Part 17
— Or via, diss'egli, non si parli più d'ospitale, ma narratemi invece della vostra malattia. Miutte allora tirò innanzi un deschetto, affinchè il dottore si sedesse, gli prese il cappello, e dato d'occhio al suo piccolo che s'era cacciato tra gli arcioni della cuna e la ninnava a tutto slancio empiendo la stanza di sussurro, corse a lui, gli disse all'orecchio alcune paroline dolci, poi lo portò a sedere sul letto dell'ammalata vicino a Giannetto, e baciatili entrambi, ed accarezzatili un momento, tanto che stessero quieti, tornò a sedersi al suo posto, e aiutata dall'amica raccontò l'origine del male. Era un gennaio, freddissimo, la neve al ginocchio e un continuo soffiare di borea. Miutte, ammalata da parto, non reggeva ad allattare, e non ardiva palesare il sopravvenutogli malore, perchè in famiglia, gente di natura forte e tutti sani e robusti di corpo, l'avrebbero creduta delicata. Già al momento del suo matrimonio s'erano mostrati poco contenti di lei a motivo della sua complessione piuttosto gracile. Sua cognata, un bel pezzo di donna, massiccia e d'una tempra di ferro, durante la gravidanza lavorava senza nessun riguardo, e quando le cominciavano le doglie, era il suo solito che si metteva a lustrar le caldaie, i lebeti, i paioli, e dato alla luce il bambolo, ventiquattro ore dopo era in cucina, e in capo a tre giorni di nuovo al lavoro al pari d'ogni altro della famiglia. E queste male imprudenze, da quella gente rozza si decantavano per bravura, e i vecchi di null'altro tanto menavano vanto come di aver cresciuto prole vigorosa, amante della fatica e sprezzatrice del disagio. Miutte che temeva le loro derisioni, soffriva in silenzio; e Maddalena tre volte al giorno veniva a far da madre al bambino dell'amica, che senza lei sarebbe indubitatamente morto d'inedia. Nè per cadere di pioggia o di neve, nè per imperversare della stagione, giammai tralasciò dal pietoso uffizio; se non che ella pure era fresca di parto; il marito per non perdere giornata lavorava allora in un mulino fuori del villaggio, ed essa, a forza di aggiungere alle sue quotidiane fatiche quello strapazzo, ammalò, tirò innanzi senza curare il male fino alla buona stagione, ma poi finì col perdere le gambe e trovarsi inchiodata in letto. Impedita così di lavorare, quando più l'era necessario per supplire ai bisogni della sua cresciuta famigliuola, trovossi oppressa dalla miseria. Il marito per non lasciarla morire di fame stava via tutto il giorno a lavorare; ella sola colla sua creatura a languire fino all'avemmaria; e il piccolo privo degli aiuti della madre anneghittiva anch'egli, nè i brevi momenti che suo padre gli dedicava la sera, erano bastati in due anni neppure a insegnargli a camminare. Solo conforto della poveretta era l'amicizia e la gratitudine di Miutte. Ma innestata in una famiglia piuttosto ruvida, dove il lavoro era indefesso, poco ella poteva. Qualche scappata a trovarla, qualche tenue soccorso, e del resto non era al caso d'offrirle se non un cuore che sanguinava al suo patire! In quella domenica ella le aveva portato i pochi soldi che il suocero le aveva dati per la merenda dei pastori, e invece d'andare sui prati, era venuta lì a farle compagnia. Erano ancora in questi discorsi, quando sentirono abbasso in cucina un pispillare di pollastri.
