Part 3
— Su, madonna, disse, portate un cucchiaio e una tazza d'acqua. Ma come faremo, continuava, a provvedere che venga bene assistita questa povera fanciulla? Bisognerebbe cambiarla di biancheria, farle del brodo; e qui in casa, o non hanno, o non vorranno, e se ci fidiamo di loro.... Dite, madonna, diss'egli alla femmina che ritornava, chi assisterà quest'oggi la malata?
— Che c'è da fare? rispos'ella. — Allora il dottore prese Giacomo in disparte, e restarono intesi di mandar tosto a chiamare una brava donna del villaggio che faceva da levatrice, e che questa assisterebbe la malata, senza che quei di casa s'impicciassero nè punto nè poco. Indi tornato al letto di lei, le fece prendere la pillola. Più non delirava, ma non era peraltro in sè, e mostravasi abbattuta. Giacomo la chiamò più volte per nome; ella non fece che aprire i suoi grandi occhi languenti, lo fisò come mentecatta, e poi di nuovo assopì. Venne intanto la Maddalena, il dottore le diede i suoi ordini, le lasciò il proprio orologio perchè fossero eseguiti colla massima esattezza, e partiva accompagnato da Giacomo, che non sapeva come ringraziarlo, se non col pregare per lui e consecrargli tutto sè stesso.
III.
Nel dimani, prima che il sole avesse superato le pendici del monte Marianna, Giacomo era di già un'altra volta a Cedarzis. Attraverso frane, grebbani e siepaglie, egli avea tenuto la via più breve, e spuntava sull'altura che cuopre a settentrione il villaggio, quando udì sonare a distesa il campanello che precede la comunione agl'infermi, e poi giù tra il verde vide le torce, la bianca ombrella del Sacramento e una riga di lumi e di donne devote, che col fazzoletto sugli occhi e le mani giunte seguivano pregando ed alternando con voce sottile le litanie al grave salmeggiare del sacerdote e dei pochi che lo accompagnavano. Portavano il Signore alla Rosa. A quella vista sentì nel cuore un subito affetto e un desiderio di preghiere, e corse ad unirsi alla processione, e coll'anima purificata da immenso dolore pregava per lei.... Pregava che il Signore gliela ridonasse! Giunto alla casa del mandriano, entrò il sacerdote con pochi, tra' quali Giacomo. Gli altri s'inginocchiarono sulla via, e pregavano sommessi. Nella cameretta di lei avevano apparecchiato un tavolino coperto da una tovaglia da chiesa con suvvi due candele accese e il secchiello dell'acqua santa; Maddalena, la padrona di casa, Giacomo, il sagrestano, e i due che portavano le torce, inginocchiati facevano corona al letto. La malata aveva sul capo il suo fazzoletto da festa, teneva gli occhi chiusi, le mani giunte, e nella semplicità della sua fede pregava in silenzio. La sua faccia era pallida, abbattuta, ma serena; i graziosi ricciolini che solevano contornarla, ora distesi e negletti volitavano in tenui liste sulle tempie e lungo le guance. Quando sentì la voce grave del sacerdote annunziarle la pace, adunò tutte le sue forze e fece come un moto per sollevarsi incontro al Signore che veniva a visitarla; indi con più divozione strinse le mani, e al chiarore delle torce fu veduta correre sulle bianche sue gote più di una lagrima. Cogli occhi sempre chiusi aprì le labbra pallidissime, e ricevette l'Agnello che toglie i peccati, chinò la fronte, e dentro a sè raccolta pregava con grande affetto. Spensero i lumi e partirono: solo Giacomo era rimasto, e colla faccia nelle palme inginocchiato a' piedi del letto piangeva in silenzio. Di lì a qualche poco Rosa s'accorse di lui.
— Giacomo? diss'ella, siete proprio voi?
Egli si alzò, ma non poteva proferire parola.
