Racconti

Part 38

Chapter 383,638 wordsPublic domain

De' suoi figli, di quei poveri bamboletti innocenti ch'ella amava come parte di sè; ma v'era un ben altro e più immenso affetto con cui ella sentiva che avrebbe amato una creaturina nutrita del suo latte e figlia d'amore! Tornò a piangere, e con un rammarico sempre crescente la sua anima lanciavasi verso tutto questo bene di cui non l'era più possibile godere senza delitto. Passò di tal modo la notte. Sul rompere dell'alba il sottile venticello che spirava dalle cime dei monti le parve che la consolasse, rinfrescandole la faccia; ma a poco a poco ei si faceva sempre più piccante, e le dilicate sue membra, affrante da quella veglia inconsueta, più non valsero a sopportarlo. Chiuse la finestra e si dispose ad abbigliarsi. Le braccia le cadevano; un languore, una malinconia invincibile s'erano impadroniti di lei. Rimaneva lungo tratto immobile, ora appoggiata al letto, ora col capo abbandonato tra i cuscini della sua _dormeuse_, su cui lasciava cadere ogni tanto qualche grossa lagrima che involontariamente le usciva dagli occhi semichiusi; ed ora seduta dinanzi allo specchio che le rinfacciava una cera abbattuta e come di malata, le labbra scolorate, le guance impallidite. Quasi a velarsene ella sciolse i capegli che soleva portare all'inglese; ma la nessuna cura avutane la sera e l'umido dell'aria notturna non avevano loro permesso d'assumere che pochissimo riccio: indarno procurava d'incresparli dividendoli in minute anella; snervati ed appassiti le fuggivano dal pettine; e, invece d'adornarla, le parve che colla loro lunghezza le accrescessero pallore, sicchè se li annodò sopra alla nuca lasciandoli cadere per di dietro sul collo a guisa delle statue di Grecia. Quando discese per la colazione trovò il giovane che già stava aspettandola. Ei notò l'orma di malinconia che quella notte aveva lasciato sulla faccia di lei. L'aveva veduta molte volte più bella, più pomposamente abbigliata, ma giammai così attraente, e non poteva staccare lo sguardo da quegli occhi azzurri e pensierosi, a cui l'amore dava una tinta più profonda e ch'ei se li sentiva così dolcemente guardare nell'anima. Non si parlò più di partenza nè in quel giorno nè nei susseguenti, finchè venne il conte Rodolfo, e tornarono di conserva alla città. Qui le era riserbato un di quei terribili disinganni che schiantano l'anima, e a cui di rado la donna sa dignitosamente rassegnarsi. Essi si amavano, ma con assai diversa misura. Ella, fisa ed assorta in lui come satellite nel suo pianeta, gli si era consecrata con un abbandono e con una devozione che non potevano venir pienamente contraccambiati. Oramai aveva concentrato in lui solo tutte le speranze del suo avvenire, gli aveva donato la sua pace, la sua vita, l'anima sua; gli stessi passi fatti nella via della colpa erano un sacrifizio ch'ella gli aveva offerto; e questo amore, benchè infelice e macchiato dal rimorso, era il compenso ch'ella chiedeva e il solo bene di quaggiù, di cui si sentisse ancora capace. Cotesta passione, di cui ella s'aveva già miseramente creato un destino, non poteva di pari modo assorbire tutta l'anima del giovane. Altrimenti educato, altrimenti conoscitore del mondo e di sè stesso, gli si apriva dinanzi un'assai più vasta prospettiva che non gli permetteva come a lei di affisarsi per sempre e senz'altre distrazioni in un solo oggetto, qualunque ei si fosse. A lui giovane, pieno di vita, indipendente e padrone assoluto d'una pingue fortuna, tutto il creato offriva continui tributi di profumo e di armonie, e profondeva a' suoi piedi i brillanti tesori della sua ricca cornucopia. Dotato di potente immaginazione e di quell'attitudine a comprendere ogni sorte di bello ch'è prima base all'anima dell'artista, senza l'inopinata eredità, che, prima ch'ei si avesse scelta nel mondo una posizione, venne ad abbagliarlo coi prestigi della ricchezza, ei sarebbe forse riuscito o pittore o poeta. Ma, poichè la sorte