— Sicuro, sono tornati i nostri uomini, disse Miutte, e corse alla scala. Infatti erano essi ed avevano provveduto di che fare un po' di brodo all'ammalata. Il dottore la esaminò, poi le fece alcune ordinazioni, e raccomandò alla Miutte di sorvegliare perchè nulla mancasse. Dopo quella sera ci fu spessissimo a visitarla. Vicino al letto di lei trovava spesso Miutte, e avrebbe potuto parlarle d'amore: ma aveva discoperta troppo bella la sua anima per più osar di profanarla. In grazia di lui Maddalena riacquistò la salute, e in capo all'anno alla festa dei prati, ei godeva di una di quelle compiacenze dell'anima, che valgono più di quanto possono offrirci i sensi, e che il cielo ha riservato in premio alla virtù. All'ombra dei pioppi, sul margine del torrente erano sedute sull'erba due donne in compagnia dei loro mariti e di due graziosi bamboletti, e godevano d'una merenduccia a cui prendeva parte anche il dottore. La Maddalena era allegra, sulle sue candide gote rinfrescate dalla salute, il sangue tornava a rifiorire con tutta la grazia della giovinezza, i suoi occhi rianimati si posavano con emozione, or sull'amica che tutta lieta le stava d'accanto, or sul suo bambinello che vedeva correre e far capriole sull'erba, or su quel giovane signore, alle cui cure affettuose doveva la felicità di quel momento. Quando le cime dei monti cessavano di rosseggiare, e che la dolce curva delle collinette che lor si stendono ai piedi si confuse nel bruno del loro dorso, il dottore tornava alla sua dimora affatto solitario come l'anno innanzi. La festa era sparita, spopolato il prato; il silenzio era venuto colla notte a distendersi su quella pianura un momento prima così piena d'allegria e di rumore. Egli guardava allo stellato dei cieli, e si sentiva l'anima commossa e piena d'una gioia che l'anno addietro, in quell'istesso sito, sarebbe stato ben lontano dal sapersela immaginare.
XI.
REGINETTA.
Fra le quaranta giovinette che si educavano nel collegio di S*** nella città di V*** era una fanciullina di circa nove anni, una cara bamboletta che si distingueva per la sua fisonomia di angelo, e per la dolcezza e delicatezza del suo carattere. Erano due anni che i suoi genitori l'avevano affidata alle cure di quelle buone madri, e già tutte l'amavano, e le sue compagne non sapevano guardare con invidia la predilezione con cui veniva trattata; tanto i suoi modi erano carezzevoli ed affettuosi. Docile, compiacente, pareva un agnellino a cui non si può usare senza rimorso una malagrazia. Il cielo non le aveva a dir vero largito nè grandi bellezze nè talento distinto. Delle quattordici fanciulline sue coetanee ell'era quasi sempre l'ultima ad apprendere le lezioni, e le sue picciole manine dilicate e bianche come una goccia di latte non segnavano i meglio punti, nè sapevano agucchiare disinvolte la più bella calzetta; suppliva peraltro la sua buona volontà, che ella con tutta attenzione ascoltava gl'insegnamenti; e quando in coro pregavano unite dinanzi alla Vergine, Reginetta colla sua bionda testina inchinata sul petto tutta candida e pura, stava con tanta divozione, che l'avresti presa per un vero angioletto. Nelle ore di ricreazione, invece di prender parte ai giuochi ed all'allegria chiassona delle sue vispe compagne, la povera fanciullina era spesso obbligata a terminare il compito della mattina, od a studiare la lezione, chè la sua memoria indocile abbisognava d'un più lungo tempo, che non era d'uopo alle altre. Suor Serafina, la maestra della classe, compassionava alla poveretta, e per non costringerla a rinunciare ai giuochi della sua età era più mite del solito, e spesso a lei perdonava i punti a sghimbescio. Ma contuttociò la fanciulla, o che sentisse vergogna del suo poco profitto, o che la vita del chiostro non le si confacesse, era quasi sempre malinconica, e bisognava un comando per farla partecipare ai divertimenti ed alle corse tanto care alle ragazzine della sua età.
Avvenne, che una signora amica di quelle madri e lor benefattrice, che spesso visitava l'educande, avesse notato l'aria di mestizia che sempre regnava sul volto della piccola Reginetta. E un giorno chiamatala in disparte: — Reginetta mia, le disse, perchè sei tu sempre così mesta? La maestra e un'altra monaca incalzavano la dimanda, finchè la fanciulla ruppe in uno scoppio di pianto. Allora la buona signora dimandò che gliela lasciassero sola, e presala tra le sue braccia a forza di carezze e di baci la incoraggiva ad aprirle il suo cuore.
— Sei tu malcontenta di Suor Serafina?...
