Racconti

Part 13

Chapter 133,849 wordsPublic domain

— A voi sicuro, rispose la Contessa. Siete il più anziano de' miei dipendenti, il patriarca del villaggio, un galantuomo, e un bravo padrone di casa, che mi preme di conservare in salute per molti anni, onde gli altri imitino il vostro esempio.

E adesso, buon pappà, che i carnovali pesano, bisogna procurare di star bene riparati dal freddo. Questo pastrano, aggiunse ella battendo leggermente colla sua piccola mano sulla spalla del vecchio, state certo che vi terrà più caldo della vostra _bianchetta_, e quantunque nè vostro nonno nè vostro padre non lo abbiano a loro giorni costumato, voi farete a mio modo, e lo porterete particolarmente quando si va ai mercati, o in viaggio, e si sta fuori le notti. — Il vecchio dopo averlo esaminato per tutti i lati, se lo gittò sulle spalle pavoneggiandosi, e baciando con espansione di affetto la mano alla sua padroncina. — Pappà Gregorio in pastrano! esclamò. Affè che la è una grossa novità, ma alla quale sarei pure il gran babbeo se non sapessi adattarmi! — Tutti gli fecero evviva, e la Contessa infilato il suo palettò, e allacciatosi il cappellino, disse un addio cordiale ai convitati, scusandosi di non poter ella terminar la cerimonia, e in compagnia dei due ospiti montò in carrozza fra le liete acclamazioni di tutta quella gente che s'era mossa ad accompagnarla, e continuavano a benedirla anche dopo partita.

In casa V***, come il Marchese aveva preveduto, era già buona pezza che aspettavano. Trovarono la maggior parte delle signore del paese, che a guisa di tanti bei fiori primaverili già adornavano la stanza. Le loro acconciature più del solito ricercate, gli abiti sfoggiati di alcune di esse, e i loro abbigliamenti tutti alquanto pretenziosi, davano a divedere che non si erano dimenticate del forestiero.

Da principio vi fu qualche occhiatina maliziosa alla toelette della Contessa, che lor pareva, ed era veramente, assai semplice, nè sarebbe mancato un tantino di critica, se le continue distinzioni e la preferenza che le accordava il Cavaliere non avesse loro imposto una spezie di soggezione. Vedendola trattata con tutto quel rispetto da un cotal uomo, presero invece il partito di farle la corte, e gareggiavano a chi meglio poteva mostrarsele amica. Anche la madre e la sorella, dimenticato di tenerle broncio, furono con lei assai affabili, e perfino la zia Gran Dama della croce stellata si avvisò di rivolgerle parecchie volte la parola. Cosicchè la serata passò lietissima, e l'Ardemia, senza bisogno di altri mezzi, si trovò, in grazia del Cavaliere, almeno per allora, pienamente riconciliata colla sua nobile famiglia.

VIII.

IL PANE DEI MORTI.

L'autunno declinava: le cime dei monti già innevate, il verde della campagna ogni giorno più languido e giallastro.

Oramai la maggior parte delle famiglie signorili dei contorni s'erano ritirate alla città, e quei casini deserti, colle finestre chiuse, rientrati nel silenzio e nell'abbandono, accrescevano la malinconia della moribonda natura. Solo la contessa Ardemia della Rovere continuava ad abitare nella sua tranquilla villetta, e dal nessuno apparecchio, dal nessuno movimento nella sua casa pareva ch'ella avesse deciso di passare in campagna anche l'inverno. Aveva ricevuto le visite di congedo dei parenti, degli amici, e alle loro sollecitazioni di seguirli in città, aveva risposto sempre con indeterminate e vaghe promesse; ma in suo cuore, lungi dal temere quella solitudine ch'essi le dipingevano a negri colori come argomento a determinarla alla partenza, si consolava anzi di potersela a suo agio godere, affrancata dalle continue visite e dal cicaleccio di tanti importuni.

