Racconti

Part 19

Chapter 193,827 wordsPublic domain

La contessa e l'infermiera rientrarono. S'appressava il momento della comunione. La monaca postasi all'inginocchiatoio, disse ad alta voce alcune preci che la fanciullina con gran devozione accompagnava. Poi le accomodò i guanciali in modo che stesse quasi seduta, e sul capo le pose un velo nero. Un campanello annunziò che il confessore era venuto. La monaca accese le candele dell'altarino e spalancò la porta della cappelletta. Mentre egli s'apparava, venne ad assistere alla messa la processione delle monache e delle educande. Dinanzi portava il Crocefisso la più giovane delle novizie, due altre con torce le camminavano ai lati, a due a due procedevano le madri, seguivano le educande vestite a nero, velate, e tutte avevano in mano accesa una candela benedetta. Sfilarono pel dormitorio recitando ad alta voce il _miserere_, poi entrarono nel salotto al di là della cappella, dove da una porta e da due grandi finestre grigliate assistevano alla messa e inginocchioni sullo spazzo pregavano sommessamente per l'inferma.

In quel frattempo era venuto al parlatorio il conte. Trovò assicurata al di dentro la corda della campana in modo che non potè farla rispondere, la ruota era ferma, la grata al di là dei cancelli chiusa da un'impòsta di ferro a grossi chiovi le cui teste rotonde si potevano vedere dalle due aperture in forma di occhi praticati nella tela della cortina di mezzo. Nella sua impazienza ei cominciò a pestare col bastone intorno alla ruota, poi lo strisciava con impeto facendolo saltellare lungo i cancelli, e finalmente lo introdusse nell'apertura della cortina e con tutta la sua forza sconquassava l'ultima impòsta. A quel disperato picchiare una creatura si mosse dirimpetto all'altr'occhio della tela, aprì un piccolo finestrino, e presentando una faccia grinza tutta imbacuccata nei veli dimandava con voce stridula chi fosse e che cosa volesse a quell'ora. Udita la risposta, disse in tuono di monacale indifferenza, che bisognava aspettare perchè assistevano alla santa messa.

— Chiamate la badessa, disse il conte incollerito, ditele che son io, che vengo col permesso di monsignore, che voglio vedere mia figlia, che mi si apra tosto il portone.

— Non è possibile, signore, in questo momento, perchè la badessa, la portinaia, tutte le monache e tutte le ragazze sono nell'oratorio della cappella, dovendo questa mattina comunicarsi per viatico un'educanda che si trova agli estremi.

— Ma non capite che son io il padre della fanciulla, e che voglio assolutamente vederla? E la sua voce aveva un accento di tale disperazione, che la vecchia impaurita tentò dì rabbonirlo col pregarlo di pazienza.

— Già, diss'ella, la funzione non può fare che termini, e allora la madre abbadessa lo compiacerà. Anche ieri ha lasciato entrare la madre della fanciulla e le ha permesso di dormire in convento.

— In convento? Ella? Mia moglie? Chies'egli come colpito dal fulmine.

— Sì, signore, la contessa è qui fin da ieri mattina. Vado a vedere se han terminato — e si ritirò chiudendo il finestrino. Il conte si lasciò cadere su d'una sedia e posata la fronte sulla pietra della grata pensava: Ella è qui! qui, a canto a Reginetta che muore.... Va bene! Povera bambina mia! L'abbiamo tradita, sacrificata, posta a morire in quest'orribile prigione; ella colla sua infame condotta, io per toglierla dal suo esempio.... è giusto che veniamo entrambi a raccogliere l'ultimo gemito della nostra vittima. Oh Dio, Dio! diss'egli, e la rivedrò qui in lacrime, in lacrime forse mentite, ad abbracciare la mia povera creatura, ella che ne ha segnata la condanna? Le darò il gusto di vedermi a piangere? le farò capire tutta la desolazione che mi ha gettato nell'anima? No no, diss'egli ad alta voce, non sia vera tanta viltà! E preso il cappello se lo calcò in fronte risoluto di partire. — Troverò tosto un posto in diligenza, partirò da questo paese, anderò lontano lontano, dove nessuno mai più mi nomini nè lei, nè i suoi parenti, nè la mia disgrazia. Il tempo guarirà il mio cuore. Voglio godere di tutti i piaceri della vita, e a forza di distrazione sarò ancora felice. Ma giunto alla porta del parlatorio si arrestò. Gli venne in mente la sua Reginetta moribonda, gli parve di vederla che gli stendeva le braccia, come per stringerlo al seno ancora una volta. Pensò che forse in quel momento ell'era nell'ultima agonia, e chi sa con quante lagrime implorava di morir consolata da uno de' suoi baci! Avrebb'egli potuto negarglielo? Rigettare la sua innocente creatura? L'amor suo? Lasciarla partire da questo mondo nell'idea di non essere più amata dal suo babbo? Ella, che il primo sentimento del suo cuore manifestò con una carezza a lui?... Si ricordò quando colle sue piccole manine gli si attaccava al collo, e non ancora capace di stringere le labbra ad un bacio, gliele posava aperte sulla bocca. Tutte le gioie di quell'epoca beata gli passarono per un momento nella memoria. Amante riamato, padre, pieno di vita e di speranza, quali anni di paradiso! Dopo, chi più aveva inteso il suo cuore? Egli era rimasto solo sulla terra! Indarno aveva procurato di distrarsi col seguire la vita dissipata della maggior parte dei giovani suoi coetanei. Le loro ironie non avevano potuto mai disseccare in lui la fonte dell'affetto, ed anche immerso e macchiato dalle vanità e dai piaceri che si possono godere in questo mondo, sentiva nel suo intimo, ch'essi erano ben lungi dal valere tutti insieme una gioia senza rimorso, o un sacrifizio fatto all'amore e alla virtù. Questi ed altri simili pensieri gli si affacciavano, a cui del continuo si mesceva, come un eterno ritornello, l'immagine di quella donna ch'egli aveva tanto amato e la cui larva lusinghiera era giunto a squarciare per non trovarvi sotto che debolezza ed inganno.

In quel mentre avevano aperto il convento ed egli fu invitato ad entrarvi. Quest'invito gli piombò sul capo come una sentenza a cui era oramai impossibile il sottrarsi, e s'incamminò alla porta del monastero, risoluto qualunque si fosse il dolore che lo aspettava, di divorarlo in silenzio. Egli andava a rivederla, e bevere tutto in un colpo il calice amaro che da tanti anni lo attossicava; a perdere quanto gli era stato caro sulla terra; ed a tal scena di angoscia portava il suo cuore rassegnato a lasciarlo trafiggere, lacerare a brani a brani; ma per l'ultima volta! poichè aveva fermo di partir subito dopo, e di non tornar in patria mai più.

Come il martire che s'incammina al supplizio, procurava d'adunar tutta la sua energia, perchè la sua fronte comparisse impassibile, e perchè nè una lagrima nè un gemito tradissero la tremenda battaglia della sua anima. A fianco della badessa trascorse i porticati a pian terreno, salì le scale e spuntava in capo al lungo ed ancòra scuro dormitorio, quando una lontana preghiera gli ferì l'udito. Erano più voci giovanili, che recitavano con lenta cantilena la _Salve Regina_. A misura che s'avanzava verso una zona di luce che da una porta aperta si versava nel dormitorio, udiva più distinti i dolci nomi con che invocavano la pietà della Madre di Dio. E giunto a quella porta, nel passarvi dinanzi, insieme colla luce che ne usciva, gli venne l'olezzo dei fiori che adornavano l'altare, e queste parole: _O clemens o pia o dulcis virgo Maria_, cantate da una quarantina di voci fresche ed affettuose, i cui acuti penetravano al cielo. E così alla sfuggita vide una turba di giovani teste in atto di devota preghiera colle bocche aperte e gli occhi sollevati ad una immagine angelica in viso, che a guisa di lampo lo percosse, senza poter bene raffigurarla, ma i di cui lieti vestiti dolcemente frammischiati di roseo, di azzurro pallido e di verde gl'infusero nel cuore come un raggio di speranza. Speranza che si dileguò appena entrato nella camera dell'inferma.

Reginetta non s'accorse di lui, ma colla testa china, colle mani giunte continuava a movere tacitamente le labbra come se ancora pregasse. Attraverso il velo nero che le avevano posto sul capo, ei guardò quella faccia pallida, quelle spalle dimagrate, quelle mani consunte e quasi color di cenere, e non ardiva appressarsi.

Allora l'infermiera dall'altro canto del letto, si chinò sulla fanciulla e dolcemente scuotendola,

— Reginetta, le disse, Reginetta, vedi il pappà ch'è venuto a trovarti!

— Il pappà? diss'ella, dov'è? e sollevando gli occhi si vide sopra suo padre che le stendeva le braccia. Consolata allora gli prese la mano, se la posò sul cuore, e poi con voce languida continuò:

— Ah! non è vero dunque, che tu volevi lasciarmi morire qua dentro, senza neanche salutarmi?

— Non dir così, bambina mia, che mi trafiggi l'anima! Io era fuori, e solamente ieri seppi della tua malattia....

— Dunque mi vuoi bene? me l'hai voluto sempre?

— Ma se sei la mia Ginetta! il mio tesoro....

— Tornami, tornami a dire, chè la tua voce mi fa bene qui.... Oh se tu sapessi come io ti desiderava!.... Come mi parvero lunghi questi due anni che non ti ho veduto! Pensavo sempre a te, e la notte ti vedevo in sogno, ma.... il più delle volte malinconico, colla faccia burbera, talchè non ardivo raccontare le parole che mi dicevi, neanche alla mia amica....

— E dov'è questa tua amica? diss'egli per frastornare un discorso che lo toccava troppo sul vivo.

L'Amalia allora si fe' vicina.

— Ella babbo, è dessa. Baciala, ch'è un angelo! Sempre qui, accanto al mio letto. Oh, ella non ha voluto abbandonarmi! Povera Amalia! io non posso compensarti, se non col pregare per te, quando sarò lassù.... E di lì a poco, vedendo suo padre che accarezzava l'orfanella:

— Babbo mio, disse, ti voglio fare una preghiera.

L'Amalia, poverina, non ha babbo nè mamma, non ha nessuno in questo mondo che pensi per lei. Io ieri l'ho detto alla mamma, ed ella mi ha promesso che quand'io più non sarò, terrà lei in mia vece; e tu anche devi promettermi d'essergli padre! La condurrete via con voi altri in campagna: la metterete a dormire nella mia cameretta: la mamma le insegnerà a lavorare, tu a scrivere: ella vi vorrà tanto tanto bene, come ve lo voleva la vostra Ginetta; e io di lassù vi guarderò contenta, e inginocchiata dinanzi al Signore lo pregherò per voi altri, e vi benedirò del bene che farete a lei come se fosse mio. Oh tu non devi dirmi di no! continuò ella serrando le braccia intorno al collo di suo padre, che in quel momento era troppo commosso per poterle rispondere. Quando si fu un poco tranquillato, e che sedutosi sulla sponda del letto lo vide che stava guardandola affettuosamente ed ogni tratto abbassandosi le baciava la fronte,

— Oh sì! disse, stammi sempre accanto! se tu sapessi il bene che mi fanno i tuoi baci! Mi pare di tornare a vivere; d'esser a casa, come una volta!.... Ma una volta c'era anche la mamma con te. Dove sei, mamma? ch'io voglio morire in mezzo a voi due; tra le vostre braccia.... La contessa tutta in lacrime era ancora nel posto dove s'aveva inginocchiato al momento della comunione. Ella aveva sentito venire il marito, l'aveva veduto entrare; un batticuore sempre crescente s'era impossessato di lei, ma come se fosse stata inchiodata, non trovò forza d'alzarsi, e subiva immobile tutta la confusione di quell'istante. La notte vegliata, l'afflizione, le memorie del passato avevano sparso sulla sua faccia un abbattimento e una malinconia, che ne rendevano più toccante la bellezza. Ella accoglieva nella sua anima tremante tutte le parole della fanciulla e si cangiava ogni momento di colore, come la parete su cui salta un raggio di sole riverberato dall'acqua; e quando Reginetta si volse a chiamarla, le lagrime a quattro a quattro le corsero per le gote senza che potesse pensare a nasconderle o ad asciugarle.

— Mamma! Oh mamma!... tornò a gridare dal suo letto la fanciulla. Allora il conte andò a lei e senza guardarla tutto tremante con voce sommessa e rapidissimo proferì:

— Ti prego! rispettiamo questi ultimi momenti. Quando io avrò perduto tutto ciò che rimane del nostro amore, giuro che partirò tosto e non ti disturberò mai più con la mia presenza.

— Oh! allora.... diss'ella, io non uscirò più di qui! e a forza di piangere e di patire Dio forse mi perdonerà....

E vennero al letto della malata. Reginetta prese la mano di suo padre, poi quella di sua madre e le unì insieme stringendole colle sue piccole manine.

— Il Signore, diss'ella, mi ha fatto la grazia di vedervi qui tutti due prima di morire. Or bene, se volete che vada sotterra contenta, tornate ad amarvi come una volta!

La contessa allora si lasciò cadere inginocchioni. Egli guardò quella faccia lagrimosa da cui traspariva tutta la desolazione dell'anima, e sentì che aveva ancora viscere di misericordia per lei. La raccolse fra le sue braccia, e se non poteva richiamare i giorni felici dell'età passata, si prefisse almeno di alleviare la sua sorte, di proteggerne la debolezza, di piangere insieme e d'essere amici per sempre. Fu tanta la gioia della fanciulla nel vederli l'uno nelle braccia dell'altro, che il suo cuore non bastò a contenerla. Alzò gli occhi, giunse le mani come in atto di ringraziamento, mosse le labbra per dire ancora una parola; ma l'anima era già volata in Paradiso.

Pura angioletta passata per tanta prova di dolore, nel cospetto di Dio ella non si sarà certo dimenticata dei suoi poveri genitori, nè della sua sorella adottiva a cui lasciava in eredità la propria famiglia.

XII.

IL VECCHIO OSVALDO.

All'albergo capitò questa mattina una superba carrozza da viaggio tirata da due cavalli stornelli. Ne smontò un ricco signore che abita la città di T***, e aveva seco la nuora, bellissima donna, e due leggiadri bamboletti figli di lei. Andavano a passar qualche giorno in un loro villaggio situato tra queste montagne. Il suocero mi salutò, mi presentò alla Signora, che tra superba e graziosa mi fece un freddo complimento. Era vestita da viaggio, nondimeno elegante. Quegli occhi così neri e quella fisonomia altera e capricciosa mi fecero risovvenire d'averla veduta ancora. Ella, che vestita di finissimo velluto, adorna di trine, scintillante di preziosi monili io vidi altra volta salutata regina della _soirée_, veniva ora a passare alcuni giorni in Carnia, tra questi dirupi? Veniva nella patria del suocero.... Presi l'ombrellino, e sola m'avviai alle acque salutari. Un vecchio montagnolo pascolava una meschina vaccherella a' piedi della montagna di San Pietro. Nel venerando suo volto mi parve vedere alcuni lineamenti a me non ignoti. Se altro fosse stato il suo arnese, l'avrei creduto padre del ricco mercatante che pochi momenti prima mi aveva salutata, tanta si era la rassomiglianza. Sorrisi, e sedetti sulle pietre della fontana che in quell'ora era affatto solitaria. Di lì a pochi minuti il vecchio venne anch'egli, s'assise a me dappresso e narrava dei tempi passati. Erano settantacinque anni, ch'ei giovanetto di dodici aveva, diceva egli, per la prima volta guidato un medico a quella scaturigine. Venuto a caso nel paese, cenava con due suoi amici, all'aria aperta, sulle sponde pittoresche della But: sentì l'odore dello zolfo, chiese da che proveniva e scoprì le famose sorgenti. Ma allora, continuava il vecchio, esse erano migliori, l'odore che spandevano si sentiva perfino a Tolmezzo; un bel prato le circondava di verzura, v'erano delle acacie piantate all'intorno, egli stesso aveva dipoi veduto trecento forestieri incoronare il bacino. A quei giorni fortunati, soggiugneva sospirando, era ben altro il paese! I monti più verdi, le notti della Carnia più limpide, una luna più lucente del sole che ora ci splende le illuminava, e stelle più scintillanti ricamavano i cieli. Egli allora era garzone e cantava armonie cento volte più belle che non si sanno oggigiorno.

Povero vecchio! e il suo occhio commosso piagneva una lagrima. Gli anni avevano offuscato il suo sguardo, irrigidite le sue membra, quietato il palpito del suo cuore, ed ei così tramutato deplorava i tempi cangiati! Stette ivi un pezzo con me, bevette nella mia tazza l'onda medicinale ch'io stessa attinsi per lui, mi promise le carniele ch'egli aveva cantato nell'amore della sua prima gioventù. Amava con passione il suo paese dal quale non era mai uscito, quindi la sua anima era ancora vergine e piena di poesia come la superba natura che ci stava d'intorno. Finchè gli anni giovanili gli durarono, egli aveva lavorato nella _Sega_ che ci stava difaccia sulla riva opposta del torrente, e ch'egli m'additava con una specie d'affetto. Adesso viveva in una piccola casuccia ad Avosaco co' suoi risparmi, e col latte dell'armenta che pascolava. Mi narrò le tradizioni del paese, le costumanze, le feste. M'apriva l'animo come se stata fossi sua figlia. Chiesi il suo nome, e seppi ch'era fratello del negoziante, e zio della gentile signorina da me veduti poche ore innanzi. Coloro che passando sull'alto della via che va a Paluzza m'avran scòrta sedermi così a lungo presso quel vecchio cencioso, non avrebbero forse immaginato ch'io preferissi la sua semplice conversazione a quella de' suoi educati parenti.

XIII.

LA FILA.

In quel giorno la Menica s'era alzata più del solito mattutina, e postasi nel mastello, aveva con tanto gusto dimenate le braccia robuste, che prima delle undici tutte le sue pezze già stavano fuori del bucato, ed ella senza aspettare il pranzo della famiglia, mangiato così alla svelta un boccone, e caricatasi le spalle, era corsa fuori della villa a risciacquarle nel vicino torrente. Era di dicembre; l'aria fredda dei monti aveva già fatto morire il verde della campagna; per le siepi un solo fiore ancor s'arrampicava ad appendere le sue ghirlande: la vitalba, che inaridita lo stelo e nudato di foglie, pareva essersi tramutata in fili di candida seta, o in mazzetti di piume di cigno; e il soffio che ve li faceva tremolare penetrava già così acuto nella carne, come se l'avesse morsicata con sottili spille di ghiaccio. Ma la Menica giovane e gagliarda e riscaldata dal continuo lavoro non lo curava, anzi con le maniche rimboccate fin sopra al gomito e puntata la gonna con uno spillone dietro alle reni, mentre con le gambe nude s'era inoltrata nella corrente, pareva che ve lo sfidasse, tanto quelle sue membra fresche e colore di rosa apparivano vivaci ed animate dal sangue della giovinezza. Solo ogni tratto guardava sospettosa al sole che indorava i cucuzzoli delle montagne e delle colline, che al di là delle ghiaie del torrente incoronavano il paese, ed affrettava l'opera per terminarla prima che imbrunisse, onde le pezze non le si agghiadassero e non le riuscisse poi malagevole l'accomodarle sui becchi dell'arconcello. Sbatti, sbatti e risciacqua, in poco d'ora ell'ebbe finito. Colle mani ancora bagnate si lisciò e si rifece i ricci che le si erano scompigliati lungo le gote, poi gittatosi in capo il suo fazzoletto a croce, ed allacciatone i lembi al sommo della testa, in modo che la frangia di scarlatto passandole per di sotto al mento e contornando quel suo grazioso visetto, le faceva come una specie di bizzarra aureola, si caricò l'arconcello sulle spalle, e via spedita, cantando se ne ritornava tutta contenta al villaggio. — Ehi Menica! Sai che domani per la nostra villa passeranno i soldati? — E tanti, tanti!... colla musica, colle bandiere.... — Soldati che vengono da un paese lontano. — Figúrati! dicono che saranno almeno tre mesi che sono in marcia.... Così con voce concitata, una a dispetto dell'altra, narravano alla Menica due ragazzette, che vedutala venire le erano corse incontro sulla strada in capo al villaggio. — E chi vi ha raccontato tutte codeste novità? chiese la giovinetta appoggiando la mano sulle sue pezze e facendo girare all'altra spalla l'arconcello, che col suo peso l'aveva fatta per un momento desiderosa di sosta. — È capitato or saranno due ore un picchetto, e insieme col cursore e coll'agente comunale, sono andati intorno ad apparecchiare gli alloggi. — Gli alloggi! Vuoi tu che si fermino nel nostro villaggio? — Ma sì, ti dico; anzi da qui innanzi ne passeranno, non so quante migliaia.... — Uno _sterminio_ infinito! L'ha detto in questo momento il signor Lionardo, ch'è venuto dalla città dov'è stato a comperare la cera per la chiesa. — E che confusione nella villa! Madonna Barbara è corsa a nascondere le galline.... dicono di sotterrare le masserizie, la biancheria.... — Quel villaggio era fuori di mano, e dall'epoca dei Francesi per di lì, non c'erano passati soldati, sicchè codesta pareva una grande novità, e la gente s'era messa in paura, e fantasticavano per trovare la ragione di ciò che forse non era che una semplice esperienza onde accorciare la via. Correva il 1847; la lunga pace avea fatto dimenticare il passaggio delle truppe francesi e tedesche degli anni delle guerre; ma ora questa novità faceva ricordare i danni di que' tempi infausti, e le vecchie comari tiravano fuori mille istorie di prepotenze, di spaventi, di saccheggi, di modo che la Menica e le sue compagne a forza di sentirne parlare avevano concepito una sinistra idea di cotesti soldati, e nel dimani avevano pensato di non lasciarsi trovare nel villaggio. La sera, com'era d'aspettarsi, nella stalla di compare Martino, dove di consueto s'adunavano, cotesto fu il tèma di quasi tutti i discorsi.

Hai tu mai veduto uno di questi notturni convegni che i contadini chiamano _File_ e che, se mal non mi appongo, potrebbero servire di rustico _pendant_ alle profumate _soirées_ dei vostri eleganti _salons_? Così nella capitale come nel remoto villaggio sono questi i centri dove si spande il seme della parola e germina nelle anime i suoi frutti di bene e spesso anche quelli del male. I ricchi e i poveri figliuoli d'Adamo vi convengono per motivi quasi eguali. Trovarsi in buona compagnia, fuggire il freddo e la noia delle lunghe notti invernali, libare qualche sorso di gentile o di rustico amore.... Solo qui, invece delle stufe, delle costose mobiglie, dei serici tappeti, dello sfarzo degli abiti e dello splendore dei doppieri, non ti si presenta che una povera stalla riscaldata dall'alito degli animali, e una turba di gente rozzamente vestita, rozzamente adagiata su fasci di stoppie in mezzo al fieno, rischiarata dalla luce rossastra di qualche fanale appeso alle travi; e v'è anche la differenza, che per cianciare qui non tengono le mani inerti nei guanti olezzanti, o ne' manicotti d'armellino, ma le donne le adoprano a trar la chioma alle loro conocchie, e gli uomini lavorano qualche paio di zoccoli, o impagliano una sedia, o col coltellino cuoprono d'intagli e di ghirigori qualche utensile destinato ad amata persona. Gruppi fantastici, mosse svariate ed armoniche; graziosi effetti di lume ti fanno balzare all'occhio più di una forma squisita ed improntata di quella ingenua bellezza che potrebbe tentare il pennello dell'artista forse più delle adorne e lisciate celebrità delle vostre sale, dove il costume straniato dalle tiranniche leggi della moda, e l'artificioso e il convenzionale sono spesso morte sicura del bello. Oh se l'istruzione, deposto il cinico suo manto e le burbanze dogmatiche, si degnasse di penetrare inosservata tra questa povera gente! Gli è un terreno vergine ed assetato del bene che darebbe il cento per uno. Ma chi ci pensa? Invece i discorsi fatti a caso e il bisogno di pascere di un qualche cibo dilettevole le anime curiose e giovanette, spesso getta la malizia delle generazioni passate a germogliare con danno funesto nell'avvenire.