Racconti

Part 26

Chapter 263,523 wordsPublic domain

Un dì, era digià l'agosto, invitata dalla dolce frescura che sul tramontar del sole dalle acque del torrente si diffonde a refrigerare la campagna, ella si trasse così passeggiando solinga fino alla chiesetta campestre che dicono di Madonna di Strada. Erano più giorni che non s'udiva il cannone, ed ella seduta sul muricciuolo del cimitero, a piedi d'un cipresso, mesta e pensierosa intendeva con ansia l'orecchio alla lontana laguna. Alcune nubi oscure a guisa di panno funebre velavano l'occaso, e dietro ad essa come macchiato di sangue calava muto e senza raggi il sole; giaceva in un profondo silenzio il creato, e per quanto ella aguzzasse l'udito, l'aria lo vellicava tranquilla senza portarle il fremito di nessun rumore. Stette così buona pezza in attenzione, quando la scosse il salmeggiare di alcune voci monotone che si facevano sempre più d'appresso. Vide luccicare tra il verde degli alberi alcuni fanali, poi una croce. S'avvide ch'era un funerale che veniva alla sua volta; ma i suoi pensieri da qualche ora erano divenuti così tetri, che l'idea di un cadavere e della triste cerimonia che andava a compiersi lì sotto a' suoi occhi, lungi dal farla fuggire, aveva anzi qualcosa di analogo colla terribile malinconia in cui era caduta, e unì la sua voce a quella dei sacerdoti, e pregò anch'ella la requie e la luce eterna per lo sconosciuto che all'ombra di quella devota chiesetta veniva ad aspettare il dì del tremendo giudizio. Intanto il funebre corteo s'era arrestato, avevano deposto la bara sul limitare del cimitero, e i sacerdoti attendevano in lugubre silenzio. In antico due villaggi che formavano una sola parrocchia avevano di comune accordo eretto alla Vergine quella chiesetta e consacrato ai loro defunti il praticello che la circondava. Caduta la Repubblica Veneta, la spada dei vincitori segnò a capriccio un confine politico che squarciò quel luogo tra due diverse province. Ma ad onta di tai regolamenti, il cimitero di Madonna di Strada era rimasto promiscuo, e Veneti ed Illirici, riuniti almeno dalla morte, dormivano indistintamente e confondevano insieme le loro ossa in quella terra consecrata dalla pietà dei loro padri. Solo il villaggio italiano per la tumulazione dei suoi era obbligato ad aspettare un sacerdote dall'Illirico; perciò avevano ora deposto il cadavere a' piedi del muricciuolo, e finchè fosse venuto, rimaneva interrotto il funerale. La fraile nel tornarsene a casa pensava addolorata alle tante divisioni che laceravano la sua povera patria. La malinconia dell'ora, l'ostinato silenzio della laguna, un presentimento funesto ch'ella si sentiva nel cuore, quel morto, che a guisa di sinistro augurio era venuto a turbare la sua solitudine, avevano potentemente agito sulla sua immaginazione, di modo che in quella sera, taciturna e scoraggiata si ritirò nella sua camera prima del consueto. Si appoggiò coi gomiti alla finestra che guardava verso mezzogiorno, e contemplando la notte si abbandonò di nuovo alla voluttà del meditare. Era