Part 25
-Ah! per carità, signor Franz, un solo minuto; si tratta del mio Vigi che vogliono fare soldato.... — Queste parole si cambiavano nell'atrio del palazzo del barone tra un cameriere tutto attillato e una vecchia contadina che insisteva per essere presentata al padrone. Ella aveva seco il figliuolo, un bel ragazzotto bruno, che, se non isbaglio, noi abbiamo veduto alla sagra di Madonna di Strada, e sulla porta, colla testa china e tutta chiusa nel suo ampio fazzoletto a croce, stava la Mariuccia, che nel suo dolore li aveva seguiti a Gorizia, sperando, la semplice, di poter redimere l'amato giovane, se non altro a forza di lacrime. — Ma se vi ho detto che questo non è momento di disturbare i padroni! Or via, capitela una volta e andatevene in vostra malora! brontolava il cameriere. Sono tre grosse ore che si aspetta qui coi cavalli attaccati, e adesso che la fraile s'è finalmente alzata ci vorrebbe proprio anche quest'altro impiccio! — In quella vestito da viaggio il barone scendeva le scale. La donna corse a baciargli la mano, e tutta lagrimosa gli narrò del figliuolo. — Oh! oh! diss'egli; ma che cosa v'immaginate? ch'io possa farlo restare a casa quand'è l'Imperatore che lo chiama all'armata?
— O signor barone! ella che ha tante conoscenze a Vienna.... una sua parolina che ce lo salvasse come già anni il figlio di Piero!...
— Erano altri tempi, madonna. Adesso si tratta di servire la patria.... e poi la vita del soldato non è mica la così grande disgrazia! Gli è un bel giovane, robusto.... Fátti in qua! diss'egli a Vigi che cavatosi il cappello gli si appressò tutto rispettoso. Perdinci! gli ha una figura da vero granatiere. Su via, giovinotto, coraggio! — Ma egli accorato guardava la Mariuccia, che a quelle parole s'era messa in un dirotto di pianti. — Eh! non bisogna badare all'amorosa, sclamò il barone. La fortuna la va pigliata quando la viene, e la carta che vi chiama soldato in questi momenti la è una vera fortuna, capite! Doppia paga, ben trattati, carriera aperta.... E poi in una guerra d'insorgenti come questa, in un paese ricco come l'Italia, se saprete farvi onore, non vi mancherà certo la vostra parte di bottino; e quando cotesti matti si saran finiti di quietare, che già non anderà a lungo, poichè le nostre armi finora sono state sempre vittoriose, m'impegno io di procurarvi un congedo. Tutto al più un paio di anni, giovinotto, e poi tornerete a casa colle tasche piene di napoleoni, con una bella croce sul petto, e cotesta pazzerella che ora piagne, se avrà tanto giudizio da aspettarvi, sarà ben contenta di cangiar stato e di diventare la vostra signora moglie! Addio, addio; vi ricorderete di me e mi farete un brindisi al primo bivacco, quando sarete in campo! E gettò al giovane una moneta. — Partirono mortificati. Ma le parole del barone erano un seme che doveva dare il suo frutto. Il giovane le andava ruminando continuamente, ed esse avevano acceso ne' suoi neri occhi una specie di fiamma sinistra che consumò ben presto le lacrime che il pensiero della Mariuccia gli faceva versare. L'Italia, questo paradiso terrestre, questo paese dell'abbondanza e della ricchezza ch'egli aveva tante volte sentito magnificare, gli stava sempre nella mente. Se incontrava un ricco, se per caso vedeva lo scintillare d'un anello, di un monile, o di qualunque altro oggetto prezioso, subito gli veniva l'idea che di codesti in Italia ne dovevano essere a migliaia, e senza scrupolo nel secreto del suo cuore agognava all'oro dei ribelli, come a preda lecita e promessa. Insomma, egli s'andava ogni dì più formando al destino che l'attendeva, e questi pensieri gl'infondevano una certa aria marziale e uno spirito d'intrapresa, di modo che quando venne l'ordine di partire per l'armata, egli era di già soldato nell'animo e in gran parte disposto a dar prove non indegne dell'austriaco valore.
