Racconti

Part 23

Chapter 233,873 wordsPublic domain

— O mia Cati! ei le diceva, se il nostro progetto s'avvera, i miei ultimi giorni saranno lieti e io terminerò felice la mia mortale carriera, come quel sole che ora in sì placida e maestosa pompa discende all'occaso. Una lagrima corse per le guance alla giovinetta. — Dio, che mi vede l'anima, sa come io lo preghi, padre mio, di concedervi una lunga vita e tutta felice, — diss'ella con un timbro di voce così soave che pareva un'armonia. — Oh! io lo sarò felice e pienamente, ripigliò il vecchio, quando ti vedrò in possesso della bella fortuna che ti si prepara. Fin da quando tu eri fanciulletta nell'istituto delle Dame X*** a Vienna, e io ti vedeva crescere ogni giorno più aggraziata e gentile, cotesto era il più caro de' miei voti; ma non ardiva pensarci da senno, perchè troppo grande mi pareva la distanza fra te umile figlia di un barone di provincia ed egli sangue di principi, collocato sì dappresso alla santa maestà del trono. Chi mi avrebbe detto che proprio nel momento in che la sua fortuna fatta di tanto più cospicua pe' segnalati servigi prestati al nostro buon Imperatore, io fossi così vicino a veder realizzata cotesta mia secreta speranza? Eppure la lettera della tua nobile zia e l'invito della Contessa che ora ci chiama in sua casa, dov'egli ritorna dopo la sua gloriosa vittoria, mi danno certezza che il mio è qualche cosa di più di un castello in aria. Mia Cati, poichè egli desidera di rivederti, credi, non può essere che per deporre a' tuoi piedi la sua immensa fortuna. E quando ti avrà riveduta non sarà, no, più sogno il mio! Le tue adorabili qualità lo faranno superbo della sua scelta, nè l'amore grandissimo che io ti porto mi fa ora velo dinanzi agli occhi. Allorchè mio fratello moribondo ti confidava nelle mie braccia, io mi accorsi subito che l'orfanella era un grande tesoro... — Tesoro, padre mio, è stata la vostra bontà, le cure e l'affetto più che paterno che voi sempre mi prodigaste, al quale, soggiunse ella abbassando la voce e facendosi sempre più melanconica, al quale io sento rimorso di non saper corrispondere come dovrei!... — Senti, Cati, noi vogliamo vivere sempre insieme. Quando sarai maritata, io mi stabilirò a Vienna vicino a voialtri: ti vedrò ogni giorno, la tua felicità sarà tanta vita per me. Vienna è un gran bel paese! L'allegra, la gaia Vienna, il paradiso terrestre delle feste e dei piaceri! Oh si sa vivere a Vienna!... Qui, poverina, tu se' fuori di sito. Chi sa comprenderti qui? Cotesti rozzi provinciali non possono apprezzare le grazie squisite della tua nobile educazione; le tue amabili maniere, il tuo buon gusto, i tuoi distinti talenti qui sono perduti, sprecati, e per questo mi sei così melanconica. Ma a Vienna avrai campo di brillare. Tu se' nata fatta per essere la delizia di una capitale, per destare l'ammirazione e la simpatia nei nostri eleganti _salons_. Oh pensa la mia gioia quando ti vedrò finalmente collocata nella luminosa atmosfera che unica ti si conviene! Il riverbero di tanto splendore farà ringiovanire il povero vecchio. Non dubitare, torneranno i bei tempi della pace. In breve le armi vittoriose del nostro sovrano finiranno di ristabilire dovunque l'ordine e la tranquillità. Una volta estirpata la ribellione, tu pure tornerai lieta. Il tuo cuore sensibile non è fatto pe' trambusti della guerra. Essi ti turbano, ti fanno male, ed è perciò che le tue belle guance si sono illanguidite. Povera la mia Cati! Tu se' un nobile fiore, ma dilicato: coteste villane bufere ti offendono, ed hai bisogno della ricca e tepida serra per poter spiegare tutto il tesoro de' tuoi colori e de' preziosi profumi. La tua serra è la capitale. Là mi tornerai fresca ed allegra, colle tue belle rose sul volto, cogli occhi pieni di vita e di brio.... Ed entusiastato continuò per buona pezza a discorrere dell'avvenire che gli prometteva un così dolce sorriso. La fanciulla taceva, e contemplava gli ultimi sprazzi della luce che quietamente facevano rubiconda la cima dei nostri monti. Una volta nel passare dinanzi a un cimitero campestre i suoi occhi si fermarono sui tumuli coperti di recente erbetta a' piedi degli ulivi le cui frondi commosse dall'aura vespertina tremolavano or bianche ed or verdi lasciando piovere la porpora del tramonto che come un affettuoso addio pareva accarezzare quei poveri morti, e sentì che a tutte quelle gioie mondane ella avrebbe preferito di dormire eternamente, ma lì nella sua terra nativa. Frattanto la carrozza giunta a N*** s'era soffermata alla sbarra dove si paga il pedaggio. Vedendo signori, una povera donna trasse innanzi a chiedere l'elemosina. La seguivano tre