Part 34
— Adesso, siccome allora, io sento tutto il valore dell'inestimabile tesoro che il signore mi concesse nel darmi cotesto tuo cuore! Non mi sfugge nessuna delle tue dilicate premure, nessuna delle tue continue attenzioni.... Veggo tutto il bene che tu mi vuoi.... Pure, Battista, invece di esserti grata, io ti ricambio oggi coll'amareggiarti!... Gli è che dopo quel che ho veduto co' miei propri occhi, mi pare che noi siamo cattivi! e che io ne ho la colpa, perchè fin adesso non ho pensato che a godere.... Oh, se, invece di contentare i miei capricci, tu avessi speso quel denaro nelle case dei nostri poveri coloni!
— Erano lavori di lusso, diss'egli; hanno peraltro impiegato molte braccia, e dato il pane a molte famiglie....
Ma alla Cecilia pareva, che se quegli operai, invece di costruire una grotta, un castello, i chioschi, e i tanti abbellimenti del suo giardino, avessero lavorato nelle case dei contadini, il loro pane sarebbe venuto fuori allo stesso, e non poteva quietarsi, e finchè v'era tra' suoi affittuali chi pativa di freddo, o mancava di spazio, quelle tante vanità della moda che le stavano d'intorno, le pesavano sul cuore, e sentiva rimorso de' suoi divertimenti come se fossero stati procacciati col sangue e colle lagrime del povero. Parlarono a lungo, e in quella stessa notte stabilirono di migliorar subito l'abitazione della Margherita. Colla sollecitudine e colle delicate attenzioni di due figli affettuosi provvidero a tutti i suoi bisogni, e la buona donna, che li aveva sempre amati con viscere di madre, nel vedersi adesso contraccambiata, godeva di tanta felicità, e non sapeva più neanche ricordarsi della passata trascuranza. Dopo quella festa, la casa del conte Battista assunse come una specie di aspetto severo. Comparivano di rado ai pubblici spettacoli, e la toeletta della contessa s'era fatta più semplice e più modesta. In quella vece, appena comparsa la primavera, stabilirono il loro soggiorno alla campagna, e il villaggio cresceva e ringiovaniva a colpo d'occhio: diverse fabbriche nuove erano surte come per incanto, le vecchie venivano riattate, in poco tempo spirava in quei dintorni come un'aria di agiatezza e di ben essere che consolavano il cuore. Era bello allora per la Cecilia, goder del lusso di che la circondava l'amore del marito, e le loro gioie s'erano fatte più pure e più serene, perchè sentivano entrambi d'essere benedetti ed amati.
XIX.
LA COGNATA.
Era una bella sera d'autunno; l'ultimo riflesso del sole dava nelle invetriate, e faceva sorridere le rose del Bengala, che in leggiadri mazzolini penzolavano dinanzi alla finestra, leggermente commosse dalla brezza vespertina. Dinanzi a quella finestra stava seduta al lavoro Teresa, ma, colle mani abbandonate sul grembo, si aveva lasciato cadere il ricamo, e la sua bella fronte corrugata pareva ravvolgesse tristi pensieri. Sul sofà a lei dirimpetto era adagiata la suocera, e finiva di recitare l'ufficiuolo della Vergine. La dolce poesia di quell'ora passava inavvertita ad entrambe. La vecchia, nel fervore della sua divozione, non aveva occhi per guardare alle bellezze del tramonto, o forse dinanzi alle sue chiuse pupille splendevano imagini di un tramonto più bello consolato da celesti speranze. Ma qual era la spina che trafiggeva il cuore della giovane? La luce queta, che così amabilmente le accarezzava la bionda testa, perchè non aveva potere in quella sera di rasserenarla e aprirle sulle labbra il consueto sorriso? — Ell'era la compagna del primo dei figli della suocera; di fresco s'era ammogliato anche il secondogenito, ed ella aveva accolto in casa la cognata col cuore e colle braccia aperte. I fratelli fra loro si amavano, ed amavano la madre, e tutti i progetti di felicità della Teresa consistevano nel