Racconti

Part 35

Chapter 353,301 wordsPublic domain

Quando tornai a trovarla, la picciola Annetta mi venne incontro tutta giuliva con un libro ch'ella stessa aveva cucito, e nella sua semplicità credeva ch'io m'avessi la magia di animare per lei ad un tratto quei poveri stracci bianchi e far che le dicessero Dio sa che bella cosa!

Ne' miei giorni di dolore spesso io visito quella povera casuccia, e sempre torno col cuore rasserenato. Siamo diventate amiche, ma non di quella amicizia che i beati del mondo si credono talvolta comperarsi dal cuore del povero col gettargli qualche moneta del loro superfluo. Io non sono ricca, ma se anche lo fossi, tengo che l'oro per quell'anima dilicata sarebbe un peso villano che, invece di strignere, romperebbe l'affetto.

Sì: di tratto in tratto io le vo portando qualcuna di quelle ch'ella chiama nostre dilicature. Ridereste a vedere in che consiste questa curiosa carità. Gli è talvolta una pezzuola di poco costo, ma di vivi colori, e di vario e più che si può grazioso disegno per la piccola Annetta. Gli è un frutto, o una ciambella per la malata, o tenue porzione di qualche vivanda ch'ella non conosce. Un giorno, colla scusa d'insegnare alla bambina a farle il caffè, le ho portato due vasellini di vetro colorati, uno collo zucchero, l'altro coll'aroma di già macinato e la chicchera e gli utensili necessari. Adesso disegno per lei. Prima una Madonnina a cui ho fatto fare la sua cornice e l'appenderemo dirimpetto al letto. Poi, a seconda che mi viene, fiori, farfalle, uccelletti e fogliami che attacchiamo coll'ostia a coprire le affumicate pareti e ch'ella tanto aggradisce perchè sono lavori delle mie mani.

Quando mi educavano, era di moda imparare alle giovanette un po' di disegno. Dicevano per adornare lo spirito; e la bella frase, allora incompresa, mi dava animo a riempiere i cartoni di linee più o meno scorrette ed a distemprarvi sopra in forma bizzarra le tinte che più mi aggradivano; e quantunque il merito principale di quei sgorbi fosse tutto della mia buona cassetta di colori fini, pure mi lodavano, e io me ne teneva quasi d'artista. Più tardi, uscita di convento, imparai la vanità di quegli studi incompleti, e com'erano misera apparenza al pari di tanti altri di cui s'infarcisce la femminile educazione, e piuttosto artifizi di _toelette_ che non vere cognizioni od ornamenti dello spirito, come osavano dire.

Gittai l'inutile pennello, nè più lo ripresi, se non per la Miutte. Avranno immaginato ch'io dovessi un giorno colorire chi sa quante pagine eleganti negli _album_ delle nostre più belle signore di moda. Invece tutte le mie prove stanno in quest'angolo remoto, su questa annerita e screpolata parete. Pure mi piacciono qui! Poveri disegni, senza pregio d'arte, fatti sol per affetto, ed accettati dall'affetto, gli è come se fossero al loro posto.

Ma l'alimento maggiore della nostra amicizia sta nell'effusione reciproca delle anime nostre. Quand'io le apro i mali della mia povera vita, ella m'intende, e la sua parola di pace è per me come quella di un angelo che mi fa buona e rassegnata.

Nove anni di solitudine e di meditazione hanno depurato il suo spirito, ed a misura che il corpo deperiva, s'è fatta più viva e più nobile la fiammella della sua intelligenza. Scintilla dell'alito divino, nel crogiuolo di tanti patimenti, ella splende sempre più serena sulla cenere di sè stessa, e ogni dì meno impigliata dal peso di questa misera creta, s'innalza a celesti visioni traendo forza dalla propria distruzione, come fiore che cresce nella terra dei sepolcri.

Una mattina la trovai sola, e tanto assorta ne' suoi pensieri, che pareva non si accorgesse del mio venire. Il sole aveva di già superato il culmine della sua casuccia e dall'angolo superiore della finestrella le gettava sul letto un ultimo raggio. Ella, colla consueta sua verghetta di avornio, andava leggermente agitando gli atomi luminosi vaganti lungo quella zona di luce. Era pallida, e le stava negli occhi meditabondi così una profusione di malinconico affetto che a guisa di profumo le si diffondeva per tutta la faccia.