bambini, portava il grembo fecondo di un altro. L'atto strano con cui stese la destra volgendo dall'altra parte la faccia vergognosa e queste parole: Abbruciati di Jalmicco! — ch'ella proferì invece di preghiera, ferirono il barone. Ei rimise nel borsellino la moneta che già stava per gittarle e guardandola con severo cipiglio — Ribelli eh? disse, oh bene vi sta la terribile punizione che vi tiraste addosso! A simile genia nessuna compassione! — e ordinò al cocchiere di sferzare i cavalli. Come l'inesperto, che nell'adoperare un coltello a due tagli s'insanguina le mani, così quel rimprovero ferì tremendamente da due parti. La pietosa fraile vide quella povera donna farsi di bragia e tirare a sè l'ultimo de' suoi bambini che stendeva ancora le mani ad implorare misericordia dalla carrozza che partiva, videla accarezzarlo con un sorriso d'indefinibile amarezza, mentre inavvertite le gocciavano a quattro a quattro le lacrime sulla bionda testa dell'innocente. Un'orribile scena d'incendio, di rapine, di dolori e di miseria le si dipinse dinanzi all'anima commossa... Quai che si fossero le colpe di quella meschina, ella pativa: pativano quei poveri fanciulletti che certo non potevano aver colpa. Chi sa quante lacrime erano condannati a versare!... Quella moneta rifiutata avrebbe pur potuto tergerne qualcuna! ed ella, che in tal momento avrebbe voluto tergerle a costo di sangue, sentiva di abborrire quel metallo rimasto lì inerte. Oh! ei le pesava sul cuore come un rimorso. E le pareva peccato pensare a comparir bella e spiritosa nell'istessa ora che quella raminga piangeva per non aver pane da dare alle sue creature; far pompa di mille inutili adornamenti, godere una lieta serata, tutti i comodi e il lusso della vita, mentre colei senza tetto, gittata su d'una strada nel profondo della miseria rammemoravasi forse la crudeltà di quei signori, che invece di soccorrerla l'avevano rimproverata.... E lo sforzo terribile di dimandare l'elemosina pagato con un rifiuto!... Doveva averle costato quell'umile dimandare l'elemosina! Tutto il sangue l'era corso alla faccia. L'aveva ben'ella veduta come si nascondeva e come le tremavano le labbra, quando proferì quella solenne parola: Abbruciati di Jalmicco! E le si ridusse dinanzi alla memoria la sera in cui salita sulla terrazza della sua casa aveva veduto ardere quel povero villaggio insieme cogli altri in quella notte distrutti. Quando smontò nel cortile della Contessa, e fatta salire nella camera da ricevere ella fu accolta con ogni maniera di cortesia così dalla padrona di casa come da diversi graduati austriaci che lì stavano aspettandola, la sua mente funestata non ravvolgeva che tristi pensieri. Era pallida fuor di misura, un cerchio di ferro le strigneva le tempia, di modo che parevale sentirsi scoppiare il cervello, la luce dei doppieri le offendeva la vista; nondimeno procurò di raccogliere tutta la sua forza per corrispondere ai gentili complimenti che le venivano indirizzati. Un bel giovane biondo dalla tinta dilicata e dagli occhi cerulei le si assise dappresso. Parlavano della capitale, dov'ella era stata educata, delle conoscenze comuni ad entrambi, di un magnifico giardino, che da fanciulli avevano una volta visitato insieme.... Procurava di comporre al sorriso le labbra smarrite; discorreva di fiori, e cogli occhi dell'anima non vedeva che macchie di sangue. Le pareti della stanza erano adorne dei ritratti dei più famosi tra i generali dell'armata austriaca. La luce dei doppieri dava nei vetri e nelle cornici dorate dei quadri, e quel riverbero agli occhi ammalati di lei pareva lo splendore infausto degli incendi altre volte veduti e dappoi continuamente meditati; cominciò ad offuscarsele la vista. I lumi, la stanza, le persone che la circondavano, i quadri, tutto le si mesceva. Quelle immagini ch'ella vedeva come a traverso le fiamme, le si tramutavano dinanzi: assumevano le forme esecrabili di cadaveri scarnati, di serpenti, di luridi vampiri. I muri le si mostravano tutti insozzati di larghe strisce di sangue, il pavimento un bulicame di sangue; perfin la croce di brillanti che scintillava sul petto del suo giovane interlocutore le parve grondante di sangue. Chiuse gli occhi inorridita e lasciò sfuggire un gemito. Tutti s'accorsero che le veniva male, e la contessa s'affrettò a condurla sulla terrazza a respirar l'aria fresca della notte. Rimbombava il cannone di Palma e l'aria appariva ad intervalli accesa dalle bombe che da quattro lati lanciavansi contro la fortezza. I loro scoppi facevano tremare fin dalle fondamenta la casa, e talmente offesero i nervi di lei, che spaventati per la sua vita dovettero subito pensare a coricarla.