Frattanto il barone che aveva accompagnato in campagna la nipote, se ne tornava contento che il piccolo viaggio, invece di esacerbarne le sofferenze, l'avesse anzi alcun poco esilarata. Nei tre o quattro giorni ch'egli si trattenne in quella sua romita villetta abitata da soli contadini, aveva dovuto starsene affatto digiuno di notizie politiche, ed era impaziente di conoscere alcuni dettagli e i progressi dell'ultima vittoria. Nell'attraversare la strada postale, si ricordò che proprio in quel giorno alcuni graduati austriaci, tra' quali un generale suo amico ch'era alla direzione del blocco di Palma, dovevano trovarsi a pranzo in un villaggio vicino in casa d'un conte suo congiunto di sangue, per solennizzare la ricuperata salute del nipote del maresciallo S***, che ferito sotto Udine, era là stato trasportato, e ordinò di dirigere a quella volta i cavalli, proponendosi di godere anch'egli di quel lieto convegno, e sperando di risapere da loro alcun che di preciso intorno ai grandi avvenimenti in quei giorni consumati. Ma non aveva fatto due miglia che dovette fermarsi. Una quantità di gente ordinata in lunga processione, col capo scoperto e alternando divote salmodie, gli veniva incontro proprio per la strada ch'egli doveva tenere. Erano gli abbruciati di Jalmicco che trasportavano l'immagine della Madonna e le reliquie dei loro Santi. Un buon prete impietosito dai lamenti dei miseri che andati a rovistare fra le macerie dei loro distrutti focolari avevano veduto quegli oggetti venerati esposti alla profanazione della soldatesca ivi accampata, aveva loro ottenuto di raccoglierli nella chiesa ospitale del vicino villaggio. Appena udita la nuova di questo permesso, la dispersa popolazione accorse da tutte le parti, e nel trovarsi lì riunita sulle rovine dell'amata terra natale, nel rivedersi dopo tante sventure, nel salutare il loro buon parroco venuto anch'egli per sì pietosa funzione, lacrimavano consolati, si strignevano in dolci abbracci, e alcuni arditi s'erano arrampicati sul campanile ad onta che il fuoco non vi avesse lasciato che le nude muraglie, ed avevano cominciato una scampanata che tuttora percoteva le orecchie del barone. Venivano prima le croci annerite dall'incendio, poi i gonfaloni, gli stendardi intorno ai quali sventolava ancora qualche brandello di seta arsiccia, indi i preti che portavano gli avanzi dei vasi sacri, degli arredi sacerdotali e le reliquie dei Santi, ultima l'immagine della Vergine, mutilata, col bambino cincischiato la faccia, monco le mani, e cogli occhi cavati. Seguiva una turba infinita di donne, che ad ogni versetto del salmo intonato dai preti e da' cantori alternava nel suo linguaggio questi pietosi lamenti:
— Madre nostra benedetta, noi che vi avevamo vestita come una regina, col manto ricamato, coll'abito di seta colle frange d'oro; e vi hanno denudata e vi hanno tolta la corona dal capo, i veli dal seno....
— Madre nostra amorosa, noi che vi avevamo donato gli orecchini, appeso al collo e intorno all'arca il nostro cordon d'oro, riempite le mani dei nostri anelli; e vi hanno strappate le orecchie, insozzata la faccia, tagliate le dita!...
— Noi che ogni sera venivamo a recitarvi il rosario; e vi hanno invece maltrattata, bestemmiata, come noi cacciata di casa!...
— O cara nostra Madre tanto bella, tanto santa! chi più vi riconosce?
— O povera Madre nostra, che cosa hanno fatto del vostro divin bambino? Dove sono le croci d'oro che gli fregiavano il petto? Dove le tante rose di cui vi avevamo nei dì solenni adornata?...
