Part 28
»Nata di sangue italiano, nulla ha potuto cancellare l'affetto grande che mi legava alla mia terra, qualunque si fossero i suoi destini. Lontana, unica consolazione della mia vita erano le sue memorie; tornata, non vissi che delle sue speranze. Se Iddio le avesse benedette, e la mia nazione fosse adesso libera ed indipendente, forse io avrei potuto accettare lo sposo, che credendo di farmi felice voi mi avevate destinato. Tra i figli di due paesi egualmente liberi, egualmente potenti, bella l'unione del sangue! Ella è preludio di quella santa alleanza, che nel cospetto di Dio stringerà un giorno come altrettante sorelle tutte le nazioni della terra. Ma finchè v'è chi abusa della forza e chi patisce, cotesta fraterna eguaglianza non esiste, e tra gli oppressi e gli oppressori sorge un muro di separazione che non si può varcare senza delitto. Le ultime terribili vicende mi hanno insegnato che io appartengo alla stirpe dei conculcati, ed ho veduto nelle file dei nostri padroni l'uomo che mi sceglieva a compagna della sua vita.... La mano ch'egli mi offeriva era bagnata nel sangue dei miei.... l'alloro della sua fronte grondava delle nostre lacrime!.... Da quel momento un profondo orrore s'impadronì della mia anima, e abborrii da una unione, il cui solo progetto mi parve imperdonabile. Voi rispettaste il mio dolore, nè più mi parlaste di quelle nozze di peccato. Fu delicatezza di cui vi sarò grata in eterno: nè mai dimenticherò le cure amorose di cui mi circondaste, quando afflitta dalle tante sciagure che desolavano il mio paese io caddi ammalata; nè la vostra generosa pietà che mi permise di rifugiarmi in questa tranquilla solitudine, lungi dalla gioia oscena di chi poteva godere dell'esterminio dei propri fratelli!
»E la pace dei campi e i semplici costumi e l'amore di questa buona gente nel ridonarmi la salute mi avrebbero anche riconciliata col mondo, se il mondo potesse avere qualche attrattiva per l'anima che ha veduto svanire l'unica speranza che ancora l'attaccava alla vita! Vi confesso: al rompersi della lotta io mi era guardata intorno e aveva veduto i miei fratelli in quelli che pativano. Sentii simpatia, non pei favoriti dalla cieca fortuna, ma per l'imprescrittibile diritto di un popolo calpestato; non pe' vittoriosi, ma pei vinti! e amai la misera donna che vi chiedeva l'elemosina in nome dell'incendio, i feriti strascinati a Gorizia in mezzo agl'insulti, il prigioniero che aveva combattuto per la sacrosanta causa della Italia! Allora la mia vita si legò alla sorte della mia povera patria, e sperai che tante lacrime e tanto sangue non fossero indarno versati.
»A Dio non piacque ch'io vedessi il suo giorno. — Forse non è ancora colma la tremenda misura dei patimenti che ce lo devono meritare, e ad affrettarlo egli mi comanda di offrirgli in ostia di propiziazione questa povera mia vita. Sia fatta la sua santa volontà! Chino la testa rassegnata, e dico per sempre addio a voi, mio buon padre, ai luoghi che mi videro nascere, a' miei cari poverelli che metto nelle vostre mani.... a tuttociò che amai quaggiù sulla terra! Fra pochi giorni, recise le chiome e indossato l'abito di penitenza, io avrò pronunziato il voto solenne che mi dividerà dal mondo. Allora sarà come se più non esistessi.... Se qualche volta vi ricorderete di me, oh sia, non per maledirmi, ma per compiangere al mio destino e per perdonare alla mia memoria.
Cati.»
XV.
LA DONNA DI OSOPO.[6]
Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? SAN MATT., XXVI.
— Dio lo sa, Maddalena, s'io ti sono grata!.... Ma non posso più oltre permettere che tu ti cavi il tuo pane di bocca per darlo a noialtri!