IV. I RIBELLI.

— Lela! su po', Lela, cammina! gran fatto che stasera tu non possa tenerci dietro.

— È colpa Tinetto, mamma, che va come una lumaca.

— Ho perduto uno zoccolo io,... piagnucolava zoppicando il piccino, e mi fa male al piede, e non ci posso ire io....

— Butta via anche l'altro, gli diceva la sorella, chè già gli è tutto sdrucito, e si va meglio scalzi. Ma il fanciullo piangeva, e udivasi sempre più distante lo scalpitare della madre e dell'altro bambino ch'ella si strascinava seco.

— Mamma, Tinetto non può piue; me lo piglio in braccio?

— Oh sì davvero! volete rompervi il collo? — e fermatasi, — Santa Vergine! esclamava, che pena con queste creature! Se non fosse stato quel birbo di quel signore, che co' suoi rimbrotti ci ha tutta inimicata la gente, già colui della sbarra ci dava da dormire. Ora bisogna andarsene all'altro villaggio; quando arriveremo, saranno già tutti coricati, e ci toccherà di serenare sulla strada. Lela, vuoi camminare tu con Giacomino, e io procurerò di prendermi in braccio l'altro? Ma fatti alcuni passi, il suo stato l'obbligava a metter giù il fanciullo e a sedersi sull'orlo d'un fosso per riposare. — Mamma, e non ci darai pane questa sera? chiedevano i bambini. — Povere le mie viscere! E non avete veduto come ci hanno maltrattati? Oh Dio, Dio!... Ahi! che lampo d'inferno. Vogliono proprio abbruciarla quella povera fortezza! — diss'ella abbarbagliata dal vicino splendore d'una delle tante bombe, che in quella notte si lanciavano contro Palma; e tornò ad alzarsi come per fuggire al fracasso che la intronava. E così trascinandosi alla meglio giunse finalmente al villaggio che giace alla diritta della strada postale.

Non lungi dalla chiesa, in un cortile dinanzi a una casa colonica vedevasi un focherello d'intorno al quale si agitavano alcune persone. Ella si diresse a quella volta. Erano contadini che avendo i bachi in cucina preparavano la cena lì all'aperto. — O, di casa! disse la donna. Potreste darci ricovero per questa notte? La fecero entrar subito, e vedendola in quello stato, vollero che si assidesse in loro compagnia, mentre aggiugnevano un po' d'acqua nella caldaia. Chiacchieravano delle vicende della guerra, e la poveretta, rinfrancata da quell'accoglienza ospitale, osò dire ch'era di Jalmicco.... — Oh la disgraziata!... sclamò la padrona di casa lasciandosi cader di mano la mestola con cui gettava nel paiuolo la farina, e tutti gli astanti cangiarono d'aspetto e si misero a sogguardare sospettosi la forestiera e i suoi piccoli, come se quella parola fosse stata una bestemmia. — Voialtri Italiani, disse un vecchio venerando che dai bianchi capelli e dal rispetto con cui veniva trattato pareva il capocchia della famiglia, foste severamente puniti. Io non sono stato a Jalmicco, ma mi dicono che sia una vera desolazione.