sórta la luna, e illuminata da lei le si spiegava dinanzi la pianura che si confondeva col cielo senza che l'occhio arrivasse a discernerne i confini. Là era l'Italia! Il pensiero gliela figurava tutta intera nella sua forma geografica, tra i due suoi mari e coll'estrema sua isola vòlta al limite africano.... Oh! se l'alito di Dio la rianimasse ancora una volta, e riunisse in un solo pensiero di vita i ventiquattro milioni della sua popolazione, come quando spirò dai quattro venti a far rivivere le ossa dei morti che il Profeta della risurrezione vide schierarsi sulle rive del Chobar in compatto ed onnipotente esercito!... E pregò perchè il Signore fosse santificato, e venisse sulla terra il regno della sua divina giustizia. — Si coricò, chiuse le stanche pupille, e giunse finalmente ad addormentarsi; ma quantunque in altra forma e diversamente colorate dal sonno, le stesse fantasie continuavano a germogliarle nel cerebro. Le pareva d'essere vestita a lutto, come quando l'era mancata la madre, e che un velo nero le copriva la fronte e discendeva fin quasi alle calcagna: era assisa come al suo solito in riva al torrente, ma le sue acque avevano cangiato colore: erano fosche e scorrevano in tanta copia, ch'ella pensò che si fosse tutto ad un tratto liquefatta la neve dei monti. Guardò; ma i monti erano spariti, e in quella vece s'allargava una campagna senza limiti, il cui lontano orizzonte si perdeva nella nebbia. Allora non riconosceva più il sito: le pareva d'esser trasportata in un deserto, dove a confine del creato scorresse quel volume di acque nerastre. Guardava atterrita a sè d'intorno, e non scorgeva che ghiaie interminabili, terre aride e campagna desolata. Solo dalla parte di mezzogiorno vedeva in lontananza una specie di giardino i cui alberi fioriti digradavano in ogni più vago colore; ma s'era sollevato un vento impetuoso che malmenava quelle loro teste gentili e delicate come piuma: il cui soffio agghiacciato giugneva sino a lei, le scomponeva i capegli e le faceva stridere intorno alla persona il lungo velo e le vesti di seta. La bufera s'andava sempre aumentando, e nuvole di fiori schiantati avvolti in turbini di sabbia venivano spinti attraverso la corrente del nero fiume. Il rugghio della procella era divenuto tremendo; pareva il tuonare d'innumerevoli artiglierie, pareva il grido d'infinite migliaia di morenti. Il giardino era già devastato, gli alberi a guisa di scheletri torcevano le braccia denudate, il fiume era tutto coperto dalle loro spoglie. Come quando fiocca la neve, o quando in primavera si sciamano le api, così spesse ed agglomerate in vortici di sabbia passavano continuamente e sempre più a lei dappresso, e il sibilo che mettevano pareva lamento d'infinite voci umane. Allora il sogno le si cangiò in tremenda visione. Que' globi oscuri, quelle nubi travolte dalla bufera che incessanti valicavano il nero fiume, erano turbe di anime; erano i morti per la patria ch'ella vedeva passare all'altra vita. Una processione di venerandi vecchiardi colle braccia incrociate sul petto:

— Noi, le dicevano, noi le viventi barricate di Palermo! Noi lo scudo dei combattenti per la libertà!... Oh prega, prega per il nostro povero paese!

— Noi i traditi a Curtatone.... — Noi gli abbandonati sulla Piave.... — Noi i venduti a Milano!... gridavano altre legioni.

— Siamo morti contenti per l'Italia! Una speranza ci ha rallegrato gli spasimi dell'agonia.... Oh prega che il nostro sangue non sia sprecato!

Sacerdoti avvinti di catene, sacerdoti col crocifisso nella destra, altri sacerdoti colla spada al fianco:

— O giovinetta, le dicevano, siamo morti in difesa del nostro gregge; siamo morti a' piedi dei profanati altari.... Uno Iddio! Una giustizia! Prega che venga il suo regno!

Poi fra una turba di guerrieri tutti coperti di sangue, ella vide una donna di maestoso aspetto, ma di straniera fisonomia. Aveva le chiome bruttate di fango, le vesti squarciate, e scalza e insanguinata i piedi gentili. Nel passarle dappresso le stese una mano bianca come neve, e portava in dito l'anello nuziale. Le parve allora che incoraggita da quel gesto ella la interrogava: — O chi se' tu che così dividi le lagrime e il sangue de' miei? Dove andate, o difensori della nostra causa? Qual destino è riserbato a questa povera Italia? — Ella non rispose a tali domande, ma versando un torrente di lagrime: — Fuggi, le disse, da questo mondo perverso! Ritírati nel santuario, consacra al Signore i tuoi giovani anni, e impetra da lui sorte migliore agli orfani figlioletti miei ch'io lascio alla tua patria! — Allora udì un fragore tremendo come di mina che scoppiasse, e uno spirito fiero con la miccia ancora accesa nelle mani trapassava nell'aria a guisa di angelo sterminatore. Le schiere dei morti cantavano un inno e benedivano alla generosa Ungheria. Ma altre legioni s'affrettavano intanto al fiume. Erano giovanetti di tutte le stirpi italiane, dal Lombardo risoluto all'adusto e vivace Siciliano. Le loro recenti ferite sanguinavano tuttora; erano tristi, macilenti; taluni piangevano.... altri in atto dispettoso volgevansi a riguardare addietro, come se più della morte li crucciasse il pensiero della vittoria nemica. Uno tra essi le si fermò dinanzi e la fisava come se l'avesse ravvisata. Era la stessa faccia pallida da lei veduta a Gorizia, e che tante volte dappoi ella aveva mestamente ripensata, ma, oh quanto diversa! Allora, benchè prigioniero, il suo sguardo ardeva d'una così ineffabile speranza, che come scintilla elettrica ella se la sentì subito propagare nel cuore. Adesso que' grandi occhi neri la guardavano muti, agghiacciati nell'espressione di un dolore che non verrà mai più consolato. Il segno di una ferita gli attraversava la fronte, la barba squallida e i capelli tutti bruttati di polvere e di sangue rappreso; un'altra ferita in guisa orribile gli squarciava il fianco.... Le pareva che a quella vista ella commossa da un irresistibile impeto d'affetto sclamasse:

— Cara, desiderata immagine che hai sì spesso consolato la mia solitudine, ahi! perchè mi torni adesso innanzi così mesta? Dove sono le gioie che in mezzo ai vilipendi di quella infame giornata mi prometteva il tuo divino sorriso? — E si slanciava per baciare il sangue di quelle grondanti ferite.

— Addio, sorella! le diceva allora il giovinetto. Questa che vedi è forma vuota, nè io posso stringerti la mano pietosa che tu mi distendi.... Tutto è finito! L'ultimo baluardo della nostra indipendenza è già in mano al nemico. Venezia è caduta! e noi già fummo.... Se un disperato valore avesse potuto risparmiarle l'estremo fato, questi che son qui meco l'avrebbero salvata. Ma altrimenti decretava Iddio.... forse perchè le colpe dell'Italia fossero lavate nel nostro sangue e nelle nostre lagrime; e non ascoltò le preci di una popolazione desolata che tutta intera si prostrava dinanzi ai suoi santi altari. Ma se a noi non diede la vittoria, ci diede almeno il coraggio della prova, e sia benedetto il suo santo nome! Ora, quelle sembianze mortali che tu amasti, o sorella, giacciono fra le rovine di Marghera senza sepoltura cristiana, e forse le calpesta il piede impuro del mercenario croato.... Io vado nel seno di Dio! Tu che rimani, offerisci in olocausto al Signore la tua vergine vita, e come candido cereo che arde nel santuario, prega! prega, o sorella, perchè la generazione ventura cresca più di noi virtuosa, e possa ella redimere dallo straniero la nostra povera patria! —

Fu tanto e così sensibile il dolore che queste parole le recarono, che le si ruppe il sonno, ed ella si trovò tutta bagnata di lagrime. Appena giorno, le portarono una lettera del Barone. In essa lo zio le annunziava, come Venezia aveva finalmente capitolato, e accennando all'ordine ristabilito ed alla pace che oramai non poteva così facilmente turbarsi, esprimeva il desiderio ch'ella ritornasse in Gorizia, anzi chiudeva col dirle, che fra pochi giorni sarebbe egli stesso venuto a levarla. Tutto quel dì e buona parte del susseguente ella stette ritirata nella sua camera. Apparecchiava i bauli, disponeva le cose sue, scrisse a lungo: era visibilmente conturbata, ed alla gastalda, che messa in pena per la sua salute venne più volte a vedere di lei, confidò che doveva partire, e che era cotesto che l'addolorava. Poi quando tutto fu pronto, ed ella già vestita da viaggio, la chiamò di sopra. Aveva la scrivania aperta, e terminava di far la scritta su diversi gruppi che le stavano dinanzi.