— Oh! se sapeste quanto ho pianto per paura di morire senza vedervi! — e gli porse la mano, e quelle mani affettuosamente congiunte più si dicevano di quanto avrebbe saputo la lingua. — Nei giorni passati, continuò Rosa, ho tanto pregato la Vergine e i Santi che vi mettessero in cuore di tornare al vostro paese, e questa notte mi siete comparito in sogno: eravate seduto lì — e additava il posto che Giacomo aveva tenuto durante il suo tremendo delirio; — ero così contenta di vedervi!... Quando mi sono svegliata questa mattina e che mi sono accorta d'aver sognato, ho sentito una tale amarezza!... Non ho potuto tranquillarmi, se non nel momento della comunione. Mi parve allora che il Signore mi promettesse che vi avrei riveduto in paradiso.... Ah! Giacomo, e voi siete qui!... Mi farete una grazia? chies'ella dopo alcuni minuti di silenzio.
— Potete credere! disse Giacomo tutto commosso.
— Dopochè voi lasciaste il paese, ne ho patite tante....
— So tutto, interruppe egli, mi hanno raccontato....
— Or bene. Mio padre non voleva che venissi qui, e crede che io non lo ami! Gli ho fatto dire che sono ammalata....
— Ed è stato a ritrovarvi?
Rosa fe' cenno di no, e le si annebbiarono gli occhi.
— Pur troppo morrò senza vederlo! diss'ella dopo un altro momento. Mi dorrebbe, ch'egli credesse ch'io fossi partita da questo mondo serbando rancore contro di lui.... e voi, Giacomo, avete a farmi la grazia d'andarlo a trovare. Gli direte ch'io l'ho sempre amato come quando ero picciola e che viveva la mia povera madre, gli porterete quel po' di danaro che mi viene del mio salario, lo bacerete per me, e voi contategli con quanto dolore vada sotterra priva della sua benedizione e del suo perdono.... — In quella entrò Maddalena con una scodella. Si accorse che la malata era commossa, e non le parve bene; fece viso arcigno, e mentre col cucchiaio andava freddando il brodo.
— Bisognerebbe, disse a Giacomo, che arrivaste da Galante per farvi dare quel paio di lenzuola e quella copertina che dicevano ieri sera; e poi qui ci vuole della carne.... — E andava ricordando al giovane diverse faccenduole e spese da farsi tanto da torselo dai piedi. Giacomo intese, e salutata la Rosa, se ne andava.
— Ricordatevi di tornare! diss'ella.
— Sì! borbottò la Maddalena, faremo un altro piagnisteo, e così la febbre tornerà da capo.
La malata prese con molto piacere quel brodo, poscia dolcemente s'addormentò. Quando venne il dottore a visitarla, si mostrò ilare, parlò di buon umore, il suo polso era quasi senza febbre. Verso sera ei fece di nuovo ritorno. Trovò rinnovato l'accesso, ma però dalle riferte della Maddalena capì che il delirio s'era spiegato più tardi e men feroce della sera innanzi. L'ammalata aveva il viso straordinariamente acceso, sicchè pensò all'applicazione delle sanguisughe alle tempie. Tra il mandarle a prendere, l'applicarle, una nuova prescrizione di chinino, e l'insegnare a Maddalena come doveva regolarsi in quella notte e nel dimani, fece sì tardi, che per quella sera dovette rinunziare alla sua solita partita di Arta.
IV.
