Racconti

Part 20

Chapter 203,144 wordsPublic domain

Quasi nel mezzo del quadro ch'io t'ho additato, dove un fanale appeso alle travi pioveva dall'alto in quattro mobili zone la luce vaporosa che rischiarava la scena, avresti subito, tra un gruppo di donne ivi sedute all'ingiro, ravvisato tre volti conosciuti: la Menica e le sue compagne. La Menica filava in silenzio, le altre due andavano di tratto in tratto punzecchiando colle loro domande una donna attempata, intenta a sfilare alcune fimbrie che poi raggruppate avvolgeva in gomitoli. Ogni volta che in aiuto al suo lavoro ella alzava le mani dove batteva più viva la luce del fanale e v'intendeva lo sguardo, tu avresti veduto lampeggiare in quei suoi piccoli occhietti un tal sorriso di giovanile malizia, che ti appariva in pieno contrasto colle rughe della faccia e col pallore del cranio, che i pochi e indarno lisciati capelli non bastavano a interamente coprire. Pareva che il pensiero le rimenasse dinanzi momenti di gioia da gran tempo passati, ch'ella certo non avrebbe ardito palesemente rammemorare, ma che avevano ancora tanta forza sulla sua anima, da farle dimenticare il presente. Quest'è la buccia di Madonna Sabata. Vuoi conoscerne l'interno? Ascoltiamo qualche brano de' suoi discorsi. — Ma in tanta malora, temete che i soldati vi mangino, che andate tenendo questa razza di propositi? — Io ho paura dei soldati. — E io anche, e non voglio vederli! — La Menica continuava a tacere.

— E poi non siamo mica noi sole che abbiamo paura; dimandatene alla Barbara, alla Betta, a comare Lucia, che pure è una donna che sa, e che a' suoi tempi ne ha vedute di tutti i colori. — Bisogna sentire che cosa han fatto in quella volta delle guerre, quando capitarono nel mulino di messer Giacomo e volevano accopparlo perchè credevano che avesse nascoste le anitre. — E a madonna Lucia avevano bendati gli occhi e le facevano tener su le mani, e sacramentavano colla spada sguainata. — Poh! rispose la Sabata facendo scintillare in que' suoi maligni occhietti un sorriso d'ironia. Non c'era in tutto il villaggio una strega più brutta e più indemoniata di colei. Ma io so, vedete, che a me non han fatto per certo nessuna malagrazia. — Voi sarete stata la figlia dell'oca bianca.... — A sentirvi, in coscienza che pare che i soldati sieno tanti orsi, tanti diavoli.... scioccherelle! Essi erano dei bei ragazzi, vedete! assai garbati, vestiti come tanti _monsù_, allegri e briosi che sapevano dire le gran belle paroline.... Eh per bacco, che quando li avrete veduti non farete più tanto le selvatiche! — In quanto a me, disse Menica, m'importerebbe assai poco delle loro galanterie. — Oh tu poverina, che non hai altro in testa che il tuo Toni, sei compatibile! — Dunque voi dite che non occorre fuggire — replicava una di quelle forosette. — Ci va del modo di pensare. Io per me certo non mi muovo. Misericordia, far tanto chiasso pei soldati! Si vede proprio che non sapete nè anche di esser vive. Ce ne sono passati tanti nel mio villaggio prima ch'io mi maritassi.... Ogni giorno si può dire ne passavano; e poi un reggimento si fermò d'alloggio quasi tutta la state. — Eh mio Dio! e voi altre ragazze stavate lì in mezzo a' soldati? — E dove volevate che fossimo andate? Sentite, a proposito di fuggire, vi vo' raccontare quello che avvenne a B***. E tiratasi più innanzi, guardava nel lume i capi delle filacce che raggruppava, ed aggiustatone uno co' denti, fece rapidamente alquanti nodi, poi si mise a raccontare. — A B*** doveva capitare d'alloggio una compagnia ch'erano i più indisciplinati di tutto l'esercito di Napoleone. Giovinotti senza prudenza, birichini e buontemponi che per tutto dov'erano stati avevano fatto arrabbiare i mariti e gli amorosi (soggiuns'ella con voce rimessa), a forza di tante scede che facevano alle belle piccoline, così essi solevano chiamare noialtre ragazze. Aggiugni che proprio in que' giorni, alcuni villani del paese avevano fatto baruffa per un baciozzo, un pizzicotto, che so io, che un ufficiale avea dato in pubblico alla fidanzata d'un tale che era il primo _bulo_ del villaggio; cosicchè i nostri uomini imbizzarriti cominciarono a parlottare contro di essi, e tante ne dissero, che ci persuasero ad andar tutte a nasconderci su d'un fenile in casa d'una vecchia, a cui avevano raccomandato di custodirci e di tenerci celate ad ogni occhio. Arrivano i soldati, e in paese grosso come B*** neppure una ragazza per le case, ma solo vecchie sibille sdentate e brutte come l'orco. Potete credere s'e' si misero ad annasare per ogni angolo onde trovar dove avessero potuto rintanarsi le care piccoline! Sulla sera quattro di loro entrarono nella stalla della nostra vecchia. Noi ch'eravamo lì sopra sul fenile li sentiamo, e ci viene curiosità di anche vederli. Si fa un po' di confusione, e poi pian pianino si solleva una di quelle vecchie tavole tutte tarlate e ci mettiamo ad adocchiarli. Forse che uno sprazzo di polvere cadde sui loro vestiti, o che la luce del nostro fanale avesse lampeggiato fin laggiù, o che qualcuna s'avesse fatto sentire a bisbigliare, essi alzano gli occhi e tra le ragnatele vedono i nostri visetti che danno solenne mentita a tutte le bugie che andava loro infinocchiando la vecchia. Si dicono fra loro quattro parole in francese, uno resta, gli altri via come indemoniati. Da lì a pochi minuti tutti erano nella stalla e intorno alla casa colla spada sguainata. Otto di loro ordinano alla padrona di condurli di sopra. Spaurita, obbedisce. Noi l'una su l'altra, come gli uccelli quando vedono il nibbio, eravamo corse tutte in un gruppo in fondo al fenile. Ci dicono con buona maniera di non aver paura e ci fanno venire avanti. Poi volevano sapere perchè eravamo lì nascoste. Nessuna ardiva fiatare, chi si vergognava, le più indietro ghignavano e coi gomiti spingevano le altre, chi nascondeva la faccia dietro le spalle delle compagne. Finalmente una, preso coraggio, disse filo per filo come stava la cosa. — Ah paura di noi! paura di noi! replicavano i soldati. Poi dato in mano un fanale alla vecchia che tremava, e chiamati quattro di quelli ch'erano a basso, le ordinarono di accompagnare subito, scortata da essi, alla sua casa quella che aveva parlato. E così di mano in mano una alla volta ci fecero condurre alle nostre famiglie, senza toccarci neppure un dito; solamente, chiamati i genitori, facevano una predichina dicendo che i soldati erano galantuomini, che non occorreva fuggire, e che spettava ai padri ed ai mariti, non ad altri, custodire le loro donne.

Dopo di quella scena non c'è mai più passato neanche per la mente d'aver paura dei soldati. Venivano a lavorare con noi nei campi; mangiavano con noi la polenta; la festa c'invitavano alla lor tavola, spesso ci pagavano da colazione. Si sa che non erano sempre così ritenuti e galantuomini come in quella sera; ma si rideva, si chiacchierava e si passavano le gran belle ore in compagnia di quei matti birichini. Le ragazze avevano preso gusto a farsi vedere pulitine, attillatuccie, e che che ne mormorassero i nostri uomini, si parlucchiava volontieri con quei spiritosi ed eleganti _monsù_, e c'ingegnavamo anche noi di dire il nostro _oui_, e vi so dir io che quando sono partiti, più d'una ha bagnato di lagrime il fazzoletto. — Questi ed altri discorsi della Sabata che ringalluzzata sciorinava alla Menica e alle sue compagne la parte allegra delle sue antiche memorie, tranquillizzarono un poco le innocenti, sicchè nel dimani, invece di fuggire come avevano pensato, erano curiose di veder finalmente coi loro occhi questi soldati di cui avevano tanto sentito parlare. S'erano appostate insieme con altre donne e fanciulli dietro i cancelli di ferro del giardino del conte, di là li avrebbero veduti sfilare lungo la via; e chi avesse lor posto mente si sarebbe facilmente accorto, che, se non altro, certo non si erano dimenticate di pettinarsi e d'indossare in quel giorno i loro meglio vestiti. A sinistra dei cancelli sorgeva un calidario, le cui invetriate illuminate allora dai raggi meridiani trasmettevano un po' d'allegria alle povere piante straniere ivi imprigionate, e tra il verde degli aranci e i festoni delle rampicanti, vedevasi qualche purpureo bocciuolo di camelia già voglioso di spiegare la sua pompa, e l'azzurro e il violetto dei delicati achimenes, che ingannati dalla dolcezza dell'ora parevano sorridere al sole dimentichi del loro clima nativo. Attratte dai fiori, come le api, alcune di quelle ragazzette s'erano appressate alla serra, e li adocchiavano amorose attraverso a' vetri, trovando così un altro gradito pascolo alla loro curiosità, che il ritardare dei soldati teneva da qualche ora in impaziente aspettativa.

Là entro tra il profumo e la letizia dei fiori passeggiava uno dei felici di questo mondo. Avviluppato in un'elegante vestaglia a svariati colori, andava lentamente assaporando gli effluvi d'un prelibato cigarro d'avana, il cui fumo a vortici leggeri pareva accarezzare la bionda sua testa e circondarla talvolta come d'un'aureola azzurrognola, che ne faceva più graziosi i contorni. Era il giovane conte, che in quella mattina aveva pensato d'ingannare alcune delle sue lunghe ore di ozio contemplando i tesori del suo costoso calidario. La luce del sole, improvvisamente intercetta, lo fece accorto delle giovanette, e se esse spiavano curiose i suoi fiori, anch'egli diede un'avida occhiata a' loro graziosi visetti. Pensò che venivano opportune ad alleviargli un poco la noia, e giacchè per la solitudine del villaggio non c'era pericolo che altri lo appuntasse di trivialità, corse ad aprire la portiera, e le invitò a venir entro. Le forosette non se lo fecero dire due volte. Sia che ve le attirasse desiderio dei fiori, o che l'esser lì disoccupate le facesse vaghe di scambiare qualche parolina con quell'elegante signorotto, o che i discorsi della sera innanzi le avessero rese meno salvatiche, esse accettarono ardite, e chiacchierine e vispe allungavano le mani ai vasi dovunque le invitava la fragranza o i vivaci colori di qualche bocciuolo, senza farsi troppo scrupolo se anche si avesse trattato di un fiore esotico che costava Dio sa quante cure. — Ehi, ragazze, adagio! disse il conte. Non mi devastate, perdinci, la serra! perchè voi altre fate presto a gettarmi tutto alla malora.... — Ma non faremo dunque un mazzolino da figurare domenica alla messa grande? — Ve' quella rosa lassù! Io voglio quella rosa scarlattina! — gridava la Menica accennando a una bella camelia che aveva già sparsi i delicati suoi petali di velluto. — Dirò al giardiniere che faccia a ognuna il suo mazzolino, ma adesso pazienza! guardate, ma non toccate!... Tu poi sei un vero diavoletto! — diss'egli alla Menica, afferrandola per la cintura, mentre s'arrampicava a dispiccare la camelia. Quand'ella si volse, e il giovane l'ebbe guardata un istante negli occhi assai fiso, — Vuoi proprio quel fiore? — le chiese con voce melliflua, ed egli stesso lo recise e voleva adattarglielo sulle trecce di ebano in quel giorno lucenti come specchio; ma la fanciulla si schermiva, poi facendosi innanzi ratta glielo prese di mano e se lo recò avidamente alle nari. — Oh! disse, una così bella rosa e senza un odore immaginabile!... vada per le povere nostre roselline selvatiche, che crescono al sole aperto, senza nessuna cura e nondimeno le hanno un profumo che le san proprio di paradiso! — Ma adesso delle tue roselline non c'è che la spina.... Io per altro voglio esser buono con te, perchè mi hai un visino da furbacchiotta!... Dimmi i fiori che desideri e ti farò io stesso il mazzetto. E mentre il giardiniere contentava le altre, egli colla Menica passava in rivista tutti i vasi susurrandole ogni tanto qualche dolce parolina e lanciandole certe occhiate, che in altra occasione l'avrebbero fatta arrossire.... ma pareva che in quel giorno ella non badasse che alla gola dei fiori. E ne aveva chiesti tanti, e il giovane li legava così alla rinfusa, che il mazzetto era riuscito un vero fascio. Si assise in un angolo della serra, li slegò sul grembiale e si mise a riordinarli, scegliendo i più belli per sè, gli altri dividendo in più mazzolini, pensava regalarli. Era tanto intenta a quel suo lavoro che il conte non trovava più via da farle alzare i begli occhi. Egli allora si mise a sfogliare dei fiori e poi all'improvviso gliene gittava in faccia una manata. A forza di scuotere la testa, le si staccò dagli orecchini una gocciolina d'oro. Ella e le sue compagne e il conte la cercarono indarno; era caduta lì per terra e gli occhi non la potevano rinvenire! A Menica traspariva dalla faccia il gran dolore che provava per averla perduta. Il giovane, a consolarla e a riparare il danno cagionato da quello scherzo, le chiese gli orecchini e che egli l'avrebbe fatta rimettere. Intanto la musica avvisava che passavano i soldati. Le ragazze corsero preste a vederli. A passo militare, con a capo d'ogni compagnia i loro ufficiali sfilavano tutti coperti di polvere e stanchi e rifiniti dal lungo viaggio. Volti stranieri, fisionomie impassibili, od annoiate, su cui le vivaci note della tromba guerriera e dei timballi cadevano innavvertite od inefficaci, come la pioggia sul vetro, senza poterlo penetrare, bionda progenie del settentrione, staccata dalla terra natale, dai campi e dalle officine a cui Dio l'aveva sortita, essi marciavano forse per mai più ritornarvi obbedienti ad un pensiero che certo ignoravano, o che almeno loro non erasi manifestato se non come l'impulso che mette in moto la macchina. Povere pecore umane che si tosano e si scannano senza badare a' loro inutili belati! Povera carne da cannone che si adopera senza essere consultata! Si schierarono sulla piazza; parte continuò la marcia, parte rimase d'alloggio per quella notte nel villaggio.

Menica nei dopo pranzo s'era tirata nella sua cameretta nell'intenzione d'occupare il resto di quella giornata, interrotta dall'insolita avventura a mettere in sesto alcuni capi di biancheria, ma affacciatasi alla finestrella che dava sull'orto, mentre guardava mesta agli alberi già nudi di verde, che, come tanti scheletri, lasciavano trasparire tra' rami la brulla campagna, e alle foglie secche soffiate dal vento che ruzzolavano sulla terra, vide i due ch'erano d'alloggio nella sua casa strascinarsi lentamente verso il rivoletto la cui faccia agghiacciata, che il languido raggio del sole non aveva avuto forza di sciogliere, appariva nel fondo. Pareva che mal potessero reggere sulle gambe, e quando furono all'acqua si scalzarono e ponevano a refrigerare sul ghiaccio i piedi gonfi ed insanguinati. Erano due giovani affatto imberbi, stanchi e macilenti, e lo spasimo evidente che provavano sembrava lenito da quella crudele medicatura, che replicavano con una specie di furore. La fanciulla sentì compassione e corse a raccontarlo a sua madre. La Lena, ch'era una buona donna, pensò che que' due disgraziati in un paese lontano lontano, avevano forse una madre che li piangeva, senza poterli soccorrere, com'ella avrebbe pianto uno dei propri figli se fosse stato soldato; pensò al bene che le avrebbe fatto al cuore, se in quel paese lontano lontano, una donna avesse avuto pietà della sua povera creatura, e senza più ricordarsi nè perchè venivano nè chi erano, sentì per essi viscere di madre. Accese un buon fuoco e poi uscì nell'orto a cercare di loro. Quando li vide così malazzati e rifiniti dalla stanchezza e rotti i piedi che gettavano sangue, — Oh povere creature! sclamò tutta commossa, e, additando la porta, dentro, dentro, figliuoli, che vi faremo la polenta. Da brava, Menica, prendi una salciccia, spilla un fiasco di vino.... Ma, e' avranno bisogno di un po' di brodo. Quel più giovane ha gli occhi malati e trema come una foglia.... Oh sì certo, poveretti, una zuppa vi farà bene! Piglia una gallina, Menica.... E disperata di non poter parlare nella loro lingua nativa, replicava l'invito alzando la voce, come chi ha da fare co' sordi. Ma i soldati, benchè non intendessero verbo del linguaggio di lei, accettarono con riconoscenza ed entrarono lieti a scaldarsi, chè in quegli atti e in quella fisionomia piena d'affetto v'era un'eloquenza ch'andava dritto al cuore senza bisogno di vocaboli per farsi intendere e persuadere. Intanto capitarono dai campi il marito e i figli della Lena. Oltrechè dopo la fatica dell'intero giorno un po' di cenetta non deve essere cattiva improvvisata, erano anche tutti gente di buon cuore, e furono contentissimi di quell'apparecchio e davano mano anch'essi.

Uno dei ragazzi, còlto il destro, susurrò alcune parole alla sorella. — Perchè non entra? diss'ella, continuando nelle sue faccende; vedi bene che questa sera non ho tempo da perdere! Nondimeno di lì a poco uscì. Povero Toni! Egli che appositamente per vederla era venuto in quel giorno nei campi che essi tenevano in affitto, e non trovatala, s'era tolto di tornare a casa pel villaggio di lei allungando così la sua via per lo meno di due grosse miglia, pure per darle un saluto!... Non era già ch'ei le fosse disaggradito. L'aveva scelto ella stessa a preferenza di tutti i giovani del contorno. Egli buono, egli bello ed affettuoso doveva essere il sostegno del suo avvenire; nè certo aveva motivo di pentirsi di una fede data spontaneamente e consentita con gioia da tutti i parenti. Ma gli è che i tesori dell'amore vogliono essere custoditi con grande gelosia; che se li lasci svaporare presto inaridiscono, e il suo cuore di donna s'era in quel giorno troppo facilmente aperto, e insieme col profumo dei fiori aveva, senza accorgersi, aspirato il sottile veleno della vanità, e la sua giovane testa, distratta da troppo curiosi pensieri, non poteva in quella sera riflettere e manco avvisarsi se altri pativa. Toni partì malcontento. Le parole brevi e la maniera spiccia con cui ella aveva accolto quel suo saluto d'amore, gli avevano profondamente amareggiata l'anima. Camminava a passi rapidi attraverso la campagna e se la vedeva sempre dinanzi agli occhi vestita da festa, più bella del solito, ma fredda e cattiva per lui; ed era mortificato, come chi pensando cogliere una rosa, si punge invece la mano. E questo non fu che il preludio dell'immenso dolore che lo aspettava nella prossima domenica, quando andato, come soleva, alla messa parrocchiale nel villaggio di lei, la vide in chiesa con un mazzolino di fiori, ch'egli certamente non le avea portati, e ch'erano rari per essere dono di qualche povero contadino. Eppure i fiori potevano venire dalle mani d'un'amica, forse dalla moglie del giardiniere dei conti; ma che fu di lui, allorchè guardandola più fiso gli parve che avesse cangiato di orecchini, e che invece dei consueti ch'egli da più anni le conosceva, ne avesse adesso un paio assai più ricchi, più eleganti e foggiati ad uso di signora! Chi glieli aveva dati? E i più strani pensieri gli passavano per la mente, e si sentiva il cuore come morso da un serpe, e la mano con moto involontario cercava nelle saccocce la ronca. Tentò di quietarsi. Pregò Iddio che non fosse vero!... Inginocchiato vicino alla pila dell'acqua benedetta, teneva la testa appoggiata alla pietra, e la faccia nascosta nelle mani come se avesse voluto impedirsi la vista, come se col comprimere il cranio gli fosse stato riparo al non impazzire.