Part 29
Il nero fiume scorre in silenzio fra le rive abbandonate; nelle foreste della Serbia non si giura nessun patto, solo pascono in pace le numerose mandrie degli animali della libertà; è deserta la tomba di Dositeo, e al passaggio di Marco si commovono solo le ossa del padre della patria, e dánno un gemito sotto la pietra sepolcrale. Il vento freme fra le nude rocce della Kraina, ma non vi sono nè cavalli, nè guerrieri. — Essi saranno accampati nella pianura di Còssovo — grida Marco, e arrabbiato cavalca alla pianura di Còssovo. — Come stoppie disseccate dal sole e dal tempo, stridono sotto le unghie del cavallo le ossa dei morti per la libertà; le ossa di Lazzaro Conte, dei nove Giugovich e del loro esercito; ma in tutta la pianura non vede Marco anima viva. Con voce tremenda grida Marco ai quattro venti: — È venuto il giorno della Redenzione! or dove sono i nostri prodi? — Volarono due negri corvi; uno veniva dal settentrione, l'altro dall'occidente, i rostri avevano insanguinati fino agli occhi, gli artigli fino al ginocchio, e calati nella pianura amara, si posarono entrambi in faccia a Marco sulle ossa dei morti, e gridavano. — O corbi fratelli in Dio! disse allora Marco, venite voi dal settentrione, venite dall'occidente? vedeste i nostri armati? vedeste i figli della nostra terra? sanno essi che il giorno è venuto? saranno essi qui in breve per la battaglia della libertà? — E i due vecchi corvi rispondono: — O Marco figlio di Vacassino e di Santa Gevrosima, o Marco gloria ed onore di Slavia! noi vorremmo darti buona novella, ma non possiamo se non qual è. — E l'uno dei corvi gracchia, e l'altro dice: — Vengo dall'Italia: freme l'Italia e non vuol più servire a Cesare; manda Cesare a domarla i figli del tuo paese. Cento migliaia passano i monti, cento migliaia varcano il mare. Lì fui, lì vidi. Saccheggiarono, distrussero, incendiarono. Hanno cavato gli occhi ai santi, hanno insozzato gli altari, hanno insultato le donne, hanno uccisi i fanciulli, hanno bevuto del loro sangue. Lì fui e lì vidi quando cozzarono le schiere: degl'Italiani non so che rimane, e de' tuoi quel po' che rimase feriti e in sangue. Hanno per altro vinto i tuoi, ma l'Italia quietarsi non può. — Quando ciò sente Marco, egli strilla come stizzita serpe: — Ahi! ahi! mala novella è codesta, o corvi, ahi! ahi! Non era contro l'Italia ch'essi dovevano pugnare. Che importa a noi dell'Italia? forse che le sue catene ci pagano il nostro sangue? forse ci giova l'aver lasciato in Italia le nostre ossa or ch'è venuto il giorno della Redenzione? or chi dunque combatterà per noi? — E il corvo gracchia, e l'altro dice: — Restavano ancora al Bano mille e mille prodi pronti a pugnare per i loro diritti. Aveva il Bano occhi di falco, cuor di poeta; ma gli hanno chiusi gli occhi con una benda d'oro, coll'oro avvelenato il cuore. Passarono il Savo; acqua impetuosa e fredda. Credevano di pugnare per la libertà, ma non erano che martello in mano all'oppressore. Lì fui, e lì vidi quando i due eserciti si affrontarono. Quindici mila cadaveri hanno coperta la terra; ho mangiato della loro carne, ho bevuto del loro sangue. Quindici mila sono morti, ma non per la patria! sono morti, e si maledice al loro nome! Il Bano ha varcato allora il nero fiume e minacciava la bianca città dello imperatore. Lì fui, e lì vidi; han combattuto, han vinto. Saccheggiarono, distrussero, abbruciarono. Ma Vienna quietarsi non può, e il loro nome sarà maledetto. — Quando ciò intese Marco, versa lacrime Marco pel guerriero viso, e tra le lacrime così crucciato impreca: — Cada il sangue de' traditi sul capo de' traditori! o Bano che potevi far libera e grande questa terra, e invece l'hai macchiata d'eterna infamia; possa la fredda Sava ingoiarti insieme coi nostri nemici! Molte madri hai trafitte, e mogli alla famiglia rimandate, e dolci sorelle fatte vestire a lutto. Oh! tanto sangue versato e versato indarno! Era venuto il giorno della Redenzione, e voi vi siete ricordati del mio male e non del mio bene! Vi siete ricordati del padre Vucassino e non della santa mia madre Gevrosima. Io combattevo pel giusto e per l'oppresso. Contro Vucassino padre e re io aggiudicava l'impero al giovanetto Urosio, e voi avete pugnato contro la giustizia. Dalla mano del Turco io rivendicavo la spada damaschina su cui erano incise le tre lettere cristiane, e voi avete data la vostra agli oppressori. Io liberava dal carcere i fratelli, dalla schiavitù le fanciulle, percorreva la terra soccorrendo agl'infelici, e spezzando ogni sorta di catene, sicchè un giorno in questa istessa pianura di Còssovo e grandi e piccoli gridavano: Viva Marco che la terra dal malanno francò, che stritolò della terra il tiranno! E voi invece siete corsi nelle file del tiranno a ribadire le catene delle nazioni sorelle. Oh vi siete ricordati della maledizione di mio padre e non del motivo che me la fece incontrare! Vi siete ricordati di quando io raccoglieva l'oro nella tenda dei vinti, della mano tagliata a Roscanda, degli occhi cavati, avvolti nella sua pezzuola e a lei buttati nel seno; del vino che io beveva in Istambùli, del peccato ch'io confessava a mia madre, e per cui tanti edificai monumenti; vi siete ricordati della mia lunga servitù nelle case del Turco, ed ecco che avete perciò tradita la patria e rinunziato al giorno della sua Redenzione! — E cadde di cavallo, nè più si sveglierà finchè non sia pentita la terra.