Il dì seguente, era domenica; quantunque si fosse innanzi colla stagione, faceva bellissimo tempo, e il dottore con alcuni amici pensò di fare dopopranzo una passeggiata sino alle fonti, e così visitare tutti ad un tratto i suoi ammalati; almeno quelli a cui era permesso di venir soli ad attignere le acque salutari. Quando furono sul ponticello dirimpetto ad Avvosacco, scorsero il bacino circondato di gente; v'erano delle signore sedute sulla panca, e qui e colà tra le ghiaie del torrente apparivano delle brune macchiette di chi andava, di chi veniva, o di chi gironzava, sicchè compresero che non avevano sbagliato, e che tutti com'essi avevano saputo approfittare della lieta giornata. Anche la Massimina era venuta, e la sua toletta, benchè semplice, era alquanto più ricercata del solito. Aveva un vestitino alla religiosa, liscio, di forme svelte, e minutamente quadrigliato bianco e verde, con sul capo a mo' di cuffia una pezzuola di raso nero adorna di trine: una bella dalia fresca color scarlatto, posata con leggiadro capriccio dall'un dei lati, accresceva il pallore di quel volto, ed i suoi occhi quasi sempre abbattuti, or pel contrasto di quel fiore vivacissimo parevano ancora più smorti, e più languidi. Quando vide il dottore fu prima a salutarlo, e la madre in tuono di gentile rimprovero:
— Bravo! gli disse. E che fu ieri sera di voi? Noi vi abbiamo aspettato sin tardi....
— Signora, rispos'egli, ho dovuto trattenermi a Cedarzis per una malata — e narrò di Rosa.
— Ieri sera, disse un'altra signora, abbiamo progettato una piccola gita, e speriamo che voi pure sarete della brigata.
— Si! sì! anch'egli, replicarono due vispe ragazzine, che alla sola idea di già tripudiavano; ed egli deve persuadere a venirci la signora Massimina che fa la ritrosa....
— Ma di che si tratta? chiese il dottore.
— Qui la signora N***, disse un giovinotto, ha proposto di far dimani una passeggiata sino a San Pietro....
— Partiremo tutti _in corpore_, continuava un altro, e dopo ammirata e visitata in ogni angolo l'antica cattedrale, ci ritireremo sul praticello dietro la chiesa donde si vede il tramonto, e là, seduti in faccia a quella superba prospettiva, vogliamo goderci una lieta merenduccia.
— Il progetto non può essere più bello, rispose il dottore; ma temo di non poterne approfittare, perchè ho molti ammalati; — e guardava Massimina e coll'occhio pareva che la scongiurasse a guardarsi da un simile strapazzo. La povera giovinetta aveva ben compreso che il salire quel monte e l'esporsi all'intemperie d'una cena all'aperto non era piacere per lei, e vi si era rifiutata; ma nella gentilezza della sua anima avrebbe voluto che ne godessero almeno gli altri, sua madre, il dottore, e che nell'andarsene non fossero amareggiati dall'idea ch'ella restava. Perciò mostravasi lieta, e coi più cortesi modi cercava di far sì che il progetto venisse consolidato e che tutti ne approfittassero. Intanto il sole si raccoglieva nel verde degli abeti che incoronano la cima del monte di Fiellis. Era un di quei solenni momenti della natura che si fanno sentire nell'anima. La luce infranta dal folto degli alberi si spandeva più dolce, e i pratelli e i boschi che vestono il dorso delle ridenti montagne dirimpetto a Fiellis, per la fusione delle tinte e per la quietezza del lume apparivano come più freschi. Al di là della via che va a Paluzza, il tratto di fertile campagna che lieve s'inchina da Piano ad Arta era ancora illuminato, e quelle fiorenti biade parevano un tappeto di soffice verzura su cui tranquillo si riposava lo sguardo. A sinistra sulla più elevata pendice l'antica cattedrale col suo coperto di piastre, colle invetriate rutilanti di luce, e coll'ardito campanile che si slancia al cielo come un sublime pensiero, Zuglio più basso tra le rovine, e lungi, dove finiva la vista, Terzo quasi avvolto nella nebbia; a destra Arta candida nel grembo di tre verdi montagne, e Piano ed altre villette sparse qua e là nei punti più fertili della vallata, componevano un quadro, che veduto in quell'ora era veramente magnifico. Aggiugni il torrente le cui acque fragorose spandevano freschezza ed armonia, aggiugni il delicato effluvio dei ciclami misto al profumo di mille piante resinose che ti veniva alle nari con quell'aria sì pura e sì viva, onde senza saperlo tutti sentivano l'influsso della bella natura che li circondava, e la contemplavano assorti in religioso silenzio. Venne a trarneli una _carniela_ che fu udita intonare sulla cima del monte vicino. Non arrivavano a discernere le parole: lor giugneva soltanto la cadenza, e quelle voci giovanili e quelle note semplici e prolungate scendenti dall'alto, e all'aperto, erano una musica ch'entrava nel cuore. Da lì a poco scoprirono due donne che venivano giù per que' grebbani leste e quasi saltando; s'assisero e di nuovo cantavano. Questa volta udivasi chiaro
Olin gioldi l'alegrie Come zovins che no sin; Sunerà l'avemarie Dopo muartis che sarin.