conservare questa dolce armonia, e nel trattarsi con confidenza e con reciproca amicizia. Il suo marito aveva dovuto la mattina recarsi alla città, e la nuova venuta, con poco delicato riguardo, aveva concertato per quel giorno una gita di piacere, ed era uscita collo sposo senza dirlo a lei; anzi, quasi mostrando di schivarne la compagnia. Al suo cuore amoroso, che non sapeva godere se non in unione de' suoi cari, quest'era una crudele ferita. E perchè il dolore è come fonte perenne che a disseccare non giova l'attignere, così ella, meditandolo, s'empieva l'anima di sempre nuove amarezze. Riandava tutti gli atti, tutte le parole della cognata; e ciò che prima aveva interpretato a bene, adesso le aveva un senso funesto. Le pareva, che quella giovane non fosse venuta in casa coll'idea di fondersi nella famiglia, che con tanto affetto l'aveva ricevuta nel suo seno; che non avesse l'intenzione di far suoi nè i loro dolori, nè le loro gioie. Scopriva adesso che il suo contegno era studiato, e che sotto il velo di modi gentili e benigni si nascondeva una crudele freddezza. Si ricordava di un giorno in cui avevano ricevuta la visita di alcuni cari amici, ed ella, nell'effusione della sua anima contenta, s'era lasciata andare a stendere le braccia alla cognata come per istringerla al cuore, e farla partecipare a quella pura gioia di famiglia: era stata civilmente respinta, e il ghiaccio di quell'atteggiamento, schivo e quasi disprezzante, le tornava adesso in mente, ed era come mettere il dito in ferita che non abbia ancora rimarginato.
Dopo che vivevano insieme, esse si avevano dato assai pochi baci. Qualche rara volta per convenienza, per dovere; ma colla tenerezza, coll'espansione di due amorose sorelle, oh cotesto ella non osava neanche sperarlo! Avevano comune la vita, ma no l'affetto. E quella povera vecchia ch'ella vedeva lì pregare, oh! anch'ella non era amata. Attenzioni, premure suggerite dalla riflessione, ma non dal cuore. Forse quando si avrà bilanciato il diritto e il rovescio dello stato che si abbracciava, nel novero dei pesi a cui bisognava pur rassegnarsi, saranno entrate la suocera e la cognata!... Forse quando la campana del villaggio suonerà il mortorio di quest'affettuosa madre di famiglia, e i suoi figli piangeranno la sua ultima dipartenza, e la casa sarà nel lutto, in mezzo alle lagrime, troverassi un cuore che potrà sentirsi sollevato d'una parte de' suoi pesi...! E l'anima contristata lasciavasi andare a sempre più meste fantasie, e non vedeva l'ora che tornasse il marito, per poter piangere tra le sue braccia e disfogare un poco l'amarezza da cui sentivasi così crudelmente oppressa.
Picchiano, ed entra una donna, curva per gli anni, macilente, imbacuccata la testa in un sudicio fazzoletto, e la misera veste, che la copriva, lasciava trasparire la forma della magra persona. Credevano che volesse l'elemosina; ma ella chiese di parlare colla padrona. Quando fu nella stanza, guardava intorno a sè curiosa tutti gli oggetti, e le sue labbra ammencite si componevano ad un impercettibile riso d'ironia, che tradiva l'umiltà de' suoi atti e l'affettata mansuetudine del suo volto. La Teresa, che più d'una volta aveva veduto con quanta benevolenza la suocera accoglieva i poverelli e lasciava che venissero a narrarle le loro disgrazie, accostò una sedia, e fe segno alla mendica che vi si accomodasse. Questa si mise in faccia alla padrona di casa, e per alcuni istanti si fissarono entrambe con grande attenzione.
— Non mi conosci?
— No, davvero!
E continuava ad osservarla attraverso gli occhiali.
— Non ti ricordi più di me? Guardami bene.... sono passati tanti anni, tante sventure! nondimeno, possibile ch'io ti sia affatto uscita dalla memoria?
— E siete...?
— Paola! la tua cognata!...