— Oh no! diss'ella; anzi io l'amo, ed ella è buona.... mi vuol bene anche troppo!
— Dunque qualcuna delle tue compagne?...
— No, signora.
— Ora capisco. Non ti piace il convento. Due grosse lagrime caddero allora dagli occhi della piccola.
— Dimmi, Reginetta, vorresti uscirne?
— Ma io non posso lagnarmi di niente, diss'ella, mi trattano bene.... Gli è solo che dopo che sono qui non ho ancora mai veduto a levarsi il sole. Le mura che mi circondano sono alte alte, e quand'era con la mia buona mamma, ogni mattina facevamo una grande passeggiata sul fare del giorno, e ci sedevamo sulla collinetta in fondo al parco sotto gl'ippocastani, ed ella mi prendeva sulle sue ginocchia, e mi dava tanti e tanti baci. O mamma mia!... Ora la vedo così di rado.... e il pappà, mai. E piangeva nascondendo il volto in seno alla signora di C***. Quest'ultima parola e l'espressione con cui venne proferita rivelarono alla signora di C*** come la fanciullina sapeva delle vicende de' suoi genitori più di quanto comportasse la sua età; e guardandola con occhio di compassione, ed accarezzandole con ambe le mani i suoi lunghi capegli biondi che ella aveva bagnati di pianto, non ardì aggiugnere più sillaba, ma d'allora in poi la prese sotto la sua protezione speciale, e spesso veniva a vederla, e procurava di tenerle vece di madre.
Benchè Reginetta avesse vivi e giovani entrambi i genitori, un disgraziato accidente l'aveva resa quasi orfana. La sua mamma correva per una delle più belle ed amabili signore della città di V***. Un'educazione peregrina l'aveva adorna di tutte quelle brillanti qualità che fanno della donna un fiore olezzante di profumo, ma che non bastano a garantirla dall'abito maligno del mondo.
Ricca e bella, ella fu per tempo ricercata in isposa dai più agiati fra i giovani suoi coetanei. Per un raro capriccio della sorte l'eletto dai suoi parenti lo fu anche dal suo cuore. Il conte di B***, unico rampollo di cospicua famiglia, univa tutte quelle prerogative che ponno allettare il cuore e l'amor proprio d'una donna. Si videro, si piacquero, nessuno ostacolo alla loro unione; anzi pareva che il cielo li avesse creati l'uno per l'altro, e il matrimonio fortunatissimo fu celebrato fra gli applausi e la contentezza universale. In capo all'anno una bambina veniva a compiere la loro felicità, e la madre beata allattò col proprio seno la sua Reginetta, ch'era nata nell'amore e la di cui indole affettuosa non doveva poi mai smentirne l'amore. Passarono così alcuni anni, certamente i più belli della loro vita, perchè ogni giorno s'accresceva l'affetto vicendevole che si portavano, e perchè le loro speranze concentrate in un oggetto ad entrambi immensamente caro rendeva loro un paradiso l'adempiere ai doveri domestici. Pareva che la fortuna si fosse dimenticata de' suoi triboli per versare sul loro capo soltanto le rose. Quando si ama e si è amati, la famiglia è un tesoro inesauribile di piaceri; piaceri semplici e modesti, ma che vincono quanto di più brillante può offrirci la società. In quei piccoli sacrifizi fatti all'amore, in quelle attenzioni dilicate, in quelle affettuose prevenienze v'è tanto di bene, che il mondo non ha gioie che reggano al confronto. Un'acconciatura graziosa, un abbigliamento leggiadro, che ti dia vanto di buon gusto, sentirsi bella ad una veglia o ad un ballo, sono piaceri così vivi a cui sorride sempre il cuore d'una donna; ma ch'è mai cotesto trionfo della vanità paragonato alla delizia d'una madre, che sente per la prima volta balbettare dalla sua creaturina la preghiera ch'ella le ha insegnato?... La contessa di B*** aveva l'anima capace di gustare coteste gioie, e benchè la sua fortunata posizione e le sue brillanti qualità la rendessero desiderata a tutti i convegni, e fosse per così dire uno de' fiori più eletti che ne profumavano l'allegria, pure ella preferiva la compagnia della sua figlietta, e i mesi che insieme col suo marito passava in campagna erano i più belli del suo anno. Là dedicavasi tutta alle cure domestiche, e l'occhio del suo sposo riconoscente le era ricompensa, e le valeva più che tutti gli sguardi d'ammirazione che il suo bel volto e gli avvenenti suoi modi le potevano attirare nella pompa del suo palchetto da teatro. Talvolta la sera prima di coricarsi visitavano entrambi la cuna della loro bambina, e lì fermi stavano a contemplarla addormentata fra le coltrici