Me le assisi dappresso in silenzio, e quando mi vide, — Oh! se sapeste, disse, che curiosi pensieri mi passano per la mente! Questa notte ho sognato che il Signore mi aveva concesso una grazia, e andava fantasticando tutto il bene che me ne verrebbe, se fosse possibile....

— Ti sei forse sognata, le chiesi, d'esser guarita? —

— No, no, mi rispose con un mesto sorriso. Sono tanto avvezza alla mia sorte, che questa speranza non mi viene più neanche in sogno. Ma mi pareva che avevano permesso al mio Luigi di sposare un'altra. —

— Un'altra, Miutte! e n'eri contenta? —

— Sì! contenta!... — Poi ripigliava: — Lo so, non è permesso, nè io intendo mormorare di una legge santa, che se toglie un bene alla povera Miutte, impedisce chi sa quanti mali.... Ma non sarà colpa se parlo con voi di questo sogno soave che a guisa di celeste benedizione, mi riconciliava colla mia tremenda disgrazia. Io amo Luigi! L'amo adesso più di quel giorno che voi ci vedeste insieme per la prima volta, alle nozze di mia cugina. Ma allora, nel fervore de' giovani anni, inesperta al dolore e piena il cuore di terrene speranze, io non avrei neanche saputo immaginarmi quel bene che oggi gli voglio. Senza accorgermi, più che per lui, io l'amavo per me, e non guardavo che a me.... Adesso comprendo tutto il peso della indissolubile catena ch'egli strascina. Consumare la vita in incessanti fatiche per nutrire tre creature impotenti ad aiutarlo!... Mia madre sempre più vecchia; per la fanciullina verrà un giorno in cui dovrà abbandonarci, perchè chi mai vorrebbe dividere tanta nostra miseria? E così dinanzi agli occhi del poveretto non altra prospettiva che una vecchiaia senza famiglia propria e senza sostegno di sorta. Oh! per lui sarebbe pure stato meglio ch'io fossi a dormire colaggiù nel cimitero!... un'altra donna avrebbe fatto da madre alla mia Annetta, avrebbe diviso i travagli del derelitto, consolata la sua vita: sarebbero venuti insieme a pregare sulla mia fossa, ed io dal Cielo, oh! come li avrei benedetti! Qualche volta questo pensiero mi fa meno rassegnata, e nelle mie ore di malinconia mi viene la tentazione di desiderare e pregare di andarmene.... Al Signore non piace, e sia fatta la sua volontà! Invece dell'angusta sepoltura, egli mi ha lasciata nella mia camera; invece delle tenebre, della solitudine, e della schifosa umidità della terra, io mi ho qui un buon letto, la vista della mia bambina, le cure e l'amore dei miei. Oh, se io potessi godere di questi beni senza che fosse continuo sacrifizio e danno per essi! Bisognerebbe che tutto camminasse come se da lungo tempo io avessi finito.... Già, in questo mondo, io più non sono che come una memoria.... un'apparenza e null'altro! Se io fossi morta e voi avreste potuto dipingere la mia immagine, così come quella della Madonna che ci sta dirimpetto, e l'avreste regalata a Luigi, io son certa ch'egli avrebbe pianto di contentezza e l'avrebbe voluta qui, in questa camera, come un tesoro, a testimonio della sua vita, e a lei dinanzi gli sarebbe stato dolce pregare e parlare di me colla mia Annetta e con tutti i suoi cari! Qui, in questa camera, e invece la mia anima.... Oh! se mi fosse dato essere spettatrice di un poco di bene, vedere intorno al mio letto una famigliuola felice, godere del loro affetto, partecipare a tutte le loro gioie, a tutti i loro dolori!...

E una lagrima le corse rapida lungo la guancia; ma i suoi occhi, animati da sorriso ineffabile, si fissavano nei miei con una tale potenza che io me li sentii nel cuore e per un momento la compresi. In quell'istante di reciproca emozione i pensieri ch'ella mi trasfondeva, a guisa di rugiada di pace, mi quietavano un'antica ferita che fino allora io avevo creduto insanabile.