Un po' per vaghezza di novità, un po' per capriccio giovanile, ella aveva in quell'anno intrapreso un lungo viaggio, e dimorato alcuni mesi in seno alla società d'una delle più cospicue capitali. Vedere co' propri occhi quei centri di civiltà e di eleganza, che aveva tante volte sentito a magnificare dagli altri, partecipare ai tanti piaceri e divertimenti che ivi si offrono all'avvenenza e alla ricchezza, gettarsi nel bel mondo per ammirare da vicino tanti nuovi oggetti che la fantasia le indorava in mille modi lusinghieri, ed anche un tantino nel secreto del suo cuore per farsi ammirare, quest'era stato spesso il sogno accarezzato de' suoi giovani anni, ed ora che le circostanze della sua vita l'avevano resa libera, ella aveva voluto effettuarlo. Ma, o che un bene lungamente agognato, nell'atto del possesso riesca sempre minore della realtà, o che quei frivoli piaceri non avessero radici abbastanza tenaci per germogliarle nel cuore, ella si trovò presto stanca di quella vita dissipata e senza scopo; e in mezzo alle conversazioni, ai teatri, ai balli, dove il suo spirito ed i suoi molti doni naturali e di fortuna l'avevano resa cara più di quanto ella stessa avesse osato ripromettersi, le sorgeva nell'animo il desiderio dei campi paterni, delle sue collinette, de' suoi buoni contadini, della tranquilla e semplice vita, a cui si aveva da qualche tempo assuefatta. Aveva fatto quel viaggio ad oggetto di divertirsi, e invece grandemente s'annoiava, e ogni sera si riduceva nella sua camera da letto malinconica e infastidita di tutto, come chi ha sprecato malamente il suo giorno. Si rammaricava seco stessa di non saper godere come gli altri, le pareva d'esser di cattivo gusto, e prefiggevasi per l'indomani nuove gite di piacere e nuovi sollazzi. Ma indarno ella passeggiava per quegl'immensi giardini, dove la mano dell'uomo ha saputo domare una natura ritrosa e forzar la terra quasi suo malgrado qui ad elevarsi in molli colline, là ad aprirsi in vaghi laghetti popolati di cigni e cinti di piante esotiche; più lungi a distendersi in pratelli, in viali il cui verde comperato a forza di fatiche contrastava evidentemente colla sterile campagna dei dintorni, col clima umido, col cielo freddo e nebuloso. Con un senso d'insuperabile amarezza, che le metteva sul labbro il sorriso dell'ironia, ammirava nelle serre costose agglomerati quei tanti fiori provenienti dalle più diverse contrade, e la magnolia e la palma gigantesca imprigionate sotto una vòlta di vetri, e sentiva per esse il desiderio della lontana lor patria. Lodava l'arte che con gentile magistero aveva saputo vestire le sterili zolle dei più ridenti colori, e disporli a disegno in modo che acquistassero vaghezza dal contrasto, e per servire a' suoi fini costrignere innumerabili calici a sbocciare tutti in un colpo; ma in suo cuore sentiva di preferire l'umile pervinca nata spontanea tra le macerie d'un muricciuolo o sulle sponde d'un capriccioso rivoletto, e i balsami delle tante rose silvestri che inghirlandavano le collinette del suo paese. Così del pari in quelle sale, dove il lusso più raffinato adunava tutte l'eleganze della moda, e dove lo spirito e la bellezza venivano a far pompa tra la luce dei doppieri e le ricche suppellettili, ella si trovava come in disagio, e procurava indarno di far tacere una specie di voce secreta, che fin lì tra quelle magnificenze ardiva richiamarle alla memoria i semplici ma cordiali saluti della povera Menica, o le vivaci risposte d'Ermagora, quando senza tanti rispetti palesava alcuna parte del suo energico sentire. — In patria ella sfuggiva le conversazioni e i convegni, perchè dopo le sue vicende le pareva di leggere in ogni volto un'amara ironia, e il rimprovero del suo passato; qui, dove non era conosciuta, credette di poter di nuovo godere della società, ma s'accorse ben presto che cotesta appunto era la ragione che glielo impediva. Ell'era straniera: nessun legame d'affetto colle persone che la circondavano; nè a lei altro interesse veniva donato, che quello della curiosità. Quando aveva fatto mostra di quel poco di spirito che l'educazione le aveva fornito e ricevuto l'omaggio di quello degli altri, ogni attrattiva era esaurita. Nulla arrivava fino al suo cuore, ed esso le si chiudeva per abbandonarsi alla noia. Quelle frasi melate, quei complimenti smaccati, a cui era costretta opporre, o in un modo o nell'altro, le stesse convenzionali risposte, le parevano un insipido gioco, un vero luogo comune. Sentiva di non essere amata, e non vedeva l'ora di ritornarsene laddove poteva essere utile agli altri, e far ancora palpitar qualche cuore. Sicchè partì disingannata di molte illusioni, e guarita in gran parte da quella smania femminile di far comparsa ed attirarsi gli occhi e l'applauso della frivola moltitudine. Soprattutto era rimasta tanto disgustata dallo strepito e dalle vanità cittadine, che risolse di fermar per sempre la sua dimora in campagna, e di cercar un compenso alla mancanza della famiglia e al vuoto che la circondava col dedicarsi tutta a far fiorire, per quanto in lei stava, l'agricoltura, e procurare, come una madre affettuosa, il benessere e la felicità de' suoi buoni dipendenti. In tale disposizione ella vide passare in quell'anno l'autunno. Partiti i signori, e liberata dalle tante lor visite, le pareva di respirare, e s'occupava alacremente col signor Giovanni de' suoi progetti, e dei lavori e delle migliorie ch'egli le andava suggerendo.