leggiadre che la contessa aveva di sua mano ricamate. Tal altra godevano a sentirle balbettare i dolci nomi di Babbo e di Mamma, e ogni giorno v'era qualche nuova grazia che sotto a' loro occhi si dispiegava. Amava la contessa i fiori, ed il marito le preparava ogni anno nel giardino la grata sorpresa di qualche pianta novella, e il dì che fioriva era una festa; ella se ne adornava il seno e i capelli, inghirlandava la sua piccola Reginetta; nè mai dimenticava di comporre per l'ora del pranzo un leggiadro mazzolino dove il fiore recentemente regalato teneva il primo posto. Qualche volta si compiaceva a ritrarlo in colori, e poi colla seta e colle lane ne componeva de' graziosi ricami che avevano sempre per ricompensa qualche dilicata attenzione dello sposo e ne facevano più vivo l'amore. Erano felici: e questa felicità fu rotta, e bevettero entrambi nell'amara coppa della sciagura.
Di lì a qualche anno quella deliziosa villeggiatura era quasi abbandonata da' suoi padroni. La signora più non compariva. Aveva scelto invece una sua villetta che formava parte della sua dote, amena per la posizione, ma dove non v'era nè il casino, nè l'agiatezza, nè le comodità della prima, e dove il piccolo giardinetto pareva appena un'ombra di quel ch'ella aveva lasciato, e che ogni anno trovava arricchito dalle piante novelle che il suo sposo per lei vi faceva trapiantare. La signora non si degnava neanche guardarlo, e se le portavano i fiori raccolti, li lasciava trascurati, come se più non ne amasse la fragranza. Invece divertivasi a far lunghe passeggiate, alle quali voleva compagna la sua piccola Reginetta. Ma presto annoiavasi di quella solitudine. Il marito non veniva mai a trovarla: ai buoni villici che ne chiedevano, ell'era obbligata a dar per tutta risposta che affari pressanti lo trattenevano nell'altra villeggiatura. Ma era pretesto evidente, perchè molti avevano notato che egli alcuna volta in compagnia d'amici era passato per quel villaggio colla sua brisca da caccia e coi cani, nè aveva tampoco dimandato di lei, come se non esistesse. In città vivevano nella stessa casa, ma separati d'appartamento, e il più delle volte, quand'ella vi soggiornava, egli invece trattenevasi in campagna, o faceva qualche viaggetto fuori di paese, sempre solo, o in altra compagnia, non mai con quella della moglie. Alle feste, ai teatri, ai convegni di piacere ella compariva, ma non più al fianco dello sposo; prendeva parte alle danze più facilmente che per lo innanzi; il suo abbigliamento era divenuto più ricercato; ella era cresciuta in bellezza, il suo spirito s'era fatto più disinvolto, le sue labbra sorridevano quasi sempre, anzi pareva che non sapessero più se non sorridere a tutti e di tutto; pure ad un fino osservatore non sarebbe isfuggito, che quel sorriso copriva alcun che di bene amaro, e ch'egli era come una spece di arma con cui ella procurava schermirsi dalle indagini degli occhi altrui e dalla maldicenza che le rombava d'intorno. Unico bene per lei era l'occuparsi della sua Reginetta. Le era continuamente d'intorno con un affetto sempre crescente. Ma quando le aveva fatto imparare la sua lezione, o insegnato a piegar l'orlo del grembialino, o ad agucchiare i primi punti dalla calzetta, quando l'aveva seduta al piano ed era giunta a guidar quelle piccole manine dietro le variazioni di _Herz_, mancavale il più grande dei compensi, il sorriso d'approvazione del suo sposo, e senza ch'ella osasse confessarlo neanco a sè stessa, questa mancanza le volgeva in amaro tutta la sua gioia. Che mai le valeva lo star lì seduta al telaio un'intera settimana per ricamarle un abitino, se poi l'era tolto il vestirla per gli occhi di lui? Era ben magro compenso l'ammirazione di gente straniera, se i due soli occhi che avrebbero potuto guardare a Reginetta con affetto pari al suo, si volgevano altrove e non curavano al finissimo lavorio e al buon gusto di cui ella aveva saputo adornarla! Quest'era dolore ch'ella indarno cercava attutire col darsi a tutti i divertimenti che la sua agiata condizione e la sua rara bellezza le offerivano. Rideva, danzava, folleggiava; ma come se in un piede ti si figge una spina, col correre te la cacci sempre più nel vivo, così ella con tal vita dissipata, lungi dallo strappar quella che le si era fitta nel cuore, più e più la se l'internava. Intanto la fanciulla toccava i sett'anni.