— O messere, rispose la poveretta, là non c'è più una sola casa in piedi! Mucchi di sassi anneriti dal fuoco, calcinacci che ingombrano la piazza e le strade, la nostra bella chiesa tutta rovinata, fin le pietre de' sepolcri spezzate, le reliquie e le immagini dei santi disperse, mutilate, insozzate.... Oh mio Dio!... e in mezzo a quella distruzione acquartierati i soldati che insultano a' meschini che osano rovistare tra quelle macerie....

— Eravate in paese quando diedero il fuoco?

— Mio marito era ne' campi. Io meschina a casa colle creature. Mia suocera spaventata corre ad avvisare che vengono. Per paura dei soldati, fuggo. Avevo al collo il cordon d'oro, mi penso che potrebbero rubarmelo, lascio i piccoli sulla via e torno addietro a nasconderlo nella cassa.... Oh! Io aveva una bella cassa, piena zeppa di biancheria e tanti vestiti da far invidia a una regina. Mi cavo perfin la pezzuola ch'era di seta, e stupida la ripongo colle altre robe per prendermi cotesto straccio che solo mi è rimasto. Poi via per i campi, e dietro s'udivano le fucilate e lo scalpitare dei cavalli e il parapiglia dei miseri paesani. Oh Dio! non avevo fatto un miglio, quando un gran fumo cominciò ad alzarsi nel sito del nostro villaggio e poi a' quattro lati le fiamme, e poi qui e colà altri villaggi ardevano. Che notte di orrore! e non saper niente di mio marito! Ogni qual tratto ci raggiugnevano turbe di fuggenti coi bambini in collo, coi vecchi e cogli ammalati che strascinavano, e chi ci diceva che lo avevano fucilato, chi ch'era morto sul campo calpestato dalla cavalleria. Tre giorni stetti ramingando come forsennata appiattandomi nei fossi. Finalmente ei venne, e mi disse che di tutta la nostra roba non ci rimaneva più nulla come qui su questo palmo di mano.

— Poveretta! poveretta! dicevano singhiozzando le donne commosse da quel racconto; e dimenticate che si trattava di ribelli. — E la casa? era vostra la casa?

— Era mia, diss'ella, e ci avevamo speso ad aggiustarla ducento ducati; tutti i nostri risparmi, l'anno passato.

— Non avete nessuno dei vostri che possa soccorrervi?

— I miei fratelli sono su d'una buona colonía e per mangiare polenta se la campano, ma sono entrambi pieni di prole: una sorella moglie del gastaldo del conte B; le altre due maritate lì nel villaggio adesso sono a pane esse e i loro figliuoli: e mio padre? e mia madre che non hanno più nulla...? O mio Dio, ci vuol altro per soccorrerci tutti...! Dev'essere in questi contorni una mia cugina, aggiunse ella, dopo un momento di pausa nel quale s'aveva asciugato col dorso della mano le lagrime che le scorrevano lungo le guance macilenti. Sono tre anni che ho saputo ch'ell'era a servire in una buona casa di contadini, e siccome quand'eravamo fanciullette e vivevamo insieme, ella mi voleva un gran bene, così di quel poco che poteva, cercai di aiutarla.... Forse ch'ella adesso si sarà maritata....

— Volete scommettere, Mamma, ch'ell'è la Mariuccia...? sclamò una ragazza.

— Appunto, quest'era il suo nome.

— Ell'è a servire qui dirimpetto....

— Oh la vedrò pur volentieri dimani! disse la poveretta.

— Anzi quest'anno la va a marito, e in una casa di benestanti, che proprio l'ha trovato fortuna. — E continuarono tutta la cena a discorrere di lei, del fidanzato, della sua famiglia, e di quella dov'ell'era a servire, finchè venne l'ora di coricarsi. La condussero insieme coi bambini sul fenile, e la meschina, refocillata dal cibo e lieta per le buone notizie ricevute, dormì un lungo sonno, nel quale le parve d'esser tornata nella sua casuccia insieme col marito e coi figli, e ch'ella sciorinava da una gran cassa tutte le sue suppellettili abbruciate, che aveva tanto pianto.

V. LA CUGINA.

Nel dimani, prima che il dì fosse ben chiaro, ell'era già sulla strada, ad aspettava che s'aprisse la casa che le avevano accennata.

