Part 39
»Oggi si son dati a legare per la sposa i gioielli di famiglia. Ne ho fatta io stessa la consegna e per una grossa ora sono stata presente alle ordinazioni. Spero che nessuno si sia accorto di ciò ch'io soffriva. È una debolezza, di cui mi vergogno; ma, mio malgrado, nel distaccarmi da quelle gioie io sentivo di fare un grande sagrifizio. — Non è già ch'esse solleticassero la mia femminile vanità. Ne' miei anni ciò sarebbe ridicolo, ed è gran tempo che senza rammarico ho cessato di adornarmene. Ma esse erano mie! Ad esse stavano legate tante memorie della mia vita passata! Guardandole io poteva ricordarmi senza rimorso dei più bei giorni della mia giovinezza, in cui esse brillavano tra le mie trecce, mi cingevano il collo e le braccia, pegni d'amore d'una famiglia e d'uno sposo, a cui l'anima mia è stata sempre intieramente devota. Oh le danze giulive ed incontaminate, oh i dì fiorenti per liete amicizie e pei tripudi di una pompa innocente ch'esse mi richiamavano al pensiero! Sì! la coscienza di avermi sempre serbata fedele all'affetto di chi allora mi circondava di quelle splendide inezie, anche adesso ch'io sono invecchiata e già vicina al sepolcro, mi faceva contemplarle con un senso di soavissima compiacenza. Oh! quante volte nell'aprire il mio scrignetto io mi vedeva passar dinanzi nella loro allegria i miei anni giovanili, e le rose di quell'epoca beata serenavano la fronte alla povera vecchia e le facevano ancora balzare il cuore! Ora il mio scrignetto è vuoto, e quelle dovizie, che furono già mie, passeranno ad adornare un'altra testa più giovane, e un collo e un paio di braccia non corrugate dagli anni! — Oggi, quando mio figlio le andava lentamente cavando dallo scrigno ch'io gli avevo aperto, e, mettendole a una a una nelle mani del gioielliere, calcolava nella sua fredda vanità a quanto potevano ammontare, i nostri occhi guardavano ben diversamente! Egli, ammirandone la varia grossezza, l'acqua più o men bella, non vedeva che il loro materiale valore. Io invece mi ricordava, che quel diadema era stato collocato sul mio capo nel giorno più bello della mia vita, che quei ricchi pendenti io li aveva nelle orecchie dinanzi all'altare, dove il sacerdote ha benedetto il mio primo ed ultimo amore; che la collana mi era stata messa al collo dalle proprie mani di quell'uomo che ho tanto amato quaggiù.... che i braccialetti mi furono regalati dal nostro buon zio; di lui che seppe leggere nei nostri giovani cuori ed acconsentì così lieto alla nostra unione; e mi pareva di vedere ancora il sorriso di compiacenza di quella faccia veneranda, con cui applaudiva al proprio buon gusto e alla mia contentezza.... — Lo spillone era un presente fattomi la prima volta ch'io divenni madre; gli anelli, i puntali, quel vezzo di perle, quell'altro paio di orecchini, ognuno di questi oggetti mi rammemorava dei giorni, solenni, dei giorni di felicità domestica che hanno rallegrato la mia vita; e nel vedermene spogliare, il mio cuore gemeva come se a una a una gli avessero divelte tutte le sue radici. Il mio guardo era freddo, indifferente; ma nel fondo della mia anima io gridava: Oh! aspettate.... già io non durerò a lungo. Non vedete? il mio capo è canuto, si piega da sè solo verso la terra del sepolcro, dove in breve dormirà per sempre. Oh! abbiate compassione, e, per questi pochi giorni che ancora mi rimangono, lasciatemi vivere circondata da questi dolci ricordi, da questi sacri pegni d'affetto! — Cotesto spogliare una vecchia cadente per adornare la fronte baldanzosa dei giovani; cotesto cacciarla dalle sue stanze, dalle sue abitudini, da tutto ciò che le fu caro per far luogo alla generazione che sorge, è bene un barbaro costume! Non basta dunque la mano del tempo che ad una ad una ci spegne tutte le gioie della vita: quando la scena è cangiata, quando non viviamo più che nel nostro passato, allora viene l'uomo, ci strappa da tutti gli oggetti a cui eravamo affezionati, ci toglie tutte le nostre memorie, e c'intima che l'ora della partenza è suonata, e che oramai su questa terra noi siamo di troppo! —
«14 detto 1842.