Sia che quel canto armonizzasse colla disposizione degli animi, e colla gentile malinconia dell'ora, tutti lo trovarono bello, e fuvvi chi osservò come la Carnia, produttrice di acutissimi ingegni, ricca di tradizioni popolari, di memorie nazionali, di ruderi consecrati dalla storia, paese così eminentemente poetico; con un dialetto armonioso, particolarmente in bocca alle sue donne, pure non aveva un poeta. Ella vantava in Francesco Janis un bravo giureconsulto, in Ermagora un riputato antiquario ed elegante latinista, nel conte Camucio vescovo d'Istria e poi patriarca d'Antiochia un illustre teologo, in Floriano Morocutti un insigne letterato e famoso diplomatico, in Dalla Stua un erudito, e non vi era chi con patria canzone avesse celebrato questa bella natura così ricca e così pomposa! Le due montanine erano intanto discese, e s'appressavano anch'esse alla fonte. Con quella ingenuità ch'è loro naturale vennero a ber l'acqua senza soggezione dei signori che ivi erano. Una di esse attinse una tazza e la presentò all'altra, che assaggiatala fece una smorfia e ratto la gettò via.
— Diacine! sclamò con quel suo accento provenzale, e questi signori la bevono?
— Non vi piace?
— Ma sa di ova fracide! e rideva, e maravigliava che si potesse venir sì da lontano per tracannare quella nequizia. E non sarebbe meglio una tazza di buon vino? diceva alla compagna, sbirciando cogli occhi furbetti alcuna di quelle signore, che alla cera sparuta e malaticcia pareva a lei facesse gran fallo a non ristorarsi piuttosto con un bicchierino di quelli che si bevono nei dì di sagra dall'oste di Paluzza.
— Non ne avevate mai più bevuta? chiese il dottore.
— Mainò, mio bel signore, e spero di non beverne neanche altra. Venendo giù dal monte abbiam veduto qui tanta gente, e c'è venuta la curiosità di sapere anche noi che delizia vi fosse.
— Eravate dunque voi altre quelle che cantaste quella bella canzoncina?
Esse arrossivano e ridevano.
— Or via, fatecene sentire un'altra! — E tutti le pregavano; ma esse guardando quella numerosa comitiva non si sentivano di servir loro di trastullo, e mossero per andarsene.
— Dunque, e questa villotta?
— Al solo suono dell'acqua Pudia,[1] o signori, non è troppo buon cantare, disse la più maliziosa, e salutando con bel garbo continuarono la loro strada. Anche gli altri pensavano a ritirarsi; si salutarono, e chi per una parte, chi per l'altra s'avviavano alle loro dimore. Il dottore prese la via di Arta, e dava braccio alla madre di Massimina. Giunti al ponticello, s'accorse che la fanciulla era rimasta ultima, e senza riflettere, dopo aver dato mano a passare a più di una di quelle signore, tornò di qua per offrire il suo braccio a lei. Ella vi si appoggiò languidamente, e ristette un minuto come pensierosa a riguardar l'acqua che a gran gorgogli e rapida come il fulmine passava sotto il debole ponticello e faceva traballare le uniche due travi che lo costituivano. A che pensava? Quelle onde concitate e l'una all'altra continuamente succedentisi le rendevano forse immagine della vita? Forse il suo pensiero vagava lungi e ricordavasi di qualche amata persona, o di qualche gioia fuggita come quel rapido torrente? forse per una di quelle bizzarrie che pur sono in natura, compiacevasi, ella così debole e quasi morente, a bilanciarsi sopra il pericolo e da sì fragile riparo a sfidare quell'impeto?