Mostrava di voler farsi una gran bella giornata: il cielo era nitido; i monti spiccavano azzurri nell'atmosfera purissima e leggermente dorata dai primi crepuscoli; un fresco venticello foriero dell'aurora increspava il verde allegro dei cólti di frumento che dalla parte di ponente le si dilatavano dinanzi come l'ondeggiare d'una vasta marina.

Il cannone tuonava ancora, ma questa volta i colpi partivano dalla fortezza e parevano i nitriti di un immenso cavallo da guerra che laggiù nel folto della campagna schizzando fiamme dalle narici e percotendo colle gambe il terreno sfidasse l'ira dell'inimico. Quando il sole fu sorto, apparve la fortezza, ed ella distingueva sui baluardi il lampeggiare del fucile delle vedette: il culmine del duomo scintillava, e più in alto nell'aria serena inondati di luce sventolavano i tre colori della bandiera italiana.

— Povera Palma! sclamò la donna commossa, almeno tu se' viva ancora! — e s'inginocchiò a ringraziarne il Signore. Sia che la solenne maestà dell'ora le infondesse un religioso raccoglimento, o che ve la spignesse un ignoto affetto del cuore, lungamente pianse e pregò. Ella amava Palma come si amano le memorie dei giorni più lieti. Là era stata insieme collo sposo a scegliersi gli anelli delle nozze; là aveva comperato il suo primo fazzoletto di tulle e i vestiti dei giorni festivi. Su quella bella piazza circolare, all'ombra degli odorosi acaci che le fanno viale all'intorno, ell'era stata tante volte a vendere le uova delle sue galline, i pulcini primaticci, i paperottoli, gli erbaggi dell'orticello. Anzi quando stava nella sua casuccia a Jalmicco, e non sapeva come raggranellare qualche carantano per i bisogni della crescente famigliola, presto faceva un mazzolino di timo, di maggiorana, di salvia e di altre erbucce fragranti, o raccoglieva un bel piatto d'insalata od alcuni cavoli fiori, e giù a Palma, e sempre a tornare col denaro desiderato. Or ella sentiva gratitudine per quelle note e care contrade, e pregava il Signore che le salvasse dal ferro e dal fuoco che avevano sterminato il suo povero villaggio. Usciva intanto da una casa vicina una bella giovinetta e coll'arconcello sulle spalle avviavasi ad attignere. Quando furono l'una appresso dell'altra si guardarono entrambe un istante perplesse, e la giovane, deposte le secchie — Oliva! gridò, siete veramente Oliva?

— Mariuccia, mia buona Mariuccia, che gusto di rivederti dopo tanto tempo bella ed allegra...! E corse ad abbracciarla con tutto l'affetto dell'animo.

— Ma voi siete così patita, Oliva, che quasi stentava a ravvisarvi...

— Eh! dopo tante disgrazie, è miracolo esser vivi, — diceva la poveretta, e sul pozzo e per la via l'accompagnava narrandole i tanti flagelli che l'avevano colpita e la vita raminga e desolata che da più mesi conduceva. La Mariuccia la fece entrare co' bambini nella casa dov'era a servire, e parlato co' padroni si mise insieme con essa a preparare un po' di foglia pei bachi. Quando furono sole, — La è andata più bene di quel che credeva, disse la Mariuccia. Avevo paura che non vi vedessero volentieri, perchè qui, non l'hanno mica troppo con voialtri Italiani... Vi trattano, che so io, da gente turbolenta, da ribelli...

— Lo so, Mariuccia...! Credi tu che se la necessità di stendere la mano, per non vedermi morire di fame queste povere creature, non mi avesse da lungo tempo fatta dura la pelle, ch'io sarei stata mai capace d'affrontare i sarcasmi con che, appena passato il confine, si fanno tutti un dovere di punire la nostra sventura? Oh! ma che cosa abbiamo fatto? Che cosa ha fatto, dico io, il nostro povero villaggio? In che mai possono avervi offesi questi meschini fanciulletti, che non sanno ancora neanche parlare?

— Dicono, che vi siete dichiarati Italiani....

— Diacine! E voialtri, che cosa siete voialtri?

— Qui siamo Imperiali.