— Vo via, Menica! e qui ti lascio alcuni ricordi per ciascuno de' miei buoni amici che non ho cuore di salutare, diss'ella; ma tu lo farai per me, non è vero? — E alcune lagrime le caddero dagli occhi. Indi soggiunse:

— Questi orecchini sono per la tua Rosina; e questa crocetta la porterai tu per amor mio.... — E senza aspettare che la donna ringraziasse, continuò: — All'Oliva, quando sarà di ritorno, dirai che cotesto è per il suo ultimo bambino, e che voglio che la gl'insegni il mio nome. Oh mi sarebbe stato pur caro il vederlo crescere qui sotto a' miei occhi!... Ma il mio destino mi chiama altrove.... e se tu sapessi come mi pesa l'abbandonare questa cara villetta!... Mi ci ero proprio affezionata....

— Ebbene, disse la Gastalda, questo vuol dire che ci tornerete presto.

Ella scosse mestamente la testa.

— Questa lettera la lascerete qui. — E affacciatasi alla finestra stette alcuni minuti mestamente contemplando il paese. Poi, piangendo, abbracciò la Menica, e:

— Addio, le disse; vi ringrazio dell'amore che mi avete portato. Quando lo zio, ne' suoi ultimi anni, verrà forse ad abitare in questa solitudine.... ed io non ci sarò! fate voi le mie veci, consolate la sua vecchiaja.... ma non gli parlate giammai di me!... — E come per torsi alla troppa commozione, scese rapidamente le scale, si gettò in carrozza, e ordinò che prendessero la strada di Palma.