E continuavano variando all'infinito cotesti lor treni. Quelle facce sparute e lacrimose, quei tanti fanciulletti scalzi e macilenti che seguivano le loro madri, quella popolazione tutta cenciosa che colle mani giunte e in divoto raccoglimento gli sfilava dinanzi trasportando, come gli esuli dell'antica Troja, gli avanzi venerati del suo culto, quelle preci e quei mesti lamenti conturbarono il barone e quasi suo malgrado lo commossero. Indarno per cancellare quella triste impressione egli procurò d'immergersi con tutta l'anima nella gioia del convito. Nè la lieta accoglienza che ricevette, nè le strepitose notizie venute proprio in quel momento dall'Italia, nè i reiterati evviva al magno Radetzki poterono in nessun modo cavargli dalla memoria il miserando spettacolo di cui era stato testimonio. Fra i bicchieri colmi di vino e l'allegria degli entusiastati compagni, altro ei non vedeva continuamente che la lunga e lugubre processione degli abbruciati di Jalmicco.
VIII. GUSTI DELLA CAMPAGNA.
Non andò guari che la fraile Cati cominciò a risentire il benefico influsso dell'aria libera dei campi, ch'ella aveva tanto desiderato. Appena partito il barone, ella s'era messa a godere con tutta pienezza di quella vita campestre, e rinunziato ad ogni etichetta pranzava in compagnia della gastalda e di suo marito, usciva a far delle lunghe passeggiate colla Rosina loro figlia, una ragazzetta di quindici anni che le si affezionò ben presto come se le fosse nata sorella; vestiva semplice, e trovava un gran piacere a conversare così alla buona con essi e colle comari del paese facendo uso del suo nativo dialetto, le cui frasi erano sopravvissute nella memoria ad onta della straniera educazione, ed ora nel riudirle e nel tornarle a proferire le pareva di rivivere negli anni beati dell'infanzia.
Alzarsi ogni dì mattutina per respirare l'aura balsamica dell'alba e ricrearsi dello spettacolo del sole nascente, del canto degli uccelli, delle danze fantastiche delle variopinte farfalle; vederlo tramontare assisa in riva al torrente, le cui onde illuminate dagli ultimi raggi le passavano dinanzi in rapidi volumi di oro e di porpora; bevere gli effluvi dei tanti fiori che su quell'ora malinconica prima di chiudere al riposo i vaghi lor calici sogliono esalarli più dilicati come un addio alla luce moribonda; contemplare nei notturni silenzi l'immenso stellato dei cieli e la mite vaghezza dei raggi lunari, quando si diffondono come piove d'argento sul vaporoso creato; coteste erano delizie ch'ella preferiva a tutti gli spettacoli che l'arte più raffinata avesse potuto offerirle nella società in cui aveva fino allora vissuto. Ma un'altra sorte di piaceri assai più cari al suo cuore ella sapeva procurarsi in quella solitudine. La sua ricca condizione e la liberalità dello zio la ponevano in istato di poter soccorrere molti disgraziati, ed ella come angelo di consolazione volava dappertutto dove sapeva di poter tergere una lacrima. In breve si sparse la fama della sua beneficenza, e in que' contorni ell'era conosciuta ed amata come la madre dei poveri. Un dì, sul finire dell'autunno, sedeva al solito su d'una pietra dirimpetto al pozzo col cestellino al fianco, e agucchiava lesta lesta ricambiando ogni qual tratto gli affettuosi saluti delle contadine che s'avviavano ad attignere. In fondo al villaggio vedevasi aperta la porta della Chiesa; alcuni fanciulli s'andavano aggruppando là intorno, come se avessero aspettato qualche novità, e il concorso delle donne all'acque era in quella sera più dell'usato numeroso.
— Che abbiano proprio da battezzarlo nella nostra chiesa? interrogava una di esse.
— Ma sì! almeno questa mane sono stati ad avvisarne il curato; e poi non vedete il sagrestano che aspetta?
— Se fosse vero dovrebbero venir innanzi....
— Mi par grossa, diceva un'altra, che una creatura di quei di là s'abbia da battezzare in chiesa di cristiani!
— Oh bella! quand'è nata sul fenile di messer Valentino, vorresti che la portassero fuor di paese?