Una mattina ell'era nella sua camera intenta a farne il ritratto. L'aveva vestita di bianco, e cintala di una fascia rosata e scioltole i crini, mentre la si trastullava con alcuni balocchi, ella si compiaceva a fissarne sulla tela l'ingenuo sorriso. Picchiano, e la cameriera le annunzia una visita del marito.
Altre volte ei sarebbe entrato senza farsi annunziare, e qual gioia per lei il corrergli incontro e mostrargli quel lavoro! Invece ora, pallida come la morte, ella potè appena balbettare una mezza parola, e compiere colla mano tremante l'atto di semplice civiltà con cui lo invitava ad assidersi. Egli finse di non accorgersi nè del turbamento nè della sedia additata; ma in aspetto assai severo disse, che veniva per un affare d'importanza. Posato il pennello, ella ascoltava.
— La mia figlia, continuò egli, ha compíto sett'anni. Come padre, io deggio pensare alla sua educazione; trovo conveniente il collocarla nel collegio di S*** e vengo ad avvertirvi, o madama, perchè mi venga consegnata.
Un fulmine a queste parole colpì la misera madre. Nella faccia severa di lui, ella vide la legge che inesorabile strappavale dalle braccia il suo unico tesoro, e impossente a difendersi perdette i sentimenti. Quando tornava in sè, trovavasi nel suo letto attorniata dalle ancelle piangenti, che non sapevano darle la trista notizia che la sua Regina era già ita in convento.
Il conte, adempito a quest'atto ch'ei credeva necessario al futuro ben essere della figlia, partì per la campagna senz'altro curarsi di lei che lasciava ammalata di crepacuore. Ma anche per lui quell'amena villeggiatura aveva perduto ogni attrattiva. Parevagli d'essere affatto solo, si annoiava mortalmente, e ancora fiorente d'anni sentivasi come invecchiato. Risolse di fare un lungo viaggio, e credeva di rinnovarsi il cuore col vedere cose nuove. Ma ritornò come era partito, e una sola speranza gli rallegrava la vita: quella di Reginetta reduce dal collegio e capace di supplire al vuoto che lo circondava. L'evento deluse peraltro i suoi progetti. La fanciulla delicata di complessione, avvezza ad essere tenuta con tutte quelle cure che il solo affetto materno sa immaginare, tolta all'amore de' suoi genitori, mal sapevasi adattare alla vita metodica e piuttosto severa d'un monastero. Chiudeva il suo dolore in sè, e ciò nocque alla sua salute. Crebbe debolina e triste. Sugli anni più ridenti pareva già stanca della vita. Indarno le monache procuravano tutti i mezzi per allontanare la malattia da cui era minacciata. Ci voleva un'aria più libera e più vivo affetto di quello ch'esse potevano nutrire nei loro vergini cuori consegrati al Signore. La fanciulla fu in breve ridotta a guardar il letto. Accorse la madre alla trista notizia. Dopochè gliela avevano tolta, solo poche volte era stata a ritrovarla, che quel salutarsi divise dalla grata del parlatorio, quel non poter dirsi una parola senza testimoni, era pena ad entrambe, e piangevano, e dal rivedersi non ritraevano altro che più amaro dolore. Ora le fu permesso di entrare e salire alla piccola cameretta dell'infermeria, dove avevano già trasportato l'ammalata. Nell'accompagnarla lungo i corridori e il dormitorio, la Badessa cercava di prepararla con dolci parole al dolore che l'attendeva; ma la misera madre, come se avesse avuto l'ali volava impaziente ad abbracciare la sua creatura; ed era in tale agitazione, che la vecchia credette bene di pregarla a tranquillarsi un poco prima d'entrare in camera. Sedettero in un andito dell'infermeria e