»Ho letto una pagina sublime che ha rianimata la mia vita e sparso come una specie di balsamo sulle piaghe del mio povero cuore. Ho letto la storia di Ruth. Questa giovane che abbandona i parenti, la patria, la religione degli avi per seguire una suocera sfortunata e piangente; il dignitoso silenzio con cui ella dapprima ascolta Noemi che le comanda di riedere al padre; poi la sua energica protesta, le sue affettuose parole, la sua cieca sommissione, la delicatezza con cui si consacra ad un uomo attempato, perchè riviva la famiglia del suo primo marito e siano consolati gli ultimi giorni della sua madre adottiva, sono tratti così pieni di amore che mi hanno profondamente commossa. Io mi vedeva dinanzi la candida immagine della giovinetta che verrà tra poco ad abitare questa casa, e mi pareva che ella mi stendesse le braccia e che in una dolce effusione d'affetto fosse la sua bocca, che mi ripetesse quelle soavissime parole: La sola morte mi dividerà da te! — Sì: unite dai legami del sangue, unite da quelli più forti ancora dell'amore, noi vogliamo insieme a vicenda confortarci la vita! Ella viene a rinnovare la nostra famiglia, a riempiere il vuoto che mi circonda; oggetto di tenerezza ad entrambi, ella viene a collocarsi tra mio figlio e me, a far così più vivo l'affetto che ci portiamo. Vi sono mille dilicate attenzioni, mille cure prevenienti, mille amabili minuzie che sfuggono all'uomo; la donna sola sa convenientemente apprezzarle ed infiorarne la domestica felicità. A lei spetta adempiere questa parte, che la farà angelo di consolazione ad entrambi. Io la conforterò ai doveri che il suo nuovo stato le impone, mi farò guida a' suoi giovani passi, le sarò madre, amica e sorella. Intenderemo insieme ai figliuoletti che il Signore le darà! Quest'idea mi ringiovanisce e riapre alla gioia il mio povero cuore. Un suo figliuoletto, figlio del mio figlio, che porti il nome e fors'anche nel volto infantile i lineamenti di qualcuno dei cari che mi amarono!... Vedermelo qui sui ginocchi scherzare, sorridere, rivelarmi ogni dì più un'indole conosciuta.... Un figliuoletto, che, come quello che Ruth metteva tra le braccia di Noemi, fosse per così dire l'epilogo di tutte le mie memorie, di tutte le mie affezioni.... Oh buon Dio! e di che immenso affetto non amerei io questa tua innocente creatura! L'antico tronco può dunque rigermogliare e vedersi circondato dai fiori dei suoi nuovi virgulti? Oh grazie a te, Dio di misericordia, che riserbi ancora tanta speranza e tanta consolazione alla povera vecchia! —
«Oggi, 22 maggio 1842, si sono finalmente celebrate le nozze. Dopo il tumulto di questa solenne giornata, eccomi di nuovo sola coi miei pensieri — Nella più lieta stagione dell'anno, quando tutto si riapre alla speranza e all'amore, quando la terra già rinverdita nell'orgoglio della sua giovinezza dispiega l'immensa moltitudine dei suoi fiori, m'apparve dinanzi per la prima volta questa bella giovinetta, che da sì lungo tempo io desiderava abbracciare, e da cui oramai dipendono tutte le gioie del mio avvenire. Ell'era vestita di bianco, velata fin quasi ai piedi da una magnifica sciarpa di merletto, che la faceva più vaga assai che non nel ritratto.... Ma oserò io dirlo? Nella sua faccia, ne' suoi occhi, nel suo sorriso io cercava indarno un raggio d'affetto! Alla mia cordiale accoglienza ella non rispose che con frasi squisitamente civili e rispettose; all'amore, con cui io le stesi le braccia, ella contraccambiò con un amplesso tanto freddo che mi parve forzato. Credetti allora d'accorgermi che questi capelli grigi e questa fronte corrugata dagli anni a lei così fresca e rosata inspirassero un senso d'invincibile ribrezzo. Forse io m'ingannava, ed era la soggezione di tanti occhi a lei rivolti, il frastuono di questo giorno solenne, i nuovi pensieri che la rendevano riservata e contegnosa. Quando mi conoscerà un po' meglio, e che trattandoci in piena confidenza sarà dissipata cotesta timidezza di fanciulla.... forse mi amerà.... Ah! che s'io guardo all'espressione di quei suoi occhi che così di rado e così agghiacciati mi si rivolgevano, un tristo presentimento mi dice ch'ella non vedrà mai altro in me se non la suocera!»