gli aveva offerto di eleggere, preferì di godere dei frutti delle arti piuttosto che di affaticarsi a produrli, e sprecò nei piaceri quella feconda scintilla del genio che la natura gli aveva seminata nel cuore. Della fallita vocazione null'altro gli era rimasto che la facoltà di supplire colla fantasia a quanto di manchevole gli presentavano gli oggetti esterni in cui s'incontrava. Sulla base di alcune aggradevoli qualità, la sua anima da poeta era pronta a crearsi un ideale che si compiaceva ad abbellire e ad adornare coi più magnifici colori, e del quale finiva sempre coll'invaghire, senza accorgersi d'essere allucinato dai propri suoi sogni. Ma, col considerarlo dappresso, l'idolo perdeva ogni giorno qualcuno de' suoi prestigi; finchè, ridotto alla nuda realtà, egli trovavasi ingratamente disingannato e bisognoso d'altrimenti occupare lo spirito. Allora, dimentico di quel primo oggetto, correva in traccia d'altri più nuovi, svolazzando leggermente pel giardino della vita a guisa di ape dorata che bacia ogni fiore, senza rivolgersi a guardare addietro, se qualcuno avvelenato dal suo tocco piega il calice e miseramente appassisce. Così fu che a forza di trattare da vicino colla contessa, egli ebbe ben presto esaurita quella pover'anima che senza sospetto tutta versavasi nella sua; e, a misura ch'ella andava discoprendo in lui una superiorità d'intelligenza e una ricchezza di pensiero che le crescevano passione, egli invece si vedeva sfumar tra le mani il tesoro che aveva tanto agognato; la realtà e il possesso glielo rimpicciolivano, e l'amore illanguidì. Le sue visite si facevano sempre più rade e più brevi. S'accorse che l'anima della sua compagna era impari per potergli tener dietro a quegli infiammati discorsi, a quei fantastici voli, a cui sul principio del suo innebriamento si lasciava andare così volentieri, e cominciò ad annoiarsi d'un affetto ch'ei trovava troppo uniforme. La donna s'avvide di questo cangiamento che le metteva la morte nel cuore; ma come un infermo, che quanto più sentesi vicino al suo fine, con altrettanto più di forza s'aggrappa alla vita, cercava d'illudersi, chiudeva gli occhi, immaginava ragioni a scusarlo e pativa in segreto. Più tardi si permise qualche rimprovero, che altro effetto non ebbe che di sempre più allontanarlo, perch'egli a fuggire il turbamento di questi lamenti coglieva per le sue visite, che oramai gli erano divenute una catena pesante, i momenti in cui in sua casa v'era conversazione, ed era primo a partire, e con un pretesto o con l'altro guardavasi bene di rimaner solo con essa. Queste per altro non erano che le prime spine della crudele ghirlanda ch'ella stessa s'aveva intessuta. Chi può dire l'agonia di quell'anima, quando lo vide offrire i suoi omaggi ad altra donna più giovane e più alla moda? Quando, più non valendo a sopportare l'odioso confronto, cessò di comparire ai pubblici convegni e trovossi dimenticata nella solitudine della sua casa? A palliare l'immenso dolore che la divorava s'annunziò ammalata, e lo era assai più di quello ch'ella stessa sel credesse. Nelle lunghe ore di meditazione, a cui si era volontariamente condannato il suo pensiero, non faceva altro che del continuo rammemorare minutamente tutte le fasi della sciagurata passione a cui si aveva dato in preda, e le pareva impossibile che tante proteste, tanto amore, avessero dovuto aver per fine cotesto crudele ed impreveduto abbandono! Perchè strascinarla sulla via della colpa, se doveva poi, quando non l'era più concesso retrocedere, lasciarla sola? Era dunque stato per capriccio, per miserabile vanità, pel trastullo di un momento, ch'ei le aveva avvelenata l'anima, messa nelle ossa questa febbre immedicabile, suscitato nel sangue questo tumulto, questo delirio che non potevano oramai quetarsi da null'altro, se non dall'amore o dalla morte? Ah! dunque per così poco ella aveva tradito i suoi doveri, perduta la sua pace, rinunziato alla virtù, alla preghiera, rinunciato