— Il fatto sta, ch'egli è un bel pezzo ch'io sono ad attignere e ancora non si vede anima viva.
— Non la battezzano, no, comare, state certa. I ribelli sono tutti dannati, e non è mica un'oca il nostro curato per impacciarsi con simile genía.
— Ecco mo che vengono! sclamava una giovinetta; e tutte a guardare a quella volta.
— Ah mio Dio, non c'è che la levatrice!...
— E la creatura?...
— Eh perdinci! Trattandosi di roba sua, il diavolo se l'avrà sul fatto inghiottita.
— Oppure, soggiugneva una vecchia, la madre che dev'essere una strega maledetta, poichè dicono che in quello stato ha potuto scappare di mezzo alle fiamme, l'avrà partorita con un piedino di porco, e si saranno accorti, ed ora non la si potrà battezzare.
— Vedete la Menica che parla colla levatrice!... Ella saprà com'è questa faccenda.... — E tutte lasciato l'attignere si fecero curiose intorno alla nuova venuta.
— Non ponno trovare in tutto il paese chi voglia tenerla al battesimo, disse quest'ultima, poichè si tratta di ribelli, capite!
A queste parole la fraile si alzò dal sedile, e fatto segno alla Menica d'accostarsele, — Buona donna, le disse, vi prego, avvisate subito il curato che sarò io la santola di quella povera creatura. — E s'avviò a casa; indi di lì a pochi minuti era in chiesa tra una folla di curiosi, e con devoto raccoglimento teneva al sacro fonte una fragile creaturina i cui pianti prolungati pareva che implorassero la compassione degli astanti. Finita la cerimonia, le campane sonarono a festa, e furono forse la sola voce di gioia che si congratulasse colla madre di quella nuova animetta ch'ella aveva messo nel numero dei viventi e che allora era entrata nella fede de' suoi padri. In quell'istesso giorno la fraile si fece accompagnare al fenile di Valentino e volle salutare la puerpera. Ma qual fu la sua sorpresa, quando nella meschina che giaceva su d'un po' di paglia in quel luogo esposto a tutte le intemperie, ravvisò la poveretta di N***, a cui pochi mesi prima il barone aveva così crudelmente negato l'elemosina! E anch'ella, la donna, parve l'avesse subito ravvisata, poichè si turbò tutta quanta, e divenuta di bragia, colle mani si nascondeva la faccia. La fraile le si appressò, le si assise d'accanto, e con voce affettuosa: — Noi ci siamo vedute ancora, le disse, e in cattivo momento...! Or via, facciamo la pace, poichè io voglio per quanto posso riparare l'offesa di quella brutta sera, e oggi che ci siamo fatte parenti, e che in qualche maniera sono anch'io la madre della vostra creaturina, voi non potete negare di strignermi la mano in segno di perdono e di amicizia! — Oliva gliela baciò, e rassicurata da quelle benevole espressioni, osò pregarla che procurasse di far sapere a suo marito lo stato miserabile in cui si trovava. Dopo l'incendio, egli s'era messo a giornata in una bottega da falegname. Un contadino dell'Illirico, che possedeva alcuni campi a Jalmicco, aveva più volte tentato di acquistare da lui il fondo della casuccia distrutta. Sperando sempre in qualche risorsa, essi non avevano voluto acconsentire; ma finalmente costretti dal bisogno s'erano rassegnati, e Oliva, lasciati i fanciulli a una sua sorella, s'era avviata per trattare coll'acquirente. Gli stenti, la fatica del camminare e l'afflizione le accelerarono il parto: sorpresa dal male, aveva dovuto pregar ricovero in quel fenile, ed ora si consolava nell'idea di poter ancora protrarre cotesta vendita dolorosa al cuore. La fraile le promise di mandar subito a vedere di suo marito, e chiamato messer Valentino, gli ordinò che provvedesse in suo nome tutto ciò ch'era necessario per la puerpera; poi la sera colla gastalda cercò di combinare il modo di alloggiarla. In pochi giorni una polita casetta lì nel villaggio fu allestita con tutto l'occorrente per lei e pei