Dopo questa memoria l'Album appariva interrotto da quattro anni di silenzio, e quella che seguiva, in data del 30 settembre 1846, diceva così:
«È oramai molto tempo che ho smesso di scrivere. Una lunga successione di patimenti, il sentirmi ogni giorno più isolata e malinconica, le mie speranze che a una a una si son tutte dileguate, mi han chiuso il cuore e mi han tolta la forza di reagire. Dimani si anderà in campagna. Stamattina me ne hanno dato l'avviso, ed essi sono già partiti, sicchè questa sera in famiglia io sono sola. Sola come sempre, poichè è un pezzo ch'io non esco dalla mia camera, e qui è ben raro che nessuno ascenda! —
»1 ottobre 1846.
»Un impreveduto accidente ha rotto quest'oggi la trista monotonia della mia vita. Pioveva, e, poichè mi avevano mandato la carrozza ad onta del mal tempo, io mi era avviata per andare in campagna. Giunta al torrente, lo trovai fuor di misura ingrossato. Bisognava varcarlo sulla barca, ed io non aveva moneta da pagare. Quei buoni galantuomini, che da molti anni mi conoscono, volevano a tutti i patti tragittarmi, e, credendo ch'io avessi paura dell'acqua, si disponevano ad accompagnarmi in gran numero. Veramente in quel momento la mia povertà mi riesciva pesante oltremodo. Prima di partire non mi sono avvisata che avrei potuto trovare un tale ostacolo, ed era già un pezzo ch'io avevo disposto della mia mesata per quei poveri orfanelli che non hanno più nessuno che si ricordi di loro. I pochi soldi che mi rimanevano sarebbero stata una troppo meschina mancia per tutta quella gente, e feci voltare i cavalli; ma la pioggia continuava forte, e a M*** dovetti fermarmi. Mi ricordai allora che in quel villaggio doveva esserci un'amica di mia figlia Matilde, e, fattami condurre alla sua casa, le chiesi ospitalità per alcune ore. Oh la lieta e cordiale accoglienza ch'ella mi fece! Erano molti anni che non ci eravamo vedute. Io vivo così segregata dal mondo, che oramai ho perduto tutte le mie conoscenze, ed ella, maritata in una comoda famiglia, ma che abita sempre in campagna, si è interamente dedicata alle cure domestiche, e non esce quasi mai dal villaggio. Suo marito al sentire ch'io era la madre di un'amica ch'ella ha spesso in memoria mi trattò subito con una così affettuosa confidenza che mi pareva di esser tornata agli anni felici in cui anch'io avevo una famiglia. Mi condussero i loro bamboletti, mi misero a parte delle loro gioie, mi colmarono di mille gentili attenzioni, di modo che quantunque si fosse serenato e io avessi potuto ritornarmene a C***, non mi fu possibile dispensarmi dal restare a pranzo con essi. — Abbiamo lungamente parlato della mia Matilde. Quella commemorazione ci fece piangere, i sentimenti del mio cuore erano partecipati, ed io mi trovai come esilarata. Sedetti a tavola presso al parroco, vecchio venerando, loro amico, che avevano invitato perchè mi tenesse compagnia. I nostri discorsi furono lieti. Sbandita ogni etichetta, una reciproca e franca amicizia teneva luogo delle cerimonie. Il più grandicello dei fanciulletti, assiso all'un de' capi della mensa vicino al mio posto, mi chiamava col dolce nome di nonna, e ad ogni momento, disobbedendo ai cenni di sua madre, voleva ch'io gli mescessi da bere, che gli tagliassi il pane, che porgessi orecchio alle sue infantili dimande. Dio mio! è tanto tempo ch'io pranzo sempre sola, o, se discendo nei giorni d'invito, la numerosa compagnia e i riguardi delle nostre costumanze di città mi privano del vedermi dappresso i miei nipotini. Anzi, per solito, onde evitare disturbo, li fanno pranzar prima: — e oggi accolta con tanta cordialità in seno a questa onesta famiglia di campagnuoli, messa a parte delle loro consuetudini e dei loro affetti, mi pareva di essere in paradiso. Il desinare era semplice e alla buona come i loro