Part 14
— Quand'io l'ho sposato, le cose andavano bene; si mise a narrar la donna allorchè si fu un poco rimessa in calma. Egli cuciva non solo a tutti quei del villaggio, ma anche a parecchie famiglie dei vicini. Non ci mancavano mai lavori. Di più, io avevo da ragazza, quando venivo per casa vostra, imparato dalle cameriere della mamma a dar qualche punto, a stirare ed azzimar la biancheria, e m'ingegnavo a guadagnarmi qualche soldo col lavare i fazzoletti di tulle alle contadine e con altri piccioli servigetti. Avevamo allora la nostra cucina ben fornita, non ci mancava niente, e nel nostro stato potevamo dirci ricchi, mentre ci avanzavano sempre un pajo di talleri. Ma un disgraziato accidente ci ha rovinati.... A poco a poco egli ha perduto tutti gli avventori....
— Ma come è stata questa faccenda? Via da brava, narrami tutto.
— Oh Dio! disse Rosa, se sapeste, quante umiliazioni ho sofferte! Sentirci trattar da ladri! Veder il mio Tita scacciato dalla compagnia degli altri fanciulli come un mariuolo...! E le donne chiacchierare dei nostri fatti! E quand'io entrava nelle loro case, guardarmi sospettose per paura che involassi qualche cosa.... Mi sono avvilita, non ho più ardito dimandar lavoro a nessuno.... Non oso più neanche lasciarmi vedere...! E tutto per uno sbaglio, per una cosa da nulla, che può succedere a qualunque galantuomo.
— E perchè non palesar subito il caso e scolparvi col dire la verità?
— Oh sì! che ci avrebbero creduto! E poi, quando noi ci siamo accorti, il danno era già fatto. Ecco come fu l'istoria. Egli aveva in costume d'uscir qualche volta con lo schioppo. A me veramente non garbava gran fatto, perchè a cagione di cotesto ei si trovava di necessità in compagnia di certi giovinastri poco di buono, o almeno sfaccendati, a cui se avesse somigliato sarei stata disperata. Sopportavo peraltro. Era così chiuso e sedentario, che un poco di svago mi pareva necessario alla sua salute. Una mattina, eravamo sul finire d'ottobre, e da parecchie settimane si lavorava giorno e notte per allestire due spose, egli stanco mi getta il sottanino che cuciva e mi dice alzandosi: Non manca che di fare il sopraggitto alle cuciture e di terminare la balzana, e per que' pochi punti già basti tu. Non ho proprio più volontà di lavorare, e a forza di star giù piegato mi duole il collo. Invece d'andarmene a giornata, esco con lo schioppo. Mi han detto che sul Nadisone ieri si son visti vari stormi d'anitre selvatiche. Voglio vedere se posso buscarti da cena. — La sera non era tornato. Mi coricai inquieta e pensando a mille malanni. Venne assai tardi e mi accorsi che aveva bevuto. Nel dimani io era ingrognata, egli pentito procurava di rabbonirmi a forza di carezze. Sai, Rosa, mi disse, ch'io non son solito a darti di questa sorte di dispiaceri, e ti prometto che sarà l'ultima volta. E voleva darmi lo schioppo, che lo chiudessi nell'armadio oppure che lo vendessi, onde non lasciarsi mai più tentare a far di simili scappate. Poveretto! sarebbe stato crudeltà privarlo di quel suo unico divertimento. Solo lo pregai a voler per amor mio sfuggire le compagnie e non gettar malamente i soldi all'osteria e star fuori, senza avvertirmi, la notte, perchè era questo che mi dava pena. È stato un puro accidente, egli allora mi disse; un accidente curioso, che voglio narrarti. Ieri mattina, quando sono uscito alla caccia, io mi tirai verso le ghiaje del Nadisone dove confluisce colla Torre, ed era affatto solo. Girava tra i saliceti ed i pioppi laggiù lungo il renajo in traccia dei maggiorini. Il sole era bellissimo e dava nelle acque che da lungi luccicavano tra i sassi. Io guardava la corrente, quando in un sito mi parve di scorgere qualche cosa di bruno, come una turba di volatili che si sciaquattassero. Pensai che fosse il selvaggiume, e messomi carpone dietro un cumulo di ghiaie mi strascinai adagio adagio così nascosto finchè credetti d'essere a tiro. Alzo un momento la testa, ed era uno stormo infinito che mi fece balzare il cuore dalla gioja. Allora lascio andare la