Era alla fine d'ottobre. In molti luoghi del Friuli esiste un'antica pratica, per cui ogni famiglia nel dì d'Ognissanti dispensa al popolo una quantità di pane a seconda della propria agiatezza. Non è già questa un'elemosina. Vengono a riceverlo tutti gli abitanti del villaggio, e prima d'assaggiarlo, pregano per i defunti del donatore. Contadini benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai, che in tutt'altra occasione si vergognerebbero d'accettare la più piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla tua porta, e senza rossore ti domandano il pane dei morti. Poi alla lor volta dispensano anch'essi la propria fornata. Anzi, dove non ci sono signori, ogni contadino, fa tanti grossi pani di sorgoturco quante sono le famiglie del villaggio, e vanno in giro a riceverlo, e a vicenda lo dispensano agli altri; sicchè in quel giorno ognuno assaggia il pane dei fratelli, e prega per i loro defunti, mettendo così, almeno una volta all'anno, in comunione il cibo, l'affetto e la preghiera. — La contessa Ardemia, che si ricordava d'aver veduto come in quel giorno il suo avo paterno, assiso nel suo ampio seggiolone a bracciuoli, dinanzi ad una tavola nel salotto a pian terreno dispensava colle proprie mani il pane dei morti ai contadini, che in turba venivano lì a riceverlo, e a salutare il loro vecchio ed amato padrone, trovava questa pratica pietosa troppo secondo il suo cuore, perchè non pensasse a ripristinarla. La mattina d'Ognissanti, dopo la messa parrocchiale, ell'era difatti seduta con tutta gravità nel posto, dove la memoria, con uno dei quadri indelebili dell'infanzia, le rappresentava la faccia serena e i bianchi capegli del buon'avo, e teneva ai lati diversi grandi panieri colmi fin sotto al manico di picce sgranellate e allora allora cavate dal forno. Il cortile era già pieno d'una moltitudine di gente, che faceva pressa alle porte della cucina, dove i servi appostati li lasciavano entrar con ordine, onde non facessero confusione dinanzi alla Contessa nel salotto, e poi uscissero quietamente dall'altra porta che dava sul giardinetto. Entravano a due, a tre, a quattro; or una madre coi figliuoletti, or un'altra col suo bimbo fra le braccia, or un vecchio venerando, or una turba di garzoncelli e di giovanetti; e tutti, salutata con affetto la signora, si baciavano in segno di riverenza il dorso della mano, prima di distenderla al panetto, ed uscivano fra lieti e commossi. Alcuni, i più noti e famigliari a lei, si fermavano a dirle qualche parola d'amicizia, o qualche complimento al modo loro, ma venuto dal cuore; le madri particolarmente mettevano una specie d'ambizione nel presentarle i lor bamboletti, gli ultimi nati, quelli ch'ella non aveva ancora veduti, e che lì imparavano per la prima volta a sorridere alla buona signora. Fra i tanti che in quel giorno le passarono dinanzi, una donna le rimase profondamente impressa. Teneva per la mano un fanciulletto assai sparuto e meschino, che si asciugava col grembiule della madre gli occhi lagrimosi; un altro veniva dietro, attaccato al lembo della gonna; e in braccio, un piccino accoccolato sul suo seno e avvolto quasi tutto nel bruno fazzoletto ch'ella portava in testa.... Era pallida; e al primo vederla, la Contessa non seppe raffigurarla, quantunque quella fisonomia non le paresse affatto nuova. Ma quando, invece di seguire l'esempio della maggior parte degli altri e prendere d'in sulla tavola il pane che le veniva offerto e andarsene, ella si tirò all'un dei lati, e fattasi vicina alla Contessa insegnava al più grandicello dei fanciulletti a baciarle la mano, ed ella stessa, presi i panetti per sè e per i due piccioli, gliela strinse con grande affetto e gliela baciò lasciandovi cader sopra una lacrima, l'Ardemia si risovvenne: e — Rosa! le disse, con quella sua voce affabile e manierosa. Sei tu, mia buona Rosa? È tanto tempo che non ti vedo, ch'io quasi non sapeva neanche più ravvisarti! — Esse erano a un dipresso della stessa età; e prima che l'Ardemia fosse messa in convento, avevano più d'una volta giocato insieme da fanciullette e corso pei prati a caccia di farfalle e di fiori. Ma l'una si conservava ancora in tutta la freschezza della gioventù, mentre la povera Rosa, oppressa forse dagli stenti, e da qualche secreta malattia, era dimagrita, aveva perduto il colore, e ad onta de' suoi graziosi lineamenti appena poteva dirsi l'ombra di sè stessa. Era proprio la rosa dell'ultimo dicembre, bella tuttavia nel suo malinconico pallore, ma appassita e languente prima ancora d'aver finito di sbocciare. Quella cera macilente, que' fanciulli sparuti, quella stretta di mano, e quella lacrima, le duravano fisse nella memoria. Fantasticava quali potevano essere i suoi casi, quale il dolore che così anzi tempo l'andava consumando. La sapeva maritata di suo genio con un giovane sartore del paese, che campava onoratamente lavorando del suo mestiere nelle famiglie dei contadini. Era padrona sola in casa e pareva che non avesse motivo di lagnarsi nè dell'amore del marito nè di malattie o di disgrazie che si sapessero. Del resto, non apparteneva ai coloni della Contessa, e de' suoi fatti ella non se n'era interessata più che tanto. Ma ora sentiva bisogno di penetrare in quel cuore.