— Oh non pensare per me, ti scongiuro! Stà certa che il Signore provvederà.... — Queste parole si scambiavano con mesto affetto due giovani donne in una stanza a pian terreno nel villaggio di Osopo. Dalle lunghe tavole, dalle panche di legno situate ai due lati della stanza, si capiva che quel luogo in altri tempi aveva servito ad uso di osteria; ma ora era nella solitudine, nè vi vedevi altri personaggi che le due donne accennate: la prima, la padrona di casa, seduta colla persona abbandonata e la testa nascosta fra le mani; una testa languente come di un fiore appassito, le mani scarne e pallide quasi di cera; l'altra era una bella fanciulla vivace, sorridente, le guance fresche come un pomo, ma le solcava una lacrima. Ella aveva deposto sulla tavola vicino all'amica un cestino di uva e una salvietta ricolma di farina. — Questa è l'ultima uva della mia pergola, diss'ella, e la porto a' tuoi bambini perchè a me non fa più di bisogno. Esci un momento, Rosina mia, e vedrai che non ti dico bugie. — E presala per il braccio, la forzava dolcemente ad uscire seco nel cortile. Il sole era vicino al suo tramonto, un fascio di nubi tenebrose occupava la cima del monte di Geònis, e alcune fumate di nebbia s'alzavano dal Tagliamento e su per la brulla schiena della montagna andavano ad agglomerarsi a quelle nubi che ogni tanto davano un lampo. — Guarda! disse la giovinetta, questa sera senza dubbio farà temporale; e io allora non avrò paura dei soldati, uscirò dal villaggio, anderò a Udine, mi metterò a lavorare e non morirò più di fame. — Oh! s'io non avessi quelle due meschine creature.... gridò la povera madre. — Senti, Rosina, quand'io sarò a Udine cercherò di tuo marito, gli farò sapere la vostra orribile situazione.... e chi sa ch'egli non possa venirti a trovare e recarti qualche sussidio gettandosi più su nelle acque del Tagliamento e capitando qui a nuoto come fanno quegli arditi della fortezza.... — Ma Rosina scoteva la testa, e l'altra non osava continuare, perchè sentì nel cuore raggruppato che quell'era una troppo vana speranza, ed ahi! ella non aveva che lacrime per consolare l'immenso dolore di questa disgraziata che già presentiva tutti gli orrori dell'irreparabile destino. Si abbracciarono piangendo, si divisero mute, senza neanche potersi dare un addio, ch'entrambi pur troppo sentivano come doveva essere l'ultimo quaggiù sulla terra. Rientrata la Rosina, tornò a sedersi nella sua seggiola, e mestamente ripensava al suo passato. Due fanciulletti scherzavano a' suoi piedi, innocenti creature, ignare della loro sorte, vispe ed allegre come l'agnellino che non sa d'esser tradotto al macello. Si arrampicavano sulle sue ginocchia, volevano ad ogni tanto baciarla, ed ella accarezzando or l'uno or l'altro lagrimava involontaria sulla loro candida fronte. Un vento impetuoso s'era intanto sollevato, il tuono facevasi sentire più frequente e più romoroso, e ad intervalli appariva illuminata dai lampi la finestrella che dietro al focolare guardava dalla parte della montagna; alcune grosse gocce di piova cominciarono a percuotere nei vetri, la porta si spalancò con impeto lasciando entrare come un'ondata della bufera che imperversava al difuori. — Vien tempo cattivo! gridavano i fanciulletti; e la donna corse a chiudere le imposte ed accese un lumicino, poi di nuovo sedutasi pareva ascoltare con una specie di secreto compiacimento lo scroscio della pioggia che già cadeva a torrenti, e l'urlo e il fracasso dei tuoni. Ella pensava all'amica, e la speranza che quel temporale valesse a proteggerne la fuga, l'aveva per un momento rianimata. Il lumicino ch'ella aveva acceso non bastava a rischiarare tutta la stanza piuttosto vasta e all'antica, colle travi alla Sansovino. Illuminava le teste amorose dei fanciulletti e quella melanconica di lei, poi dolcemente si perdeva nelle tenebre, lasciando apparire una sola delle pareti, quella di contra, dove col carbone, ma a tratti di mano esperta, stavano effigiate alcune