perfino al perdono di Dio? Quest'amore, che per sua disgrazia ella sentiva impresso nell'anima a caratteri indelebili, non era stato dunque per lui, che come una cifra che si segna per scherzo sulla sabbia e che al primo soffio di vento si dissipa senza lasciar traccia di sè? Pensò ch'era un assurdo pretendere ch'egli avesse il cuore più grande, o più piccolo di quello che lo aveva fatto. Ma nell'amarezza del suo terribile disinganno le pareva che le sarebbe stato una specie di conforto un ultimo abboccamento, in cui, giacchè aveva pure deciso di abbandonarla, le avesse egli stesso con tutta franchezza annunziata la sua sorte. Sì! vederlo ancora una volta, sentire dalle sue labbra la propria condanna, gettarsi a' suoi piedi a piangere, a rammemorargli l'immenso affetto che si erano portati; quest'era un desiderio, che ad onta di tutte le opposizioni della sua ragione, continuamente le rinasceva. Capiva ella bene che, poichè il cuore di lui s'era cangiato, sarebbero tornate vane tutte le sue lacrime, che l'amore è una catena la quale una volta spezzata più non si rannoda, che la sola compassione non ha vigore a risuscitare una fiamma oramai già spenta; che se fosse discesa a confessargli lo stato miserabile in cui si trovava, egli, lungi dal risentirne pietà, avrebbe trattato di delirio le sue parole, avrebbe riso de' suoi gemiti, l'avrebbe forse anche crudelmente ributtata. E nondimeno nel fondo della sua anima sentiva una forza prepotente che la spingeva suo malgrado a correre in traccia di lui. Sì! per le vie anche le più frequenti, in mezzo alla gente, nei teatri e nei crocchi, dove col sorriso sulle labbra ei dimenticava il pianto a cui l'aveva condannata, le pareva che avrebbe voluto seguitarlo e rinfacciargli i giuramenti infranti, le pene senza confine, la sciagura, l'inferno che le aveva posto nel cuore. Ah! gli uomini l'avrebbero derisa e trattata da folle.... Ebbene, dovevano a viva forza strapparla da lui, dividerla per sempre dal marito e dai figlioletti ch'ella aveva traditi, chiuderla nell'orribile casa, dove la loro pietà raccoglie le infelici che più non hanno ragione. Avvinta da ceppi, sul giaciglio dell'ospitale, nelle veglie di quella vita disperata, le sarebbe almeno concesso raccontar giorno e notte la sua sventura, lagnarsi di tanta ingratitudine, piangere e nominarlo a suo talento. In uno di questi momenti in cui la sua mente offuscata da troppa passione quasi vaneggiava, si risolse a mandargli un'imbasciata pregandolo a venire da lei nel dopo pranzo, ora in cui poteva parlargli senza testimoni. Non ricevette risposta. Appoggiata alla finestra della sua camera stava spiando se venisse. La sua casa era situata in una lunga contrada, che metteva ad una delle piazze più frequentate della città. Ogni giovane vestito a nero ch'ella vedeva da lungi imboccare quella via, la faceva palpitare, finchè s'accorgeva d'essersi ingannata. Aveva apparecchiato un plico di lettere che intendeva restituirgli e andava ruminando le parole con cui gli avrebbe dato l'ultimo addio, procurando di disporsi ad una calma e ad una rassegnazione dignitosa che le lagrime involontarie le quali ad ogni tanto le gocciolavano per le guance, e il tremito di tutte le membra, suo malgrado smentivano. Era in questa situazione, quando lo vide passare in carrozza in compagnia della giovane signora a cui da qualche tempo faceva la corte. Era tanto intento a vagheggiare la sua nuova conquista che non s'accorse di lei nè tampoco rivolse la faccia a quella parte. Ella vide sulle sue labbra mezzo velate dalle brune basette un indefinibile sorriso di gioia, che palesava l'estasi a cui trovavasi in preda. — Si sentì uno schianto al cuore, e le ruote veloci, che lo trasportavano via, avevano già finito di rumoreggiare al suo orecchio, ch'ell'era ancora inchiodata sulla pietra della finestra, come se fosse stata percossa dal fulmine. Prese un foglio di carta, una penna e si mise a scrivere questo biglietto:

— Che tu mi neghi un'ultima parola, dopo tanto amore che ci siamo portati, mi par cosa crudele. — Doveva peraltro immaginarmelo, riflettendo alle tante amarezze che mi fai da qualche tempo inghiottire. Pazienza! ti ho perdonato la nuova amica, che ti sei compiaciuto prepormi.... ti perdono anche questa barbara indifferenza e freddezza nel lasciarmi per sempre. Oggi un anno.... io non avrei saputo leggere nel tuo cuore questa pagina. — M'illudeva a segno di riguardarti come parte di me. — Avrei dovuto invece capire che la colpa non consacra l'affetto, e che la tua maniera di trattarmi è una giusta punizione. Di qui a un anno sarà, spero, terminato il mio patire. — Ti scrivo per rimandarti le tue lettere e per chiederti perdono di tutti i dispiaceri che posso averti recato nel corso della nostra fatale relazione. Quando leggerai queste parole mie ultime a te, io sarò, come al solito, chiusa nella solitudine della mia camera a piangere e a ripensarti con un affetto che tu non conosci.... —

Prima di terminare s'era già pentita. Colla penna non le pareva possibile di dire neanche la metà di quello che avrebbe voluto, e tornò al desiderio di vederlo e parlargli ancora una volta. Aveva lacerato la carta ed aprì la finestra per gittarne nella via i minutissimi pezzi che teneva in mano. In quella s'aperse la porta di casa e vide uscirne la suocera, che, accompagnata dalla sua cameriera, andava al suo solito a pregare nella Chiesa vicina. Le balenò in mente un pensiero. S'ella salisse alle stanze di lei e, preso un cappello e una mantiglia della vecchia, andasse così incognita ad aspettare il giovane alla sua abitazione?... Il passo era arrischiato, ma oramai la sua mente esaltata dalla passione non le lasciava campo a rifletterne tutte le conseguenze, e quest'idea di pur forzarlo ad accordarle un colloquio, che a tutt'uomo ei sfuggiva, vinse in lei la naturale timidezza: uscì dalla sua camera, e tremando salì le scale come il malfattore che s'avvia al delitto. Quando fu nell'appartamento della vecchia, le gambe rifiutavano di sostenerla, e le fu duopo gettarsi a sedere sul sofà. Aveva esaurito tutte le sue forze e voleva attraversare buona parte della città, e credeva di aver abbastanza di coraggio per esporsi ad una scena che poteva farsi pubblica e precipitarla per sempre! Sul tavolo che le stava dinanzi giacevano spalancate alcune pagine scritte di fresco; gettò a caso gli occhi su queste parole:

«... Ancora qualche giorno, e poi finalmente dormiremo per sempre nella quiete del cimitero. Su questa terra, quando non si è più amati, e che ci si accorge di essere di peso, la morte è riposo desiderato, è fine di patimenti e di esilio! ed è già gran tempo, che al di là del fiume della vita io veggo i miei cari che mi stendono le braccia....»