schioppettata e salto in piedi per esser pronto coll'altra canna a dar la seconda, allorchè si fossero aggruppati alzandosi in colonna. Ma qual fu la mia sorpresa, quando, invece di levarsi a volo, li vidi fuggir tutti sparnazzati per la corrente. Capii d'averla fatta grossa, e che erano le anitre del vicino mugnaio. Mortificato mi trassi al torrente e le uccise venivano giù per l'acqua supine e co' piedi all'aria. Ne pescai cinque. Non sapeva che farmi. Portarle a casa, temeva che passando per il villaggio qualcheduno me le vedesse. Andare al molino e confessare lo sbaglio, no davvero non me ne sentiva il coraggio. La Giustina avrebbe fatto uno scalpore del diavolo, nessuno al mondo avrebbe potuto persuaderla della mia innocenza. Tu sai che donna è colei: la sola idea d'impicciarmi colla sua lingua mi faceva tremare. Sicchè, non vedendo rimedio, guadata l'acqua, le portai all'osteria di Bolzano. Ivi erano parecchi amici stati alla caccia prima di me, che annoiati di non trovar nulla s'erano messi a bere, e le abbiamo mangiate insieme. — Ahimè! invece di codesto sarebbe stato ben meglio sopportare tutte le contumelie della Giustina, e pagargliele magari un occhio del capo! O che l'oste abbia parlato, o fors'anche qualcuno degli stessi compagni, il fatto sta, che non andò guari che la cosa si riseppe. Cioè, si riseppe che mio marito aveva portato a cucinare nell'osteria di Bolzano le cinque anitre. La mugnaia che le aveva cercate per mare e per terra, e che ogni sera si fermava ore e ore sull'uscio del molino e lungo il canale a chiamarle a perdita di voce, andò sulle furie. In quell'anno, per soprassello di disgrazia, qui e colà per il paese erano spariti parecchi capi di bestiame. La Giustina non mancò di vociferare colle comari, come finalmente si sapeva dov'erano andati, e narrava a suo modo la storia delle anitre. Si cominciò a guardare sinistramente mio marito, e nelle case dove andava al lavoro lo tenevano d'occhio. I contadini, che costumano uscir tutti pe' campi alle loro faccende e lasciar la casa abbandonata, non trovavano più del loro conto servirsi di persona sospetta. Per trarsi d'impiccio barattarono sartore. Oggi una famiglia, dimani l'altra, in poco d'ora si perdette tutti gli avventori. Egli uggioso, tra per le malegrazie che riceveva, tra per le strettezze domestiche, si mise a frequentar l'osterie, credendo col vino d'assopir la passione. Ivi fece delle conoscenze.... Certi disgraziati cominciarono allora a bazzicarci per casa. Capitavano a straore, domandavano di lui, e c'era sempre qualche mistero, qualche secreto. Dio! o Dio! come fu tutto in breve cangiato. Egli, che una volta non faceva pensiero senza tosto comunicarmelo, diventato taciturno mi sfuggiva, mi trattava come una straniera, pareva che avesse paura della mia presenza. Vedendomi strillare, e i fanciulli mal nutriti, piangenti, arrabbiava e teneva certi propositi così poco cristiani ch'io ne fremeva, e piuttosto che udirli quasi desiderava se ne stesse fuori. Una volta ci portò dell'uva. Alla mia dimanda: come avuta? rispose: regalata nelle famiglie dove cuciva; ed era un anno che non dava un punto! Questi giorni passati pareva che mulinasse qualche gran cosa. Guardava accorato ai bambini, e a me disse: che se voleva morire, mio danno.... ma che le sue creature egli voleva ad ogni costo nutrirle; che il mondo era grande, e che roba ce n'era per tutti! Poi diede in iscandescenze scagliandosi contro i ricchi e profferendo bestemmie orribili che mi fanno ancora agghiacciare il sangue. Ieri l'altro, dopo l'Avemaria, vennero qui a cercare di lui due persone ch'io non aveva mai più vedute, e verso mezzanotte è partito con essi.
— E ora dov'è? chiese la Contessa con visibile sgomento.
— Di preciso non lo so.... — e Rosa tremava, e colle mani convulse strignendo quelle di lei, continuò come in atto di preghiera:
— Per amore del cielo! che nessuno al mondo lo sappia....! ma vedendo quelle facce sinistre.... quando sono andati disopra a confabulare, io era lì.... — e accennava la scala.