figure di grandezza naturale. Pareva una specie di corteo nuziale, e la sposa, benchè non avesse la faccia rivolta allo spettatore, nell'aggraziato movimento della persona, nella leggiadria e nella sveltezza del torso, e nei molti capegli raccolti in trecce, che con alcune linee maestrevoli erano figurati sotto il velo abbozzato cadente sulle spalle, ricordavano così caratteristicamente la bella persona della padrona di casa, che subito t'avvedevi com'ella aveva dovuto servire di modello a chi aveva lì delineata quella scena. Forse che quell'abbozzo improvvisato sull'affumicata parete senza i mezzi dell'arte, era lo slancio amoroso di un'alma contenta della felicità de' suoi buoni amici; forse ch'egli era stato creato tra l'allegria dei bicchieri da un pittore, che così aveva voluto consacrare la gioia domestica de' suoi congiunti di sangue, o fratelli di fede; e chi sa di quai sogni dorati e di quali dolci speranze lor sorrideva in quel giorno la mente; la mente piena della poesia dei giovani anni, sotto l'influenza di un'ora felice nel trasporto e nell'effusione dell'amore? L'avvenire ch'essi allora così lietamente prevedevano, era intanto sopraggiunto; ma dov'erano adesso le persone ivi effigiate? Dove il pittore? Una sola rimaneva ancora al suo posto, la povera donna, ma come cangiata! Quella nobile testa eretta e così piena di brio giovanile si piegava come rosa disfogliata a guardare la terra. Gioia, amore, speranza, tutt'era svanito. Del suo ridente passato non le rimanevano che queste due povere creaturine; memoria de' suoi giorni più belli, sangue e vita del suo cuore, epilogo d'ogni suo affetto, e destinate purtroppo ad una sorte fatale. Ella che le amava più delle sue viscere, avrebbe dovuto tra breve vedersele morire d'inedia.... Simili alla pianticella che il sollione aduggia in grembo a una terra inaridita, ella le avrebbe tra poco vedute appassire sulle sue ginocchia, senza poter loro porgere una sola stilla di refrigerio.... Le prese fra le sue braccia, le strinse al cuore con un impeto di disperato cordoglio, e bagnandole di lacrime le coricò nel letticciuolo a sè dappresso, implorando per esse la misericordia di Dio. — Passarono otto giorni. Il sussidio recatole dall'amica già era al suo fine. Dopo quel dì nessuna nuova di lei. Doveva aver passato la linea dei soldati senza pericolo. Oh! s'ella avesse potuto fare altrettanto e provvedere un po' di pane a' suoi morenti figliolini! La disperazione, la fame, l'amore di madre vinsero la sua naturale timidezza, e s'accinse a tentare, anch'essa l'uscita. Oramai non v'era più mezzo, lì si moriva indubitatamente. Nessun soccorso, nessun'altra speranza; l'istinto della propria conservazione aveva già chiuso tutti i cuori. I pianti prolungati dei fanciulletti che chiedevano pane l'era diventato martirio insopportabile. Risolse di trapassare le file dei soldati e di procacciar loro ad ogni costo un tozzo di pane. Coll'ultimo pugno di farina aveva loro apparecchiato un po' di cibo. Mentr'essi mangiavano ella piangeva. Il più grandicello se ne accorse, e lasciato il cucchiaio s'arrampicò fra le sue braccia a baciarla, e colla pezzuola del seno di lei s'ingegnava di tergerle le lacrime. — Non hai più fame, Vigino? — chiese la donna colla voce soffocata. — Sì che ho fame! ma tu piangi.... — Or via, cuor mio, finisci di cenare e poi anderemo a far nanna, e prima diremo insieme le orazioni. — Anch'io le orazioni, mamma, anch'io!.... — balbettò colla bocca piena l'altro piccino. — Anche tu sì questa sera, perchè dimani io vo fuori, e voi altri dovete esser buoni e dormir quieti nella vostra cuna finchè venga a vestirvi la vicina Natalia. — Ci farai dire l'orazione lunga, quella pel ritorno del babbo? — Ella non rispose; ma preso in braccio il piccolo, saliva le scale piangendo, mentre Vigino attaccato alla gonna le si strascinava dietro. Quando furono di sopra li fece inginocchiare dinanzi ad una Madonna, e recitò alcune preghiere, ch'essi ripetevano