passarono alcuni minuti in silenzio. La contessa cercava a tutta forza di reprimere l'affanno che la crucciava, inghiottiva le lagrime, e rimandava nelle viscere il singulto che suo malgrado l'esciva del petto gonfio di dolore. La vecchia stava contemplandola e si sentiva forzata alla compassione. Nate nobili entrambe e ricche, avevano scelta assai diversa la via. L'una dall'età più fresca aveva rinunziato agli agi ed alle dolcezze della vita: aveva chiuse le carni dilicate in una tonaca di ruvida lana; erano anni ed anni che una corda teneva per lei le veci della gentile cinturetta di raso che stringeva all'altra la disinvolta persona; il suo cuore, custodito sempre puro e penitente, le dava come diritto di giudicare con tutta severità quella giovane profumata ed elegante che le stava dinanzi, a cui il mondo dava il titolo di bella, e ne lacerava la fama. Quand'ella scese a riceverla sulla porta del convento e l'introdusse, parevale che l'aria sacra dei claustri affidati alla sua custodia restasse contaminata dalla presenza di quella donna molle e tutta mondana, e camminando al suo fianco non amava che la negra sua tunica fosse tocca dalle vesti di lei. Ma ora le lacrime della madre avevano distrutta l'antipatia: trovavasi come chi legge un libro di autore conosciuto, e alle cui opinioni non può consentire, e che nondimeno piange perchè chi scrisse piangeva. E pentivasi d'essere stata troppo ligia alle raccomandazioni del conte, e sentiva rimorso di non aver prima consolata quella povera creatura col chiamarla ad abbracciare la figlia già morente e forse irreparabilmente perduta. Entrarono nella cameretta dell'infermeria. Le impòste socchiuse e le cortine disciolte non permisero alla contessa, che veniva in quel buio per il sole d'una bella giornata, di tosto raffigurare la fanciulla. Ma ben questa al subito aspetto della madre gridò commossa: — O mamma mia! e fuori della coltrice tendeva le braccia consunte ed anelanti all'amplesso materno. Dietro la voce si appressò tentoni al letto e colle pupille intente cercava nelle tenebre il volto della figlia. Un poco alla volta cominciò a discernere il bianco dei cuscini tra cui posava, e poi, come avvolta nella nebbia, la faccia languida e la figura giacente della sua Reginetta. Oh come cangiata! Pareva un giglio due giorni dopo còlto, quando col gambo più non attigne l'acqua del vaso e piega la testa e colle abbandonate campanelle guarda la terra. Le si assise dappresso, si baciarono, e teneva nelle sue mani quella di lei ardente per febbre. Quando la pupilla dilatata le permise di raffigurare distintamente tutti gli oggetti che la circondavano, scoprì nell'angolo tra il letticciuolo ed il muro una fanciulletta, che al suo venire s'era alzata in piedi, e stava come in atto di saluto. Era una povera orfanella ch'educavano per carità, amica di Reginetta, che, dopochè era malata, stava del continuo a farle compagnia, e la lasciavano, quantunque tenessero per appiccaticcio il male, che non aveva parenti che potessero lagnarsene, e il cuore della piccola era più forte delle loro rimostranze. Intanto il campanello che con segni diversi suol chiamare le monache, suonava a replicati rintocchi. La Badessa stette un momento in orecchi. — Mi chiamano in parlatorio, disse, và giù Amalia e dì alla conversa che suoni la vicaria, ch'io mi trovo impedita. Corse in due salti la fanciulletta, e ritornò colla portinaia, che chiamatala fuori le significò essere in parlatorio il conte e chiedeva con gran premura di parlare con lei.