fanciulli, e quando venne il marito trovò preparata una botteguccia da falegname con gli utensili che gli facevano duopo, sicchè per vivere egli e la famigliuola bastava che avesse lavorato. Quei poveretti piangevano di consolazione e di gratitudine, e la fraile era divenuta l'amica dell'Oliva e la madre de' suoi figliuolini, ch'ella spesso visitava, e le cui innocenti carezze e l'affetto ingenuo le compensavano in gran parte le molte lagrime ch'ell'era destinata a versare. L'inverno era intanto venuto, e il barone con lettere e visite frequenti la sollecitava a tornarsene alla città; ma essa a forza di preghiere seppe persuaderlo a lasciarla ancora in quella solitudine per lei piena di attrattive ad onta di tutti i rigori della stagione. S'occupava continuamente di qualche benefico provvedimento pe' suoi amati poverelli; una quantità di fanciulletti venivano a trovarla, ed ella aveva per tutti qualche regaluccio e qualche affettuosa parola. Alle giovinette insegnava alcuni facili lavori muliebri. Per la gente di campagna l'inverno ha molte ore disoccupate, ed esse se ne valevano per imparare dalla buona fraile a ricamarsi il fazzoletto de' dì solenni, a cucir con garbo un grembialino, e talune anche a leggicchiare qualche libretto instruttivo ch'ella, a forza di pazientemente tradurre nella lingua nativa, aveva loro appreso a capire. Talvolta venivano a cantarle le villotte del paese, ed ella le ricambiava coll'insegnar loro qualche bella canzoncina italiana, o qualche divota preghiera. Passò così gradevolmente l'inverno, e parve che in grazia di quella vita semplice e di quelle dolci abitudini di campagna le si fosse a poco a poco rifiorita la salute, tanto la sua faccia era divenuta serena e tornato lo sguardo a rianimarsi d'una secreta speranza.
IX. IL CANNONE DI MARGHERA.
Non era ancora comparsa la primavera, ma già diffuso nell'aere quel non so che di voluttuoso, che n'è il preludio, come se fosse l'alito della terra innamorata incontro al sole che deve farla germogliare e rivestirla del magnifico suo verde. La fraile aveva incominciato le sue liete passeggiate in riva al torrente. Spesso le allungava fino a un casale, dove una contadina sua amica allattava l'ultimo bambino dell'Oliva. Erano stati a cercare di lei per una sua parente gravemente ammalata, che prima di morire implorava di vederla, e la fraile, che l'aveva consigliata a contentare questo pietoso desiderio, nella sua assenza, aveva ella assunto la sorveglianza della famigliuola e le cure di madre per l'abbandonata creatura. Cotesta gita, ch'ella si aveva imposto come un dovere, l'era diventata così cara, che pativa se per caso trovavasi obbligata ad ometterla. Usciva per solito mattutina, portava seco qualche regaluccio per la balia, e camminava lesta lesta pensando al bimbo ch'ella ogni giorno vedeva crescere e farsi più grazioso. Doveva pur venire il momento ch'ella avrebbe discoperto su quella faccia infantile la scintilla dell'intelligenza! Oh sì! doveva in breve comparire l'anima in quei cari occhietti azzurri; e chi sa che il loro primo sorriso non fosse stato per lei, od almeno chi sa che un giorno o l'altro non l'avessero finalmente riconosciuta e ricambiato l'amore con cui ella così sovente li contemplava! Più d'una volta ella s'aveva goduto a spiare il bottoncino della rosa, o i teneri pinnocchietti della reseda per cogliere l'istante in che esalavano il loro primo profumo; ma sorprendere il primo lampo d'affetto nella creatura umana doveva essere ben più dolce! Assorta in codesti pensieri i suoi occhi vagavano commossi sulla magnifica scena che così camminando le offeriva il paese. Ivi il torrente scorre attraverso una vasta pianura. La nuova e l'antica capitale del Friuli, l'una dirimpetto all'altra, campeggiano sull'orizzonte a destra: Udine, che