— Vi fa paura, madamigella? le chiese il dottore.
— Oh no! diss'ella con un quieto sorriso. La mia malattia mi ha da gran tempo avvezza a non temere.
Non comprese egli allora tutto il senso di tali parole; e poichè per la prima volta aveva toccato della sua malattia, prese il destro di parlargliene, e l'andava confortando e persuadendo a voler fidarsi ai soccorsi dell'arte, e le narrava di guarigioni ch'egli stesso aveva vedute e di casi assai più disperati del suo. Massimina camminava in silenzio, e pareva come assorta in altri pensieri. Quando furono ad Arta, la madre fece invito ai dottore di entrare; ma egli se ne scusò, e salutati tutti ed affrettando il passo prese la via di Cedarzis.
V.
Nel dì susseguente, sul far della notte, il dottore passava di nuovo per Arta. Vide lume nelle camere di Massimina, entrò nell'albergo, e gli dissero che tutti i forestieri erano andati a far una gita a San Pietro, e che sola era rimasta colla sua cameriera la giovinetta. Pensò di salutarla, e salì. La camera dove solevano ricevere stava aperta, acceso il lume; ma niuno vi stava. S'assise sul piccolo sofà e attese. Passati alcuni minuti, si alzò, e si pose a camminar forte: l'uscio che metteva nella stanza di lei era semichiuso; suppose ch'ella vi fosse, e continuò a far rumore. Indarno. Gli venne allora in mente che le fosse venuto male, e senza più riflettere spalancò la porta. Non c'era anima viva. Sul tavolo vide la sua calzetta e penna e calamaio e un libricciuolo aperto su cui erasi scritto di recente. Il cuore gli batteva forte: ei faceva una male azione; ma suo malgrado gli occhi gli correvano su quella scrittura minuta e leggera. Ei lesse. Erano memorie vergate dalla fanciulla, erano segreti del suo cuore. Egli coonestava la sua indiscretezza coll'idea che, conoscendo a fondo l'animo di lei, avrebbe potuto forse giovarle. La prima pagina datava dai cinque di gennaio di quell'anno, e diceva così:
«........ Mi avevano regalato un bel mazzetto. — Quindici giorni dopo, mio padre, che voleva far aggiustare la stufa della sua camera, mandò un muratore sulla soffitta. Sgombravano macerie, e trovarono ivi nascosta una tazza con acqua limpida ed entrovi un fiorellino di geranio cannella. Chi aveva là portato quel fiore? Chi vel manteneva cangiandogli ogni giorno l'acqua? Una fanciulletta di dieci anni, che i miei genitori hanno raccolta per carità e che si educa nel servigio della casa, aveva rubato quella cannella dal mazzetto che mi era stato regalato. Confessò, e fu gravemente sgridata per aver osato metter le mani nei fiori della sua padrona. Me ne dolse.... e amai quella povera fanciulla, che certo deve aver l'animo gentile. Aveva rubato un fiore! e non dei più brillanti: v'erano dei garofani, delle camelie, ed ella scelse l'esile e pallido fiorellino della cannella. Non se ne adornò il seno, o i capegli, ma lo nascose in luogo sì remoto che non poteva neanche goderne, se non di rado, il profumo. A lei bastava il cangiargli ogni giorno l'acqua e compiacevasi di sapere che, nascosto a tutti, viveva per lei!.... Quando glielo tolsero, divenne rossa rossa e le si gonfiarono gli occhi. Avevano scoperto il suo secreto e troncata la misteriosa simpatia che la legava ad un fiore. Privo di chi lo curasse ei moriva in quel giorno, ed a lei venivano dissipati molti gentili pensieri, candida delizia della fanciulletta sua mente....»