La mia anima volava incontro ad un'altra anima, ed un capo amato che non sarà più mio posava sovra il mio cuore, e io ne tergevo le lagrime e ne curavo i mali coll'affetto e coll'amicizia di una madre, senza ricordarmi di me....

Povera Miutte! nel gran libro dell'amore tu, in quel giorno, m'insegnavi una nuova pagina, e forse la più bella!

XXI.

L'ALBUM DELLA SUOCERA.

La contessa Giulia era una delle più compite ed eleganti signore della città di C.... Maritata giovanissima al conte Rodolfo Marini, in grazia della ricca dote ch'ella aveva portato in famiglia, in grazia delle sue amabili qualità personali e della cospicua nobiltà del casato di cui era l'unica ereditiera, ella godeva nella società d'una delle più brillanti _posizioni_. Quando fu stretto questo parentado, i Marini, che ne vedevano gli avvantaggi e che lo calcolavano come un colpo di buona fortuna, procurarono con tutti i loro sforzi di rendere gradito alla sposa il nuovo suo stato. Il più bell'appartamento della casa fu tosto ridipinto e riammobigliato; le antiche gioie di famiglia vennero date in mano ad uno de' più esperti gioiellieri del paese perchè le legasse alla moderna in un magnifico diadema, in una collana e in due superbi braccialetti, che dovevano far parere ancora più graziosi i contorni del bel braccio ed il candore del collo giovanile e della fronte serena destinati ad ornarsene. La carrozza e i cavalli, di cui fino allora s'era servita la contessa Eleonora sua suocera, furono cangiati in un ricco equipaggio fatto venire appositamente da Milano e che poteva passare per uno dei migliori del paese; i servi rivestiti di livree nuove e in parte mutati; l'antica cameriera di casa ceduta alla contessa Eleonora, fu rimpiazzata da una giovane che meglio sapesse i misteri della toelette, e che esclusivamente doveva servire alla sposa. Anche nella loro villeggiatura di San Leonardo furono fatti di molti abbellimenti; oltre le mobiglie rinnovellate, fu ridotta in giardino una parte dell'orto che dal lato di mezzogiorno s'apriva dinanzi alla casa, e in fondo si costruì un elegante calidario che riempirono di piante esotiche, le quali, dopo aver adornato nella buona stagione il passeggio della padroncina, dovevano lì raccolte produrre negli ultimi giorni dell'anno i fiori destinati a profumare e a rallegrare le stanze di lei. Si mise alla loro cura un giardiniere che servì ad aumentare la turba dei domestici che in tale occasione venne a popolare quel casino di campagna, fino allora contento al rustico servigio dell'ortolano e di sua moglie. Tutta la famiglia Marini insomma sentì l'avvenimento di questo matrimonio e ne riportò come una specie di lustro.