— Imperiali! Oh sì! perchè v'è colà su d'una via comune, in mezzo a' campi nostri e vostri senza distinzione, un vecchio confine di pietra, che i fanciulli di ambi i paesi avranno rovesciato, se basta, almeno almeno un migliaio di volte! Ma senti, ti prego, come parlate, come vestite, che Signore si prega nelle vostre chiese? Io trovo che siamo tutti cristiani e fratelli, perchè voi intendete me, io intendo voialtri, e preghiamo tutti insieme quell'istesso Iddio e quell'istessa benedetta Madonna. Quei cani di soldati, vedi, che sono venuti ad abbruciarci, bestemmiavano in una lingua che a noi poveretti pareva tutto l'abbaiare delle bestie, ed avevano certi visi tutti differenti dai nostri, e bisogna poi che non pregassero niente affatto il nostro Signore e la nostra Madonna, perchè altrimenti non avrebbero osato far tutti quegli orrori nella nostra chiesa dinanzi al Sacramento; anzi contro la Chiesa e contro il Sacramento!

— Eh, voi avrete ragione, rispose la Mariuccia. Ma vi so dire che qui la pensano bene altrimenti. Bisognerebbe che sentiste le belle prediche che fa su questo argomento il nostro bravo pievano.

— Oh, io non so di lettera! conchiuse Oliva alquanto corrucciata; ma credo che tutto il latino di questo mondo non potrebbe giammai persuadermi che sia ben fatto maltrattare quelli che patiscono!

Allora la Mariuccia procurò di barattare discorso, e le chiese d'un loro vecchio zio, che quando vivevano insieme era sempre malaticcio.

— È morto, rispose mestamente Oliva, ed anche la povera zia Giustina è morta.

— Forse laggiù?... allora dell'incendio?

— No: dappoi; egli a Claujano, e la zia all'ospitale... Oh, la è un'orribile istoria! Tu sai, ella continuò dopo un momento di pausa, che quando la nostra famiglia si divise, egli e la zia Giustina, che non erano maritati, fecero casa insieme. Coi loro risparmi avevano comperato a Jalmicco una picciola casuccia, tre camerette; la zia tesseva, e se la campavano abbastanza bene. Ultimamente il pover'uomo era quasi sempre ammalato, e quando vennero i soldati, trovavasi a letto e non poteva fuggire. La zia non volle abbandonarlo, e s'inginocchiò sulla porta della camera sperando di commuoverli a misericordia. Oh sì! misericordia. Vennero; lo cavarono nudo dal letto, lo gettarono da una finestra nel cortile ed appiccarono fuoco. Ella, raccolte le lenzuola, le coperte e quel più che poteva di filati e di cenci, e con essi ravvolto alla meglio quel misero corpo tutto insanguinato e pesto dalla caduta, s'ingegnava di strascinarlo fuori dalle fiamme in riva al torrentello che attraversa il villaggio. Alcuni fuggenti, impietositi dalle grida del pover'uomo, lo trasportarono con loro a Claujano, dove morì narrando tali orrori da far raddrizzare i capelli. Ella stette lì diversi giorni immobile come mentecatta a guardare l'incendio. Quando tornarono i nostri a cercar nelle rovine, la trovarono che più non conosceva nessuno. Teneva a sè dappresso alcuni pezzi mezzo abbruciati del suo telaio ed un gran mucchio di filati cavati fuori dal fuoco, a cui stava appoggiata. I soldati, forse per dileggio, le avevano messo a' piedi una scodella di vino con della salsiccia tagliata dentro a mo' di zuppa. Non poterono farle pronunziare una sola parola. Guardava stralunata con un certo sorriso così strano che cavava proprio le lacrime. Pareva che i suoi occhi, dinanzi ai quali era passata tutta quella orrenda scena di distruzione, non potessero più ravvisare anima viva. Volevano menarla via, ma non fu possibile; strillava, si strappava i capelli, mordevasi le dita. Il nostro buon parroco, che in tutta quella tremenda disgrazia non ci ha mai abbandonati, avvisato del caso, venne a vedere di lei. Parve un istante riconoscerlo, perchè gli prese il lembo del vestito e glielo baciò con grande affetto; ma non fu nulla di farla muovere di lì, e dovette andarsene com'era venuto. Egli si adoperò per trovarle un posto nell'ospitale di Udine. Quando vennero a levarla, comprese e si mise a piagnere e s'inginocchiò, e tornatole l'uso della parola, scongiurava per le viscere di Cristo che non volessero metterla all'ospitale! La condussero per forza, e tre giorni dopo era morta!