A questo nome la suocera diè un grido, e gettati gli occhiali, si guardarono entrambe con una così tremenda espressione di odio, che la giovine si sentì rabbrividire. L'una, sotto la maschera di un viso pietoso, composto a forzata dolcezza, pareva il serpente che già pregusta gli spasimi della vittima, ch'è venuto ad avvelenare; l'altra, percossa all'improvviso da una funesta memoria, non aveva avuto tempo da domare l'impeto dell'anima conturbata, e quel nome, come scintilla caduta in mezzo alla polvere, aveva in un momento rideste le antiche passioni del suo cuore; e quella faccia accesa, quegli occhi quasi fuori dell'orbita, quella persona tutta tremante per l'ira, incutevano spavento. Sul tavolo stava ancora aperto l'ufficiuolo della Madonna; la sua mano convulsa, teneva ancora il rosario che con tanta devozione aveva poc'anzi recitato; i suoi capelli bianchi indicavano già vicino il sepolcro: erano entrambe sull'ultimo confine della vita, e l'odio tuttora vivo.... Cinquant'anni di lontananza e di sventura, non avevano avuto forza di placarlo: erano tornate giovani entrambe per risentir tutto il furore di questa brutta passione; e la sola morte poteva forse quietare il battito di que' due cuori esulcerati.
Esse avevano vissuto un tempo insieme in quella medesima casa. La Paola vi era nata: vide con occhio invidioso entrarvi la sposa del fratello prima ch'ella s'avesse trovato un marito. La bellezza della cognata, i riguardi che le si usavano, infine il suo ricco corredo nuziale, che non le lasciava in nessuna maniera la speranza di poterla eguagliare, le erano tante trafitture. Cominciò a vendicarsi col far ricorso a tutti quei piccioli dispetti che sanno soltanto le donne. La malevolenza fu reciproca, e per alcuni anni, esse divennero il martirio l'una dell'altra. Finalmente la Paola trovò marito; si lasciarono senza che il rancore dei loro cuori fosse estinto. Parve che la fortuna s'incaricasse ben presto della punizione d'entrambe, perchè l'una in capo a pochi anni rimase vedova; la Paola, andata a vivere in paese lontano, senza amicizie di sorta, nel seno d'una numerosa famiglia che l'accolse come una straniera, pagò ad usura le lagrime che aveva fatto versare. Dovette uscirne col marito e co' figli. Dopo molte crudeli disavventure, dopo aver cambiato più volte di domicilio, si trovò, negli ultimi anni della sua vita, vedova, senza figli, e ridotta a mendicare un tozzo di pane. Allora si ricordò della casa paterna, e risolse di finalmente subire la tremenda umiliazione d'implorare la carità della cognata. La sola religione potè indurre questa a non negarle soccorso; ma era uno sforzo di virtù, a cui il cuore terribilmente ripugnava, e il beneficio stesso, fatto senza affetto, senza nessuna compassione, diveniva tanto amaro, che pareva una specie di vendetta.
La Teresa, testimonio di questa scena deplorabile, intravide l'abisso, dove potevano condurla i suoi propri sentimenti. Fremette di orrore, e si propose di estirpar subito dalla sua anima il germe funesto dell'odio, e di aprirla in quella vece alle dolcezze ineffabili di un generoso perdono.
Quando tornò suo marito, uscirono insieme incontro a' cognati. La notte era placida, lo splendore della luna si diffondeva amorosamente sul verde dei campi già irrorati dalla rugiada, come la carezza di un amante che perdona alle lagrime della sua bella pentita.
Le loro anime assaporavano la soave voluttà del trovarsi di nuovo insieme dopo un giorno di assenza. La dolce effusione dell'amore li faceva buoni, e discorrevano del come rendere meno amara la sorte della sventurata ch'era venuta a rifugiarsi nella loro famiglia. Non vedevano l'ora d'incontrare gli altri due per metterli a parte del loro progetto. Finalmente li videro venire, e la Teresa corse ad abbracciare la cognata e a raccontarle la venuta della infelice. Si unirono tutti e quattro nel pensiero del bene, e l'affetto e il benefizio, che volevano insieme versar su quel misero capo disgraziato, strinsero fra essi i santi legami del sangue. In quell'ora si sentirono veramente fratelli, e fu il principio della domestica felicità che il Signore aveva loro riserbata.
XX.
LA MALATA.
Avevo una giornata cattiva. Mi ero alzata col sole; ma il sole era malinconico; pioveva i suoi raggi sul verde dei campi, così offuscati, così languidi come se fosse stata l'ultima carezza di un malato o il sorriso di una speranza che fugge. Il baluardo delle Alpi che accerchia da tre lati la pianura del mio paese, mostravasi vicino, e tutte le fonti dei torrenti che la corrono, fumavano sollevando gruppi di nubi in forma di piramide dalla Piave fino all'illirico Isonzo. Anche dalla parte della marina cominciava ad ottenebrarsi, e quei vapori in breve congiunti davano segno evidente di pioggia.