— E hai potuto scoprire....?
— Dio, o Dio! parlavano di sete.... di forzare un magazzino.... di trovarsi questa sera alle nove sotto le colline di Cormons, insieme con altri che nominavano, e là complottare....
— Dicesti sotto le colline di Cormons?...
— Sì: udii che specificavano il sito accennando un comunale chiuso a sinistra da una sterpaglia, a un tiro di schioppo dal quadrivio....
— Di là del Nadisone? Che va a Gorizia, a Cividale....? Ho capito. E levata in piedi s'avviava concitata per andarsene a casa. Rosa colle mani giunte la seguiva lagrimando e pregando: non volesse tradirla! non aprisse bocca! Pietà di lei, dei figli! di quel disgraziato!...
— Fídati al mio cuore! le gridò la Contessa, e sparì via per la strada che pareva che volasse. Giunta a casa, ordinò che si attaccassero i cavalli e salì disopra nella sua camera. Ella non aveva preso nessuna risoluzione determinata; non sapeva ella stessa che cosa avrebbe fatto; ma con quell'impeto e con quell'ostinazione, che in mezzo alla loro debolezza sanno talvolta rinvenire le donne quando mettonsi in capo di riuscire, marciava intanto al luogo indicato, e deliberata di tutto adoperare, aspettava dal caso e dal proprio cuore i mezzi opportuni. Verso le otto il signor Giovanni, ch'era stato al suo solito in canonica dal cappellano, se ne tornava a casa bel bello. Vide dinanzi alla porta la carrozza, e formulando in una interrogazione il pensiero che gli passò per la mente:
— Oh! oh! disse, e dove si va mo adesso?
— Ha ordinato la padrona, risposero i servi. In quella sortiva la Contessa vestita da viaggio, e vedutolo:
— Siete capitato proprio a proposito, esclamò. Su da bravo! montate in carrozza ed accompagnatemi. Il buon vecchietto, quantunque a malincuore, pure s'adattava ad obbedire sul momento. Ma ella, datagli un'occhiata:
— Eh no così, per bacco! disse. Prendete il vostro soprabito, perchè fa freschetto, e forse che ci tocca star fuori tutta la notte. Allora sì che il signor Giovanni si sentì proprio mancar le gambe. Ma ella aveva un'aria così risoluta, che non osò metter in campo obbiezioni, e come un agnello, fatto quanto gli aveva imposto, le si assise dappresso.
— Per la via di Mangano a Cormons. Ordinò la Contessa. Strada facendo il signor Giovanni cercò più volte di mettersi in dialogo; ma ella pareva troppo occupata dei propri pensieri per dargli retta. Rispondeva qualche monosillabo tanto da troncare il discorso, e mostrava evidentemente d'aver per la testa qualche progetto ch'egli non arrivava a discoprire.
Ricacciato così, suo malgrado, alle proprie riflessioni, il signor Giovanni non poteva a meno di non trovare assai poco a proposito quella gita in quella giornata e a quell'ora. Ahi! pensava tra sè. Eccoci di nuovo ad uno dei soliti capriccetti! e io, che fidandomi alla bonaccia di quest'autunno, osava sperare che finalmente fosse guarita? Sì poi!... E come all'improvviso l'è saltata la mosca! Sta mattina a messa, dispensare colle proprie mani il pane dei morti, a' vespri tutta divota e compunta che pareva una santa.... e adesso presto in carrozza, e chi sa dove diaccene anderemo! Oh! donne, donne!... concludeva il buon fattore, e involontariamente gli si affacciava il proverbio: che chi è matto non guarisce mai.
Passato il Nadisone, la Contessa ordinò che si andasse a passo. La notte era placida, faceva un bel chiaro di luna, e le colline di Rosazzo, quelle più lontane del Coglio e la facile catena che termina col monte di Cormons coronato la fronte del suo vecchio castello, apparivano nitide e si disegnavano in bruno su d'un fondo cilestrino tempestato di rade e pallide stelle. Per la via non incontravi anima viva. I contadini a quell'ora erano tutti ritirati in casa a recitare il lungo rosario dei morti; e la credenza che le anime come in quella notte vadano vagolando intorno avvolte nel funereo lenzuolo, non avrebbe lor certo permesso di lasciarsi trovar fuori. Sicchè la campagna era affatto deserta, solo sentivi a un buon tratto di distanza tutti i campanili del circondario sonar a distesa le malinconiche danze dei morti.[3] Giunti su di un quadrivio, la Contessa fece fermare; e aguzzando gli occhi guardava di qua e di là con un'attenzione, che al signor Giovanni mise i brividi. Poi cavò l'orologio e lo fece battere. Otto e trequarti. Era evidente ch'ella aspettava qualcheduno.