modi, e, confesso, l'amicizia di cui era condito mi valeva a cento doppi tutta la ricercatezza e i _comfort_ dei nostri sontuosi banchetti. — Non v'erano nè servi gallonati nè pompa di vasellame nè squisitezza da cuoco, ma schietta e piena libertà, ma cuore aperto. Dopo siamo discesi in giardino, e ci han servito il caffè in un chiosco di verdura. I convolvoli dei più vivaci colori attorcigliati intorno ai rami delle rose del Giappone ne tappezzavano vagamente le pareti e pendevano sulle nostre teste in una profusione di bizzarre ghirlande. La cara compagnia ed il lieto ed amichevole conversare mi facevano trascorrere le ore così graditamente, che solo tardi mi avvisai che bisognava partire. Mi accomiatai quasi piangendo da quella buona famiglia; al loro augurio di presto rivederci il mio cuore non poteva rispondere che con un tristo presentimento. Io sono vecchia, ho rinunziato a tutte le mie relazioni, e non potrei forse senza recar disturbo ai miei figli, rinnovare per puro divertimento cotesta gita. D'altronde, io sentiva con una profonda amarezza, che in mia casa non mi sarebbe stato possibile ricambiare in pari modo la loro cordiale ed affettuosa ospitalità. —
«Ai 2 dicembre 1846, sono tornata ad abitare questa camera per non uscirne mai più. — Da qui passerò al cimitero, da qui all'eternità.... Oramai su questa terra a me non resta che apparecchiarmi a morire. Tutti i legami che mi tenevano alla vita sono spezzati, tutte le mie gioie, tutte le mie speranze spente per sempre. Ah! l'affetto vive ancora nel mio cuore, ma chi più l'intende? È lungo tempo ch'essi mi hanno dimenticata, come se già fossi nella tomba. Il mio capo s'è fatto bianco, le mie membra si sono inaridite, io m'incurvo e perdo ogni giorno terreno; la scena del mondo mi si chiude dinanzi, quelli che mi amarono sono già partiti per un'altra patria, quelli che restano mi guardano indifferenti e ogni dì più mi si alienano, come se colla loro freddezza volessero avvisarmi ch'io non ho più nulla a fare con essi e che appartengo ad una generazione ch'è già passata. Ah mio Dio! perchè darmi un'anima e affetti e pensiero che sopravvivono così alle rovine degli anni? Perchè non si è ella appassita insieme col corpo? Ieri ho dato l'ultimo addio a quella casa di campagna, a quella cara villetta dove ho vissuti tanti anni felici, dove c'erano per me tante memorie! I patimenti di questi due mesi di villeggiatura mi hanno risolta a non ritornarvi mai più. La mia salute mal ferma e la mia età avanzata non mi permettevano d'uscire a respirare l'aria dei campi; ho dovuto rinunziare perfino a portarmi alla chiesa perchè troppo lontana. Esiliata dalla famiglia, chiusa quasi sempre in una camera tanto ristretta che mi lasciava appena mutare il passo, tribolata per soprappiù dall'ingrata compagnia d'una fantesca per me estranea che, sotto il pretesto di assistermi, divideva meco l'alloggio e mi toglieva fin anche la libertà di pensare; l'unico sollievo che mi restasse era di starmene lungamente appoggiata alla finestra a guardare con desiderio infinito le colline, i prati, la campagna, dove io non tornerò mai più a movere il passo. Ad accrescere l'amarezza della mia situazione avevo dirimpetto la dimora di un contadino, e vedevo ogni giorno la vecchia Maddalena seduta sul limitare della casuccia circondata dai bambini della sua nuora, filare consolata dalle loro carezze. Nell'ultimo stadio della vita, vicina come me al sepolcro, ella cantarellava ancora a quei piccioli le canzoni della sua giovanezza; la sua fronte aggrinzita era lieta: v'erano ancora per lei dei baci spontanei.... godeva d'un affetto e d'una felicità domestica che io non conosco. I suoi nipotini le saltellavano intorno, correvano a raccogliere fiori ed erbette, che poi deponevano sul suo grembiale, le narravan