X. DIO NON PAGA SEMPRE IL SABATO.

La malata ch'era ita a trovare l'Oliva, era la sua cugina Mariuccia. La povera fanciulla non aveva saputo superare il dolore che le cagionò la partenza di Vigi. Siccome, sul primo accorgersi del suo amore, ella aveva tanto patito per paura d'ingolfarsi in una passione infelice e non consentita, così dopo, quando vide appianate le difficoltà, vi si era abbandonata con tutto l'impeto della giovane anima, ed ella amava come si ama una sola volta nella vita, cioè senz'altro rimedio che possedere, o morire. Quando quella leva inaspettata le rapì il giovane amato, ella si sentì annichilita, come percossa dal fulmine. Ogni suo progetto di felicità, ogni sua speranza veniva miseramente distrutta, ed ella tornava ad essere per lungo tempo e forse per sempre la povera serva di prima. Indarno cercava immaginarsi, ch'egli avrebbe potuto tornar a casa fedele alle sue promesse: otto anni di servigio militare, otto anni di separazione erano per lei una prospettiva terribile.... e poi, c'era la guerra di mezzo; la guerra, quest'orrore ch'ella non aveva mai potuto comprendere, e che il suo Vigi andava ad affrontare in paese lontano, senza di lei!... Oh! se una palla l'avesse colpito.... Che cosa valevano allora le promesse del Barone ch'ella ricordava non altrimenti che una crudele ironía? Impallidita, più morta che viva, ella lo vide partire, e l'allegria, od almeno la speranza d'un avvenire fortunato che le parve trapelare nell'ultimo addio del giovane, a lei che restava accrebbe il martirio. Cominciò a visibilmente dimagrire, stava quasi sempre taciturna, inghiottiva più lagrime che bocconi, la notte non poteva chiuder occhio; e così affievolita, per non perdere il pane, sforzavasi a strascinare il peso delle fatiche giornaliere, finchè finalmente mancatagli la lena, si diede ammalata. Aggiugni, che una voce secreta, a guisa di verme che internamente la consumasse, esacerbava que' suoi patimenti. Quella voce le diceva del continuo, che Vigi non sarebbe mai più ritornato, e che ella sola ne aveva la colpa, perchè ella era stata crudele con la sua povera cugina, l'Oliva, e adesso Iddio l'aveva punita! Non ardiva dirlo a nessuno, ma le parole tremende che l'Oliva le aveva lanciato nel partire, le suonavano sempre all'orecchio; e quando si riduceva nella sua camera, quelle robe di lei le stavano lì negli occhi come un vivente rimorso, e le facevano passare le notti terribilmente insonni. Oh! che le valevano quelle sue miserabili ricchezze per conservare le quali aveva fatto tacere nel suo cuore ogni senso di compassione e di giustizia, ora ch'ell'era abbandonata, ed egli forse sulla nuda terra cadavere insanguinato? In tanta miseria, ella non aveva neanche il conforto della preghiera, perchè le pareva che il Signore non l'ascoltasse; e le rifiutasse quella misericordia ch'ella non aveva avuto per la sua povera cugina. Intanto vennero nuove di un tremendo fatto d'armi a Vicenza, e la lettera diceva di molti del paese chi mutilato, chi all'ospitale, ma niente di Vigi. Allora le famiglie che si erano consolate della perdita dei loro sperando che facessero fortuna, cominciarono a gemere e ad imprecare alla maladetta guerra. Ella, già certa in suo cuore ch'ei fosse morto, credeva che non glielo dicessero per compassione, e tossicava e distruggevasi ogni dì più. Quel vederla così deperire rammaricava tutti quelli che la conoscevano; ma chi ne sentiva un'infinita pietà era la Lisa, la figlia della padrona di casa. Non ardiva però mai venirle in discorso nè del suo male, nè della sua sventura, perchè s'era accorta che sarebbe stato un rincrudire la piaga; ma la circondava di mille dilicate attenzioni, cercava di alleviarle le fatiche col prevenirla ed addossarsele ella, e senza lasciarsi ributtare dal suo ostinato silenzio, le teneva più ch'era possibile affettuosa compagnia. Un dì, sul finire dell'inverno, ell'era stata ad attignere in sua vece, e tornata a casa, vedutala sola, col volto nascosto tra le mani rannicchiata presso al fuoco, le si assise d'accanto: — Mariuccia, le disse, sa' tu ch'è ritornato Coletto? — Ella si scosse, e cogli occhi languidi pel molto pianto la guardava come trasognata. Coletto! quel giovane muratore del vicino villaggio, che era in sua compagnia alla sagra di Madonna di Strada quand'egli ti vide la prima volta?...

— Tornato!... E come lo sai tu?

— L'han detto sul pozzo or son pochi minuti. Ieri è capitato alla sua famiglia l'avviso di andarlo a prendere con una carretta a Gorizia dove è venuto con un trasporto, e questa sera ei deve essere a casa.

— Ma egli, Lisa, egli.... non ritornerà!

— Mio Dio! perchè affliggersi prima dell'ora? Son pochi dì che ho veduto sua sorella.... I suoi sono in pena, sì, ma pure sperano che non vi saranno disgrazie.

— Ah Lisa! non ha mai scritto, e nessuno ha mai più saputo nulla di lui....

— Gli è per questo, ch'egli non deve esser perito, perchè alle famiglie di quelli che sono morti hanno a tutte mandato la carta!

— Ma sai, Lisa, che questo tuo discorso mi fa gran male? Oh! perchè vuoi tu tormentarmi col mettermi in cuore una vana lusinga?