Io sento l'influenza d'una giornata serena, così come d'una tempestosa, e spesso i miei pensieri prendono colore dall'aspetto esterno della natura che mi sta d'intorno. Forse era questo il motivo della mia malinconia; e, come le nubi nell'atmosfera, mi venivano sopra le tristi memorie del passato e coi loro fantasmi mi turbavano il cuore. Io pensavo a molti crudeli disinganni, al sorriso bugiardo di tanti idoli che avevano allegrato la mia povera vita, e adesso disfiorati di ogni poesia mi stavano dinanzi nella loro nuda realtà: pensava ad un ultimo sogno le cui amabili visioni, simili ad innamorati serafini che vengono dai padiglioni dell'Eterno, mi avevano aliato d'intorno riempiendomi l'anima di gioie celesti, e al tocco della sciagura disparivano come il sole di quel giorno già ottenebrato dalle nubi. Sì: la sciagura era stata la pietra di paragone che aveva infranto il castello dorato di una santa speranza.... ed io provavo tutto l'amaro della delusione, come l'infelice ch'ha in serbo un tesoro pel dì del bisogno, e gli è stato involato, e non gli resta tra le mani che il meschino ed inutile involucro in cui lo aveva riposto.
Piovigginava; e la mia anima si faceva sempre più tetra e scoraggiata e dolente delle contradizioni e delle umane fralezze; e' mi pareva quasi di aver perduto la fede nel bene.
Una donna mi parlò a lungo della povera Miutte, e seppi con certezza, ch'ella mi avrebbe veduta volentieri, che anzi da molto tempo mi desiderava, e che la mia visita non sarebbe nè male interpretata, nè avrebbe recato confusione o disturbo di sorta. Sono nove anni ch'ella patisce inchiodata in un letto dal quale pur troppo non uscirà che per entrare nel sepolcro. Vi parrà strano, che in tutti questi nove anni io non le abbia mai fatto una visita. Ci sono dei dolori che incrudeliscono alla vista di chi ci conobbe felici, e per disgrazia l'ultima volta ch'io vidi la Miutte fu in un giorno di nozze. Ell'era in allora una assai bella giovanetta, bella al pari della sposa e lieta forse più di lei. Sedeva al banchetto, al fianco del suo giovane fidanzato, e tra pochi giorni anche a lei era riserbata la gioia di veder consacrato il suo amore dinanzi all'altare, ma senza che perciò fosse obbligata all'abbandono de' suoi; ch'ell'era unica figlia, e avevano stabilito di maritarla in casa, e le lagrime della sua cugina nel congedarsi dai parenti ella non le avrebbe versate. Aggiugni, che a non voler entrare la casa del povero sotto quell'aspetto di autorità, o di prepotente beneficenza che romperebbe con esso per sempre ogni legame del cuore, ci vogliono pratiche assai più delicate e più fini riguardi che non a varcare le soglie dei ricchi: e poi la sventura ha anch'essa il suo pudore, non è più concesso tergerne le lacrime alla mano incauta che una volta l'offese.
Già da alcuni anni era mancato il padre della povera Miutte; la sua bambina aveva imparato a conoscermi, e tutte le volte che la incontravo correva spontanea a darmi un bacio: ciò un poco alla volta mi aveva fatto amici il marito e la madre di lei; ed ora ella stessa, la malata, mi chiamava al suo letto.
Ci andai subito benchè piovesse. Una misera casuccia da sottani, la scala oscura e in cattivo stato, la cameretta sotto a' coppi, colle travi e colle pareti annerite dal fumo della sottoposta cucina; non altri arredi che un trespolo, una vecchia cassa, due bigonce che servivano da sgombratoi e una Madonna di carta, attaccata coll'ostia al muro, sulla quale pendevano incrociati il ramo dell'ulivo pasquale e la candela benedetta; ella nel suo letto nuziale, coperta da un nitido lenzuolo, la cui bianchezza faceva contrasto colla tinta oscura e affumicata di tutto ciò che le stava d'intorno. Dalle finestrelle spalancate vedevasi il verde dei campi, come un ampio tappeto a cui metteva confine la ridente catena di colli che vanno da Butrio a Manzano, e sul davanzale d'una di queste finestrelle una cassetta con tre balsamine in fiore, la cui bellezza inodorosa rallegrava gli occhi della malata senza offenderne i nervi dilicati e convulsi.