— Si trattasse mai di qualche intrighetto!... pensò con angustia il signor Giovanni. E io qui testimonio! allora sì! che la vorrei veder bella co' suoi signori parenti.... — e si passò due dita tra il collo e la cravatta come per allargarne il nodo, onde poter meglio inghiottire la scialiva che a questa riflessione gli si era ingrossata. La Contessa intanto aveva raffigurato la siepe e il comunale indicati dalla Rosa, e le parve di veder in lontananza qualche ombra, che attraversasse in quella direzione la campagna.
— Sono là senza dubbio! pensò ella, e, o nell'andata o nel ritorno è impossibile che su questo quadrivio ei non debba capitare. E avvolta nel suo ampio fazzoletto, si disponeva imperterrita ad aspettare magari tutta la notte.
In quella, si sentì un passo affrettato che si faceva sempre più dappresso. Comparvero due paesani, che, data un'occhiata sinistra a quella carrozza lì ferma, continuarono la loro strada verso Cormons. Quando si furono allontanati:
— Ecco due, che non hanno paura nella notte dei morti! disse il signor Giovanni che aveva osservato con una specie di terrore quelle due facce proibite.
— No davvero! rispose la Contessa. Ma e' mi pare che siano forestieri; o almeno io non so d'averli mai più veduti.
— Eh! il diavolo saprà a che razza di gente appartengono, sclamò egli. Ma, e noi.... s'arrischiò poscia a dimandare, che cosa facciamo noi qui fermi a quest'ora?
— È una mia idea, che più tardi saprete. Vi spiegherò tutto, mio caro amico, ma per ora.... per quanto strana vi possa parere la mia condotta, vi prego, tacete, e lasciatemi fare.
— Buon Dio! mormorò il fattore, purchè non incappiamo nei malandrini!... Di lì a pochi minuti, per la via di Corno venivano altri tre. La Contessa li guardava con grande attenzione. Uno portava una specie di botticella, che dal modo con cui dondolava pareva vuota, e attraversavano il quadrivio dirigendosi dalla parte di San Giovanni.
— O per bacco! È Nardo il nostro sartore, gridò la Contessa. Ehi! Nardo! fatti in qua. Guarda che fortuna a incontrarti qui a quest'ora! Mi faresti un piacere? diss'ella al sartore, che sentendosi chiamare per nome s'aveva cavato il cappello e s'era messo alla portella. Monta a cassetta ed accompagnaci fino a Corno.
— Volentieri, diss'egli.... ma devo....
— Capisco che ti preme d'andare a casa; ma ti scuserò io colla Rosa; e poi noi torniamo indietro subito; e coi cavalli non dubitare che faremo presto.
— Bene, rispose allora Nardo, un momento, tanto che dica una parola ai miei compagni. E andato ai due ch'erano rimasti in disparte, sussurrò loro alquante frasi inintelligibili, e, consegnata ad essi la botticella, tornò verso la carrozza.
— Guarda che gente coraggiosa! gli disse la Contessa. Tra la notte dei morti e tra le fantasie che correvano per la mente al signor Giovanni, io mi era messa in una tale paura, che non ardiva andare nè avanti nè indietro.
— Ma paura di che? ripigliò il sartore. Sono anni che qui in questi dintorni non si sentì mai che sia avvenuto il minimo accidente.
— Ecco una parola da uomo! Ora che vieni anche tu in compagnia, mi sento più tranquilla. Monta dunque vicino al cocchiere, e andiamo, diss'ella. Poi rivolta al signor Giovanni, gli mormorò sotto voce:
— Ricordatevi che a Corno voi dovete cercarmi un foglio di carta da bollo, la quale vi guarderete bene dal trovare....
Giunti al villaggio, il fattore eseguì a puntino l'ordine ricevuto.