le loro infantili imprese; il più piccino talvolta le si addormiva sui ginocchi. — Oh, vivere in comunione coi rampolli del nostro sangue, aspettare l'ultima ora circondati dalla loro tenerezza, amare ed essere amati, finchè venga il momento della partenza; questo dovrebb'essere il destino dell'uomo! Fortunati coloro a cui una vita rozza e lontana dagli agi e dalle triste costumanze d'una società più raffinata concede di poterlo godere senza contrasto! La mortale carriera può esser bella così, ne' suoi principii come nel suo fine, simile al nascere e al tramontare del sole; ed il compirla non è morire, ma far come il fiore che depone nella terra i semi già maturi, e vede con gioia riempito il suo posto dai bocciuoli, che son nati dal medesimo stelo e che dopo di lui vivranno del suo umore; non è morire, ma ricongiugnersi ai cari che ti han preceduto, portando loro il saluto d'amore dei cari che lasci! Oh no! non voglio più vedermi dinanzi agli occhi lo spettacolo di questa felicità che a me è così crudelmente vietata. Addio piuttosto per sempre, amena verdura dei campi, aria balsamica del torrente, luoghi remoti e praticelli ombreggiati dai salici delle sue sponde! Addio, mie belle collinette, consapevoli di tante mie gioie! Cipressi che m'insegnavate da lontano il sito della mia casa, rovere antica che hai veduto senza mutarti passare ai tuoi piedi tante generazioni, lunga fila di pioppi, dietro le cui cime tremolanti tramontava così magnifico il sole, addio, io non vi rivedrò più mai....»
La pagina che susseguiva era l'ultima e cominciava così:
«Il cuore mi si ristringe ogni dì più....» Intenta a quella lettura la contessa non pose mente a un passo tardo, che saliva le scale e si faceva sempre più vicino. Prima ch'ella se ne accorgesse la suocera fu disopra, e, aperta la porta, si presentò sulla soglia della camera. Vederla, gettare il libro e prostrarsi a' suoi piedi fu un punto per la giovane. La vecchia rimase un istante sorpresa; ma, veduto ch'ell'era tutta in lacrime, tentava rialzarla e farla sedere sul sofà.
— Ah madre mia! ella gridava, ah! ch'io sono una disgraziata, immeritevole del vostro perdono.... — Che dici mai? interruppe tutta commossa la contessa Eleonora. Tu, figlia mia, tu, mia Giulietta, ai miei piedi?... Oh! fra queste braccia.... — e se la fece sedere dappresso, e, tenendola stretta alla persona, accarezzava sul suo petto quella povera bionda testa percossa dalla sventura, e accompagnava con tante lacrime il racconto ch'ella le fece dell'amore che la consumava e la confessione tutta intera de' suoi falli. Quell'anima santa non aveva per lei altri rimproveri che le carezze, e con una compassione infinita deplorava le triste consuetudini della società, i pregiudizi e l'improvvida educazione di cui la donna è troppo spesso la vittima. Un poco alla volta le richiamò alla mente l'immagine de' suoi poveri figliuoletti, e le insinuava di vivere per essi! Che sarebbe stato di quelle due meschine creature, già di troppo abbandonate, se lor fosse mancata anche la madre? Ah! toglierli dalle mani straniere che preparavano forse anche ad essi una sorte del pari infelice, consecrarsi alla loro educazione, aprire a quelle giovani animette i tesori della virtù e dell'amore, questo doveva essere il nobile scopo a cui unite dovevano quind'innanzi entrambe mirare. Quando la vita avvelenata da immenso dolore ha perduto tutte le sue attrattive, v'è ancora un conforto, quello d'essere utile agli altri!
Le generose parole della vecchia rialzavano quella povera anima desolata e avvilita dalla colpa. I loro cuori s'erano finalmente intesi, e, confuse l'una nelle braccia dell'altra, promisero di non separarsi mai più e di protestare a forza d'affetto contro le triste ingiustizie che lor pesavano sul capo.
XXII.
LA SÇHIARNETE.[9]
I.