La contessa Giulia era una bella giovane, bionda, delicatamente educata, che toccava con molta grazia il clavicembalo, dipingeva dal naturale con tinte languide e molto sfumate dei fiori e delle farfallette, instrutta in ogni sorte di ricami, e che in conversazione sapeva brillare adoperando con rara perizia l'accento e le frasi di non so quante lingue straniere. Aveva una scrittura piccioletta e fina fina, che dava grazioso risalto ai gentili periodetti che la sua mano bianca e leggera gettava su d'un foglio profumato della più bella carta di Veinen. Amava la danza, il teatro, i convegni eleganti, forse perchè un intimo sentimento l'avvisava che la maggior parte degli sguardi s'affisavano in lei; ma sapeva velare questo suo trionfo di tanta modestia, che le altre donne l'amavano ad onta di esso e gli uomini trovavano maggior attrattiva nel farle la corte. Simile in ciò alla violetta, la cui fragranza riesce tanto più cara quanto più tra le foglie si nasconde. Dolce di modi, anche in casa ella si faceva amare dallo sposo e da tutti quelli che la circondavano. Il conte Rodolfo aveva ordinato in modo la famiglia, che a lei poco pesavano le cure domestiche. Bastava che pensasse ad abbigliarsi, a divertirsi, a godere la vita. Un suo cenno era tosto obbedito, si spiavano tutti i suoi desiderj, e questa gentile creatura pareva sortita dal destino a passare per questa valle di lagrime, odorando soltanto gli effluvi della rosa, senza mai toccarne le spine. In pochi anni ell'era divenuta madre di due graziosi bamboletti; una fanciullina che appena tocco il quart'anno avevano affidato alle cure d'una Bonne, fatta venire appositamente dalla Svizzera, perchè così senza fatica le insegnasse la lingua francese e la tedesca e ne sorvegliasse l'educazione, che pensava di completare più tardi coi maestri di disegno, di ballo, di musica e di belle lettere. In quanto al maschio, per la sua tenera età viveva ancora sotto la tutela della nutrice. Le visite ch'ella continuamente riceveva e ch'era obbligata a rendere, le cure che doveva alla propria salute; avendo sortito da natura una complessione dilicata, resa ancora più fragile dalla molle educazione ricevuta, complessione che al minimo soffio si squilibrava; la lunga faccenda del lisciarsi, profumarsi, pensare sempre a nuove fogge di abbellimenti e di vestiti, onde comparire in una splendida aureola agli occhi del pubblico, che per l'onore e per il piacere del suo sposo doveva spesso affrontare; assorbivano in tal maniera il suo tempo che assai pochi minuti gliene restavano per godere l'amore dei figli e le dolcezze della famiglia. Ad ore determinate glieli conducevano elegantemente abbigliati, e ciò spesso succedeva durante qualche visita, ond'ella avesse campo di far brillare anche agli occhi altrui quei piccioli miracoletti d'uno spirito e d'una intelligenza precoce, che tanto inorgogliscono il cieco amore dei genitori. Questa giovane dama attraversava così la vita a somiglianza di chi passeggia per un giardino e spicca da ogni aiuola un fiore, intrecciando una lunga ghirlanda che appassirà forse in breve, ma che intanto lo rallegra co' suoi svariati colori e co' profumi, nè gli lascia pensare alla inesorabile stagione che agghiaccerà ben presto sulla terra i semi delle piante, stendendo su tutto il giardino il suo triste mantello di neve. Pure, con tutte le cure che si erano dati per affrancarla dai pesi che nella distribuzione della famiglia toccano alla donna, e con tutte le attenzioni che usava il marito per renderle facile e lieta la vita, c'era un dovere dal quale non poteva dispensarsi, e, benchè lieve, bastava talvolta a spargere il disgusto e la tristezza in qualcuno de' suoi giorni. Nella parte più rimota del palazzo dei conti Marini, in un terzo piano occupava due camere la vecchia contessa Eleonora. Questa donna, che in altra epoca era stata capo della famiglia e che, quantunque non uscita da ricco casato, rimasta vedova in tempi disastrosi, aveva saputo colla sua attività e colla sua saggia economia puntellarne la fortuna; al momento del matrimonio del figliuolo trovò conveniente di cedere ogni padronanza e di ritirarsi in quelle due camerette. Ella aveva compreso, che per una bella e ricca ereditiera, com'era la contessa Giulia, uno degli ostacoli più forti ad accettare la mano di suo figlio doveva essere l'idea di trovar in casa una suocera. Per appianare questa difficoltà aveva spontaneamente migrato dal suo appartamento, ceduto ogni diritto, e, contenta di un tenue assegnamento mensile, viveva in casa, come se non ci fosse. Ma le convenienze volevano che la nuora salisse ogni qual tratto a farle visita, a condurle i nipotini, ad invitarla a discendere nella sala da pranzo nei giorni solenni e qualche altra rara volta in fra l'anno. E queste visite per la giovane erano una gran noia. Quantunque la suocera si mostrasse con lei sempre affabile e dolce, nè si prendesse mai l'arbitrio d'entrare in dettagli sulle faccende domestiche, pure la sola idea della dipendenza era per essa una catena. Questa vecchia vestita continuamente di bruno, alta della persona e punto incurvata dagli anni, quasi sempre silenziosa, i cui occhi meditabondi facevano contrasto col sereno sorriso delle labbra, questa vecchia che portava con disinvoltura adorne le pallide guance de' suoi lunghi capelli canuti, diligentemente pettinati, aveva nel suo portamento un non so che di così nobile e di così dignitoso che imponeva rispetto, e nella sua presenza la contessa Giulia si trovava suo malgrado umiliata. Nei pochi giorni in ch'ella discendeva nella sala da pranzo, a lei dinanzi tutti i convitati si sentivano compresi da riverenza, si dimenticavano di far la corte alla giovane, e, ad onta della poca importanza ch'ella si dava e del suo contegno, ell'era incontrastabilmente la prima e la più rispettabile figura della famiglia. Anche in villeggiatura teneva lo stesso metodo di vita; se non che la maggiore ristrettezza del locale aveva ridotto ivi il suo appartamento ad una sola cameruccia. Sulle prime, soleva la vecchia uscire a far delle lunghe passeggiate per la campagna o a qualche casale delle vicinanze, accompagnata dalla sua cameriera e talora anche sola; ma un poco alla volta era andata diradandole, poi le aveva smesse affatto, e, tranne qualche visita alla chiesa, viveva quasi sempre chiusa nella sua camera. Con questo tenore di vita mancarono in breve le visite che riceveva, e si trovò ridotta così in campagna come in città ad una compiuta solitudine. Tanto più ch'ella schivava di far nuove conoscenze, e le antiche andavano di giorno in giorno mancando, o per morte, o perchè a persone attempate riusciva troppo incomodo il salire le tante scale che conducevano alla sua dimora. Cosicchè spesso, quando in casa Marini, nell'appartamento di gala si sentiva il suono del piano, e una lieta comitiva d'amici faceva corona alla bella contessa Giulia, nelle due camere di sopra era solitudine e silenzio, e dinanzi ad una modesta lucerna vegliava su qualche libro, o col lavoro tra le mani, o scrivendo, la sola tranquilla figura di quest'abbandonata madre di famiglia.