Nel dopo pranzo d'Ognissanti la gente concorre tutta alla chiesa, e pregano per i defunti. I sacerdoti, dopo aver cantato in tuono funebre l'esequie e asperso d'acqua benedetta il catafalco eretto nel mezzo della chiesa a ricordare il dì dei morti, e gli antichi sepolcri dell'interno, passano processionalmente nel cimitero e si fermano sui tumuli a recitare le preci raccomandate dalla pietà dei superstiti. Alcuni li seguono, la maggior parte si ferma inginocchiata sui banchi, e accompagnano sommessamente quelle voci monotone e devote, che si sentono farsi or più dappresso or più lontane a seconda del luogo dove riposano le ossa dei trapassati. La funzione dura a lungo, sicchè la gente viene e va per dar luogo agli altri ed assistervi tutti alla lor volta. L'Ardemia era venuta anch'essa, e cercando cogli occhi per la chiesa vi rinvenne la Rosa, che inginocchiata in un angolo vicino alla parete pregava con gran devozione, e ogni tanto sollevava all'altare gli occhi bagnati di lagrime, poi di nuovo tirandosi sulla faccia il fazzoletto si nascondeva con esso e colle mani congiunte su cui si teneva abbassata. Le stava dappresso uno dei figliuoletti, e stanco di pregare l'andava ogni qual tratto punzecchiando. Parve che la donna si lasciasse finalmente persuadere da quella muta eloquenza, perchè, difatti, di lì a pochi istanti sorse, e giunta alla pila dell'acqua benedetta, colla mano con cui si aveva segnata toccò le dita al bambino, gli fece fare la croce e devotamente inchinatasi partì con esso. Venne allora in mente all'Ardemia di approfittare del momento in cui tutti erano alla chiesa per recarsi non veduta da lei a vedere se pur poteva in qualche maniera asciugare quelle lacrime. Uscì con questa intenzione, e lenta lenta s'avviò verso la dimora della Rosa. Giunta alla casuccia, ristette in forse sull'uscio semichiuso, mal sapendo se dovesse spalancarlo ed entrarvi, mentre udiva i due fanciulli che tra loro altercavano, e la madre pareva che fosse salita disopra ad acquietare il piccino.

