Racconti

Part 21

Chapter 213,835 wordsPublic domain

Finita la messa, uscì di chiesa nell'intenzione di andarsene a casa senza volerne saper altro. Ma due ragazzette, anch'esse con in seno un mazzetto, gli passarono dappresso ridendo, e le loro parole, a guisa di freccia avvelenata, così gli ferirono l'udito: — Ha' tu veduto il regalo del conte?... Ha' tu veduto com'era superba?... — e si perdettero nella folla continuando le loro osservazioni. — Il conte? pensò il giovane. Gli è dunque il conte che le ha regalato que' magnifici orecchini? Quel signorotto scapestrato e prepotente che, per nostra maledizione, par che quest'anno voglia restar qui in eterno a contaminarci l'aria co' suoi vizi e stravizi? Oh che si stieno nelle loro città cotesti malaugurati signori!... E rotto il primo proposito s'avviò, come soleva ogni festa, alla casa di lei. Pallido la faccia, cogli occhi stralunati che ogni tanto piangevano una lacrima involontaria, col cuore in tempesta, l'aspettava sull'uscio. Venne la Menica, e prima che fosse entrata passava per la via in un carrozzino con due briosi cavalli il giovane conte. I loro sguardi s'incontrarono, egli la salutò e sorrise, ella sorrise ed arrossiva. I dubbi del povero Toni si cambiarono allora nella più crudele certezza. In quella rapida occhiata e in quel sorriso, come rischiarate da un lampo d'irrefragabile verità, egli aveva veduto a nudo le loro anime, e nulla avrebbe più potuto illuderlo. Quando fu solo colla fanciulla, il cuore saturato d'amarezza con subita vicenda gli si commosse e tornò suo malgrado alle passate memorie, ai tempi felici quando così dolce gli sorrideva l'amore. Contemplava muto in un'espressione d'ineffabile dolore quella giovanetta che col capo chino, confusa ed arrossita gli stava dinanzi a guisa di delinquente. Scosse la testa, terse una lagrima e colla voce rammollita da un ritorno d'invincibile affetto, — Menica.... diss'egli, ti ricordi della mattina del _Corpus Domini_?... Qui, dinanzi a questa porta, abbiamo fiorito insieme i Maj che io ci avevo piantati la vigilia. Tu componevi i mazzolini, io seminavo la via di foglie d'isopo e di fiori.... Erano poveri fiori di campo che io avevo colto per te a lume di luna, ma tu allora li trovavi belli!... Oh! chi mi avrebbe detto che proprio qui dinanzi a questa porta io doveva ricevere da te il crudele accoglimento che mi facesti l'altra sera? Poi fisandola con occhi ardenti, che le vedevano i più reconditi misteri dell'anima, tutto ad un tratto cangiando tuono di voce le chiese. — Ma che mai speri tu da colui? Forse ch'e' si dimentichi della nobile sua stirpe a segno di farti contessa, che Iddio te ne guardi!... Or non sai tu come amano i signori? Finchè dura, ti coronano di rose, ti mettono sull'altare, ti aprono il paradiso.... Oh! essi sanno i modi gentili e le belle parole. Le imparano sui libri, dov'è l'amore di tutte le generazioni passate. Ma perchè non hanno radice nel cuore, così presto come le dicono, sfumano via e non sanno dimani quel che oggi ti promisero. Sono mazzolini piantati nella sabbia, sono il giardino dei fanciulli che un'ora di sole inaridisce e distrugge. Oh! non fare all'amore con codesti giovanotti di città che sanno di lettere, non profondere i tesori dell'affetto a chi è avvezzo a trastullarsi dell'affetto!... Che sarà di te, quando annoiato del gioco, ti lascerà vedere a nudo l'anima sua, e sarai gittata da parte come un cencio dismesso, insultata e calpestata nel fango come la viola che oggi teneva fra le labbra? Noi poveri contadini non sappiamo le belle frasi; ma il bene che vogliamo viene dal cuore, ma la nostra donna anche vecchia siede rispettata presso il nostro focolare, ma la nostra donna resta sempre la madre dei nostri figli! Dividere con te il mio pane, lavorare con te e per te, assisterti nei tuoi giorni di dolore, queste erano le gioie ch'io mi riprometteva dalla nostra unione. Oggi affascinata da non so quali sogni tu rinneghi tutto il bene che ci siamo voluti.... ma verrà un giorno in cui forse ti ricorderai di me, e tornerai indarno col desiderio alla povera vita che io ti offeriva! Ella intanto si era addossata allo stipite della porta, teneva la fronte e gli occhi nascosti col gomito posato alla pietra, non vedevasi che il basso delle gote ardenti per la vergogna e qualche lagrima che le gocciolava lungo le mani; pure la sua voce era ferma. — Gli è un destino! disse. Tutti i vostri rimproveri, io me li ho già fatti, ed altri ancora ben più amari!.... Nè mia madre, che ne morrà di dolore, nè la punizione del cielo che certamente mi aspetta, valgono a impedirmi di sentire quello che mio malgrado io sento. Potrei dissimulare e tradirvi, Antonio.... amo invece di dirvi la verità. Come mi sia entrata nel sangue questa febbre, io non lo so, ma tornare indietro è ormai impossibile: se egli mi abbeverasse di lagrime, mi calpestasse sotto a' piedi, io non sarei per questo meno sua. Sono una disgraziata.... indegna di voi! lasciatemi al mio destino. Nè si rivolse a guardarlo, nè si rimosse di lì per dargli l'ultimo addio. Ed egli? Oh! perchè si calcava indignato il cappello sulla fronte e partiva da quella casa per sempre? Era un'anima sull'orlo del precipizio, cogli occhi chiusi dalla passione, bisognava ritrarnela, bisognava stenderle le braccia e salvarla, fosse stato per forza. Ma v'è un onore, una falsa delicatezza che c'impongono d'abbandonare i nostri cari quando hanno più d'uopo del nostro soccorso e proprio nel momento fatale del pericolo.

In quella notte ella fece un sogno. Le pareva d'essere col conte in una vasta prateria a' piedi delle colline. Era domenica: le campane de' circostanti villaggi suonavano la messa, ma ella coglieva fiori per lui, e tanti ne pullulavano e di forme così peregrine e vaghi di sì vivaci colori, che non si ricordava d'averne mai più veduti di simili. Prima d'andarsene ancora due, poi cotesti tre, e un altro e un altro, le venivano proprio nelle mani e non poteva saziarsi. Intanto l'ora si faceva tarda, i campanili l'un dopo l'altro si quietavano: per quella domenica la messa era ita. Già il sole colle sue grandi ali di fuoco librato sulla valle, splendeva nel suo pieno meriggio. La terra dei campi lontani, riscaldata da' suoi raggi vaporava al disopra del folto delle piante, giù dalle colline scendeva a torrenti il profumo dell'uva fiorita, il ronzio degl'insetti, il canto degli uccelli, la musica delle cicale sorgeva d'ogn'intorno nella sua più alta armonia. Era il momento solenne in cui la vita della natura si spiega in tutta la sua pompa. In mezzo a quelle tante voci, le parve d'udire quella di sua madre che la chiamava. Affannata moveva i piedi come per correre e non poteva; invece insieme con lui sedevasi all'ombra di un'acacia e componeva in mazzolini i fiori raccolti come nel giorno del passaggio dei soldati. Le parve allora che l'orizzonte di quella vasta prateria s'andasse a grado a grado restringendo; più non vedeva le colline, ma invece era surto un muro; anzi quattro, e sovr'essi negli angoli s'inalzavano quattro croci mortuarie. L'acacia alla cui ombra s'erano riparati accorciava i larghi rami, e fattili rientrare nel tronco li spingeva al cielo in forma di piramide. Pietre funebri e nere croci spuntavano fra l'erba.... Erano nel cimitero assisi su d'una recente sepoltura; sulla sepoltura di Toni! Inorridita voleva fuggire, ma gli occhi del conte che la guardavano intenti, cupidi, in una espressione d'indefinibile amore, come nel giorno che le regalava la camelia, ve la tenevano suo malgrado inchiodata. Quegli occhi di fuoco ella se li sentiva penetrare nelle ossa, e nulla poteva toglierla al fascino fatale, neppure l'orribile puzzo del cadavere che infracidiva sotto a' suoi piedi. Alcuni giorni dopo ella abbandonava il villaggio nativo per recarsi alla città insieme colla famiglia del conte, addetta al servizio della casa. Con quei modi del potente che per parte del debole non ammettono replica, egli stesso l'aveva chiesta a suo padre. Indarno la Lena aveva tentato d'opporsi. I campi che lavoravano li tenevano in affitto da lui, sicchè l'acconsentire fu riguardato siccome necessità di supremo interesse. Se la coscrizione ti colpisce il più caro dei figli, quegli ch'è sostegno e guida della casa, quand'anche ti si schiantasse il cuore, nondimeno bisogna rassegnarsi a lasciarlo partire.

Per la Lena il caso era identico, e dovette piegare la testa. Passarono quasi due anni. Per una via remota che dalla strada postale attraverso ai campi riesce dietro alla chiesa del villaggio veniva una donna. Portava sul capo un fardello, le vesti dimesse e coperte di polvere, l'andare come di persona stanca ed estenuata da lungo viaggio. Era verso i primi di gennaio, l'occaso velato da una nube vaporosa che continuava la catena delle Alpi, il cielo limpido di colore azzurrino traente al verde, una lista di piccole nubi leggermente dorate lo tagliava da settentrione a ponente, sovr'esse di nuovo netto l'aere, e poi come un mare di nuvolette ancora più minute e più leggermente dorate. Il sole maestosamente lento le attraversava. Calato nei vapori, spogliò in un attimo la rutilante aureola e apparve quasi globo immenso di fuoco che traforasse la terra. Vicino a sparire si tinse di sangue. Inghiottito affatto dalle tenebre, parve che in un momento di rimorso egli spandesse il sangue che aveva raccolto nel suo coricarsi, poichè le nubi circostanti ne apparvero tutto ad un tratto imporporate. A grado a grado s'andavano scolorando, e quando la campana del villaggio suonò l'angelus, esse erano già fredde, monotone e color di cenere. Forse così la vita quando l'amore avrà per sempre cessato di accarezzarla....! Intanto quella donna era giunta alla sua casa paterna. Dacchè ella mancava, tutto ivi s'era cangiato. La sua povera madre, colpita da uno di quei cocenti dolori che non hanno consolazione quaggiù, era passata a vita migliore. Il padre affranto anch'egli dalle disgrazie, strascinavasi a guisa d'automa e pareva ancora l'ombra di sè stesso, tant'era in breve tempo invecchiato e ridotto impotente. Due de' suoi fratelli s'erano ammogliati, e in questi mutamenti domestici, perfino la sua cameretta di un tempo trovavasi adesso occupata. Fu accolta assai freddamente, come persona che giugne affatto inopportuna.

Ma ella aveva in cuore, coll'umile vita, e coll'affetto operoso e paziente, di redimere il suo passato, se non agli occhi degli uomini, almeno dinanzi a Dio; perciò rassegnata e serena si mise ella stessa in tutto nell'ultimo posto. Assistere con pia sollecitudine gli anni cadenti e le infermità del vecchio, aiutare le cognate nella cura dei bimbi, prestarsi indefessa ai bisogni della famiglia, scegliere anzi la parte più dura e più disaggradevole di ogni fatica, quest'era l'impiego di tutti i suoi giorni. I mali tratti e gl'indiretti rimproveri, senza aprir bocca accettava siccome meritati, nè mai altro opponeva che un'angelica mansuetudine e una bontà a tutta prova. Quando uscivano a lavorare nei campi, ell'era sempre prima e portava il peso dell'intera giornata con tale un'alacrità che non ti lasciava indovinare la vita molle e le delicatezze dei giorni cittadini passati in casa di signori. Ma chi l'avesse attentamente guardata, malgrado di tutta cotesta energia, si sarebbe accorto che la sua salute e la sua giovinezza andavano deperendo. Non accusava giammai nessuna sofferenza, il suo cibo era quello degli altri, sempre pronta ed instancabile; ma tutti i giorni più pallida, più ammencita e una malinconia negli occhi che tradiva il forzato sorriso dalle labbra assottigliate. Pareva che un cruccio segreto e fatalmente immedicabile, a guisa di verme nascosto nelle midolle della pianta, le rodesse con dente assiduo ogni principio vitale. Sua unica gioia era ne' dì festivi recarsi alla chiesa appena l'aprivano. A tal fine invece di riposare delle fatiche della settimana, come d'ordinario i contadini sogliono, ella le domeniche alzavasi anzi più mattutina del consueto. S'occupava subito delle faccenduole più ovvie, tanto che il suo starsi in chiesa non fosse di disturbo alla famiglia, e al tócco dell'avemmaria, mentre gli altri ancora dormivano, ell'era già dinanzi al Signore. In quell'ora di solitudine, nel silenzio del santuario, lasciar libero corso alle lagrime ed effondere l'anima travagliata nel seno di Colui che punisce e perdona con ben altra giustizia che quella del mondo, le era come una specie di consolazione. Sentiva che v'era un occhio il cui divino acume non avrebbero giammai potuto offuscare nè i pregiudizi nè le ipocrisie degli uomini; e che quest'occhio di eterna rettitudine guardava nel suo cuore e vedeva com'ella aveva amato, e come l'avevano ricambiata! Le sue lagrime allora scorrevano tranquille come rugiada che refrigera, e ad onta di tutti i suoi errori, fidava nel perdono di Dio. Chi al fioco lume dell'alba misto allo splendore delle faci benedette, avesse contemplato quella faccia devota, umida di pianto e assorta nella preghiera del cuore su cui come in limpido specchio passavano senza velo tutti i pensieri e tutti gli affetti dell'anima, si sarebbe subito sovvenuto di quelle divine parole del Salvatore: Ti sarà molto perdonato perchè molto amasti! Era la Domenica delle palme. Dispensavano l'ulivo, simbolo della pace, e un uomo che da parecchi anni non poteva più trovar pace, era venuto a cercarla a' piedi di quell'altare. Nei tempi passati, quando frequentava il villaggio, egli soleva accostarsi a' sacramenti in quella chiesa. Un buon prete a cui egli avea confidato l'anima sua, approvava la rettitudine delle sue intenzioni e benediva l'affetto che gli era nato nel cuore. Doveva quel prete, tra pochi giorni, col sacro rito della religione unirlo per sempre alla giovine compagna che egli si aveva eletta. Invece tutt'era sparito! distrutto in un momento il sogno della sua felicità, le sue speranze tradite.... Nell'eccesso del suo dolore, quell'uomo aveva bestemmiato Iddio e maladetta la sua creatura. Trasse giorni miseri, avvelenati dall'odio. Sfuggiva i luoghi memori delle sue gioie, nel cuore non avea più nè lagrime nè affetto, guardava alla vita con fredda ironia. Un giorno sentì desiderio di piangere e di pregare, e venne a' piedi del suo antico confessore.

Col ramo dell'ulivo benedetto tra le mani, al rientrare della processione, egli s'era inginocchiato vicino alla pila dell'acqua santa. Nubi d'incenso velavano l'altare; gli osanna avevano cessato; finito il Passio, e il santo Sacrificio procedeva quieto al suo fine, accompagnato soltanto da una soave e maestosa melodia dell'organo. Alcune pie donne, che al _postcommunio_ s'erano accostate a ricevere dalle mani del celebrante il mistico pane scendevano dai gradini della balustrata. A guisa di visione, una gli passò dinanzi. Bruna le vesti, bruno il fazzoletto, gli occhi raccolti e la faccia pallida concentrata in santi pensieri. Si ricordò del giorno in cui, inginocchiato nello stesso luogo, la vedeva a sè dinanzi tra i ricami del candido velo. Allora in tutto il sorriso, in tutto l'orgoglio della giovanile bellezza; ma l'olezzo dei fiori e il luccicare dei ricchi pendenti gli veniva al cuore siccome veleno. Adesso la lagrima che le rigava le guance sparute, lo aveva commosso. Tornò col desiderio ai tempi trascorsi. Un sogno gli passò per la mente e si sentì rivivere in un moto di generoso perdono. Nel dì solenne di Pasqua, Antonio era tornato a trovare la Menica. Benchè i lineamenti del suo volto serbassero le tracce dell'orgasmo di quegli otto giorni combattuti, pure in quel momento era calmo e ferma la voce, come di chi, dopo molti riflessi ha finalmente preso una risoluzione irremovibile. — Io ti ho più volte detto: o questa mano o nessun'altra; diss'egli, mentre nell'effusione del suo affetto le aveva presa la destra. Oggi vengo a ripeterti la stessa parola. O Menica, se non abbiamo potuto incominciare insieme la vita, chiudiamola almeno insieme! Pallida, più pallida del consueto, senza ardire di guardarlo gli rispose, e le tremavano le labbra: — Iddio vi benedica per il bene che avete voluto farmi con la vostra visita e con queste generose parole! Quaggiù sulla terra, io non isperava di rivedervi più mai, Antonio. E voi siete venuto, e io tengo ancora una volta fra le mie questa mano che voleva farmi felice. No: io non posso e non devo accettare; ma se sapeste come il mio cuore vi ringrazia!.... E le lagrime che le piovevano dagli occhi bagnavano le loro mani riunite. — Oh ti prego, non mi respingere così! Tu piangi.... e anche domenica in chiesa piangevi, poveretta! Io ho detto subito: ella ha bisogno di versare le sue lagrime sul cuore di un amico. Ecco, io t'apro le braccia. Non ti domando che di lenire il tuo dolore, e di compensare a forza di affetto quel tanto che gli altri ti hanno fatto patire. Ella scosse mestamente la testa, poi chiamato sulle labbra scolorate un sorriso tanto amaro che pareva una nuova lagrima, — La mia vita è già chiusa, disse. Ancora qualche giorno penoso di prova, ma in breve la fine. Io lo sento: e poi c'è una voce che continuamente mi chiama, la voce della mia povera madre. Ella è partita da questo mondo senza benedirmi. Sul suo letto di morte, tra i volti dei suoi cari ella ha cercato indarno il mio. Io, infelice! ero lungi allora, e non pensavo al cuore che avevo calpestato e che mi chiamava per darmi il suo perdono e il suo ultimo addio. Ora è laggiù nel cimitero ch'ella mi aspetta; e se sapeste come io desidero di rivederla! Miseri i figliuoli che hanno contristato il cuore della madre! Ma più miseri, se l'hanno perduta senza una parola di riconciliazione. Tutte le notti ella mi è dinanzi nelle lagrime ch'io le ho fatto versare, e mi guarda severa, e talvolta mi pare che alzi la mano per maledirmi. O Antonio, io ho bisogno di rivederla!.... Stettero entrambi alcuni istanti in silenzio; ella col grembiale si teneva nascosta la faccia; poi come scossa da improvvisa visione, ripigliò: — Amare ed essere riamati, patire l'uno per l'altro, pensare con un'anima sola, mettere insieme la vita e poi rivivere insieme nei figli, e cotesto dinanzi agli occhi di Dio senza paura di colpa, anzi benedetti da da lui, oh! mi pareva il paradiso in terra; la suprema delle gioie umane! Ma io, infelice, quando mi si rivelarono le profanazioni del mondo, volli persuadermi che fosse un sogno e che non poteva esistere nessun cuore capace di volermi bene così! E voi, Antonio, venite a mostrarmi ch'era vero, e che tutta questa felicità poteva, poteva essere mia!.... — Dimentichiamo il passato. Non hai tu fede nel perdono di Dio? Or bene, lascia che anch'io ti perdoni! Uniti nel pianto, uniti nella preghiera, se è possibile, Menica, io voglio amarti ancora di più.... — Ah! non è più tempo, diss'ella. Non ho che una speranza, che quest'amore che ora ci vien tolto, Iddio ce lo renderà lassù. Promettete, Antonio, che nel giorno dei morti ogni anno voi verrete a trovarmi e farete dire una messa per l'anima mia e per quella della mia povera madre! Egli si portò alle labbra la mano di lei e promise col cuore. Indi si divisero.

Era venuto l'autunno; quella stagione in cui la terra friulana, siccome a festa, fa pompa del più lieto de' suoi prodotti. Dal mare alle alpi, disposti in innumerevoli filari si dánno la mano i tralci delle sue viti. Spesso il frutto pende più copioso delle foglie, e chi visita in quell'epoca le colline della sua regione di mezzo, benedice ai grappoli d'oro di quelle tante ghirlande. Ma nell'ottobre del 52 la campagna del povero Friuli era mesta. Tristi anni si erano successi, e per colmo di sventura in quest'ultimo anche i suoi bei vigneti infracidivano. Il flagello venuto dal mare s'era propagato fino alla montagna. A guardare quelle trecce fiorenti di verdura e d'un momento all'altro affummicate, passe, quelle uve fetenti ed abbrustolite, pareva che l'angelo della desolazione fosse passato per il paese e l'avesse tocco col tremendo suo dito. La vendemmia si compieva in silenzio, turbe di contadini seguivano avviliti i carri che percorrevano le vie, trasportando nei tini il sucido avanzo del frutto che crepitava come se fosse carbonato. Aggiungi che ad accrescere malinconia, i giorni si succedevano continuamente annebbiati o piovosi, e le foglie ingiallite prima del tempo incominciavano a cadere; sicchè i cittadini venuti in quei due mesi a godere la campagna avevano un mal divertirsi. Tra le famiglie signorili, la cui molta agiatezza non lasciava che s'accorgessero di cotesto lutto universale, una ve n'era presso alla quale, siccome a centro, soleva concorrere quasi tutta la gioventù d'una tal qual condizione, dei dintorni. Oltrechè la signora era un'assai compita e gentile persona, che sapeva piacevolmente intrattenere la compagnia, si combinava ch'ella teneva ospite in casa una giovine forestiera molto in voga a quell'epoca. La dicevano oriunda di Parigi. Certo il suo fare disinvolto, lo spirito del suo conversare e quel non so che di semplice insieme e peregrino, che appariva costantemente nella graziosa e svariata sua _mise_, sapevano di capitale, o almeno di molta esperienza di mondo. I sommovimenti del 48 l'avevano gittata in Friuli, dove in grazia di alcune aderenze di alto bordo fece in breve delle relazioni ed era diventata l'eroina del giorno. Nel numero di quelli che aspiravano a farle la corte, c'era una nostra conoscenza; il giovane conte. Amico del marito di lei, amico della famiglia nella quale erano ospiti in quell'autunno, lo si vedeva assai spesso al suo fianco. Quai che si fossero le occulte loro mire, pareva che entrambi con grande accorgimento si studiassero di darsi reciprocamente nel genio. In lui forse vanità, o desiderio di procacciarsi un passatempo che gli rompesse la triste monotonia della vita disoccupata, o fors'anco nuovo capriccio; in lei.... — Ma io m'intendo così poco di cotesti sentimenti di seconda mano che spesso costituiscono tutto il romanzo delle classi elevate in mezzo alle quali non vivo, che credo meglio non dirne. Per chi lègge già sarà cosa affatto ovvia, sicchè mi perdonerà se invece di seguire tutti i fili intricati di cotesta tela cangiante e fragilissima che chiamano galanteria, io salto al solo punto che tocca la mia storia. — Un dì che il tempo faceva un po' di tregua, uscirono a una scampagnata. Giovinotti e signore comodamente assisi su d'un carro allestito con soffici cuscini di lana spiegavano i loro variopinti ombrellini. Il conte, come di consueto, aveva trovato modo di porsi vicino all'elegante parigina. S'erano impegnati in un assai caldo colloquio, e vi si lasciavano andare colla spensieratezza di due giovanotti di vent'anni. All'improvviso sentirono il carro che si arrestava. Veniva una croce nera accompagnata da fanali, poi sacerdoti in lugubre stola, e un cadavere, dietro una quantità di lumi e una lunga processione di popolo piangente. Erano usciti dal villaggio a man ritta, dove tra il folto dei viali scorgevasi il palazzo del conte. Il tristo incontro turbò l'allegria della brigata, e le signore, sgomentate, avrebbero voluto ad ogni costo evitarlo. Ma la strada angusta, in mezzo ai campi e fra due fossi capaci, non lasciava nemmanco pensarci. Bisognò proprio fermare in disparte, ed aspettare che passassero. Rasentavano il carro dal lato dov'era seduto il conte colla sua elegante compagna, e la cassa segnata d'una croce bianca gli venne tanto dappresso che quasi lo toccava. Chi era l'umana creatura, che nell'andarsene al luogo dell'eterno riposo, veniva lì a cercarlo, come se avesse voluto dargli ancora un addio?