Tra i molti che frequentavano la famiglia Marini c'era un giovane avvocato, una delle più antiche e nello stesso tempo delle più recenti conoscenze della contessa Giulia. A spiegare un tal paradosso basterà narrare come fu stretta cotesta relazione. Ell'era ancora nella casa paterna, quando il suo maestro di disegno, venuto a darle la solita lezione, posò un giorno sul tavolo alcuni acquerelli che portava a casa per ritoccarli e dar loro l'ultima mano. La giovanetta si mise a curiosamente scartabellarli, e gettò gli occhi sur un gruppo di gelsomini dipinti su carta a fondo rosato. Erano tre fiori nati contemporaneamente dello stesso occhio, ma l'uno non alzava più che il calice deserto dalla corolla che, capovolta, era caduta a' piedi del ramo, e i due superstiti collo stelo inchinato e le dilicate foglie quasi conserte in un candido amplesso pareano guardare e piangere insieme quel loro perduto fratello. Ella stette un pezzo assorta a contemplarli. Aveva di fresco perduta una sorellina. Ciò le rendeva immagine del suo dolore; e, quando alzò la bionda testa per chiedere al maestro di chi fossero, una lagrima le cadde dall'occhio. Il maestro le narrò sorridendo ch'eran fattura d'uno studente di legge, il quale, avendo fatta da poco una grossa eredità da una zia che appena conosceva, s'era messo nei mesi di vacanza a studiare il disegno e si piaceva ad attribuire così passioni ed affetti ai fiori; le descrisse una farragine di altri disegnetti dove questo bizzarro giovinotto aveva dipinto or una rosa che si drizza inorgoglita a ricevere il primo raggio del sole, or un'altra che languida piange l'appressarsi dell'inverno le cui brine le han già incurvato lo stelo ed accartocciata la verdura, or due dalie brillanti che si stringono in un bacio confondendo insieme con bell'effetto i petali diversamente colorati. La fanciulla ottenne di trattener qualche giorno l'acquerello, ne trasse una copia in ricamo di cui adornò i cartoncini d'un suo grazioso taccuino, e così lavorando s'inchiodò nella mente il nome del pittore. Le sarebbe stato caro il conoscerlo di persona, ma, pochi giorni dopo, seppe ch'egli era partito per gli esami di laurea e che a un bel pezzo non sarebbe ritornato in paese, perchè si proponeva di cominciar a godere la sua inopinata fortuna con un lungo viaggio. Onde si contentò d'immaginarlo, e per lungo tempo la vaga forma, ch'ella gli prestava in pensiero, venne a ricreare le sue ore di solitudine, finchè, a poco a poco illanguidita, si confuse cogli altri fantastici sogni di quella poetica età.