M'assisi vicino al suo capezzale, e guardava commossa a quella povera creatura, ch'io mi ricordavo d'aver veduto in tutto lo splendore della giovinezza. Anch'ella si ricordò di quel giorno di nozze, e ne riandava i più minuti particolari, e faceva il confronto d'allora col suo stato presente, ma con pace rassegnata; ma con un sorriso sulle labbra che pareva quello d'una santa. Mi raccontò l'origine della sua malattia. Ell'era divenuta madre quasi contemporaneamente alla giovane sposa al cui banchetto nuziale avevamo insieme assistito. Correva un inverno perverso: spiravano continuamente venti burrascosi, e per le strade la neve montava sino al ginocchio. La sua cugina, esile della persona e di tempra assai delicata, non aveva latte che bastasse a nutrire il bambinello.
In casa di contadini che per la loro condizione son usi a considerare la forza e la salute siccome merito, questa era una disgrazia che copriva di rossore la poveretta, che non aveva loro apportato in dote qualità così necessarie e cotanto apprezzate. Ogni notte in secreto veniva la Miutte ad allattare l'affamata creaturina ed a supplire per l'amica ai doveri di madre. Fidata nella sua gioventù e nella sua fiorente robustezza, benchè fresca di parto, attraversava la neve e con ispensierata generosità si esponeva ad ogni intemperie.
Il ripetuto strapazzo portò i suoi frutti. Troppo poveri per ricorrere di proposito alla medicina, usarono da principio dei suggerimenti di ignoranti femminette, e solo quando aveva ella già affatto perduto l'uso degli arti inferiori chiamarono il dottore. Fu tarda e inutile ogni sua prova.
— Il buon dottore, diceva la Miutte con quel suo angelico sorriso, il buon dottore ha fatto di tutto per guarirmi, e benchè oramai non ci sia più speranza di sorta, viene lo stesso a visitarmi, ed anche l'altro giorno è stato. Oh quanto bene mi fa a vederlo! Vorrei essere una ricca signora per potergli dimostrare la mia gratitudine. Ma tutti i giorni io prego per lui e fo pregare questa mia innocente bambina. Non è vero, Annetta? — soggiungeva volgendo l'affettuosa parola alla fanciulla, che, inginocchiata sul trespolo vicino al suo capezzale, con grazia infantile le stava lisciando i capelli. — Adesso son io diventata la bambina della mia Annetta. Ella mi pettina, mi acconcia le lenzuola, mi porge da bere, mi dà la pappa.... perchè io non posso più muovere le mani. —
Era troppo vero. Quel misero corpo rattratto, e tutto in un gruppo come un gomitolo, era impotente a qualunque movimento. Appariva come un'erma dolorosa a cui siano state tronche tutte le membra. Il lenzuolo rialzato da due bastoni per impedire che la toccasse, lasciava scorgere le costole storpie e sollevate fin sotto al mento, e su quell'informe tessuto di ossa e di muscoli le braccia contorte si posavano immobili, e le sole dita della mano destra potevano ancora afferrare una sottile verghetta rimonda dalle foglie eccetto che nella punta, dove facevano mazzo, colla quale ella s'andava leggermente cacciando le mosche. Non aveva che la testa. Pur quella testa era bella ancora. Anzi, a' miei occhi, più bella di quando la vidi l'ultima volta. Pulitamente pettinata, aveva conservato tutto il ricco tesoro de' suoi bruni e rilucenti capelli; e sulla sua fronte serena pareva che si fosse risvegliato un raggio di fina e nobile intelligenza che prima non era. Illanguidite le rose delle guance, temprato lo splendore delle nere pupille, fatta più affettuosa, più gentile l'espressione delle labbra non per anco appassite, benchè più pallide, tutta la sua fisonomia aveva come acquistato un non so che di etereo, di spirituale.