— Capiscila una volta, Menichetto! Lascia stare quella sedia. Vuoi romperti il collo? Lo dico alla mamma veh! Mamma! (strillava con voce più acuta.) Ve' Menichetto che ha messo una sedia sulla tavola e s'arrampica a dispiccare l'ultimo manipolo dell'uva che ci ha portato pappà!

— Ho fame io! gridava l'altro piangente. Tu se' stato a casa, e avrai mangiata intanto mezza la pappa di Vigi, e poi mi hai tolto il pane dei morti....

— Il pane dei morti non si può mangiare se prima non si prega.

— Ma io sono stato in chiesa, ho pregato e voglio mangiare. È diventata una cosa curiosa in questa casa. Adesso non si fa più polenta, non minestra.... Tu e la mamma non fate che continuamente piagnucolare. Ha ragione il pappà che diceva l'altra sera ch'è stufo di voi altri....

— Vien qui, ti dico! Non vedi la sedia che tentenna? Via, da bravo, aspettiamo la mamma e mangeremo insieme il pane dei morti.

In quello si sentiva la donna che discendea la scala. Mise un grido, vedendo dove s'era arrampicato quel diavoletto, lo prese in braccio, gli tolse l'uva che aveva già dispiccata, e fattili inginocchiare tutti e due, recitò adagio un _Pater_ ed un'_Ave_, che essi accompagnavano con quelle loro vocine infantili. Poi diviso il manipolo dell'uva, lasciò che se la mangiassero insieme col pane. — E tu mamma, non mangi uva? chiese il più grandicello.

— No, figliuoli miei; sapete pure ch'io non ci penso.

— Ma, e questa mattina per dare a noi la polenta che ti aveva regalato la Maddalena non hai neanche fatto colazione....

— E adesso, ripigliava Menichetto, e adesso pane solo! Mangia, mamma, un po' di uva! Ti prego, almeno questo picciolo grappoletto! Guarda com'è bello, neppur un acino ammezzito!...

— Via, da bravi bambini, state quieti. Anzi per non spargere i granelli e insudiciarmi la tavola, prendete là quella panierina e andate giù nell'orto sotto la pergola; ch'io mi fermo qui per sentire se piange Vigi.

— Eh! disse allora il maggiore colla voce piena di lacrime, tu ci mandi via!... So bene io perchè! La donna non rispose, ma il fanciullo gettandosele fra le braccia:

— Ah mamma! continuò, tu vuoi fare come jer l'altro: invece di mangiare, tu ti metti qui colla testa fra le mani appoggiata sulla tavola, e piangi tanto tanto! Oh Dio mio! se fai così, tu diventi ogni giorno più pallida e finirai coll'ammalare....

— Via mattuccio! che pensieri son cotesti? Sapete pure, che quando voi altri siete buoni, io sono sempre contenta. Ed alzatasi, mise ella stessa l'uva nella panierina, aprì la porta dell'orto, ve li condusse e li congedò, accarezzando prima la bionda e ricciuta testolina del vispo Menichetto, e poi quella di Tita, che quando si sentì sul capo la mano di sua madre, alzò la faccia e gliela baciò con trasporto affettuoso. L'Ardemia allora si fece coraggio e si mostrò sull'uscio come in atto di picchiare.

— La Contessa! sclamò la donna meravigliata.

— Sì, mia buona Rosa, son io, diss'ella, che tornando dalla chiesa ho voluto venirvi a trovare. E presa la sedia ch'ella le offeriva, vi si assise con tutta dimestichezza.

— Sai tu, che quando ti ho veduta questa mattina, io mi sono grandemente rimproverata d'aver lasciato passare tanto tempo senza vederci? Siediti qui, Rosa, e discorriamola un poco insieme, perchè una volta noi eravamo grandi amiche....

— Oh! ella mi ha sempre trattata con bontà....