Venivano via cantando una di quelle antiche rime d'amore, che create Dio lo sa da che anima e in che momento di felice poesia, rimangono tradizionali in un dato paese, come tra gli uccelli lo strido caratteristico della specie. Erano una quindicina di giovanotti; dietro il villaggio, attraverso la campagna, riuscivano sullo stradale e a passo militare si tenevano a manritta verso il rettilineo che mette al palazzo dei conti di Brazzacco. La notte placida come suole nel maggio, e lucente pel lume della luna, lasciava discernere gli oggetti come se fosse stato di giorno. Una stella spuntava allora al disopra del viale: l'avresti presa per Sirio, tanto scintillava serena e vivacissima tra le cime dei carpini, ma forse era il Cane maggiore che seguiva da lungi Orione già alto pei cieli. Giunti all'acquicella, alcuni s'assisero sotto le acacie, altri si sparsero pei campi a raccogliere fiori e foglie emblematiche.
C'è nel paese una vecchia usanza. Ogni sabato di maggio s'uniscono così in brigate e girano la notte d'uno in altro villaggio cantando i loro strambotti, e dinanzi alla dimora delle giovani da marito, depongono, spargono od intrecciano in vario modo rami, erbe e ghirlande che da tempo immemorabile hanno un significato generalmente conosciuto. Cotesta costumanza, che con voce friulana dicono _Sçhiarnete_, riesce talvolta un omaggio, e l'ambiscono ed è il desiderato dei premi; più spesso però la lode va frammista a qualche biasimo terribile, sicchè non v'è ragazza che in quelle notti del maggio ardisca abbandonarsi tranquillamente al riposo. Stanno all'erta e appena allontanati i giovani, escono tacite a spiare ogni cosa, e se tra i fiori possano rinvenire il serpe temuto, cautamente lo sbrigano. Talvolta gli amanti e i fratelli son essi che fanno la guardia, ma i cori dei cantanti passano e ripassano, ed è tanta la loro longanime accortezza, che all'alba le fanciulle si trovano quasi sempre giudicate.
Sul passo della Manganizza già tornavano intanto alcuni colle nuove provviste. Erano mazzi di papaveri, rami di tremerella, spiche di segala, bacche di ligustri, fiordalisi, coronille, pervinche, viole del pensiero, una quantità di fiori campestri e d'erbe d'ogni fatta, perfino l'ortica e l'abborrita cuscuta devastatrice dei prati. Le mettevano con ordine in alcuni panieri, e i tre o quattro che parevano i caporioni dell'impresa andavano discutendo fra loro i meriti delle ragazze del vicino villaggio.
— Ecco qua una bella frasca di pioppo per la Tinuccia, diceva l'un d'essi.
— E anche queste spiche di segala, ch'ell'è superba come un lucifero.
— La segala, amico caro, fà di tenerla per la figliuola di mastro Antonio, la quale non ha in testa che fumi, e sciala la domenica a uso dama, mentre non sa filarsi neanche la camicia.
— Ehi! oseresti farti protettore della Tina? chiedeva in tono corrucciato un ultimo disceso allora dall'argine del torrentello, dov'era stato a tagliare un gambo d'irsuti cardi. Io, vedi, porto proprio per lei questi bei fiori colore di porpora che guai a chi li tocca!
— Che diaccine vai tu bestemmiando di proteggere la Tina? se l'ho con colei forse più che tutti voialtri dopo il brutto tiro ch'ella ha giuocato a quella pover'anima dell'Armellino. Vorrei foderarle la porta, la finestra e l'albero che le sta di contro di ortiche, di triboli e d'ogni mala erbaccia che Dio s'abbia creato nella sua collera. Ma volete fare le cose senza senso? chi di voi può negare ch'ella non sia bella?...
— Bella e modesta come la Madonna annunziata, ma cattiva....
— Intelligente, laboriosa, con un fare tutto melato che la t'incanta....
— Ha ragione Giacomino, le spine e l'assenzio non le vanno, ma non ha cuore; mettiamogli il cardo.
— Aspettate, quest'è una ghirlanda di tremerella....
— Va bene, la tremerella volta le foglie al minimo soffio. Or bianco e or verde, or dell'Armellino e ora di Giorgio.
— Ma è proprio vero, si faceva a chiedere un altro, ch'ella ha piantato l'Armellino per isposare Giorgio il nipote dell'oste di Oleis, se non isbaglio?
— La storia è oramai vecchia. Dove sei stato che pare che tu venga dalle nuvole?