vista da quel punto sembra maestosamente assisa a' piedi delle Alpi, col suo bel castello che guarda all'Italia; e in fondo alla pingue campagna che si dilata fino al mare il campanile d'Aquileja, colla sua bruna aguglia ch'esce dal folto come piramide destinata a sfidar l'ira dei secoli. Le ridenti praterie della sinistra paiono distendersi fino alle colline che da Butrio vanno a Rosazzo, e una quantità di paesuzzi seminati alle loro falde, in armonia cogli allegri casini campestri e coi cipressi che qui e colà ne incoronano le vette, dánno un aspetto pittoresco a quel lembo di paese che lì tutto ad un tratto si dispiega dinanzi allo sguardo del viaggiatore che viene da Trieste. Spesso nel tornarsene a casa ella sedeva a riposare in cospetto di quella bella natura, e consumava molte ore meditabonde spaziando col guardo innamorato or per l'infinito de' cieli, ed or per la svariata prospettiva che le stava dinanzi. Una gioia segreta le balenava talvolta negli occhi, come se nel fondo del suo cuore si ridestasse qualche grande speranza, che gli uomini e gli eventi avessero indarno tentato rapirle. Allora la sua fisonomia assumeva un'espressione di tanta felicità, che pareva inspirata; ma ciò che le innalzava l'animo a quella specie di estasi non era nè lo spettacolo delle Alpi gigantesche che a guisa d'anfiteatro la circondavano, nè l'amena pianura già imbalsamata dal primo soffio primaverile, nè l'immensità e la purezza de' cieli che le stavano sul capo, nè tampoco il pensiero della gentile creaturina ch'ell'era stata a visitare. Per quanto soave fosse l'immagine che questi oggetti le procuravano, v'era qualcosa di più profondo e di più sublime che in tali istanti aveva potenza di agitarla. Il suo occhio si posava sulla neve delle Alpi, sul mandorlo che incominciava a fiorire e a cui d'intorno ronzavano i mille insetti della terra svegliata, sulle acque del torrente, sulle prime farfallette della stagione che le danzavano innanzi nei due colori che pochi anni addietro nel nome del suo Pontefice avevano rianimato l'Italia; coteste erano dolci impressioni, ma quasi inavvertite. Ciò che la scuoteva siccome scintilla elettrica mettendole nell'anima il sussulto della vita e negli occhi il fuoco e il brio della giovinezza, era il cannone di Venezia che udivasi distinto rumoreggiare ogni tratto, e che le montagne ripercotevano da lungi. Sì! il rimbombo del cannone che tante volte l'aveva offesa, ora l'entusiastava e la riempiva di gioia ineffabile. Divisa dal mondo, relegata in quella sua volontaria solitudine, poco o nulla ella sapeva degli avvenimenti che in quell'epoca si consumavano; ma il cannone l'avvertiva che Venezia viveva tuttora, e che le sorti della sua patria non erano peranco decise. Legata per una specie d'istinto alla causa che là si difendeva col sangue, indarno le avevano insegnato a riguardar come un delitto la rivoluzione italiana: ad onta di tutti i ragionamenti ella sentiva nel cuore che là era raccolta come nei palpiti di un moribondo tutta l'energia della sua povera nazione, e pregava perchè ella potesse resistere e trionfare della prepotenza delle tante armi che la circuivano. Per lei, quella era quistione di vita o di morte, e così lontana lottava anch'ella coll'anima e respingeva il nemico, e le fluiva nel sangue quell'istessa ardita speranza che faceva prodi le scarse legioni che difendevano Marghera e la tanto contrastata piazza del ponte. La stagione avanzava, i monti s'erano oramai vestiti di verde, infoltivano gli alberi, coprivasi di fiori la terra, ed ella continuava ogni giorno ad uscire all'aperto, avida di quel cannoneggiamento, come di musica che le mettesse nell'anima l'entusiasmo, e nei giorni ch'ei taceva, malinconica ed ammalata, quasichè le fosse mancata la sorgente che le alimentava la vita.