— O che combinazione!... sclamò la Contessa. E adesso che cosa si fa? Se non premesse.... Ma gli è che quella benedetta scrittura dev'esser fatta proprio entr'oggi. Giacchè siamo in ballo, e la notte continua ad esser bella, l'unica sarebbe di andare fino a Cividale! Che ne dici Nardo? ti spiacerebbe star fuori ancora un paio d'ore? E corsero a Cividale, dove la Contessa trovò, ci s'intende, tutto quello che desiderava; poi, invece della via percorsa, fecero un giro, e per Grupignano e per Butrio tornarono a casa, ch'era la mezzanotte. La Contessa volle che il sartore si fermasse a cena con lei. Era allegrissima, e pareva orgogliosa per quella sua gita notturna: tanto, diceva, l'avevano divertita il chiaro della luna, l'ora insolita, la solitudine dei campi e il correre affrettato dei cavalli. — Ma se non eri tu, disse rivolta al sartore, invece di godermi, mi sarei inspiritata; perchè il signor Giovanni tirava fuori certi discorsi di morti, di malandrini.... Ma dopo anch'egli s'è quietato, e abbiamo tranquillamente ciarlato di certi nostri progetti.... Anzi, a proposito, bisogna che ti faccia una domanda. In un anno, quanto a presso a poco puoi calcolar di ricavare col tuo mestiere di sartore?
— Io! rispose Nardo. Cosa vuole? si lavora a contadini....
— Pure?
— Po! a stare assidui, appena tanto da campare.
— E se trovassi chi ti desse una buona paga, avresti difficoltà ad abbandonare il mestiere?
— Ma, che cosa potrei fare in quella vece? Io non so nè leggere nè scrivere; il contadino, non ci sono avvezzo....
— E se io ti dicessi: in luogo di star lì tutto il santo giorno a cucire, prenderai in ispalla un archibugio e guarderai i miei campi; cioè, guarderai i nuovi lavori ch'io vo facendo, affinchè le bestie o i male intenzionati non me li guastino.... e ti passerò all'anno duecento fiorini?
— Sarebbe possibile? duecento fiorini? disse Nardo stupefatto.
— Accetteresti? Già, io credo che non ci sarebbe molto da fare, perchè in paese, grazie a Dio, abbiamo tutta buona gente. Fo solo per tranquillizzare il signor Giovanni, che brontola sempre per paura di veder una volta o l'altra guastati i suoi nuovi lavori.
— Oh Dio buono! disse il sartore. E posso sperare tanta fortuna? E Rosa, e i miei poveri figliuoli avranno dunque la polenta?
— Via rispondi, se sei sì o no contento.
— Contento?... Ah! se sapeste il bene che voi mi fate.... servirvi, adorarvi finchè avrò vita!...
— Presto dunque, signor Giovanni, andate dalla Rosa, e se anche è a letto, fatela subito alzare, e conducetela qui: chè non vogliamo stabilir nulla senza di lei. — Il signor Giovanni, che fino allora aveva sempre obbedito senza capir nulla, e che si sentiva metter in bocca discorsi e progetti che non gli erano mai passati pel capo, credette proprio di sognare; ma ricordandosi della promessa ch'ella gli aveva fatto di spiegargli ogni cosa, continuò di buona grazia la parte passiva che gli era stata intanto assegnata, e preso il cappello, andò per la donna. Ell'era seduta sul limitare della porta, e quando lo vide, gli corse incontro e tutta in lagrime:
— Mio marito! gridava. Che cos'è di mio marito?...
— Vostro marito è colla Contessa che cena, ed ella mi ha ordinato di venirvi a prendere.... Rosa ansante gli prese tutte due le mani, e senza neanche chiudere la porta di casa, corse via con lui che pareva fuori di sè stessa. Entrati nel tinello, la povera donna non poteva credere ai propri occhi, e lì tutta pallida e tremante a traverso certi goccioloni di lagrime che le cadevano inavvertite, guardava sorridendo al marito, alla sua benefattrice, senza poter proferire neanche una parola. La Contessa le raccontò come lo aveva incontrato; la gita che avevano fatta; poi le espose il progetto, dimandandole se era contenta. Per tutta risposta Rosa le cadde dinanzi inginocchioni, e piangendo come una bambina non rifiniva mai di stringerle e baciarle la mano.
Si sedettero a tavola. Tutti erano commossi; e perfino il signor Giovanni, quantunque per lui fosse ancora ogni cosa nel mistero, vedendo gli altri, faceva ogni tanto una smorfia e di soppiatto andava asciugandosi le lacrime.
IX.
IL CUC.[4]