— Tormentarti? Mariuccia mia, e puoi tu supporre in me tanta cattiveria? Io ti parlo, vedi, perchè mi pare, ch'essendo tornato Coletto, se andassimo da lui, noi potremmo sapere qualche cosa di preciso. E diman mattina, se tu il consenti, io vi vado.

— Ebbene! allora noi ci anderemo insieme. Forse egli sarà stato presente a' suoi ultimi momenti, e prima che a tutt'altri, hai ragione, Lisa, egli deve narrarli a me!

Nel dimani esse erano a messa nel villaggio vicino, e dopo messa da Coletto. Era dì festivo, e trovarono più gente di quel che avrebbero voluto. Chi per semplice curiosità, chi per amicizia e chi per motivo simile a quello che guidava le due donne, diversi paesani erano lì entrati in cucina e circondavano il soldato, che seduto presso al fuoco loro narrava ad alta voce le sue terribili vicende. Esse, al primo rivederlo, rimasero come interdette, tanto era mutato. Senza un braccio, orribilmente mutilata una gamba, e la faccia macera e fuor di modo annerita dalla pioggia e dal sole. Egli conobbe subito la Lisa, ma la Mariuccia la fisò un pezzo prima che si risovvenisse. Quando si fu un poco orizzontato,

— Anche voi, ragazze, eh! venite a congratularvi, disse, della bella fortuna che abbiamo fatta. Oh! quando siamo partiti, pareva che andassimo nel paese della cuccagna. Dovevamo ritornare ricchi come Creso! e portare in regalo alle nostre amorose gli anellini e i pendenti delle ribelli!... Invece abbiamo lasciato chi la vita e chi le membra; e quelle pompose fandonie non erano inventate che per farci andare allegri incontro al cannone che ci ha conci come potete vedere! Contuttociò la è ancora una fortuna l'esser qui a raccontarla, perchè io mi credo d'essere il solo di que' del paese: gli altri, ragazze mie, sono iti tutti all'inferno! A queste parole la Mariuccia diede un grido.

— E Vigi? disse, e Vigi?... Ah se l'avete veduto morire, raccontatemi almeno le sue ultime parole! E nella sua disperazione s'era inginocchiata, e protendeva le mani tremanti come per implorare che parlasse.

— Siamo stati sempre insieme, e purtroppo l'ho veduto morire.... Ma, se non vi quietate un poco, io non vi dirò niente, Mariuccia! Ella allora con quanto aveva di forza procurò di frenarsi, inghiottì i singulti, sospese negli occhi le lagrime prorompenti, e muta e pallida come una statua, stava ascoltando.

— Fu nell'istesso giorno! ci caricarono entrambi sul medesimo carro! io fui portato all'ospitale, egli morì per strada. Il primo fuoco noi l'avevamo veduto sotto Treviso, e non ci fece troppo buon bevere, quantunque per quella volta il nostro reggimento l'avesse scapolata quasi netta; ma a Vicenza fu un altro paio di maniche. Quei maladetti ribelli facevano tonare i cannoni ad un modo che la frega del bottino ci era affatto passata. Vedevamo tornar indietro continui convogli di feriti, e chi vomitava sangue, chi urlava da dannato, e i cadaveri ce li abbruciavano lì sotto il naso; e quando venne la nostra volta e ci ordinarono di avanzare, noi eravamo più morti che vivi, e credo che in quel momento anche i più arditi avrebbero volentieri rinunziato a tutto l'oro delle città italiane per poter essere in quella vece nelle nostre montagne un povero disertore perseguitato dai birri; ma un battaglione di croati pronti a tirarci addosso, se non si ubbidiva, ci fece tornar in corpo il coraggio. Camminavamo nel sangue, sopra i cadaveri; cápita una palla e mi porta via il braccio; ed era lì per terra che ancora giuocava alla mora, quando un'altra con un fracasso d'inferno mi rovescia, e nello svenire ho sentito la voce di Vigi che bestemmiava. Quando tornai in me stesso, mi trovai sul carro, e al mio fianco stava il povero giovane, ma era già passato....