangete Rosa; vi dirò tutto, e poi farò quello che voi vorrete; anzi intendo di metter la cosa nelle vostre mani. Or bene. Io son venuto in paese con qualche soldo; ma non erano tutti miei: doveva provvedere una zattera di legname. I miei pativan fame... In poche parole, io non ho più il danaro; e se voglio essere galantuomo, bisogna che obblighi mio fratello a vendere le nostre armente, che sono quanto possediamo. Mia madre è vecchia infermiccia.... a casa sono tre fanciulli che dimandano pane.... Fa d'uopo ch'io ritorni al mestiere per compensarli del sacrifizio che fanno. Voi Rosa potete campare colle vostre fatiche....

— E non possiamo lavorare tutti insieme? diss'ella prendendogli la mano. Ci ha ad essere provvidenza anche per noi!

— Sì: ma le mie braccia sono vendute per fin che avrò pagato! E se laggiù doveste patire di fame? Ed io esservi lontano.... e non potervi aiutare?....

— Or bene, tornate al mestiere, lavorate, e io vi aspetterò....

— No, Rosa! è d'uopo ch'io vi ritorni la vostra libertà. Potrebbe presentarvisi una buona occasione; e non è giusto che la perdiate per aspettare un poveretto che non può offrirvi se non la miseria!

— Ah! sclamò Rosa, ho capito, non mi volete più bene!

— Che dite mai? Sa il cielo se io vi amo! Non vi voglio, perchè non ho cuore di farvi stentare.... perchè possiate esser felice con altri!... Ma la fanciulla piangeva più che mai amaramente, e a lui, che tentava rabbonirla e toglierle dagli occhi il grembiule, voltava le spalle e colle mani lo respingeva.

— Quietatevi, Rosa! Le vostre lacrime mi fanno male al cuore.... via, siate buona, e capitemi....

— Eh vi ho capito, sì! diss'ella. Tornerete via, e un'altra vi farà ben presto dimenticare di me.... Era ben meglio lasciarmi morire!

— Ma se vi ho detto che non voglio fare se non quello che voi volete!

— Dunque non parlate più di lasciarmi.

— E vorreste star così impegnata!...

— Sicuro!

— E se non mi fosse possibile ritornarne prima di altri tre anni?...

— Magari dieci! O vostra, o di nessuno.

— O mia Rosa, sclamava egli, amiamoci dunque sempre!

E sorgevano entrambi, e continuavano la via alquanto racconsolati dal vicendevole loro amore.

VII.

Pareva a Giacomo d'essersi tolta dal cuore una montagna di piombo, tanto il colloquio tenuto colla Rosa lo avea consolato. Lasciatala a Cedarzis, ei mosse verso casa con passo più celere. Trovò sua madre intenta al desinare; suo fratello e sua cognata non erano ancora ritornati da messa. Fu contento di trovar lei sola, e tosto le narrò ogni cosa. La buona donna, che si avrebbe cavato il sangue dalle vene per veder felici i suoi figli, cominciò a dargli coraggio, e a dolcemente rimproverarlo per non aver prima chiarito la faccenda; poichè, diceva essa, a quest'ora si sarebbe già ripiegato, e tu saresti fuori di pena. Intanto vennero anche gli altri, e insieme concertarono di ricorrere a compare Giovanni, il quale, nella speranza di far suo l'armento, avrebbe volentieri prestato il denaro. Giacomo poi si sarebbe affrettato di ritornare al mestiere, dove col suo assiduo lavoro poteva in breve coprir questo debito, indi ripatriare e sposarsi la Rosa. Così stabilito, desinarono lieti, e poscia il giovane cominciò subito a darsi le mani attorno. Fra la scelta e la compera del legname, l'approntare la zattera e due o tre corse fino a Paluzza per causa di compare Giovanni, che in quest'affare voleva camminare coi piè di piombo, il povero giovinotto consumò tutta la settimana, senza che gli restasse tempo di andar a vedere la Rosa. Questa lo aspettava ogni sera coll'impazienza propria degl'innamorati, e non vedendolo mai, cominciò ad immalinconire. Riandava tutte le parole del lor ultimo abboccamento, e ogni giorno più parevale intravedere il pensiero d'abbandonarla. A principio scacciava tale idea come una tentazione, si rimproverava d'ingratitudine. Quel povero giovane aveva tanto fatto per lei, che il sospettarlo così le pareva ingiustizia; ma un po' alla volta il mal umore offuscò tutte queste ragioni, ed ella trovavasi misera, afflitta, e assai più malata di quando giaceva. Sul tramonto, quando aveva spacciate le sue faccende, mettevasi a filare sulla porta della casetta. Guardava ansiosa verso Arta, una lieve speranza la rincorava; ma a misura che mancava la luce, ogni speranza svaniva. Traeva sempre più lenta le agugliate; le mani le cadevano, sentivasi serrare il cuore e finiva col ritrarsi a piangere nel suo povero letticciuolo. Venne finalmente il sabbato sera, e Giacomo, benchè fosse stanco per molte corse che aveva dovuto fare, capitò a Cedarzis a vedere di lei. La fanciulla lo accolse malinconica, per altro non si lagnò. Era venuto: ciò valeva per essa più di qualunque scusa, e quando ei le prese la mano e fisandola con affettuosa premura pareva ricercare il perchè di quella sua malinconia, ella gli aveva già ampiamente perdonato, e il racconto che fece degli impicci che lo avevano impedito di venire, non servì che ad accrescerle il rammarico d'averlo ingiustamente sospettato, sicchè procurava di compensarlo con più di affetto. Parlarono a lungo, il tempo volava per essi graditamente, e l'idea di doversi presto separare veniva addolcita dal proponimento di patire, e di affaticarsi l'uno per amore dell'altro. Disse Giacomo del come aveva aggiustate le sue faccende; disse ancora come a forza di reiterate corse e preghiere aveva ottenuto, che tra le molte zattere in quella settimana approntate fosse prima a partire la sua, e che perciò gli conveniva darle in quella sera l'ultimo addio, mentre nel dimani per tempo avrebbe dovuto trovarsi alla sega a lanciare il legname e a seguirlo....

— Dimani?... chiese Rosa, e restò come perturbata. Era domenica, e pareva a lei trista cosa profanare colla fatica il dì consecrato al Signore.

— Altrimenti avrei dovuto aspettare ancora molti giorni.... Gli è per grazia che vengono dimani al mulino....

— Ma non sarebbe stato possibile lunedì?