balbettando colle manine giunte e cogli occhi fitti nella santa immagine. Poi li coricò. Non finiva mai di baciarli, accarezzava or l'una or l'altra di quelle due bionde testoline, strigneva tra le coltrici quei due cari corpicciuoli, e ogni volta ch'essi aprivano gli occhi sonnacchiosi a rimirarla, sentivasi il desiderio di un nuovo amplesso, e lor mormorava tutti quei dolci nomi e quelle parole d'immenso amore che sono nel solo linguaggio della madre. Poi quando le parvero assopiti s'inginocchiò ai loro piedi e pregava col cuore: — Dormite, angioli miei, dormite tranquilli! Oh! s'io potessi alimentarvi col mio ultimo respiro.... Mio Dio, che me li hai dati, mio Dio, che hai santificato l'amore della mia gioventù coll'animare queste due creature che sono sangue e vita di lui che ho tanto amato, li metto nelle tue mani, custodiscili tu, e non permettere ch'io me li vegga morire di fame! Madonna benedetta, per l'amore di quel bambino che tenete fra le braccia, pietà di questi due poverini!.... Oh, guardate che soave dormire! Essi non sanno nulla del loro crudele destino. Si sono stesi nel loro letticciuolo tutti contenti, si sono abbandonati al sonno in piena buona fede come se fossero i figliuoli di una ricca regina.... e dimani neppure un briciolo di pane per nutrirli!.... Oh creature mie così belle, così amorose!.... e dovrete morire di fame? E non vi sarà più misericordia nè in terra nè in cielo? Io non dimando che un tozzo di pane per la vostra vita! Possibile che le lacrime di una madre non sieno esaudite? Madonna benedetta, che avete provato a esser madre, copriteli col vostro manto, teneteli sul vostro seno insieme col vostro bambino finchè io torni a salvarli.... — E tutta lacrime si alzò. Si avvolse in un bruno fazzoletto. Poi prima di partire tornò ancora una volta vicino alle loro cune, li benedì entrambi col segno della croce, ed uscì tacita e guardinga lasciando semichiusa la porta.
Era la notte alta: pel villaggio un silenzio come di morte; tutte le case all'oscuro e le vie affatto deserte. La donna fatti alcuni passi si fermò dinanzi ad una casa e gettò un sasso nella finestra. Una specie di fioco lamento che finiva in un rantolo come di moribondo le rispose. Stette un momento in attenzione, ma nessuno si mosse. Allora ella gettò un secondo sasso e, — Natalia! gridò, Natalia, venite alla finestra. — Si rinnovò più forte il lamento, e pareva accompagnato da parole d'impazienza; finalmente le imposte scricchiolarono, e una voce rauca, quasi sibilante dimandava: — Avete dunque risolto? Volete proprio andarci? — Ma sì, Natalia, altrimenti essi muoiono di fame. — Oimè! oimè!.... e se vi fermano? Ricordatevi che la Giulia e la comare Teresa le hanno condotte in prigione a Gemona. E v'ingannate, continuava rialzando la voce a guisa di fischio, v'ingannate se credete ch'io possa nutrirvi le vostre creature. Son otto giorni che non vedo briciolo di pane, e quando non ce n'è non si può dare, capite! — Mio Dio, Natalia, non vi domando pane! Andate solamente dimani a vedere di loro. Io già a quest'ora sarò di ritorno. — E dimani, chiese la vecchia, come si vivrà dimani? — Cotesti pomi basteranno a tenerli vivi per dimani; — e tiratasi indietro le lanciò dentro della finestra il fazzoletto raggruppato. Intanto la luna mostravasi languidamente in cielo fra le nubi spezzate. Le due donne si salutarono, e la povera madre rasente il muro fuggiva via silenziosa come un'ombra cercando i luoghi più tenebrosi. L'altra coi gomiti alla finestra e colla testa fra le mani stette ancora un pezzo a riguardarla. Il lume della luna in quel momento la rischiarava, e quella faccia macilente, quelle forme biancastre e puntite che si disegnavano su d'un quadrato di tenebre, come su d'un panno mortuario, avevano un non so che di sinistro. Pareva l'abbreviatura della morte, così come sogliono figurarla sui catafalchi: un cranio e due ossa in croce. Erano più giorni che la fame macerava quel povero scheletro vivente. Ora la fragranza dei pomi lo aveva come rianimato. Appena udito il tonfo della loro caduta sul pavimento, la sua mano scarna come un uncino corse ad afferrarli, e per una specie d'istinto se li appressò subito alle labbra. Poi mormorava: — Uno, due, tre, quattro pomi! Gli è un bel dire, ella ha ancora dei pomi pe' suoi bambocci! Chi può averglieli dati? Eh mio Dio! quando si è giovani si trova compassione; ma io potrei picchiare a tutte le porte del villaggio che non buscherei neppur una presa di farina. Direbbero che ho vissuto abbastanza.... Sono già più giorni che nessuno dà niente! Oh mio Dio! La fame!.... la fame!.... gli è un cane che latra nello stomaco.... — Ed appoggiò sulle frutta le labbra inaridite. Assaporava in una specie di estasi il loro profumo.... Tutto ad un tratto, come se si fosse innebriata, come se le fosse svanita la mente e più in lei non potesse che il solo istinto animale, si mise a rosicchiarli. Dimenava le mascelle con una specie di furore, nè ristette finchè non se li ebbe affatto ingoiati. La povera madre aveva intanto varcato l'estremo confine del villaggio; udiva il passo monotono delle scolte austriache; più che mai guardinga s'inoltrava lentamente studiando la via, teneva il respiro, pregava coll'anima, e alla minima buffata di vento che movesse le frondi o le facesse scrosciare le vesti, gettavasi per terra, un brivido di spavento l'invadeva, e tremava perfino dei battiti del proprio cuore, poi tornava ad avanzarsi strisciando così carpone. Aveva appena oltrepassato il primo scaglione, quando s'accorse d'essere discoperta; raccolse con ambe le mani la gonna e si pose a fuggire; ma il grido della sentinella, lo strepito dell'arma che questa aveva abbassato, e la paura d'incappare nell'altra di contro, che anch'essa era uscita a darle la caccia, la fecero fermare benchè già fosse quasi fuori di tiro. Vedendosi perduta, la misera donna s'inginocchiò, e guardando all'occhio tremendo del fucile che biecamente la minacciava, e protendendo le mani, gridava desolata: — Pane per i miei poveri figliuoli! Io non dimando che pane!...[7] — Pane? _Kruca_! — ripetè il croato, e mostrandole un pezzo di pane da munizione l'invitava con un selvaggio sorriso a venirlo a prendere dalle sue mani. Sorse la donna, e non aveva fatto due passi che fischiò la palla e la colpì nella fronte. Cadde supina, e le lunghe chiome arrovesciate fecero origliere a quella pallida faccia, su cui anche dopo fuggita l'anima errava il pensiero dei figliolini traditi e morenti di fame. — Alcuni giorni dopo, cacciate dal lungo digiuno, strillavano per la strada di Osopo due meschine creature. In camicia, cogli occhi infossati, coi capelli irti, sparuti e colore di cenere, chiedevano della mamma, e la loro voce sempre più languida ed infiochita diveniva una specie di gemito che passava l'anima. Quelle membra istecchite, quel collo lungo e sottile per cui vedevi a passare quasi il respiro, quelle ossa che potevi ad uno ad uno dinumerare, erano uno spettacolo d'infinita compassione. Dopo molto aggirarsi, guidati da una specie d'istinto, essi si strascinarono sul cadavere della povera donna. Nella loro innocenza credevano che dormisse, e, — Su, mamma! le gridavano, su, svégliati! — Andiamo a casa, mamma! — La Natalia non è stata a vestirci. Nessuno è stato a vedere di noi.... — Nessuno ci ha dato niente!... — Mamma! su via, moviti una volta!... — Oh! se a cotesta scena di lacrime fosse stato presente l'uomo che li aveva generati! Verrà forse un giorno in cui, dopo molte e inenarrabili sventure, tratto dal desiderio de' suoi monti nativi, ei tornerà a rivedere questa povera terra tradita. Ei tornerà!... e dinanzi al villaggio desolato dalle fiamme e dalla rapina, dinanzi alla smantellata fortezza,[8] sulla pianura che dicono Campo una piccola croce di legno gli additerà tutto ciò ch'egli aveva di più caro quaggiù sulla terra.... Ma allora il suo cuore esulcerato dovrà piangere per ben altri e più tremendi disastri!