Voltò in fretta due o tre fogli, e gli cadde l'occhio sulla seguente
_«Memoria funebre._
»Povera Lugrezietta! Così all'udire la precoce tua perdita prorompono coloro che ti conoscevano. Quante delle compagne, che un dì teco scherzavano entro i recinti del chiostro, avran oggi così esclamato! Quelli che non ti conoscevano, allo spettacolo della tua bara, segnata di candida croce, avran chiesto il tuo nome, e all'udire che appena tocco il quarto lustro ti appassivi come un tardo bottoncino di rosa colto dalla bruma invernale, ti avran donato una lagrima di compassione. Povera Lugrezietta!... Volano i giorni, e ratta si dilegua l'orma leggera che tu stampasti nella vita. Breve tempo basterà a seppellire nell'oblio la tua memoria. Lo sconosciuto, che tra i monti del settentrione si commosse ai funerali dell'itala verginetta, forse ha già dimenticato il tuo nome: le tue compagne per pochi giorni ancora ridiranno la dolente istoria intrecciando false novelle alla tua verace sciagura; le antiche vergini, e il venerando nostro padre, egli che pietoso raccolse dalle tue pupille la prima lagrima del pentimento, per pochi giorni ancora ti raccomanderanno a Dio nelle loro preghiere, e quando il dì dei morti verrà a metterti nella lista di coloro che in quest'anno abbandonarono la vita, il tuo nome inscritto sulla nera scheda del coro ridesterà alla lor mente la tua sorte come una dimenticata arietta ci rammenta al riudirla le fuggite idee della fanciullezza. Da qui a dieci, da qui a vent'anni chi più ti ricorderà? Quella stessa madre sconsolata che corse a strignerti al seno per l'ultima volta, e spenta ti depose sul letto funebre, ti avrà allora già dimenticata.... o almeno i ridenti tuoi anni ch'ella vide svanire non le sembreranno più che un bel sogno il cui dileguarsi profondamente rammarica. Povera Lugrezietta! A questa voce di universale compianto io non mesco la mia. Compagna dei tuoi primi anni, conscia delle più segrete ambasce del tuo cuore, come potrei piangere quel sonno profondo che finalmente ti dà pace? Ma di tutte forse le tue amiche io più a lungo serberò la tua memoria. Piacemi la melanconia, è mio diletto la solitudine, ed ha per me voluttà il dolore delle tombe. Giovinetta, tu verrai spesso a farmi compagnia nei silenzi della notte, finchè un fatto simile al tuo me pure addormenti entro la terra dei sepolcri.»
Più innanzi così voltando le carte lo percossero queste altre parole:
«.... Padova.... Bassano.... Vicenza.... In altri tempi, o con quanto ardore avrei visitato queste belle città! Oggi il mio cuore chiuso aborre le loro allegrie, e rifugge dall'ammirarne i preziosi monumenti. Pochi passi lontana dal villaggio che fu cuna a Canova, io non l'ho ancora visitato.... Io che tante volte piansi all'aspetto dei capi d'opera dell'arti belle, dimani vedrò forse fredda ed insensibile questi marmi che il genio del grand'uomo animò? Non avrò più nel mio petto neppur una scintilla d'entusiasmo? Oppressa dalla sciagura l'anima mia è morta, i miei occhi disseccati non hanno più lacrime, sulle mie labbra non v'è più sorriso....»
Il giovane leggeva rapidissimo, avrebbe voluto nell'intuizione d'un minuto percorrer tutte quelle linee; tremava, ed era attento al minimo rumore. Fu più volte per desistere, ma la curiosità lo vinse, e dopo aver deposto il libretto e stato un attimo in orecchie, lo riprese: lo scartabellò tutto velocissimo e lesse quest'ultima pagina: