Racconti

Part 18

Chapter 183,778 wordsPublic domain

Era egli ritornato da un lungo viaggio, e trovato a casa l'annunzio della malattia della figlia era volato subito al convento, e con grande istanza dimandava d'abbracciarla. Ma per entrare ci voleva il permesso dell'Ordinario, ed egli afflittissimo partì tosto ad ottenerlo. La monaca fu contenta in suo cuore che i due coniugi non si fossero incontrati, e tornò in camera della malata nell'idea di darne avviso alla contessa, onde sapesse evitare di trovarsi lì quando veniva. Ma fu indarno, chè la povera madre s'era ostinata a non abbandonare più il letto della sua creatura. Per paura di farle male soffocava il dolore, e colle labbra composte ad una mentita ilarità, seguiva tutti gl'infantili discorsi della fanciulla, solo con dolcezza andava ogni tanto pregandola a non istancarsi. — Mi racconterai quando sarai guarita; ora ti può far male.... Sì, bambina mia, ma non parlar tanto.... Starò sempre con te, non temere, non ci divideremo più! e le componeva le mani sotto le coltri, e le aggiustava i guanciali. Ma Regina aveva tante cose da dire alla sua mamma, che ogni momento rompeva la sua quiete.

— Sai mamma, che ho anch'io un piccolo giardinetto? E ci ho dentro una luisa. Se muoio, voglio che sia dell'Amalietta. N'è vero che ne terrai conto per amor mio? e volgevasi alla compagna e prendevale la mano. — Oh, l'Amalia è la mia più grande amica! È buona sai, mamma, e ci vogliamo tanto tanto bene! e tu pure le vorrai bene n'è vero?

— Sì, cuor mio! ma tien sotto le braccia.

— Quando vai in campagna, ricòrdati di portarmi una pianticella di quei bei fiori celesti.... di quegli ultimi che ti ha regalato pappà; di quelli che mi avevi posti nei capelli il giorno della mia festa. E senza volerlo, squarciava l'anima alla madre, che in quel momento sentiva tutto il peso delle memorie. Di lì a poco — Dammi un altro bacio, mammina!

La baciava, e l'impressione di quelle labbra inaridite e brucianti che duravale a lungo sulle gote, finiva di toglierle ogni speranza. — Se non mi fossi ammalata, ora avrei terminato di cucire la camicia del babbo! fo una camicia da uomo sai? e fina! Ma.... ci ho tanto stentato!... Se non fosse stata l'Amalia ad aiutarmi, massime nelle pieghine delle maniche e dello sparato, non ne sarei mai venuta fuori. Vuoi vederla, mamma?

— La vedremo dimani; ora procura di riposare.

— Dimani! Oh che bella giornata è dimani per me! Ti hanno detto la bella grazia che ricevo?

— No, cara.

— Entro di comunione dimani, sai? Questa mattina è stato il confessore a trovarmi e mi ha chiesto se sarei contenta di ricevere il Signore. Dio mio! Io so poco la dottrina, non posso nè pregare nè star digiuna.... L'Amalietta, ch'è tanto più brava di me e più buona, nondimeno fin questa Pasqua non farà la sua prima comunione.... e a me, domani porteranno il Signore.... O mamma mia, che grazia grande!.... Voglio tanto pregarlo!... e per te, sai mamma, lo pregherò.... Mi dispiace una sola cosa. Io aveva sempre in animo di dirti che tu mi ricamassi un bell'abitino bianco per la mia prima comunione. Ora non posso alzarmi, e non giova pensar altro. Ma promettimi una cosa. L'abitíno lo ricamerai lo stesso? La contessa accennava di sì, ma non poteva proferir parola. — Or bene; servirà qui per l'Amalietta che non ha mamma, e che quand'io più non sarò, voglio che ti tenga le veci mie. Fatti in qua, Amalia; ch'ella ti baci! Ed era contenta di vederle abbracciate, e la contessa col volto posato sul collo dell'orfanella nascondeva le lagrime e l'angoscia dell'anima dilaniata.

Si faceva tardi, la Badessa avrebbe voluto che la signora se ne fosse andata: ma non ardiva tornargliene a dire. Intanto il campanello del parlatorio annunziava il confessore, ed ella scese a riceverlo, e nell'accompagnarlo su in camera dell'inferma gli tenne discorso della visita della contessa, del ritorno del marito e della paura che aveva non s'incontrassero; e quasi pregava lui a voler con bel modo congedarla, tanto più che le leggi della clausura non avrebbero permesso che lì entro rimanesse la notte. Il vecchio venerando taceva. Giunti alla porta della cameretta, la badessa si ritirò tornandogli a raccomandare di persuaderla ad uscire, mentre poteva darsi benissimo che da un momento all'altro capitasse il conte. Il sacerdote entrato, salutò, poi s'assise presso l'ammalata e con dolci parole le chiedeva della sua salute e la confortava. La sua faccia macilente, il capo calvo e gli occhi raccolti, gli davano un aspetto severo e conciliavano rispetto; ma quando parlava, la sua voce calma ed affettuosa, la carità del suo accogliere ed i suoi modi miti e modesti, non ispiravano se non confidenza ed amore. Era un padre che, spogliata ogni autorità in faccia a' suoi figli, non aveva più se non viscere di misericordia. E tutte quelle fanciullette lo amavano, e Reginetta sentiva grande consolazione della sua visita e pendeva tutta dalle sue labbra, e cogli occhi umidi di pianto ascoltava da lui le parole del Signore. Parlarono a lungo, e così senza affaticarla la istruiva e l'andava preparando alla comunione.

Quando la contessa vide che si disponeva a confessarla, s'alzò per uscire ed aspettar fuori. — Se non le dispiace, diss'egli, potrebbe intanto coll'Amalietta entrar a pregare nella contigua cappella. La fanciulla guidò allora la contessa nella cappelletta dell'infermeria, e dinanzi all'altare della Madonna s'inginocchiò prima, colle mani giunte con gran devozione la invocava per l'amica. — Pregare! pensò la contessa. Erano anni ed anni ch'ella più non pregava. Dinanzi a quell'altare prostravansi ogni giorno tante anime pie, tante vergini sante che consumavano la lor vita innocente nella penitenza.... avrebbe ella ardito inginocchiarsi, dov'esse; accanto alla pura angioletta, che lì tutta candida nella semplicità della sua anima implorava l'aiuto del cielo? Guardò all'immagine. Il sole che tramontava percoteva coll'ultimo riverbero nelle invetriate della finestrella, e dava al quadro una tinta porporina. L'avevano dipinta in atto dignitoso, cogli occhi avvallati, le labbra socchiuse e gentilmente severe, come quando nella sua romita celletta riceveva la visita dell'angelo, e il raggio che allora a caso la percoteva parea che fosse la fiammata della fronte pudica all'annunzio del mistero d'amore. E la donna sentivasi indegna di quella presenza verginale, e non ardiva pregare, e la guardava che si faceva sempre più rubiconda, come se avesse sentito rossore di lei. Ah s'ella avesse potuto gettarsi a' piedi di quell'immagine e col cuore pieno di pianto scongiurarla per la sua Reginetta! Tornò col pensiero a' suoi giovani anni, quando la preghiera l'era quasi un bisogno, quando la sua anima ancora innocente trovava sì dolce la meditazione delle cose celesti. Un'altra epoca era succeduta; altri pensieri, altri affetti. Gittata nel mondo come fragile barchetto in balía dell'oceano, le gioie della terra avevano troppo facilmente penetrato il suo cuore inesperto ai dolori, e un po' alla volta aveva sentito distruggersi quel primo divoto affetto, come rosa che apre la corolla ai venti e agli infuocati soli della state e perde colla freschezza il profumo. Nell'abbondanza della felicità, aveva sorriso della fede di quei primi infantili suoi anni, le gioie della virtù le parvero troppo semplici e credette trovar compenso nell'amore dell'uomo. Ma era venuta l'ora del dolore, ed ella condannata a tracannarlo tutta sola, senza un'anima che la compiangesse, ripensava con desolazione l'affetto altre volte giuratole eterno, le amicizie credute durature, le lusinghe del mondo che le sparivano dinanzi, e a questo cangiare di scena si sentiva l'anima vuota e bisognosa di ricorrere a Dio.

Intanto una mano avea stretto la sua, ed ella sentì gocciolare alcune calde lacrime insieme col bacio che le s'imprimeva. Era l'orfanella che terminata la preghiera e veduto il dolore che l'opprimeva, procurava confortarla colle sue innocenti carezze. Ella non sapeva di lei, se non che era la mamma della sua amica morente, e partecipava alle sue lacrime come al suo affetto. Si scosse e rientrarono insieme nella camera della malata. La badessa le aveva prevenute; un'altra monaca con le chiavi del convento e col lume acceso aspettava che il confessore e la contessa si congedassero per accompagnarli fuori, ma quest'ultima tornata a sedersi presso alla figlia ricusava di abbandonarla. Esposero le leggi della clausura, dissero che tornasse all'indomani: tutto fu indarno. Si rivolsero allora al confessore e lo pregarono a voler egli persuaderla. Quell'uomo d'aspetto severo, cogli occhi fissi nel suolo, che non le aveva se non appena rivolta la parola, era dunque arbitro? Ella si gittò inginocchioni, e colle mani giunte e tutta lagrimosa pregava la lasciassero; non dimandava che un cantuccio presso la sua figlia: avrebbero pur dovuto far vegliare una serva alla sua assistenza, considerassero lei come serva, presterebbe ogni più umile uffizio: ma non la togliessero di là! Il sacerdote la fe' alzare, e ordinò alle monache portassero un materasso vicino al letto della malata. La fanciulla allora contenta stese le braccia alla sua mamma, e questa consolata accarezzava la sua creatura e la bagnava di lagrime. Rimaste sole, Reginetta volle che la sua mamma l'aiutasse a recitare alcune preci, poi le chiese ancora un bacio e si compose come per dormire. Era stanca, troppe commozioni l'avevano in quel giorno agitata, e il soffio della vita in quel debole corpicciuolo già estenuato andava mancando a vista d'occhio. Quando parve assopita, la contessa adagio adagio liberò la mano che ella teneva ancora in una delle sue, le pose il braccio sotto la coltrice, indi in punta di piedi andò a gettarsi sul letto che le avevano apparecchiato; ma di lì a pochi minuti surse e si affacciò alla finestrella della cameretta. Dava su d'un'ampia corte quadrata a cui d'intorno correva l'edifizio, e nel mezzo cinta da una pergola s'apriva una fonte coi margini di polita pietra, unica macchia biancastra che a quell'ora rompesse il bruno dell'erba e delle mura ottenebrate dagli anni. Non altro rumore le veniva che quel lieve dell'acqua. Dov'erano adunque le monache? forse in coro, od in capitolo, od in qualche altra parte del monastero più remota, dove obbedienti le congregava alcuna delle lor leggi. Ma al punto delle nove squillò una campanella, e tosto dalla parte di mezzogiorno apparvero illuminati sei grandi finestroni alla gotica, le cui vetriere arabescate a diversi colori e fogliami lasciavano trasparire una processione di teste velate che le une alle altre si succedevano come ombre sul muro: indi una preghiera giungeva sino a lei, e un sordo romore di più scanni che tutti in un colpo si movevano. Sparivano quelle teste e il silenzio non era più rotto che da una sola voce esile e monotona che leggeva qualche cosa di devoto ch'ella non arrivava a discernere. Pensò un istante a quella vita tanto diversa dalla sua. Alzarsi, pregare, lavorare, prender cibo e riposo sempre ad ore determinate, obbedire ad un codice di regole che forse contava più secoli, e così continuare tutta la vita finchè un suono di campana annunzi alle sorelle che v'è una camera vuota, un posto per un'altra creatura più giovine che rinnuovi il dente della macchina e serva a perpetuare la santa idea del primo fondatore.... Tutte quelle monache così riunite, le parevano membra di una sola persona, e il monastero un vasto orologio, dove ogni moto è regolato dal pendolo; ed ella, che in quel momento sentiva troppo amara l'esistenza, avrebbe volentieri rinunziato alla propria individualità per confondersi fra quelle donne che, ignorate dal mondo, più non ne conoscevano nè le gioie nè le lagrime. Dimenticar tutto ed esser dimenticati, pregare e patire, ma nella solitudine d'una celletta, senza che nessuno vegga la ruga che l'affanno ti solca sulla fronte o ti conti i capelli che il tempo t'imbianca, vivere anni ed anni sotto un altro nome, in altre vesti, nel silenzio e nella penitenza; le pareva vita beata e mille volte preferibile a quella ch'ella menava tra gli agi, le delicatezze e le rose del mondo. Ma v'era una creatura in cui si concentravano le sue speranze, della cui vita ella viveva, e a cui stava attaccato ogni suo bene futuro; una creatura debole, ammalata, a cui forse restavano poche ore di vita. Guardò Reginetta: dormiva abbandonata trai cuscini, pallida così che pareva un fiocco di neve od una di quelle nuvolette che dinanzi al sole si dileguano. Le sue labbra sottili e semiaperte lasciavano passare il respiro senza dar segno, e solo le sue narici allargate e quasi trasparenti con un lievissimo moto palesavano che l'anima non era ancora fuggita. Le si riempirono gli occhi di lagrime e sentì una tale stretta al cuore, che quasi macchinalmente fuggendo da quello spettacolo la sua mano apri la porta della cameretta. Un'altra porta dirimpetto non ben chiusa lasciava fuggire un filo di luce che rigava l'andito e si rompeva nella parete opposta. S'appressò in punta di piedi. Dinanzi a un deschetto stava seduta una giovane monachella con un cestellino sulle ginocchia come in atto di far filacce, ma aveva chinata la testa e pareva addormentata. Un fornelletto ardeva lì dappresso e v'erano dei fiaschi, delle scatole con medicinali, e all'intorno della camera diversi utensili d'infermeria. All'appressare della contessa la giovane si riscosse, trasse macchinalmente alcuni fili dal pezzettino di tela che aveva nelle mani, poi risovvenutasi, posò sul desco la cestella e veniva alla porta. La contessa l'aprì.

— Le occorre qualche cosa? chiese con voce sommessa la monaca. Già pochi minuti, sono stata a spiare alla lor camera, ma la Regina dormiva, e per non disturbarla aspettava qui.

— Dorme ancora, disse la contessa. Ma.... oh Dio mio! ell'è così estenuata....

— La badessa mi ha detto di offerirle se volesse cenare.... se abbisognasse di un poco di brodo, di qualche ristoro....

— Grazie; non mi occorre niente, disse la povera madre.

— Or bene, procuri di tranquillarsi, si butti sul letto. Io veglio qui e pregherò per lei.... L'altra non rispose, le strinse la mano e lacrimando rientrò nella stanza della malata. Continuava a dormire; ma s'era fatta ancora più pallida e pareva che le sue labbra mormorassero alcune parole. Sognava, e ridenti fantasie abbellivano quelle ore di riposo, che per lei erano forse le ultime.

Ci siamo, diceva con un impeto di gioia. Ho tanto desiderato di rivedere questi luoghi. Ah! il Signore me l'ha fatta la grazia. Mi pareva impossibile, che mi lasciassero morire là dentro! e frammischiava parole inintelligibili che le morirono sulle labbra come sospiri. S'era un poco sbarazzata dalle coperte, di modo che appariva l'anelare del petto bianchissimo; ma era tanto scarno, che ne numeravi le ossa e vedevi quasi passare il respiro. Talora alzava una mano a gestire e sorrideva, e dalle chiuse palpebre trapelavano le lagrime. Al sommo delle guance s'era colorata d'un vermiglio così vivo che rendeva più notabile il pallore della fronte, del mento puntito e dell'esilissimo collo. La povera madre le si assise dappresso, non ardiva coprirla per paura di romperne il sonno, inghiottiva i gemiti, non osava guardarla, ma colle mani incrociate e strette sul petto raccoglieva suo malgrado quelle parole sconnesse significanti or allegria, or affetto, or dolore e che a guisa di frecce avvelenate le trapassavano l'anima.

— Oh il bel sole della campagna! Questo è grande ed aperto. Corri, mamma; corriamo.... sono due anni ch'io desidero di respirare. Mi tenevano chiusa, soffocata tra quelle mura così alte. Senz'aria.... senza il sole, senza i tuoi baci. Nessuno mi baciava, sai, mamma! Ah! io era orfana, abbandonata da tutti.... e volevano che ridessi! Qui voglio ridere e correre; in questo verde.... Quanti raggi! che splendore! ma mi fa male agli occhi. Mi ci hanno avvezza troppo alle tenebre. Ah! questo sole così bello mi stanca; andiamo all'ombra; sediamoci colaggiù, col pappà, sulle sue ginocchia. È tanto tempo ch'egli non mi stringe fra le braccia!... Ma mi amavi lo stesso, n'è vero, babbo mio?... E la mamma? Dove è andata?... Qui, mamma mia, tra voi due, come una volta! E allargava le braccia per avvicinare quelle due persone a lei tanto care, e componeva la faccia ad una quieta contentezza, come se avesse godute le loro carezze. Poi di lì a poco tornava a parlare, e più che sogno pareva delirio febbrile.

— Ve' quante farfallette! Ch'io prenda quella cilestrina che s'è posata a mangiare sull'ortensia della mamma! E adagio adagio stendeva una mano e piegava le dita come in atto di acchiapparla. — Mio Dio quanti occhietti! come contenta spalanca ogni tanto le ali e mostra il velluto di quel suo bel corpiccino azzurro e nero! La sua faccia intenta nel sogno assumeva un'espressione d'innocente furberia, e librando tutta la persona dietro il moto della mano mostrava la trepida gioia di chi medita una sorpresa.

— Ahi m'è fuggita! Ve' come si innalza! Volano mille altre con essa.... tutta l'aria è piena di farfalle.... Che confusione! Non sono più celesti e bianche, sono rosse.... Tutte rosse, e anche nel giardino sono nati un milione di fiori colore di fuoco.... e i fiori volano anch'essi. Tanti, tanti!.... Non posso più! Paiono neri, come quando nevica e a forza di guardare i fiocchi sembrano un turbine di mosche. Mi fa male.... Portatemi via, laggiù sul fiumicello, ch'io mi rinfreschi la faccia nell'acqua corrente. Ma no! non voglio passare il ponte! Oh Dio mio! veh come tentenna! Oh babbo! Oh mamma mia!... salvatemi. E svegliavasi tutta in sudore. Sua madre le aggiustò i cuscini e procurava di liberarle il collo dai capegli bagnati e tutti in disordine. Poi chinata la fronte sulla fronte di lei e con una mano accarezzandola e stringendole al dorso le coperte, le chiedeva con voce sommessa, se volesse prendere un po' di brodo. La fanciullina fe' cenno che no: ansimava ed era abbattuta fuor di misura. Alle tre del mattino cominciò a suonare la sveglia. A quel romore improvviso la signora si fece alla finestra. Era ancora tutto scuro, ma a misura che lo strepito percorreva i dormitòri, le cellette delle monache andavano illuminandosi; in poco d'ora una quantità di lumicini erano sparsi per tutto il convento. La monachella dell'infermeria venne a vedere di loro, poi rassettava il letto, poneva in ordine la camera, allestiva un piccolo altarino; indi aprì la porta che metteva nella cappelletta. Vennero delle altre monache, portavano palme di fiori, cerei, mantiletti; una rifaceva nelle caraffine i mazzolini; un'altra recò il messale, le ampolle: apparecchiarono il camice, la pianeta, un velo umerale, tutto il necessario per la messa e per la comunione.

Intanto cominciava ad albeggiare, suonò mattutino, e le monache se ne andarono. Rimase la sola infermiera, che rientrò nella camera della malata per farle prendere non so che pozione. Di lì a poco venne l'Amalia. A forza di preghiere ella aveva ottenuto di levarsi prima delle altre educande e di passare tutto quel giorno al letto dell'amica. Entrò nella camera con sul volto la gioia di questa concessione. Tosto che Reginetta la vide, le stese una mano e si sforzò di sorridere; ma era tanto aggravata dal male, che oramai il suo spirito aveva ceduto, e soffriva muta ed immobile come l'oppresso dall'incubo.

I modi dolci e le parole pietose della giovane monachella avevano un poco sollevato il cuore della povera madre. S'erano tirate nel vano della finestrella, e così discorrendo insieme l'indusse a passar con lei nella cappelletta, e poi nella cucina dell'infermeria, dove le aveva preparato da colezione. L'orfanella rimasta sola, montò ginocchioni sulla sedia dove era stata la contessa, e posata la testa vicino a quella di Reginetta leggermente le accarezzava i capegli e adagio adagio con que' suoi ditini dilicati glieli divideva sulla fronte, poi immobile rimaneva lì a guardarla finchè le si riempivano gli occhi di lagrime. — Sto male, Amalia, disse la fanciulla. A questo gemito l'altra non rispose che con un bacio. — A momenti, continuò Reginetta, mi porteranno il Signore! e io non ho pregato.... non ho neanche dette le mie orazioni!

— Non ti crucciare, ch'egli ti vede il cuore; e poi noi tutte abbiamo pregato per te.

— Se tu sapessi come mi duole di non veder mai le mie compagne!...

— Verrebbero tutte a trovarti; ma non vogliono permettere: dicono che il chiacchierare ti fa male.

— E dovrò morire, senza neanche salutarle?

— Ti prego, non dir così..., guarirai!.... Torneremo ancora a far le nostre lunghe passeggiate....

— Mai più, Amalia! cioè, tu sì, ma io anderò sotterra.

— Oh Dio! oh Dio! disse l'orfanella, e nascose tra i cuscini la faccia piena di pianto.

— Non piangere, veh! perchè io sono contenta. Non vedo l'ora d'esser lassù per pregare il Signore a farmi una grazia; ma vorrei prima vedere ed abbracciare tutti i miei cari. Tacque un momento, poi ripigliò:

— Tu, poverina, non hai conosciuto il tuo babbo, e non sai che cosa vogliano dire le sue carezze! E di lì a un altro poco tornò a dire:

— Oh Dio mio! se tu sapessi come il mio mi amava! Egli era buono allora; mi prendeva sulle sue ginocchia, mi addormentava sul suo petto, io era la sua piccola Ginetta, il suo tesoro.... Una volta, Amalia, prima che la mamma si svegliasse, ei venne a vestirmi, e mi menò via con lui ad uccellare sui prati. L'erba era ancora tutta coperta di brina; io aveva freddo, egli mi prese in braccio, mi scaldava le mani col suo alito, mi poneva a sedere sul suo pastrano, e tutti gli uccelletti che cadevano nella rete erano miei. E ogni sera, prima di coricarsi visitava il mio letticciuolo e mi metteva sul guanciale un regaluccio di confetti. Ma poi tutto si è voltato. Ei divenne cattivo, la mamma malinconica.... non mi badavano più! — e tirò il lenzuolo sugli occhi.

— Ma se piangi, disse l'Amalia procurando di scoprirle la faccia, ti farà male. Su via, Reginetta! pensa alla tua mammina; al Signore che a momenti viene a visitarti! Noi lo pregheremo qui insieme tanto tanto, e sta sicura che rivedrai il tuo pappà! Guarda, ieri quando la badessa là dappresso alla porta della cappella parlava colla tua mamma, mi parve di capire ch'ella dicesse che verrà quest'oggi.

— T'inganni, Amalia!

— Ma no, ti dico, l'han nominato; anzi mi pare che la badessa diceva, ch'egli, o che doveva venire, o che è stato ieri in parlatorio.

— Non lo vedrò! disse allora Reginetta con un senso di amara certezza. Se anche ei fosse ritornato dal suo viaggio, gli avran detto che c'è qui dentro la mamma.... Oh! dopochè le cose si son cangiate, egli sfugge la mia povera mamma, e piuttosto che incontrarsi con lei mi lascerà morire senza neanche salutarmi!.... Una volta, continuò essa sotto voce, come temendo che altri udisse, una volta, prima ch'io fossi ben certa ch'essi si odiavano, io lo incontrai che saliva la scala e, come al solito, gli corsi incontro perchè mi prendesse in braccio e mi portasse dalla mamma. Ebbe cuore di scacciarmi, Amalia! e mi disse una brutta parola che mi fece molto male e che non ho potuto mai dimenticare....