XVII.
IL CONTRABBANDO.
I. I BURATTINI.
Passate le ultime case di Predemano, la fanciulla rimasta sola affrettava il passo verso l'alveo del torrente. Il sole era già tramontato, e un ultimo soffio di luce purpurea pareva baciare in oriente le lontane creste dei monti, mentre il suo riverbero faceva più gaio il verde delle sottoposte colline. Era la prima volta ch'ell'era stata a Udine senza la compagnia della madre. Portava sul capo un grosso fardello di lana, ch'ella s'aveva comprato coi guadagni de' suoi filati; e la notte imminente, e quella vasta spianata a quell'ora affatto deserta, tranne un carrettino che a lei dinanzi lentamente attraversava le ghiaie, le mettevano in cuore un senso di recondita paura, per cui benchè stanca camminava più lesta, e quando fu alla cappella della Madonna ella aveva già raggiunto il cavallo che montata la riva andava a passo riposandosi della fatica dell'alveo. — Giannetta quasi involontaria posò il suo fardello sulla tavolina dietro il biroccio, e poi dato un salto anch'ella vi si assise dappresso.
— Ehi! che fai tu lì ragazza? le chiese il padrone del biroccio; vuoi col tuo peso rompermi la tavolina? — E fermato il cavallo che zoppicava smontò a liberargli la zampa, chè nel passare il torrente s'aveva inchiodato un sasso nel ferro. — Sono così stanca, signore, rispose la Giannetta, che fareste proprio una carità a condurmi sin a Butrio. — Quell'uomo era una specie di fattore di campagna che amava i contadini. Ei la fece montar dentro, e continuava la strada guardando in silenzio quella bella ragazzetta che non mostrava più di quindici anni, e che tutta rubiconda gli sedeva dappresso tenendo sui ginocchi il suo grosso fardello di lana. Aveva il capo in un bruno fazzoletto a croce colle frange colore scarlatto; i cui lembi passati sotto il mento le riuscivano ad annodarsi al sommo della testa, formando così intorno a quel grazioso visino una specie di bizzarra aureola che ne accresceva la vaghezza. Non erano andati appena un tiro di fucile che s'accorsero come un'altra giovinetta teneva lor dietro correndo, e sforzandosi di raggiugnerli: — Ehi, signor Biagio! gridava trafelata, fermate signor Biagio! — E che cosa ti occorre? — Oh bella! fermate il biroccio — E così? — diss'egli trattenendo le briglie. — Siete in buona compagnia, signor Biagio! ma mi pare che c'è sito, e che potreste prendere anche me. — Dove se' stata fino a quest'ora? — A Udine come voialtri, se non mi inganno, e sono stanca. Vi ho lampato che montavate la riva della Madonnetta, e vi ho corso dietro sino a qui. Io non peso cinquanta libbre, signor Biagio, e dico io, quando avete fatto grazia ad una forestiera, potete meglio farla a me che sono del vostro paese. — Ed era già montata vicino alla Giannetta, mentre il buon uomo si tirava alla banda per farle spazio. — Tuo padre è dunque rimasto a Udine? — Mio padre ha buone gambe, messere, e spero che sarà a casa — rispose l'ardita mingherlina, mentre sogghignava in aria di mistero. Il fattore brontolò fra' denti alcune parole brusche, poi fattosi serio toccò il cavallo, e pareva assorto in qualche grave pensiero. Allora quella vispa chiacchierina, veduto che il signor Biagio non le badava, si mise a discorrere colla Giannetta, e: — Hai comperato a Udine quella lana?... Ci vogliono delle lunghe ore a filarla, capisci?... Oh, val meglio provvedere alla bella prima in bottega i vestiti; guarda questo mio com'è bellino!... Sei di Butrio neh? — E poi: — se' stata quest'oggi sulla piazza dei polli? — Oh no! rispose la Giannetta, non ci ebbi tempo, o per meglio dire ho perduto il mio tempo nel passare per la piazza di San Giacomo nel momento di quel gran sussurro.... — Eri dunque anche tu lì, quando quei brutti cani davano la caccia al contrabbandiere? — Sperava di trovar una donna del mio paese venuta a vender frutta, e ho veduto tutta la scena. Se non era quel giovanotto a liberarlo, voleva passar male al poveretto.... — Ma com'è stata? Io ero a veder la commedia sulla piazza dei polli, e solo tardi la gente mi ha raccontato.... — Credo che avesse del tabacco. Aveva venduto e numerava i soldi, quando le guardie lo hanno adocchiato e gli sono andati addosso in quattro. Egli si difendeva colle mani e coi piedi, con un coraggio!... e tutta la gente affollata intorno, che mai più tanta calca. A forza di dargli, te l'han gittato in terra, gli han tolto il cesto; e stavano per legarlo, quando un giovinotto, un bel giovinotto che non dimenticherò se vivessi mille anni, salta in mezzo, un calcio all'uno, un pugno all'altro, li sbalordisce, gli dà tempo di rialzarsi; egli riprende il suo cesto; e via come la folgore tra mezzo i _bravo!