XVI.
LA RESURREZIONE DI MARCO CRAGLIEVICH.
È caduta la spada dal fodero, ha nitrito il cavallo di Marco. — Il cavallo di Marco Craglievich l'han sentito nitrire sul monte d'Urbina, in Prilipa dalle bianche case, nelle foreste e nelle valli della Serbia, lungo le sponde del nero fiume, l'han sentito a Samodresa, e nella pianura di Còssovo; fin tra le nude rocce della Gernagora l'eco ha ripetuto il suo nitrito. Craglievich Marco si sveglia. Sul fianco del monte d'Urbina sono ancora due vecchi abeti, e in mezzo a loro un pozzo. Essi vincono ancora in altezza la cima del monte, ma le loro braccia percosse dal vento e squarciate dal fulmine han perduto la verdura; negro, solcato dal tempo, si specchia nel fonte l'immane loro tronco. — Han veduto nell'acqua bruna come lume di luna lucente, ma non era lume di luna lucente, era l'ultima lettera di Marco caduta nel pozzo dai rami degli abeti a cui egli l'aveva appesa prima di morire, era il calamaio d'oro ch'egli aveva gettato nel pozzo, che or torna a risplendere e manda raggi sulla faccia dell'acqua. Craglievich Marco si sveglia. La terra ha tremato, dalla bocca del pozzo fin giù nell'acqua profonda si è udito un sordo fragore come di vento sotterraneo, che ha rivelato i misteri della fontana. Dalle radici del monte d'Urbina ei s'è propagato fino a quelle dell'Atos, là dove il fiume sbocca improvviso dal masso, e poi torna ad inabissarsi in un'umida argillosa caverna. Il santo abate di Vasa col suo discepolo Isaia in quelle caverne portarono d'Urbina il cadavere di Marco e lo seppellirono nel mistero vicino all'acqua bruna. Gli alberi pendenti dall'alto gli gocciarono per anni ed anni sul capo le loro lacrime. Or s'alza dalla voragine un groppo di nubi: vanno le nubi lentamente volteggiando per tutto il paese. Or alte, or basse, or percosse dal sole, ed ora dal vento, cangiano di forme, cangiano di colore. Talvolta si distendono come un ampio velo di nebbia e salgono i greppi della montagna, poi nella valle si condensano e mandano lampi. Tra i lampi si vede il dosso d'un cavallo pezzato, si vedono le punte dorate d'un immenso busdorano. Talvolta fanno groppo e sopra ad esse giganteggia il capo d'un guerriero. Il berrettone di zibellino calcato sulla fronte si confonde colle nere sopracciglia; i neri mustacchi, fini mustacchi gli cadon sugli omeri. Poi la nube lo copre, e n'esce invece la pelliccia di lupo arrovesciata, e il pomo della spada damaschina, e l'auree nappe che dánno in terra; poi la testa del cavallo pezzato sanguigna fino agli orecchi; dall'unghia gli scintillano vive faville, dalle narici gli balena azzurra fiamma. Il freno è una serpe, una serpe lo sprone. Stridono le serpi, nitrisce il cavallo, e la maestosa visione percorre la terra.
Donne vestite a lutto, madri piangenti, vedove e fanciulle desolate escono dalle loro case per tutto dove passa e guardano; guardano e sentono che è venuto il giorno fatale. — Ma dove sono i prodi destinati ad affrancare la patria? forse accampati sulle rive del nero fiume pronti a varcarlo per la libertà? forse nelle foreste della Serbia a giurare un patto colla stirpe del generoso Milosio? forse inginocchiati d'intorno alla tomba di Dositeo pregano l'aiuto di Dio, e ricevono dalle mani del serbico patriarca e de' suoi dodici prelati la santa comunione? o ai piedi della Kraina disposti in ordine di battaglia aspettano il segnale per gettarsi come tanti leoni sulle falangi dei Turchi a rivendicare i loro sacrosanti diritti?