Il carattere era di pugno della vecchia. Questa donna silenziosa, dal mite sorriso, dai modi affabili e politi, sempre eguale a sè stessa, in vista così rassegnata e tranquilla; questa donna, che non aveva mai aperto la bocca ai lamenti, pativa dunque nel suo segreto? A lei dappresso, sotto al medesimo tetto, a pochi passi di distanza della sua camera, v'erano dunque dei dolori ch'ella non aveva mai sospettati? Si versavano delle lacrime ch'ella non aveva mai pensato ad asciugare? V'era un'anima profondamente afflitta, che, stanca del mondo, invocava con sì intenso desiderio la pace dei morti?... Ma quali potevano essere i motivi che amareggiavano così gli ultimi giorni di questa povera vecchia? Prese in mano le pagine che le stavano dinanzi. Era un Album, su cui non appariva altra scrittura che quella di lei; datava da qualche mese in antecedenza al matrimonio del figlio, e lesse le seguenti memorie:

«Io Eleonora Andreuzzis, maritata Marini, di sessantadue anni, ai quindici di marzo 1842 sono venuta ad abitare queste due stanze, avendo ceduto il mio appartamento in contemplazione del prossimo patrimonio di mio figlio Rodolfo. — Comincia adesso per me un'altra vita. Lascio il governo della casa e, si può dire, mi ritiro dal mondo. All'attività, ai continui pensieri, alle brighe succede ora la calma. Pel corso di oltre quarant'anni io ho atteso all'economia di questa famiglia, prima in compagnia di mio marito sotto la direzione di un vecchio zio che mi amava come se fossi stata sua figlia, e la cui memoria mi sarà sempre benedetta; poi vedova e sola, poi aiutata da mio figlio. In questo lungo periodo di tempo molti dolori hanno afflitto il mio cuore, ma fui anche consolata da gioie non comuni; ed ora nel ritirarmi ho la compiacenza di aver adempito ai doveri del mio stato e di veder prosperate le mie fatiche. Dei figli che il Signore mi aveva dati un solo è restato con me. Nelle guerre fatali che hanno sconvolto il nostro paese ho perduto il mio primogenito; il secondo è lungi, e non lo vedo se non di rado; ma so che gode di una brillante posizione. Ho potuto collocare agiatamente la mia figlia Lauretta; ella è felice, e ciò mi consola della grande lontananza che ci divide. Mi rimaneva la minore, quella che più di tutti rassomigliava a suo padre, e per la quale, mio malgrado, io sentivo una predilezione e una più grande tenerezza. L'avevo maritata qui nella nostra città e in apparenza con abbastanza di fortuna. Imprevedute disgrazie la colpirono, dovette espatriare, ed è morta lasciando due poveri orfanelli, che abbisognano di pane. Fortunatamente la facoltà, ch'io ora rimetto nelle mani di mio figlio Rodolfo, è tale da potergli permettere di ricordarsi di loro. Inoltre il ricco partito, che gli si offre, lo metterà sempre più in istato d'essere pietoso senza ledere i propri interessi. Tutti i nostri parenti sono giubbilanti per questo matrimonio. Una ricca e bella ereditiera, una buona ed amabile giovinetta che ha ricevuto la più elevata educazione e che esce da cospicua famiglia, è veramente più di quanto potevano ripromettersi le nostre speranze. Ieri è stato segnato il contratto nuziale; e, poichè a contemplazione della sposa, si credono necessarie nella nostra famiglia molte riforme e un altro piano di economia domestica, piano che le nostre attuali condizioni di molto migliorate ci concedono di adottare, io ho dato i miei conti ed ho ceduta l'amministrazione. Non mi rimane più nulla a fare, e posso godere del riposo che mi si concede. La mia vita quind'innanzi sarà divisa tra la preghiera, la lettura e la meditazione; ed è per occupare le tante ore di ozio, che mi avanzeranno, ch'io voglio scrivere in questo libro i miei pensieri.

«Ai 15 detto, due ore dopo mezzanotte.

»Non posso dormire, ho acceso il lume e torno a scrivere. Questo cambiamento di camera mi disturba. Forse col tempo mi ci avvezzerò, ma ora mi pare di essere esiliata. A quelle pareti mi attaccavano tutti i miei dolori e le mie gioie passate. Le mie memorie erano tutte là! Là mi accolse quel buon vecchio che per tanti anni mi fece da padre; là l'amore di mio marito e de' miei figli! Come tante giovani pianticelle, io li ho veduti crescere a me d'intorno in quelle stanze. Se almeno si avesse potuto trasportar qui i miei mobili.... ma la ristrettezza del locale non lo permise. È una fanciullaggine, di cui arrossisco; eppure, quando li hanno portati via per far luogo al nuovo mobiliare destinato alla sposa, quando ho veduto il pittore, il tappezziere pronti a rimodernare e dar tutta un'altra faccia a quei luoghi, mi pareva un sacrilegio, e mi sono sentito schiantare il cuore. Domani lavoreranno anche nella mia camera da letto. Tutto sarà spostato, mutato.... perfino l'immagine della Madonna, a cui dinanzi io pregava ogni sera. Voleva che me la collocassero qui; ma non era a proposito, rompeva la simmetria di questa piccola cameretta, e non osai replicare per paura che s'accorgessero del sacrifizio ch'io faceva ad uscire dal mio appartamento. Ah! quando mio marito moribondo mi dava l'ultimo addio e mi raccomandava i nostri figliuoletti, io promisi di assisterli inginocchiata dinanzi a quell'immagine.... Essi non sanno con che tenace affetto l'anima dei vecchi s'attacchi a tutti quegli oggetti che furono testimoni della loro vita passata! Le abitudini di quaranta e più anni non si possono recidere tutto ad un tratto, senza che il cuore ne sanguini. Io era assuefatta ogni giorno alla vista di quelle pareti, di quei mobili, di quelle anticaglie, essi dicono, ma che per me nel loro muto linguaggio avevano parole di tanto amore.... —

«4 Aprile 1842.

»Mi hanno portato alcuni regali che la sposa mi destina accompagnati dal suo ritratto. Sono lavoro delle sue mani: un elegante leggío trapunto a perlette, un manicotto, una _dormeuse_, su cui ella in mezzo ad una ghirlanda di fiori ha gentilmente intrecciato alle mie le sue armi gentilizie. La buona giovinetta si è dunque ricordata di me! Mentre le sue dita industri s'affaticavano colla lana e colla seta a colorare questo vago disegno, ella dunque pensava alla povera vecchia? Oh se ella sapesse come io le sono riconoscente, e come commossa guardo la sua immagine in questo ritratto! Dicono che le rassomiglia perfettamente, ed ella è bella, d'una bellezza dilicata, insinuante.... Ha diciotto anni, ma gliene daresti appena quindici, tanto quelle forme sono gracili e appena pronunciate. — Più la contemplo e più mi sento forzata ad amarla. Quella candida fronte ombreggiata da biondi capegli è così serena.... così mite ed affettuoso il guardare di quegli occhi azzurri! così verecondo il sorriso delle labbra.... La sua fisonomia tra il timido e il malinconico ha un non so che di così soave!... Poverina! ella ha perduto entrambi i genitori, ella non ha madre che l'accarezzi, ed ora viene forse tremando in una famiglia che non conosce. Oh, ma io l'aspetto colle braccia aperte, io l'amerò come se mi fosse figlia, sì! come la cara che ho perduta, come la mia Matilde, e quell'anima benedetta, ch'è lassù nel cielo, sarà contenta ch'io sia la madre dell'orfanella, e che con lei prenda cura dei tapinelli ch'ella mi ha lasciato. Oh sì! la dolce espressione di questo volto angelico mi è garante della bontà del suo cuore....» e continuava con tanta espansione, che la contessa Giulia non ebbe coraggio di proseguire. Gli occhi le si erano fatti grossi, e attraverso alle lagrime le sfuggivano le parole. Chiuse per un momento il libro e pensò con rimorso a tutte queste speranze così miseramente tradite. Ahi! ch'ella aveva contraccambiato con una ben crudele freddezza a coteste braccia che con tanto amore le si erano spalancate incontro. Più sotto lesse quest'altra memoria datata

«Agli 11 aprile dello stesso anno.