Con una certa ingenuità quasi infantile ella mi narrava de' suoi piaceri. In quello stato, in mezzo a tutte quelle sofferenze, con tutte quelle privazioni mi parlava di piaceri!... Teneva le finestrelle continuamente aperte, perchè diceva che l'odore dei campi veniva a rallegrarla ed a ridestarle nella memoria le ore felici de' suoi dì trascorsi; e benchè da nove anni chiusa in quella tomba, distingueva ancora la voce dei passanti per la via a lei noti, e mi narrava con riconoscenza di un giovane suo coetaneo, il quale, ogni volta che passava per andare nel campo vicino, la salutava, ed ella ne conosceva da lungi la pedata, ed era lieta di quel saluto come di regalo, e pregava per lui e per tutti i suoi cari....
Aveva nella stanza un pulcino addomesticato in modo che ad una sua chiamata le veniva a beccare sul letto.
— Gli è il mio compagno di sventura, diceva. Mia madre quest'anno ne ha fatto nascere una numerosa covata e vanno a pascolare nel verde; ma questo me l'ho scelto io, ed è qui prigioniero con me, e mi consola nelle mie lunghe ore di solitudine. —
Poi subito rasserenata: — Ho anch'io i miei _lussi_, soggiugneva. Intanto ogni giorno voglio una verghetta nuova per cacciarmi le mosche, e senza nessun riguardo mando a prenderle nella siepe vicina, ed i proprietari non fanno opposizione perchè si tratta della Miutte. Bisogna vedere quando viene il parroco a trovarmi, o quando mi portano la comunione: allora voglio sul letto i miei be' lenzuoli bianchi, e mi fo mettere al collo una pezzuola che mi ha comperato a Palma il mio povero uomo; una pezzuola che potrebbe dire a qualunque signora, tanto è di buon gusto.... ed io amo le cose belle, e i bei colori!... Se vedeste come l'Annetta m'infiora la camera in quei giorni! ma di fiori di prato, di fiori innocenti che non hanno fragranza, perchè gli odori non li posso patire. Oh!... a proposito della comunione, fatemi una grazia: venite anche voi domenica ad accompagnarla, ed inginocchiatevi qui, presso al mio letto, colla vostra candela in mano, e pregheremo insieme! —
Glielo promisi. Sua madre intanto mi raccontava della sua angelica bontà, e come soffriva sempre senza lagnarsi, e come era di tutto contenta, e che nella stagione dei lavori eglino talvolta andavano nei campi e la lasciavano sola di molte ore, ed anche succedeva che nel fervor delle faccende si dimenticassero di lei, ed ella patisse di sete, nè mai per questo un rimprovero; ma sempre al loro ritorno la trovavano lieta.
Ella s'accorse di queste lodi, e impensierata: — Mia madre è indulgente, disse, e non si ricorda più, come in principio sono stata anzi ben cattiva! Oh! io piangevo, piangevo le intere giornate e non potevo rassegnarmi.... ma il loro affetto mi ha consolata. Il mio povero uomo lavorava tutto il giorno per mantenerci, e mai che abbia voluto andar a dormire via di qui, ma talvolta stava su le intere notti per assistermi.... e poi essi non mi lasciano mancar di niente. Fino il caffè! Ma sapete che dopo che la Salvina ha fatto l'ultimo vitellino, io m'ho bevuto del caffè nel latte almen cinque volte! E come mi piace! Gli è ch'io mi vo facendo ogni giorno più alla signora e prendo gusto a tutte le vostre dilicature. Una cosa sola mi amareggia: quel non poter più muover le mani a nessun lavoro. E intanto l'Annetta cresce, e non v'è chi le insegni nè ad agucchiare, nè a darsi un punto, perchè mia madre, oltre che non ha tempo, oramai è fatta vecchia e gli occhi non le servono.
— Senti, Miutte, le dissi, viene l'inverno, e dal tramonto al coricarsi ci sono parecchie ore di ozio; vorresti che l'Annetta venisse da me, e io le insegnerei a far le calze a suo padre, a cucire una camicia, e, se sei contenta, anche un pochino a leggere? —
— A leggere! — gridò la fanciullina, e mi corse in braccio, e nella ingenuità del suo affetto voleva ch'io la baciassi. La madre non rispose; ma le tremavano le labbra e lagrimava consolata.