_ della folla meravigliata. Lo inseguono, egli entra in una casa, trova la chiave su d'un cancello, si precipita e chiude il cancello; ma un di que' dannati che gli era dietro al pelo passa la mano tra i ferri e lo piglia pe' capelli. Egli allora si volge e colle unghie e co' denti tenta di sbrigarsi, indarno; era tutto insanguinato il braccio, e nondimeno colui resisteva. Il contrabbandiere allora cava la ronca, e affè ho creduto che gli tagliasse la mano, se non era pronto l'altro a ritirarla. Quando hanno aperto, egli se l'aveva, grazie al cielo, di già svignata scalando il muro di un orto; e se tu avessi veduto come sono rimasti con tanto di naso! — Brutti _pilucchi_! — mormorò l'altra. — Ma che commedia se' tu stata a vedere sulla piazza dei polli? — chiese la Giannetta che infervorata nel racconto di quell'avventura aveva preso un po' di confidenza con la compagna. — Non hai tu mai veduto la commedia? — Io no, diss'ella. In città io ci bazzico poco: ci vo talvolta con mia madre, ma spedite le nostre faccenduole torniamo presto a casa; soltanto quest'oggi ch'ero sola ho fatto un tantino più tardi. — La commedia! Oh io ci ho un gusto matto. Se m'accorgo che ci sia la commedia, io ve' ci vado se credessi di tornarmene a casa dopo la mezza notte. Immaginati un palchetto alto così come il pulpito dove predica nei dì di sagra il nostro piovano.... — L'ho veduto io un giorno passando per la piazza, e c'era tanta gente! Ma mia madre non ha voluto fermarsi; diceva che le sono fattucchierie, e che quelle meraviglie le fanno in virtù del demonio. — Sarà stato in dì di mercato, quando Pagliaccio mangia le stoppe e le digerisce in cordella, si caccia in corpo uno spiedo, inghiottisce fuoco ed altre simili gherminelle; ma la commedia è un'altra istoria. Ci sono degli omiciattoli niente più alti del tuo cubito, e là su quel palchetto parlano fra loro, camminano, ballano ch'ell'è una gloria a vederli. Oggi ce n'era uno cattivo e brutto come un satanasso, e aveva nome.... aspetta; aveva nome Brighella. Questo signor Brighella con una vocina tutta nel collo bestemmiava.... Oh mio Dio, se tu avessi sentito che razza di bestemmie! I nostri uomini, neanche quando vengono a casa ubbriachi non ne sanno di così fiorite. Aveva sposato una certa signora Colombina, e gliene faceva di tutti i colori. La disgraziata aveva un bel piangere; per tutto conforto ei le regalava delle buone busse, e non mica coi pugni ve', con tanto di mazzafrusto! e a forza di dargliene ei te l'ha finalmente accoppata; allora il birbante la getta a cavalcioni del suo mazzafrusto e la porta via così a seppellire senza neanche metterla nella bara. Un altro omiciattolo con tanto di barbetta grigia cápita a dimandargliene conto. Vestiva una zimarra negra e lunga fin quasi alle calcagna, sott'abito di scarlatto, un coltellaccio nella cintura, e in testa una berretta a borsa ripiegata sulle spalle così come quella che si mette talvolta qui il signor Biagio l'inverno, quando viene a farci visita nelle nostre file; e dietro aveva un servitore col viso nero come il carbone, e l'abito a cento mila colori. Costui, un capo nuovo, ne diceva delle pazzie da farci crepar dalle risa. Io contenta sperava di veder fatta giustizia. Ma invece, indovina mo! vien fuori Brighella col suo mazzafrusto, si attaccano, si picchiano, si pigliano pel collo. Parevano due galli d'India ben bene arrovellati; e il perfido l'ha vinta, e invece di veder giustizia, ho veduto accoppati e stesi per terra tanto il buon vecchietto dalla zimarra come quella cara gioia di quel matto moretto del suo servitore. — Intanto erano arrivati a Butrio; Giannetta smontò ringraziando, e gli altri due continuarono la strada fino a Manzano.
II. LA PREDICA E IL SUO FRUTTO.