— Di' che ti voleva un gran bene, e che tu pure allora me lo volevi! Dopo ci hanno divise; mi hanno messo in convento, ho vissuto in città, mi sono maritata.... Insomma sono passate tante cose!... E se tu sapessi quanto ho patito! Ma ora non vado più via, sai; mi stabilisco per sempre qui in campagna, e vogliamo rinnovare la nostra antica amicizia. E strinse con affetto la mano alla contadina.

— Ti ricordi, Rosa, quanto correre insieme per i prati di Soleschiano, allorchè si andava a caccia di farfalle? e quei tanti fiori che tu mi portavi?...

— Erano bei tempi quelli! — disse Rosa commossa, abbassando gli occhi e chinando la testa sul petto.

— Io mi ricordo sempre di un nido di capinere che tu avevi scoperto dietro il viale, e che andavamo ogni giorno a visitare godendoci a guardar quei poveri uccellini implumi che ci pigolavano incontro, come se loro avessimo portato l'imbeccata. Ma non gli abbiamo mai toccati! ci faceva compassione la madre, che ci svolazzava dappresso osservandoci e tremando per i suoi piccini. A proposito, e quanti figliuoletti hai tu?

— Ne ho tre.... I tre che avevo meco stamane.

— In quella confusione ho avuto appena tempo di guardarli; ma me li condurrai in casa, non è vero?

— O signora! poichè me lo permette....

— Via, trattiamoci con confidenza, Rosa. Io sono sola al mondo! Ho la disgrazia di non aver figli.... Oh! se tu sapessi come amerei una creaturina che fosse mia.... Ma mi fa piacere l'accarezzare almeno quelli degli altri; quelli degli amici. Compensami un poco, Rosa, e promettimi di condurmi spesso i tuoi.... Rosa, a questa preghiera che le rivelava la fraternità della sventura, dimenticò ogni differenza di condizione, e gettate con impeto le braccia al collo della Contessa si strinsero entrambe in un amplesso, come quando erano fanciulle e si amavano ignare ancora delle umane vicende e delle triste disuguaglianze della sorte.

— Dimmi, e dov'è tuo marito? Chiese la Contessa dopo un momento di pausa.

— Ah...! egli è fuori. — E la Rosa si lasciò andare a un dirotto di pianto.

— Non mi nasconder nulla. Io ho già letto nel tuo cuore. Tu sei infelice! e devi confidarti con me che ti sono amica e sorella. Non sai tu, che s'io non posso asciugarle, voglio almeno divider le tue lagrime? Povera la mia Rosa! dunque egli non ti ama più?... E dov'è andato? Dimmi tutto, che io comprendo il tuo dolore. Ho tanto patito in questo mondo, che purtroppo so per prova che cosa sia voler bene e vederci pagati d'ingratitudine. Rosa non poteva parlare, ma scuotendo il capo accennava che non era già questa la cagione del suo cordoglio. Quando credette d'essere in grado di superarsi, raccolse tutta l'energia di cui era capace, e proferì con voce calma:

— No! non è del suo amore ch'io mi lagno. Ei non ha veruna colpa meco, e ci ama anche troppo. Ma non posso nè devo dirvi di più. Tradirei quel povero disgraziato, e non farei altro che precipitare me stessa e le mie creature!

— Precipitarti? precipitar le tue creature? Che dici mai Rosa? Egli potrebbe dunque cader in mano della giustizia? Egli ha dunque commesso qualche delitto?

— Ah no, buon Dio, che non lo avrà commesso! La Madonna benedetta, che ho tanto pregato a questi giorni, gli avrà tenuto la mano sul capo! È tanto tempo ch'io non inghiotto che lagrime! Possibile, ch'egli voglia farmi morire? — e si torceva le dita quasi fuori di sè stessa.

— Or via, tranquillizzati, e discorriamo insieme. Chi sa ch'io non possa giovarti? Intanto dimmi, dov'è? Sai ch'io ti voglio bene, e di me puoi fidarti come di te stessa. Forse che astretto dal bisogno....

— Sì! il vederci senza pane.... quelle creature che piangevano....

— Ma.... e dunque il mestiere non vi dava abbastanza da campare? Io ho sempre creduto che non vi mancasse il modo di sussistere onoratamente, perchè.... non era egli che lavorava da sarto in quasi tutte le famiglie del paese?